Beppo-SAX

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Beppo-SAX
Immagine del veicolo
BeppoSAX.jpg
Dati della missione
Proprietario Italia ASI
Numero di catalogazione 1996-027A
Destinazione satellite scientifico
Satellite di Terra
Esito 29 aprile 2003
Vettore Atlas-Centaur
Lancio 30 aprile 1996
Durata 7 anni
Data inserimento orbita 30 aprile 1996
Sito ufficiale

Beppo-SAX è un satellite artificiale italo-olandese per l'astronomia a raggi X. Ha apportato importanti contributi nello studio dei lampi gamma o gamma ray burst.

Lanciato dalla base spaziale americana di Cape Canaveral il 30 aprile 1996 con un razzo vettore Atlas-Centaur e realizzato in gran parte da aziende italiane, il satellite chiamato SAX (Satellite per Astronomia a raggi X), una volta in orbita venne ribattezzato Beppo-Sax, dal soprannome del professor Giuseppe Occhialini (Beppo), un pioniere dell'astrofisica italiana.

Il satellite è riuscito ad ottenere la prima immagine X di lampo gamma, permettendo di svelarne numerosi segreti. Ad oggi, grazie anche a questo apporto, si ritiene che queste esplosioni di raggi gamma, seconde solo al big bang per valori di energie in gioco, si verifichino ai confini dell'universo conosciuto.

In sei anni di vita operativa ha effettuato oltre 33.000 orbite. Nel 1998 al team scientifico fu conferito il Premio Bruno Rossi, da parte della Società Astronomica Americana. L'importanza della missione consiste soprattutto nell'aver aperto la strada ad un nuovo ed interessante campo di ricerca astronomico.

Il satellite è rientrato nell'atmosfera il 29 aprile 2003, precipitando nell'Oceano Pacifico

Le scoperte[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1997 dopo aver rivelato un gamma-ray burst (GRB 970228[1]), venne comandato al satellite di puntare la sua apparecchiatura di ricezione di raggi-X nella direzione da cui erano pervenute le emissioni gamma, e lo strumentò rivelò delle emissioni di raggi-X in dissolvenza[2]. Ulteriori osservazioni con telescopi a terra identificarono una debole controparte ottica[3]. Con la posizione della sorgente perfettamente nota, quando l'emissione di raggi gamma si affievolì fino a scomparire, fu possibile raccogliere immagini ottiche più precise fino ad identificare la galassia estremamente lontana che aveva ospitato l'evento - la prima ad essere individuata di molte altre in seguito. Entro poche settimane, la controversia sulle distanze di questi eventi aveva raggiunto una conclusione: i lampi gamma potevano essere finalmente identificati come eventi extra-galattici, che si originavano in galassie molto deboli[4] e ad enormi distanze dalla Terra. Questa scoperta rivoluzionò lo studio dei lampi gamma, stabilendone le distanze, caratterizzando l'ambiente in cui hanno origine e aprendo nuove opportunità osservative e teoriche su di essi[5].

Utilizzando le osservazioni di Chandra e di BeppoSAX è stato scoperto che la provenienza di molti GRB è associata a zone di formazione stellare.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ I gamma-ray burst sono designati dalla data di rilevazione: le prime due cifre della sigla indicano le ultime due cifre dell'anno, le due cifre successive indicano il mese, le ultime due cifre il giorno: AAMMDD (in inglese YYMMDD). Se sono rilevati più lampi nello stesso giorno, ad ognuno di essi viene assegnata una lettera identificativa dell'ordine di rilevamento: 'A' per il primo, 'B' per il secondo, etc.
  2. ^ (EN) Costa, E., et al., Discovery of an X-ray afterglow associated with the γ-ray burst of 28 February 1997 in Nature, vol. 387, nº 6635, 1997, pp. 783-785, DOI:10.1038/42885. URL consultato il 18 agosto 2012.
  3. ^ (EN) van Paradijs, J., et al., Transient optical emission from the error box of the γ-ray burst of 28 February 1997 in Nature, vol. 386, nº 6626, 1997, pp. 686-689, DOI:10.1038/386686a0. URL consultato il 18 agosto 2012.
  4. ^ Maggiori informazioni sulle galassie che ospitano i GRB possono essere trovate sul GHostS database
  5. ^ (EN) Frontera, F.; Piro, L., Proceedings of Gamma-Ray Bursts in the Afterglow Era. Rome, November 3-6, 1998, Astronomy and Astrophysics Supplement Series Vol. 138 No. 3, 1999. URL consultato il 18 agosto 2012.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Piro, L, et al., SAX Observer's Handbook, Agenzia Spaziale Italiana, 1995.
  • (EN) Boella, G., et al., BeppoSAX, the wide band mission for X-ray astronomy in Astron. Astrophys. Suppl. Ser., vol. 122, nº 2, 1997, pp. 299-307, DOI:10.1051/aas:1997136.
  • (EN) Boella, G., et al., The medium-energy concentrator spectrometer on board the BeppoSAX X-ray astronomy satellite in Astron. Astrophys. Suppl. Ser., vol. 122, nº 2, 1997, pp. 327-340, DOI:10.1051/aas:1997138.
  • (EN) Frontera, F., et al., The high energy instrument PDS on-board the BeppoSAX X-ray astronomy satellite in Astron. Astrophys. Suppl. Ser., vol. 122, nº 2, 1997, pp. 357-369, DOI:10.1051/aas:1997140.
  • (EN) Jager, R., et al., The Wide Field Cameras onboard the BeppoSAX X-ray Astronomy Satellite in Astron. Astrophys. Suppl. Ser., vol. 125, nº 3, 1997, pp. 557-572, DOI:10.1051/aas:1997243.
  • (EN) Manzo, G., et al., The high pressure gas scintillation proportional counter on-board the BeppoSAX X-ray astronomy satellite in Astron. Astrophys. Suppl. Ser., vol. 122, nº 2, 1997, pp. 341-356, DOI:10.1051/aas:1997139.
  • (EN) Parmar, A.N., et al., The low-energy concentrator spectrometer on-board the BeppoSAX X-ray astronomy satellite in Astron. Astrophys. Suppl. Ser., vol. 122, nº 2, 1997, pp. 309-326, DOI:10.1051/aas:1997137.
  • Coletta, A., Gandolfi, G., Il secondo Big Bang. Esplosioni cosmiche ai confini dell' Universo, Napoli, CUEN, 2000, ISBN 978-88-7146-494-7.
  • (NL) De Kort, N., Ruimteonderzoek, de horizon voorbij, Veen/SRON, 2003, ISBN 978-90-76988-04-7.

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