Battaglia di Tulagi

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Battaglia di Tulagi
I Marines sbarcano sulla spiaggia blu a Tulagi
I Marines sbarcano sulla spiaggia blu a Tulagi
Data 7 - 9 agosto 1942
Luogo Tulagi
Esito Vittoria alleata
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
3 000 marines 886 tra fucilieri di marina e personale della base
Perdite
122 morti
200 feriti
863 morti
23 catturati
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La battaglia di Tulagi venne combattuta tra le truppe americane e giapponesi dal 7 al 9 agosto 1942, nell'ambito del teatro del Pacifico durante la Seconda guerra mondiale; la battaglia costituisce la prima operazione militare della campagna di Guadalcanal.

Antefatto[modifica | modifica sorgente]

Nel marzo del 1942, le truppe giapponesi iniziarono le operazioni di occupazione dell'arcipelago delle isole Salomone, all'epoca un protettorato del Regno Unito; l'isola di Tulagi era la sede del governo britannico del Protettorato, e pertanto ne venne decisa l'occupazione. Il 3 maggio 1942, due compagnie di truppe speciali della marina imperiale nipponica occuparono Tulagi e la vicina isola di Gavutu, praticamente senza incontrare opposizione. Il giorno dopo, aerei decollati dalle portaerei americane USS Yorktown e USS Enterprise attaccarono le unità navali nipponiche che stazionavano al largo dell'isola, affondando il cacciatorpediniere Kikutsuki e danneggiando altre navi[1]. A parte questa incursione, l'occupazione giapponese di Tulagi venne praticamente ignorata dalle forze Alleate; sulle isole occupate, i giapponesi costruirono una base di rifornimento per navi ed una stazione per idrovolanti.

L'occupazione dell'isola di Tulagi venne presa in considerazione dagli strateghi Alleati nell'ambito del piano per la conquista dell'isola di Guadalcanal: l'occupazione delle isole di Tulagi, Gavutu e Tanambogo avrebbe fornito protezione sul fianco alla forza principale incaricata di conquistare l'aeroporto che i giapponesi stavano costruendo sulla vicina isola di Guadalcanal.

La battaglia[modifica | modifica sorgente]

Gli sbarchi delle unità americane a Tulagi, Gavutu e Florida, 7 agosto 1942.

Nella mattina del 7 agosto il maltempo permise alle forza Alleate di giungere nei pressi di Guadalcanal senza essere rilevate dai giapponesi[2]. Le barche vennero suddivise in due gruppi, uno con il compito di assaltare Guadalcanal e l'altro l'isola di Tulagi, di Florida e le isole vicine[3]. Le navi alleate bombardarono le spiagge, mentre la portaerei colpì le posizioni giapponesi sulle isole e distrusse 15 idrovolanti giapponesi nella base di Tulagi[4].

Per coprire lo sbarco sull'isola, truppe americane vennero sbarcate in due posizioni chiave della vicina isola Florida, il villaggio di Haleta e la penisola di Halavo: l'operazione venne portata a termine dal 1º Battaglione del 2º Reggimento Marines, senza incontrare resistenza. Tulagi e le vicine isole Gavutu e Tanambogo vennero assaltate da 3 000 marines[5]. Gli sbarchi su Tulagi iniziarono alle 8:00; le truppe del 1º Battaglione Raiders e del 2º Battaglione del 5º Reggimento Marines presero terra su una spiaggia della costa occidentale dell'isola (Beach Blue) incontrando scarsa resistenza. Una volta a terra le unità si divisero, con i Raiders diretti verso sud-est e il 2º Marines verso nord-ovest; la resistenza più dura venne incontrata dai Raiders, che al tramonto si trincerarono consolidando le posizioni conquistate. Quella notte, i giapponesi[6] lanciarono quattro violenti attacchi contro le posizioni dei Raiders, ma vennero tutti respinti. Il giorno dopo gli americani ripresero l'avanzata, incontrando una dura resistenza nella punta meridionale dell'isola, dove i giapponesi si erano trincerati in una profonda spaccatura artificiale; dopo aver ricevuto rinforzi, i Raiders eliminarono questa sacca di resistenza attaccandola da tre lati. Anche se gruppi isolati di giapponesi continuarono a battersi per qualche altro giorno, l'isola di Tulagi venne dichiarata sicura la sera dell'8 agosto 1942[7].

I due isolotti di Gavutu e Tanambogo, uniti da una strada rialzata, erano l'obbiettivo di due compagnie del 1º Battaglione paracadutisti dei Marines (trasportati via mare), con una terza compagnia in riserva. L'attacco iniziò alle 12:00 del 7 agosto; il fuoco dell'artiglieria navale americana distrusse la zona da sbarco prevista (un molo di cemento per idrovoloanti sulla costa nord-orientale di Gavutu), così i mezzi da sbarco si diressero più a nord, finendo sotto il fuoco proveniente dalle postazioni giapponesi su Tanambogo. Nonostante le pesanti perdite, i paracadutisti presero terra e stabilirono una testa di ponte sulla costa nord, conquistando anche la collina dominante dell'isola; poiché il fuoco proveniente da Tanambogo continuava, vennero chiesti rinforzi per conquistare l'isolotto. Una compagnia del 1º Battaglione 2º Reggimento Marines venne distaccata per l'operazione; poiché si credeva che la resistenza giapponese fosse debole, venne previsto uno sbarco notturno quella sera stessa. Mentre i mezzi da sbarco si avvicinavano all'isolotto, un colpo d'artiglieria americano colpì un deposito di carburante giapponese, provocando un incendio; alla luce delle fiamme, i giapponesi aprirono un pesante fuoco sui marines appena sbarcati, obbligandoli a ritirasi su Gavutu. Per tutta la notte i giapponesi tentarono dei contrattacchi sulla testa di ponte americana, tutti respinti. La mattina dopo il 3º Battaglione 2º Reggimento Marines, con l'appoggio dei carri armati, degli attacchi aerei e del fuoco navale, prese terra a Tanambogo alle 16:20; la battaglia per il possesso dell'isola continuò per tutta la notte, ma nel pomeriggio del 9 agosto l'isola venne dichiarata sicura. Le residue forze giapponesi su Gavutu vennero eliminate poco dopo[8].

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Con qualche difficoltà, le truppe statunitensi misero in sicurezza tutte le tre isole; Tulagi l'8 agosto e Gavutu e Tanambogo il 9 agosto[9]. I difensori giapponesi vennero uccisi quasi fino all'ultimo uomo, mentre i marines subirono 122 perdite[10]. Tulagi era destinata a diventare nei mesi successivi un ancoraggio per molte delle navi alleate danneggiate durante i combattimenti che seguirono.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Questa azione farà da prologo alla successiva Battaglia del Mar dei Coralli
  2. ^ McGee, p. 21.
  3. ^ Frank, p. 60; Jersey, p. 95. Le forze da sbarco, con il nome di Task Force 62, includevano sei incrociatori pesanti, due incrociatori leggeri, 15 cacciatorpediniere, 13 trasporti, 6 navi cargo, quattro cacciatorpediniere da trasporto e cinque cacciamine.
  4. ^ Hammel, pp. 46–47; Lundstrom, p. 38.
  5. ^ Frank, p. 51.
  6. ^ Frank, p. 50. Il personale includeva specialisti di costruzioni di origine coreana e giapponese, oltre a truppe addestrate.
  7. ^ Mueller, op. cit., pag. 27
  8. ^ Mueller, op. cit., pag. 29
  9. ^ Shaw, p. 8–9; McGee, pp. 32–34.
  10. ^ Frank, p. 79. Circa 80 giapponesi fuggirono verso l'isola Florida, dove vennero trovati ed uccisi da pattuglie di marines nei due mesi successivi.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Libri[modifica | modifica sorgente]

  • Autori vari - direzione di Claude Bertin, La seconda guerra mondiale - la lotta per il Pacifico - vol. 3, Guadalcanal, Ginevra, Edizioni Ferni, 1972.
  • (EN) Eric M. Bergerud, Touched with Fire: The Land War in the South Pacific, Penguin, 1997. ISBN 0-14-024696-7.
  • James F. Christ, Battalion of the Damned: The 1st Marine Paratroopers at Gavutu and Bloody Ridge, 1942, Naval Institute Press, 2007. ISBN 1-59114-114-1.
  • Richard Frank, Guadalcanal: The Definitive Account of the Landmark Battle, New York, Random House, 1990. ISBN 0-394-58875-4.
  • Samuel B. Griffith, The Battle for Guadalcanal, Champaign, Illinois, USA, University of Illinois Press, 1963. ISBN 0-252-06891-2.
  • Richard G. Hubler, Dechant, John A, Flying Leathernecks - The Complete Record of Marine Corps Aviation in Action 1941–1944., Garden City, New York, Doubleday, Doran & Co., Inc, 1944.
  • Stanley Coleman Jersey, Hell's Islands: The Untold Story of Guadalcanal, College Station, Texas, Texas A&M University Press, 2008. ISBN 1-58544-616-5.
  • Samuel Eliot Morison, The Struggle for Guadalcanal, August 1942 – February 1943, vol. 5 of History of United States Naval Operations in World War II, Boston, Little, Brown and Company, 1958. ISBN 0-316-58305-7.
  • Oscar F. Peatross, John P. McCarthy and John Clayborne (editors), Bless 'em All: The Raider Marines of World War II, Review, 1995. ISBN 0-9652325-0-6.
  • Joseph N. Mueller, Dalla sconfitta alla vittoria, Osprey Publishing, 2009. ISSN 1974-9414.

Pubblicazioni e articoli di rilevanza[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]