Battaglia di Attu
| Battaglia di Attu parte del teatro del Pacifico della seconda guerra mondiale
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Truppe americane della 7ª divisione di fanteria ad Attu durante la battaglia
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| Data | 11 - 30 maggio 1943 | ||
| Luogo | Isola di Attu, Isole Aleutine, Alaska | ||
| Esito | Vittoria degli Stati Uniti | ||
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La battaglia di Attu ebbe luogo tra l'11 e il 30 maggio 1943 sull'isola di Attu in Alaska come parte della campagna delle Isole Aleutine durante la guerra nel Pacifico nella seconda guerra mondiale. Combattuta interamente tra l'Impero giapponese e gli Stati Uniti d'America, fu l'unica battaglia terrestre del fronte Pacifico ad essere combattuta in un territorio che era parte delle aree insulari degli Stati Uniti.
Indice |
Premesse e antefatti[modifica]
Le Isole Aleutine costituivano una specie di strada che metteva in comunicazione il continente nord-americano e l'estremo oriente, lungo la più breve direttrice di collegamento tra San Francisco e Tokio, e il loro valore strategico apparve evidente ad entrambi i contendenti. D'altra parte quella cintura di isole era una delle più inospitali zone del pianeta, dove le variabili e tempestose condizioni meteorologiche e la conformazione geologica avrebbero comunque rappresentato un notevole problema nel costituire basi permanenti, soprattutto aeree, sulle isole. Il Mare di Bering, dove le isole sono situate, fu addirittura definito una "fabbrica di tempeste", perché durante i mesi invernali si formano lassù una o due tempeste alla settimana, che poi viaggiano in direzione est e sud-est.
Nel maggio 1942, prima dello svolgimento della battaglia delle Midway, i comandi statunitensi considerarono Dutch Harbour e le Isole Aleutine come possibile obiettivo nemico; di conseguenza iniziarono ad organizzare un complesso di forze, comandate dal contrammiraglio T.A. Theobald, destinate al Pacifico settentrionale.
Ma anticipando gli americani, il 3 giugno 1942, iniziò l'attacco giapponese contro le isole Aleutine: nelle prime ore della giornata, da alcune portaerei leggere lanciarono contro Dutch Harbour 23 bombardieri scortati da 12 caccia[1] La formazione, a causa della nebbia e comunque troppo esigua, provocò solo danni leggeri e l'attacco fu ritentato il giorno dopo con condizioni meteo più favorevoli[2][3]. Anche il giorno seguente il risultato fu tutt'altro che decisivo e il 5 giugno le due portaerei furono richiamate a sud per partecipare all'operazione principale nelle Midway. Il 7 giugno, comunque, una piccola forza di invasione giapponese sbarcò 1800 uomini[4] su due delle tre isole che rappresentavano il loro obbiettivo, ossia Kiska e Attu, e le occuparono senza incontrare resistenza[5].
L'avvenimento, fu molto propagandato in Giappone, dove, anche per distogliere l'attenzione dal fallimento nelle isole Midway, l'azione venne presentata come un successo, nonostante in realtà la brulla natura rocciosa di queste isole tormentate dal maltempo non le rendeva adatte in ogni caso ad ospitare basi aeree o navali per un'avanzata attraverso il Pacifico[6].
Azioni estive e stallo[modifica]
La situazione entrò in stallo a causa del maltempo e dello sforzo americano incentrato su altri fronti; per quasi un anno la situazione alle Isole Aleutine non cambiò, e i giapponesi continuarono ad occupare le isole.
La prima reazione americana fu un bombardamento navale all'isola di Kiska, dove una task force di cacciatorpediniere e incrociatori americani al comando del contrammiraglio W.W.Smith danneggiarono le installazioni giapponesi sull'isola.
Nel frattempo partirono le operazioni per dotare l'isola di Adak di una pista di decollo, terminata l'11 settembre, che consentì agli americani alcune incursioni aeree sull'isola di Kiska distante solo 400 km, e costringendo i giapponesi a trasferire la guarnigione di Attu a Kiska.[7]
Il 30 settembre iniziò il contrattacco giapponese, quando partì la prima fase di una serie di azioni aeree di disturbo sull'isola di Adak; per il resto dell'anno, fino al maggio del 1943, fu un susseguirsi sporadico di piccole azioni di disturbo, senza particolari effetti.
Preparazione e attacco[modifica]
I comandi americani del Pacifico, preoccupati dalla possibilità di attacchi dalle basi nemiche nelle Aleutine, il 1 aprile diramano una direttiva per l'invasione dell' isola di Attu, l'operazione avrà luogo il 7 maggio e sarà diretta dall'ammiraglio Kinkaid, comandante della Task Force 16 del Pacifico settentrionale.
Da lui dipenderanno il contrammiraglio Rockwell, che comanderà le forze anfibie di sbarco, e il generale Albert E.Brown alla testa della 7ª divisione USA[8][9].
Il 15 aprile, alcuni reparti di fanteria della 7ª divisione USA incominciarono quindi le prime operazioni di imbarco verso l'isola di Attu, prima vennero trasferiti ad Adak e a Dutch Harbour, da dove saranno poi imbarcati per le fasi finali delle operazioni.[10]
Quindi il 24 aprile dal porto della città statunitense di San Francisco, il grosso della 7ª divisione USA destinata alla conquista di Attu, si imbarca verso Cold Harbor in Alaska[11]. Come azioni preliminari, una squadra americana di 3 incrociatori e 6 cacciatorpediniere, al comando del contramm. C.H. McMorris, bombardò le basi nipponiche sull'isola di Attu, bersagliando particolarmente Chicagof Harbor e la baia di Hotz.
Il 4 maggio, con un giorno di ritardo per il maltempo, da Cold Harbor, dove la 7ª divisione era sbarcata solo il 30 aprile, partì il convoglio destinato all'invasione, che sempre a causa maltempo arrivò tre giorni in ritardo all'ora X, quindi solo l'11 maggio il convoglio fu in vista dell'isola[12].
Lo sbarco[modifica]
L'11 maggio gli americani sbarcarono sulle spiagge di Attu, protetti dalla nebbia e dal fuoco di tre corazzate di appoggio[13], anche se la Task Force 16 di Kinkaid, fu fortemente limitata appunto dalla presenza della nebbia, che però causò un favorevole fattore sorpresa.
I reparti che sbarcarono nel pomeriggio, presero terra nella Baia del Massacro e a Punta Alexai, a ovest della Baia di Hotz, mentre altri sbarchi avvennero la notte del giorno dopo.
Le truppe americane, pur non trovando resistenza sulle spiagge, furono subito impegnate appena si inoltrarono verso il Passo Jarmin, dove furono bloccate dal fuoco dei nipponici appostati sui rilievi intorno al passo. Il generale Brown, dovendo affrontare anche il problema del fango che non consente agli autocarri di avanzare dietro la fanteria, predispone un attacco per il giorno seguente, il 12. Con l'appoggio dell'artiglieria navale, la 7ª divisione converge da due punti verso Passo Jarmin, e un attacco frontale alla Baia del massacro non dà alcun risultato[14], già subito si capisce che nonostante superiori di 4 a 1, la guarnigione giapponese di 2.500 uomini non sarà nemico facile[15].
Per alcuni giorni il maltempo limita l'azione dell'artiglieria navale, e i nipponici offrono una tenace resistenza, cercando subito violenti contrattacchi, inchiodando gli americani sulle spiagge per diversi giorni, mentre le avanguardie USA sul Passo Jarmin, non effettuano alcuna avanzata.
Si susseguono assalti americani nella Baia del Massacro (Massacre Bay) a sud e alla Baia di Hotz a nord-est, e i nipponici per non essere presi da tergo e circondati, si ritirano in posizioni più favorevoli la notte del 17 maggio, attestandosi su Chicagof Harbor per tentare un'ultima resistenza. Le forze in campo sono a netto favore degli attaccanti[16], gli americani occupano le posizioni abbandonate nella Baia di Hotz, e nella Baia del Massacro, e occupano finalmente Passo Jarmin.
L'accanita resistenza giapponese[modifica]
Le forze americane provenienti da nord e da sud, intanto si congiunsero, e approfittando degli eventi, vengono sbarcati nuovi reparti e rifornimenti per le truppe, intanto vennero iniziati rapidamente i preparativi per l'attacco a Chicagof Harbor dove si erano attestati i nipponici. L'attacco iniziò prima dell'alba, per conquistare un passo per aprirsi una strada verso la valle di Sarana , ma i combattimenti si protrassero fino al tramonto senza portare a nessun risultato[17]. Le truppe statunitensi dopo duri combattimenti però riuscirono a penetrare nella valle il giorno successivo, e il 21 maggio riuscirono ad eliminare l'ultimo caposaldo giapponese sui picchi sovrastanti il passo, prima di avanzare verso la prossima cresta e ad un altro passo che li condurrà a Chicagof Harbor. Il 22 maggio le truppe americane riuscirono a penetrare nella valle che conduce al Chigacof, mentre le truppe a nord, rimasero rallentate dalla difficoltà dell'ambiente montano, quel giorno poi le migliorate condizioni atmosferiche, consentirono all'artiglieria navale di portare maggior contributo di fuoco[18]. Il 23 maggio gli americani attaccarono la cresta Fish Hook ma vennero respinte dall'intenso fuoco nemico, a fine giornata venne deciso dai comandi dell'isola che la cresta verrà conquistata il giorno seguente con un'azione congiunta tra le truppe a nord e a sud; ma il giorno seguente una fanatica resistenza nipponica impedì avanzamenti alle truppe americane. Intanto i capi di Stato Maggiore, si riunirono per approvare il piano di invasione della vicina isola di Kiska[19].
Solo dopo scontri corpo a corpo gli americani, il 25 maggio riuscirono a metter piede alle pendici della cresta Fish Hook, che verrà conquistata definitivamente il 27 maggio.
L'ultimo disperato tentativo dei giapponesi, ormai chiusi in una morsa, e costretti nella zona di Chicagof, si rifugiano nelle montagne tutt'intorno, in attesa di sferrare l'ultimo attacco. Infatti il 29 maggio un violentissimo contrattacco nipponico quasi sfalda le linee americane che resistono, combattendo tutto il giorno e la notte successiva; fu un attacco praticamente suicida, e al 30 maggio tutte le forze giapponesi sull'isola furono praticamente annientate dalle forze statunitensi, più numerose, meglio armate e meglio posizionate[20].
Lo stesso giorno gli americani occupano l'isola di Shemya[21].
Esito[modifica]
La conquista dell'isola costò molto cara agli americani, che lasciarono sul campo 549 morti e 1140 feriti solo il 29 maggio, mentre da parte giapponese la situazione era ben peggiore, tutta la guarnigione a difesa dell'isola, 2380 uomini, si sacrificò, con 2352 morti, 500 dei quali morti suicidi, solo 28 feriti sopravvissero perché prigionieri.
Note[modifica]
- ^ Basil H. Liddell Hart op.cit. pag.494
- ^ Basil H. Liddell Hart op.cit. pag.494
- ^ L'attacco fu diretto all'isola di Unalaska: venne danneggiata una nave americana, e colpiti serbatoi di carburante; ricognitori e bombardieri americani cercano la flotta nipponica per tutto il giorno senza localizzarla
- ^ Salmaggi-Pallavisini op.cit. pag.255
- ^ Basil H. Liddell Hart op.cit. pag.494
- ^ Basil H. Liddell Hart op.cit. pag.494
- ^ Salmaggi-Pallavisini op.cit. pag.292 e 294
- ^ Salmaggi-Pallavisini op.cit. pag.364
- ^ Un impiego inatteso per i fanti della divisione, che per mesi erano stati addestrati alla guerra nel deserto
- ^ Salmaggi-Pallavisini op.cit. pag.368
- ^ Salmaggi-Pallavisini op.cit. pag.372
- ^ Salmaggi-Pallavisini op.cit. pag.372-373
- ^ Basil H. Liddell Hart op.cit. pag.704
- ^ Salmaggi-Pallavisini op.cit. pag.375
- ^ Basil H. Liddell Hart op.cit. pag.704
- ^ 2380 giapponesi contro 11.000 americani
- ^ Salmaggi-Pallavisini op.cit. pag.378
- ^ Salmaggi-Pallavisini op.cit. pag.378
- ^ Salmaggi-Pallavisini op.cit. pag.379
- ^ Salmaggi-Pallavisini op.cit. pag.380
- ^ Salmaggi-Pallavisini op.cit. pag.380
Bibliografia[modifica]
- Basil H. Liddell Hart, Storia militare della seconda guerra mondiale, Oscar Storia, ed.2009.
- Cesare Salmaggi, Alfredo Pallavisini, Continenti in fiamme 2194 giorni di guerra, cronologia della seconda guerra mondiale, Mondadori editore, 1981
- (EN) Cloe, John Haile, The Aleutian Warriors: A History of the 11th Air Force and Fleet Air Wing 4, Pictorial Histories Publishing Co. and Anchorage Chapter – Air Force Association, Missoula, Montana, 1992 ISBN 0-929521-35-8. OCLC 25370916.
- (EN) Dickrell Jeff, Center of the Storm: The Bombing of Dutch Harbor and the Experience of Patrol Wing Four in the Aleutians - Summer 1942, Pictorial Histories Publishing Co., Inc.. Missoula, Montana, 2001 ISBN 1-57510-092-4. OCLC 50242148.
- (EN) Feinberg Leonard, Where the Williwaw Blows: The Aleutian Islands-World War II. Pilgrims' Process. 1992 ISBN 0-9710609-8-3. OCLC 57146667.
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