Biochar

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Biochar è un termine di recente introduzione (neologismo) per indicare il carbone di legna, specificamente quello ottenuto dalla pirolisi della biomassa. Viene anche impropriamente definito Terra preta, che in realtà è un terriccio, reperito in varie località della foresta amazzonica, costituito dal miscuglio del biochar con la terra, attuato presumibilmente ad opera di antichi coltivatori. Il termine biochar deriva dall'unione del prefisso bio- ("pertinente alla vita", dal greco antico bios) e da -char, parte iniziale dell'inglese charcoal (carbone di legna o carbonella). La pirolisi della biomassa si arresta prima della combustione completa del carbonio presente nel combustibile, pertanto tale carbonio non ritorna in forma gassosa (CO2) nell'atmosfera (a patto ovviamente che non venga ulteriormente bruciato!) e si presta ad essere incorporato quale ammendante nel terreno, migliorandone le caratteristiche di permeabilità, porosità, aerazione, capacità di trattenere l'umidità, in altri termini migliorandone dal punto di vista agricolturale le caratteristiche. Non si tratta di una fertilizzazione vera e propria, in quanto il carbonio quasi puro non viene impiegato dai microorganismi e pertanto non rientra nel ciclo di produzione dell'humus (come invece fa il compost); d'altra parte se così fosse la CO2 alla fine del ciclo ritornerebbe in atmosfera. Invece il biochar rimane incorporato nel terreno per centinaia di anni (come suggerisce la Terra Preta), fornendo un modo economico per ridurre le immissioni di CO2 (uno dei principali "gas serra") in atmosfera o addirittura per recuperare dall'atmosfera parte della CO2 ivi presente in eccesso, sequestrandola in maniera permanente. Ovviamente, si "perde" una parte dell'energia contenuta nel combustibile a biomassa, recuperabile solo con la combustione completa.[1]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Fast field cycling NMR relaxometry characterization of biochars obtained from an industrial thermochemical process - Springer