Battaglia di Mu'ta

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Battaglia di Muʾta
parte delle prime battaglie islamiche
Data 5 Jumādà II 8 E./ 31 agosto 629
Luogo Muʾta, Siria
Causa Volontà islamica d'imporre la propria sovranità ai gruppi arabofoni siriani
Esito Vittoria degli Arabi cristiani
Modifiche territoriali Nessuna
Schieramenti
Musulmani - Muhājirūn e Anṣār di Medina Arabi cristiani - Bakr, Lakhm, al-Qayn, Bahrāʾ Judhām e Wāʾil - alleati dei Ghassanidi
Comandanti
Zayd b. Ḥāritha
Jaʿfar b. Abī Ṭālib
ʿAbd Allāh b. Rawāḥa
Mālik b. Zāfila al-Balawī (ossia dei Bali di Siria) al-Irāshī
Effettivi
3.000 uomini 100.000 - 200.000 uomini
Perdite
Imprecisate ma elevate Imprecisate ma infime
Seconda sconfitta musulmana della storia
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La battaglia di Muʾta (in arabo: غزوة مؤتة, Ghazwat Muʾta) fu un fatto d'armi che contrappose il 31 agosto del 629, nei pressi del villaggio di Muʿta, nella Balqāʾ, la neonata Umma islamica agli alleati arabo-cristiani dei Ghassanidi in Siria.

L'episodio costituì il più autorevole referente per la successiva campagna di conquista della Siria, avviata dal primo Califfo Abū Bakr e portata a compimento dal suo successore ʿUmar b. al-Khaṭṭāb, dal momento che in quell'azione militare si volle leggere la volontà di Maometto di avviare la conquista del mondo per diffondervi la fede nell'Islam.

Intento della battaglia[modifica | modifica sorgente]

Malgrado la tradizione islamica parli di volontà di vendicarsi dell'uccisione di un messaggero del Profeta inviato a Bosra (una delle corti dei Ghassanidi), l'azione mirava con ogni probabilità a conseguire un obiettivo importante, anche se limitato rispetto alla conquista dell'intero Bilād al-Shām (la Siria). Essa cioè avrebbe teso a portare all'obbedienza di Medina alcuni gruppi tribali arabi (come i Bali) che erravano liberamente tra Siria e Penisola araba. Il fine nel quale l'azione s'iscriveva era quindi quello di estendere il controllo della Umma a tutto l'elemento arabofono della Penisola araba,[1] di cui la regione siriana costituisce in qualche modo la propaggine più settentrionale.

Svolgimento dello scontro[modifica | modifica sorgente]

Malgrado le cifre fornite dalla tradizione arabo-islamica parlino in modo assolutamente non realistico di 100.000 uomini - che non avrebbero potuto neppure essere approvvigionati, specialmente nell'austero clima economico generato dalla pluridecennale guerra che aveva contrapposto Bizantini (e loro alleati arabi) ai persiani Sasanidi (e loro alleati arabi -, elevati addirittura a 200.000 dal fantasioso resoconto biografico del profeta riveduto più o meno assennatamente da Ibn Hishām, dello scontro non si sa quasi nulla, salvo che avvenne nelle vicinanze del villaggio di Muʾta e che l'esito fu assolutamente catastrofico per i musulmani. L'uno dopo l'altro morirono infatti i tre comandanti musulmani (Zayd b. Ḥāritha, Jaʿfar b. Abī Ṭālib e ʿAbd Allāh b. Rawāḥa), senza che le forze contrapposte potessero patire grandi perdite.

La caduta del cugino del Profeta, Jaʿfar b. Abī Ṭālib (cui Maometto era assai affezionato e che gli somigliava in maniera accentuata), provocò l'intenso dolore del Profeta, consolato solo dal resoconto di chi disse di aver visto il suo cadavere sollevato da due angeli e portato direttamente in Cielo, in quanto martire ( shahīd ) caduto nel jihād. Grazie a questa pia tradizione Jaʿfar fu soprannominato da quel momento "Jaʿfar al-ṭayyār, "Jaʿfar che vola".

Sviluppi dello scontro[modifica | modifica sorgente]

A salvare il salvabile e riportare in patria i sopravvissuti, ormai completamente allo sbando, fu Khālid b. al-Walīd che, grazie a quella sua impresa tutt'altro che facile, in un territorio nemico reso ancora più ostile dalla sconfitta subita dai musulmani, si guadagnò il soprannome col quale è tuttora ricordate: Sayf al-Islām, "Spada dell'Islam".

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ C. Lo Jacono, Storia del mondo islamico. (VII-XVI secolo). 1. Il Vicino Oriente, Torino, Einaudi, 2003, pp. 33-34.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]