Biorischio

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Simbolo internazionale del biorischio

Il rischio biologico, o anche biorischio, si riferisce a sostanze di origine biologica potenzialmente dannose per la salute di un qualsiasi essere vivente. Sono compresi tra i fattori di rischio microrganismi, virus e tossine. Il termine e il simbolo associato sono generalmente utilizzati come avvertimento per evitare l'esposizione senza le dovute precauzioni e per indicare la corretta procedura di smaltimento dei rifiuti connessi.

I rischi riguardano la salute psicofisica delle generazioni attuali e future (approccio sincronico e diacronico); i pericoli concernenti gli animali e tutte le forme viventi (biosfera). Nella sfera descritta dal biorischio rientrano, dunque, tutte quelle attività volte alla valutazione ed alla gestione del rischio delle innovazioni tecnologiche, allorché siano suscettibili di compromettere gli equilibri ecologici presenti e futuri.[senza fonte]

Gestione del biorischio[modifica | modifica sorgente]

Data l'estrema varietà ed imprevedibilità delle possibili minacce, l'individuazione dei diversi rischi richiede un approccio di tipo multidisciplinare, sicché gli specifici interventi giuridico-normativi risultano spesso essere ispirati a principi e criteri eterogenei fra loro.

Relativamente ai posteri, ad esempio, il filosofo tedesco Hans Jonas, ha prospettato il principio di responsabilità, in base al quale è necessario che i contemporanei si attivino al più presto per modificare il loro rapporto con la natura, evitando tecnologie che potrebbero determinare processi irreversibili, fino all'autodistruzione.

Il principio, forse più utilizzato, è quello di precauzione che, nella sua formulazione essenziale, prescrive che le misure regolatorie dovrebbero prevenire o limitare quelle azioni che potrebbero comportare rischi, persino ipotetici, per la salute umana e per l'ambiente, anche qualora la loro reale portata non sia stata definita in modo conclusivo su basi scientifiche.

Organismi geneticamente modificati[modifica | modifica sorgente]

Tra i maggiori rischi vi è quello derivante dal consumo alimentare degli organismi geneticamente modificati (OGM). Sul piano normativo, sono state elaborate due impostazioni nettamente contrapposte: da una parte, si prospetta un'ottica di prodotto, di matrice statunitense, che privilegia l'approccio della cosiddetta sostanziale equivalenza, sicché, una volta dimostrato un livello prestabilito di equivalenza tra un prodotto geneticamente modificato ed un altro già in commercio, l'OGM dovrebbe essere autorizzato al consumo (se, quindi, il mais transgenico è stato dichiarato sostanzialmente equivalente ad uno convenzionale, non dovrebbe essere assoggettato ad alcuna restrizione, compresa l'etichettatura).

D’altra parte, invece, si è gradualmente affermata, soprattutto in ambito UE, la c.d. ottica di processo, che si fonda sull'assunto – peraltro assai controverso – della maggiore pericolosità delle procedure biotecnologiche rispetto a quelle tradizionali, sicché la disciplina giuridica non dovrebbe essere basata sulle caratteristiche dei singoli prodotti, ma sul sistema utilizzato per produrli. In maniera più o meno esplicita, questa seconda impostazione rinvia ad una delle tante versioni del succitato principio di precauzione, per cui l'autorizzazione al consumo degli OGM dovrebbe essere subordinata all'espletamento di controlli particolarmente lunghi e penetranti, all'etichettatura trasparente ed all'esito di un dibattito sociale di ampia portata e non necessariamente scontato. Siffatto principio è stato enunciato, per la prima volta, nella Convenzione di Rio de Janeiro sulle biodiversità (1992) ed ha trovato accoglimento nel Trattato dell'Unione Europea (1994), al fine di limitare, entro margini ritenuti socialmente accettabili, i rischi delle tecnologie ritenute pericolose per la salute umana e per l'ambiente. Al fine di scoraggiare le interpretazioni più arbitrarie, la Commissione europea è intervenuta con la Comunicazione del 2 febbraio 2000, attraverso cui sono state definite le quattro componenti relative alla valutazione del rischio (All. III): l'identificazione e la caratterizzazione del danno, la valutazione dell'esposizione, nonché la caratterizzazione del rischio.

L'effettiva salvaguardia degli esseri viventi ed, in ambito umano, della loro libertà di scelta è subordinata alla condizione che siano rese disponibili tutte le informazioni necessarie per realizzare un'efficace contenimento dei rischi derivanti dall'impiego delle innovazioni biotecnologiche. In quest’ottica, appare indispensabile preservare l'opinione pubblica dal pericolo di manipolazioni, favorite peraltro dall'estrema tecnicità e complessità della materia. Si è osservato, infatti, che, nella percezione del rischio, due sono gli aspetti socialmente dominanti: l'unknown risk (letteralmente "rischio sconosciuto"), inteso come ignoranza totale circa gli effetti indesiderati della novità tecnica e, per ciò stesso, considerato come fonte di terrore; ed il dread risk, che, pur radicandosi in una conoscenza del rischio estremamente parziale – se non, addirittura, insufficiente – è, purtuttavia, ritenuto meno pericoloso e, quindi, più facilmente e socialmente tollerato. Se ne deduce che, poiché nell'informazione relativa al biorischio intervengono anche fattori di natura psicosociale, risulta allora di fondamentale importanza la distinzione tra i rischi "oggettivi", connessi alla valutazione ed alla quantificazione dei pericoli reali (stabilendo, per es., l'effettivo grado di tossicità di un prodotto) e quelli "soggettivi", che, indipendentemente dal loro fondamento scientifico, sono in grado di orientare gli atteggiamenti di un soggetto nei confronti di una tecnologia o di un suo prodotto (enfatizzando, ad es., la circostanza che l'alimento contenga OGM, a scapito delle informazioni riguardanti la reale sicurezza del prodotto).

La necessità di affrontare tali complesse problematiche ha dato l'abbrivio ad un notevole sforzo normativo: in particolare, allo scopo di fronteggiare i rischi "oggettivi", si segnala la direttiva comunitaria n. 220/90, recepita in Italia con il decreto legislativo n. 92/93, in materia di emissione deliberata nell'ambiente di piante transgeniche, nonché il d. lgs. 626/94 sui rischi derivanti dall'esposizione ad agenti biologici nei laboratori universitari ed ospedalieri; sotto il profilo dei rischi "soggettivi", invece, appare degno di nota il massiccio contributo normativo dell'UE in tema di etichettatura degli alimenti contenenti organismi geneticamente modificati (OGM).

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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:32000L0054:IT:HTML

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