Battaglia di Castelfidardo

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Battaglia di Castelfidardo
Giovanni Gallucci - La battaglia di Castelfidardopalazzo comunale di Castelfidardo
Giovanni Gallucci - La battaglia di Castelfidardo
palazzo comunale di Castelfidardo
Data 18 settembre 1860
Luogo Castelfidardo (AN)
Esito Vittoria delle truppe sabaude
Modifiche territoriali L'Umbria e le Marche entrano nel Regno di Sardegna
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
10.000 39.000
Perdite
88 morti
400 feriti
600 prigionieri
Morti: 55 uomini di truppa e 6 ufficiali
feriti: 173 uomini di truppa e 11 ufficiali
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Nella battaglia di Castelfidardo, il 18 settembre 1860, si scontrarono gli eserciti del Regno di Sardegna e quello dello Stato Pontificio. La battaglia si concluse con la vittoria dei piemontesi; le truppe papaline superstiti si asserragliarono nella piazzaforte di Ancona e furono definitivamente sconfitte dall'esercito sardo dopo un difficile assedio. Conseguenza diretta della vittoria piemontese fu l'annessione al Regno di Sardegna delle Marche e dell'Umbria.

La battaglia di Castelfidardo è considerata spesso come l'episodio conclusivo del Risorgimento italiano; in effetti solo dopo essa fu possibile proclamare la nascita del Regno d'Italia, il 17 marzo 1861[1].

Indice

Storia [modifica]

Le cause dello scontro [modifica]

Il Regno di Sardegna, con la Seconda Guerra d'Indipendenza, aveva annesso la Lombardia. Nei mesi successivi, in seguito a plebisciti, anche l'Emilia-Romagna e la Toscana erano entrate a far parte dei domini di Vittorio Emanuele II. Dopo pochi mesi, Garibaldi, con la spedizione dei Mille, aveva conquistato tutto il meridione d'Italia; le regioni meridionali erano però separate da quelle settentrionali dalla presenza dello Stato Pontificio. Vittorio Emanuele II decise allora di intervenire con il proprio esercito per annettere Marche ed Umbria, ancora nelle mani del papa. La conquista delle due regioni centrali aveva dunque lo scopo di unire il nord e il sud d'Italia. Non si poteva certo ancora pensare ad un annullamento totale dello stato del papa, al quale, secondo i piani del re, sarebbe stato lasciato il Lazio.

Due eserciti in marcia forzata [modifica]

I due eserciti che presero parte alla battaglia si radunarono l'uno in Romagna (quello sardo), l'altro nel Lazio e nell'Umbria (quello pontificio), ma avevano lo stesso obiettivo: giungere nella piazzaforte di Ancona. I pontifici volevano asserragliarsi nella città adriatica perché là avrebbero potuto resistere per mesi attendendo rinforzi da parte delle potenze cattoliche europee; i piemontesi volevano impedire proprio questo. Cominciarono così due marce forzate: ciascun esercito si concedeva poche ore di riposo notturno per arrivare prima dell'altro.

L'Esercito Pontificio - costituito da volontari e mercenari provenienti da tutta Europa era comandato dal generale francese Cristoforo De Lamoricière, al momento dell'invasione dei piemontesi aveva così distribuito l'esercito sul territorio che doveva difendere: 1^ brigata generale Schmidt con quartiere generale a Foligno, 2^ brigata generale marchese de Pimodan con quartiere generale a Terni, 3^ brigata generale De Courten con quartiere generale a Macerata; una brigata di riserva agli ordini del colonnello Cropt con quartiere generale a Spoleto: 10 mila uomini con 30 pezzi d'artiglieria. A questi vanno aggiunti gli effettivi della piazza di Ancona, circa altri 10.000 uomini. Le truppe di De Pimodan dal Lazio mossero verso Narni e proseguirono per Spoleto, Tolentino e Macerata cercando di raggiungere più celermente possibile la piazzaforte di Ancona.

Il Regio esercito - armata delle Marche e dell'Umbria guidata dal generale Manfredo Fanti era costituito da uomini ben addestrati e spinti da fervido patriottismo : due corpi d'armata, il 4° (divisione quarta, settima e tredicesima) al comando del generale Enrico Cialdini, ed il 5° (divisione prima e divisione di riserva) guidato dal generale Morozzo Della Rocca. In totale 39 mila uomini, 2500 cavalli e 77 pezzi d'artiglieria. Le truppe dalla Romagna si divisero in due tronconi. Uno marciò lungo la costa e a Pesaro[2] incontrò una forte resistenza pontificia per opera del tenente colonnello Giovanni Battista Zappi[3][4][5][6][7][8][9][10], l'altro avanzò pure verso sud, ma passando a ridosso degli Appennini attraverso Urbino. I due tronconi si riunirono a Jesi, attraversarono Osimo e quindi si diressero verso Ancona.

La battaglia [modifica]

L'ossario eretto nel luogo degli scontri più cruenti

Prima di giungere ad Ancona, i piemontesi fecero un'ultima tappa a Castelfidardo, dove installarono il loro campo nella frazione delle Crocette, a 25 chilometri dalla loro meta finale. Alcuni soldati in ricognizione scoprirono però al di là del fiume Musone le truppe pontificie, anch'esse accampate nella zona in attesa di trasferirsi nel capoluogo marchigiano. Iniziarono le prime schermaglie e il Generale Lamoricière, consapevole del fatto che il suo esercito era inferiore per effettivi e per armamenti, capì che non vi erano molte speranze di vittoria. Sfruttando il fatto che il grosso dell'esercito piemontese era ancora all'oscuro della presenza nei pressi dei soldati pontifici, decise subito di dividere le sue truppe in tre gruppi.

Il primo gruppo, comandato da de Pimodan, doveva impegnare le truppe piemontesi in modo da consentire agli altri due, capitanati da Lamoricière, di proseguire verso Ancona, dove le forze pontificie si sarebbero potute asserragliare in attesa di rinforzi da parte degli stati europei amici. Gli uomini al comando di Georges de Pimodan dovevano quindi sacrificarsi tra Castelfidardo e Loreto, sulle pendici del colle del Montoro e nella vallata del Musone, per salvare le truppe di Lamoricière.

Tutto andò secondo i piani: mentre Lamoricière, non visto dai piemontesi, con le sue truppe era già arrivato a Numana, sulla strada di Ancona, nel frattempo gli uomini di Georges de Pimodan, al grido di "Viva il Papa!" stavano impegnando seriamente gli ignari piemontesi, guadagnando terreno palmo a palmo, casa colonica per casa colonica. Il grosso dell'esercito sabaudo era ancora accampato alle Crocette. Quando Cialdini venne a conoscenza della presenza dei pontifici, inviò tutte le sue truppe, che al grido di "Viva il Re!" rovesciarono la situazione di iniziale vantaggio pontificio. Una alla volta, tutte le case coloniche già conquistate da Georges de Pimodan cadevano nelle mani dei piemontesi.

Le sorti dello scontro subirono un rovesciamento a causa di una decisione davvero inaspettata di Lamoricière. Egli, resosi conto che le truppe lasciate a combattere stavano per subire una disfatta totale, decise di tornare a sostenere Georges de Pimodan che, già ferito più volte, stava battendosi valorosamente nonostante la situazione disperata. Questa fu una decisione sorprendente: sarebbero bastate poche ore di marcia e sarebbe stato possibile rinchiudersi dentro la piazzaforte di Ancona, ma più che alla strategia Lamoricière pensò alla lealtà di de Pimodan e al fatto che non se la sentiva di sacrificarlo[11]. Così Lamoricière tornò sul campo di battaglia; de Pimodan però era stato già ferito a morte e spirava nell'ospedale da campo piemontese. Secondo alcune fonti sarebbe stato Cialdini in persona ad assisterlo negli ultimi istanti e a raccoglierne le volontà[12]. Secondo altre fonti Lamoricière riuscì a dare l'estremo saluto a de Pimodan, che gli disse: "Generale! Combattono da eroi, l'onore della Chiesa è salvo!"[13]

Dopo alcune ore di battaglia, le truppe del generale Cialdini sconfissero disastrosamente l'avversario; i reduci, tra cui lo stesso Lamoricière, frettolosamente e disorganizzatamente ripiegarono verso Ancona passando, per non correre il rischio di essere catturati, per gli impervi sentieri del promontorio del Conero.

Epilogo: la presa di Ancona [modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Unità d'Italia.

Lamoricière e i soldati pontifici superstiti arrivarono quindi ad Ancona, dove si asserragliarono insieme alla guarnigione austriaca già presente in città come forza di occupazione per volontà del papa sin dal 1849. Cominciò presto l'assedio disperato: la città fu circondata dal lato di terra dai generali Manfredo Fanti ed Enrico Cialdini, mentre davanti all'imboccatura del porto c'era la flotta condotta dall'ammiraglio Persano.

Ora si giocava il tutto per tutto: in gioco c'erano ideali opposti ed inconciliabili. I volontari papalini (francesi, irlandesi, slovacchi, polacchi...) lottavano per sostenere il dominio temporale del papa, ritenuto da essi necessario corollario del potere spirituale; gli Austriaci combattevano per impedire all'Italia di esistere come nazione, cosa che avrebbe comportato il rischio della disgregazione dell'Impero Austriaco; gli Italiani dovevano riunificare le terre liberate da Garibaldi con quelle annesse in seguito alla Seconda Guerra d'Indipendenza, altrimenti avrebbero avuto una nazione spezzata a metà.

Ancona dopo un'accanita resistenza austriaca e pontificia, il 28 settembre 1860 fu presa dal mare con un'ardita manovra navale che portò all'esplosione della batteria della Lanterna che difendeva il porto e alla quale era agganciata la catena che ne chiudeva l'imboccatura. Solo il giorno dopo, però, 29 settembre, alle ore 14, a Villa Favorita sede del comando italiano, i pontifici firmarono la resa. Dopo tre giorni, il 3 ottobre alle 5 del pomeriggio, sbarcò nel porto di Ancona il re Vittorio Emanuele II accolto da una città in festa, ornata di centinaia di bandiere tricolore. La folla accorsa nelle strade percepiva la storicità del momento, che fu decisivo per la costruzione dell'unità d'Italia[14]. In città il re accolse le deputazioni delle varie province delle Marche e dell’Umbria che chiedevano l'annessione; rimase in Ancona sette giorni, per poi rimettersi in cammino verso Teano, dove Garibaldi avrebbe lasciato nelle sue mani tutto il Meridione appena liberato.

Con la vittoria di Castelfidardo e con la successiva presa di Ancona, il regno di Vittorio Emanuele II poté includere le Marche e l'Umbria: il 4-5 novembre dello stesso anno un plebiscito segnava, in modo pressoché unanime[15] la volontà dei marchigiani e degli umbri di entrare nel Regno, sancita con Regio Decreto del 17 dicembre.

L'annessione di queste regioni fu fondamentale per permettere di unire in una sola entità territoriale le terre prese da Garibaldi e quelle annesse in seguito alla Seconda guerra d'indipendenza. La Battaglia di Castelfidardo permise quindi che, di lì a poco, venisse proclamata solennemente la nascita del Regno d'Italia: il 17 marzo 1861.

Monumenti commemorativi [modifica]

Il monumento nazionale delle Marche

Nel 1910, in occasione del cinquantenario della battaglia, si decise di erigere a Castelfidardo un monumento nazionale per eternare il ricordo dell'evento. L'opera fu commissionata allo scultore Vito Pardo e ricorda i caduti di entrambi gli schieramenti. L'inaugurazione avvenne il 18 settembre 1912 alla presenza del Re Vittorio Emanuele III; oratore ufficiale fu Arturo Vecchini. Il monumento, sulla cima di una collina, è immerso in un rigoglioso parco di alberi sempreverdi ed è circondato da una cancellata artistica.

Nei pressi della Selva di Castelfidardo, uno dei luoghi della battaglia, si può visitare l'ossario ove riposano i soldati caduti di entrambi gli schieramenti. Fu costruito a partire dal 1861, per raccogliere degnamente le spoglie precedentemente sepolte nella nuda terra e disperse in tutto il teatro degli scontri. I soldati del re e quelli del papa sono in avelli separati, in base alla posizione occupata durante il combattimento: verso il mare i pontifici e verso la collina di Montoro i piemontesi.

Nei dintorni dell'ossario sono presenti targhe di pietra che ricordano, nei luoghi in cui sono realmente avvenuti, i più salienti episodi del combattimento; ciò rende possibile ricostruire sul campo le varie fasi della battaglia e gli spostamenti delle truppe pontificie e piemontesi e permette inoltre di identificare le case coloniche nei pressi delle quali tanto si combatté.

A Castelfidardo è presente anche un Museo del Risorgimento, che raccoglie interessanti cimeli e documenti relativi alla battaglia.

Ordine di Battaglia [modifica]

Armata Sarda [modifica]

4ª Divisione Comandante Generale Enrico Cialdini.[16]

  • Brigata Dho di Artiglieria

con il 5º Reggimento Artiglieria Voloire

Curiosità [modifica]

Note [modifica]

  1. ^ Paolo Pierpaoli - 2500 anni: le grandi battaglie nelle Marche Fornasiero editore - Roma 2004; Autori vari - Ai vittoriosi di Castelfidardo ristampa del 2002 del numero speciale della rivista Picenum edita in occasione del cinquantenario della battaglia; Massimo Coltrinari - La giornata di Castelfidardo 18 settembre 1860 vol. III edito nel 2008 a cura della Fondazione Ferretti, Italia nostra e Lions club
  2. ^ 11 Settembre 1860 finisce il governo pontificio.
  3. ^ Per una biografia del generale Zappi, vedasi Enciclopedia Cattolica, vol. 12, p. 1779
  4. ^ Un ritratto del generale Zappi si trova presso l'archivio della biblioteca comunale di Imola, vedi Album n. 9: Raccolta fotografica imolese. Ritratti e ricordi di personaggi, p. 5.
  5. ^ [1]
  6. ^ [2]
  7. ^ [3]
  8. ^ [4]
  9. ^ [5]
  10. ^ [6]
  11. ^ Paolo Pierpaoli - 2500 anni: le grandi battaglie nelle Marche Fornasiero editore - Roma 2004; Massimo Coltrinari - La giornata di Castelfidardo 18 settembre 1860 vol. III edito nel 2008 a cura della Fondazione Ferretti, Italia nostra e Lions club
  12. ^ Josepho Paschalio Marinellio - De Pugna ad Castrumficardum
  13. ^ Antonio Bresciani - Olderico, ovvero lo zuavo pontificio - 1862 - vol II
  14. ^ Mario Natalucci - La vita millenaria di Ancona vol. III, Città di Castello, Unione arti grafiche, 1975 ; www.altezzareale.com
  15. ^ Marche: favorevoli 133 807, contrari 1 212. Umbria: favorevoli 97 040, contrari 380. Regno d'Italia - Plebisciti 1860, 1866, 1870
  16. ^ Battaglia di Castelfidardo – Rievocazione.
  17. ^ [7]
  18. ^ L’Isauro E Il Foglia

Bibliografia [modifica]

  • Autori vari Il marchese Giorgio Pimodan, generale della Santa Sede, morto nella battaglia di Castelfidardo. Roma, H. Gigli, 1860.
  • Autori vari - Ai vittoriosi di Castelfidardo ristampa del 2002 del numero speciale della rivista Picenum edita in occasione del cinquantenario della battaglia
  • Guido Bozzolini, Le forze armate sarde a Castelfidardo Italia Nostra Castelfidardo.
  • Padre Antonio Bresciani, Olderico, ovvero il zuavo pontificio Roma 1862.
  • Massimo Coltrinari, La vigilia della battaglia di Castelfidardo - 17 settembre 1860, Italia Nostra Castelfidardo, aprile 1961.
  • Massimo Coltrinari, Le manovre che determinarono la battaglia di Castelfidardo - 18 settembre 1860, Italia Nostra Castelfidardo.
  • Giuseppe Pasquale Marinelli, De pugna ad Castumficardum, poema in versi latini dell'umanista cameranese (1793-1875)
  • Lucio Martino, L'11 settembre della Chiesa. Intrighi, brogli e crimini per l'annessione di Umbria e Marche. L'assedio di Ancona e la battaglia di Castelfidardo, Eidon Edizioni.
  • Paolo Pierpaoli - 2500 anni: le grandi battaglie nelle Marche Fornasiero editore - Roma 2004.
  • Romano (pseud.); Narrazione delle battaglia di Castelfidardo e dell'assedio d'Ancona. Italia, 1862.
  • Marchese de Segur, I martiri di Castelfidardo
  • Stato maggiore del Regio Esercito, Ufficio Storico, La battaglia di Castelfidardo Roma 1903
  • Attilio Vigevano; La campagna delle Marche e dell'Umbria. Roma, Stab. poligrafico, 1923.
  • Antonello Battaglia, "Il Risorgimento sul mare. La campagna navale del 1860-1861", Nuova Cultura, Roma, 2012

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