Battaglia di Mai Ceu

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Battaglia di Mai Ceu
parte della guerra d'Etiopia
Data 31 marzo 1936
Luogo Mai Ceu, Tigré, Etiopia
Esito Vittoria italiana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
40.000 uomini
(con altri 40.000 di riserva)
31.000 uomini
(tra cui sei battaglioni della Guardia Imperiale)
Perdite
400 italiani morti e feriti
873 Àscari tra morti e feriti
1.000 - 8.000 tra morti e feriti
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La battaglia di Mai Ceu fu l'ultima grande battaglia della guerra d'Etiopia. Fu caratterizzata dal fallito contrattacco delle forze dell'esercito regolare etiopico che, al comando diretto dell'imperatore Hailé Selassié, si scontrarono frontalmente con gli italiani al comando del maresciallo Pietro Badoglio, schierati in posizioni difensive appositamente predisposte.

La battaglia venne combattuta presso Mai Ceu, nell'attuale regione del Tigrai. La controffensiva etiopica venne contrastata anche con l'impiego di gas asfissianti, lanciati da aerei italiani davanti alle posizioni il giorno precedente la battaglia. Dopo molte ore di attacchi da parte delle forze etiopiche, compresi i soldati della Guardia imperiale, i Kebur Zabagnà, che misero in alcuni punti in grave difficoltà le truppe italiane ed eritree, l'offensiva fu respinta con pesanti perdite. Dopo la battaglia l'esercito etiopico si disgregò durante la ritirata e venne decimato dall'aviazione italiana nella successiva battaglia del lago Ascianghi.

Antefatto[modifica | modifica wikitesto]

Il 3 ottobre 1935, il generale Emilio De Bono era avanzato in Etiopia dall'Eritrea senza che fosse stata firmata alcuna dichiarazione di guerra, alla guida di circa 100.000 soldati italiani e 25.000 ascari eritrei verso la capitale etiope di Addis Abeba. Nel dicembre di quello stesso anno, dopo un breve periodo di inattività, De Bono venne rimpiazzato da Badoglio.

Al comando di Badoglio si riprese l'avanzata verso Addis Abeba il quale sconfisse gli impreparati etiopi in tre scontri: la battaglia di Amba Aradam, la seconda battaglia del Tembien e la battaglia dello Scirè.

Quoram e Mai Ceu[modifica | modifica wikitesto]

Il 1º marzo 1936, il negus Hailé Selassié giunse a piedi dal suo quartier generale di Quoram, nel luogo ove quarant'anni prima in quello stesso giorno e in quello stesso luogo gli etiopi avevano condotto la decisiva vittoria di Adua. Il 19 marzo, i ras Cassa Darghiè e Sejum Mangascià partirono da Quoram per incontrarsi con l'imperatore. Inoltre, ras Ghetacciù Abaté giunse dalla provincia di Caffa.[1] Il negus divise la sua armata in quattro gruppi stabilendo che un gruppo sarebbe stato da lui direttamente guidato mentre gli altri tre sarebbero stati affidati agli altri ras.[2]

A differenza delle altre forze etiopi, le armate personali di Hailé Selasié erano estremamente meglio armate. Egli disponeva di un reggimento di artiglieria composto da 20 cannoni 75mm ed alcuni da 81mm. Ad ogni modo, comparando queste risorse con quelle disponibili a Badoglio, gli etiopi si trovavano in netta minoranza.[3] Per combattere le forze italiane, l'imperatore raccolse del denaro (il corrispettivo di 10-15 dollari) e li distribuì con altri doni alla popolazione degli Azebo Galla in cambio della loro alleanza.[4]

Badoglio disponeva dal canto suo di quattro divisioni del I Corpo d'armata e di due divisioni del Corpo d'Armata Eritreo a Mai Ceu.[3] Prima della battaglia il maresciallo decise di spiegare ai suoi uomini la situazione: "Il negus ha tre scelte: attaccare ed essere sconfitto, attendere il nostro attacco e la nostra successiva vittoria oppure ritirarsi, il che è oltremodo disastroso per un'armata che fatica a rifornire i propri uomini di cibo e munizioni."[5] Badoglio, inoltre, sviluppò un sistema di racolta informazioni sul campo in grado di intercettare gran parte delle comunicazioni radio degli etiopi.

Il 21 marzo venne scoperto un messaggio radio inviato da Hailé Selassié a sua moglie, l'imperatrice Menen Asfaù:

"Dal momento che confidiamo nel nostro Creatore e speriamo nel Suo aiuto abbiamo deciso di avanzare e di entrare nelle fortificazioni dei nemici se Dio vorrà, confido questa decisione in segreto agli Abuna, ai ministri ed ai dignitari e chiedo a voi di fare un'offerta a Dio e di destinarci copiose preghiere."

Quando Badoglio sentì questo messaggio che indicava la volontà di Hailé Selassié di avanzare, egli annullò tutti gli ordini per l'avanzata d'attacco ma preferì invece organizzare delle posizioni difensive così da stancare meno i propri uomini e da garantirsi l'attacco degli etiopi in un terreno amico.[6]

Il 23 marzo, osservando la verde vallata che lo divideva dalle posizioni degli italiani a Mai Ceu, il negus contemplò la sua decisione di attaccare per primo. La sua armata era l'ultima rimasta completamente intatta dopo gli scontri precedenti. Egli si risolse ad attaccare personalmente coi suoi uomini in ossequio alla tradizione che già avevano abbracciato i suoi predecessori. Sei battaglioni della Guardia Imperiale (Kebur Zabangna) presero parte delle sue forze che constavano di un totale di 31.000 uomini.[3][7]

Se Hailé Selassié avesse attaccato il 24 marzo come originariamente aveva pianificato, le cose sarebbero andate diversamente in quanto alcune parti dell'esercito italiano non erano ancora giunte a posizione in quanto dovevano ancora ritornare dall'Amba Aradam dove si era combattuta una battaglia importante. Gli etiopi però ritardarono a causa del consiglio di guerra che l'imperatore tenne sul campo, oltre ad alcuni banchetti e preghiere che diedero agli italiani il tempo di organizzarsi e rafforzare le proprie difese.[3]

Lo svolgimento[modifica | modifica wikitesto]

Il 31 marzo 1936 venne lanciato un attacco frontale che diede inizio ufficialmente alla battaglia di Mai Ceu. L'attacco incomincio alle 5.45 di mattina e continuò per le successive tredici ore senza interrompersi.[3]

Gli italiani erano rimasti in posizione sulla linea del fronte tutta la notte in quanto erano stati allertati già da alcuni disertori etiopi. Gli alpini della 5ª Divisione alpina "Pusteria" avevano scavato delle trincee presso il monte Amba Bokora per difendere il I Corpo d'armata. Il resto del I Corpo si trovava in riserva, la 26ª Divisione fanteria "Assietta", la 30ª Divisione fanteria "Sabauda" e la 4ª Divisione CC.NN. "3 gennaio". La 1ª Divisione eritrea e la 2ª Divisione eritrea del Corpo eritreo italiano si trovavano presso il passo di Mekan, .[3] La 1ª Divisione CC.NN. "23 marzo" si trovava in riserva del Corpo eritreo.

Gli etiopi avanzarono in tre colonne da 3.000 uomini ciascuna. Nel primo attacco, gli etiopi si lanciarono con ferocia contro gli italiani che però ebbero la meglio grazie a numerosi colpi di mortaio.[3]

Verso il fianco sinistro[modifica | modifica wikitesto]

Gli etiopi focalizzarono il centro dell'attacco su 15.000 uomini al comando di ras Cassa[8] che avanzarono verso il passo di Mekan sul fianco sinistro italiano. Hailé Selassié pensava in questo modo che, scontrandosi con altri eritrei, avrebbe avuto meno resistenza.[9] Dalle 7.00 alle 8.00, gli etiopi continuarono a combattere e, malgrado le pesanti perdite, sembravano proseguire nell'avanzata. Alle 8.00 in punto Badoglio fece intervenire i bombardieri della Regia Aeronautica e gli etiopi di quell'area vennero colpiti con gas velenoso quando erano in fuga.[3]

La Guardia Imperiale in campo[modifica | modifica wikitesto]

Hailé Selassié ora decise di giocare la sua carta di riserva, ovvero la Guardia Imperiale posta al comando del cagnasmac Mukria Bantirgu[10], che venne inviata nuovamente contro gli eritrei.[8] L'allenamento continuo e la disciplina di queste forze d'élite era subito evidente nel loro modo di avanzare e di comportarsi in campo aperto. Per tre ore essi si batterono contro il fianco sinistro italiano. Il 10º battaglione della 2ª Divisione eritrea italiana venne virtualmente annientato. Alla fine, il comando italiano, decise di prendere in mano la situazione inviando dei mitraglieri con fuoco concentrato a porre fine allo scontro[3]

L'ultimo attacco[modifica | modifica wikitesto]

Dalle 16.00, era evidente che la Guardia Imperiale non sarebbe stata in grado di raggiungere il proprio obbiettivo e Hailé Selassié si risolse dunque a giocare l'ultima carta. Egli ordinò di attaccare l'intero fronte. Quest'ultima disperata azione avvenne nuovamente con la ripartizione in tre colonne pur sapendo che probabilmente sarebbe andata a vuoto. Gli etiopi ebbero l'ordine di attaccare dovunque e chiunque si opponesse a loro.[3]

Hailé Selassié dovette presto dare l'ordine della ritirata ed il ras Ghetacciù Abaté divenne comandante della retroguardia. Purtroppo però gli etiopi avevano perso al fronte anche molti comandanti e come tale gli uomini si sentivano abbandonati e gli ordini faticavano ad arrivare ai diversi battaglioni. Come tali molti uomini furono abbandonati a sé stessi e vennero finiti dai bombardamenti italiani.[11]

Le conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Alla sera del 31 marzo, Hailé Selassié inviò un altro messaggio alla moglie:

"Dalle cinque di questa mattina sino alle sette della sera le nostre truppe sono state attaccate dalle preponderanti forze nemiche senza pausa. Abbiamo preso anche parte ad alcune azioni e per grazia di Dio siamo rimasti illesi. Molti dei Nostri comandanti e soldati sono morti o feriti. Anche se le nostre perdite sono state pesanti, anche i nemici ne hanno subite molte. La Guardia ha combattuto magnificamente. Le truppe di Amhara hanno fatto del loro meglio. Le Nostre truppe, anche se pensiamo che non siano adatte a combattere contro gli europei, sono state in grado di contrapporsi agli italiani tutto il giorno."[11]

Molti comandanti etiopi progettarono altrove il loro futuro, verso le terre d'origine. Il comandante Uonduossen Cassa, uno dei figli del ras Cassa, si spostò a Lasta, a sud di Uàg, nelle terre di suo nonno. Un altro figlio, Aberrà Cassa, si spostò nel suo feudo di Salale a nord dello Scioa. Il ras Sejum tornò nella provincia del Tigrai per ingaggiare una breve guerriglia. Il ras Cassa e l'asmach Getachew, con le loro forze rimanenti e parti della Guardia Imperiale, accompagnarono Hailé Selassié nella sua via di ritorno a casa.[12]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Mockler. p. 113
  2. ^ Hailé Selassié I, Volume I, p. 277
  3. ^ a b c d e f g h i j Barker, pag. 97.
  4. ^ Mockler, p. 116
  5. ^ TIME, 13 April 1936
  6. ^ Mockler, p. 114
  7. ^ Marcus, 145-6.
  8. ^ a b Mockler, p. 117
  9. ^ Barker, p. 97
  10. ^ A.Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. II, p. 622.
  11. ^ a b Barker 1971, 98.
  12. ^ Mockler, pp. 121-122

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Barker, A.J. (1971). Rape of Ethiopia, 1936. New York: Ballantine Books. pp. 160 pages. ISBN 978-0345024626.
  • Barker, A.J. (1968). The Civilizing Mission: A History of the Italo-Ethiopian War of 1935-1936. New York: Dial Press. pp. 383 pages.
  • Laffin, John (1995). Brassey's Dictionary of Battles. New York: Barnes & Noble Books. pp. 501 pages. ISBN 0-7607-0767-7.
  • Nicolle, David (1997). The Italian Invasion of Abyssinia 1935-1936. Westminster, MD: Osprey. pp. 48 pages. ISBN 978-1-85532-692-7.
  • Haile Selassie I, Translated and Annotated by Edward Ullendorff (1999). My Life and Ethiopia's Progress: The Autobiography of Emperor Haile Selassie I, King of Kings and Lord of Lords, Volume I: 1892-1937. Chicago: Research Associates School Times Publications. pp. 338. ISBN 0-94839-040-9.
  • Haile Selassie I, Edited by Harold Marcus with others and Translated by Ezekiel Gebions with others (1999). My Life and Ethiopia's Progress: The Autobiography of Emperor Haile Selassie I, King of Kings and Lord of Lords, Volume II. Chicago: Research Associates School Times Publications. pp. 190. ISBN 0-94839-040-9.
  • Laffin, John (1995). Brassey's Dictionary of Battles. New York: Barnes & Noble Books. ISBN 0760707677.
  • Marcus, Harold G. (February 2002). A History of Ethiopia. University of California Press. pp. 142–6. ISBN 9780520224797. http://books.google.com/books?id=hCpttQcKW7YC&pg=PA145&vq=Maychew.
  • Mockler, Anthony (2003). Haile Sellassie's War. New York: Olive Branch Press. ISBN 9781566564731.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]