Battaglia dell'Imera

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Battaglia dell'Imera
Data 310 a.C.
Luogo Colle Ecnomo nei pressi del fiume Imera meridionale vicino Licata
Esito Vittoria dei Cartaginesi
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
13.500[1] 45.000[2]
Perdite
7.000 500
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Con battaglia dell'Imera si indicano due battaglie combattute nei pressi del fiume Imera Meridionale o Salso. Entrambe non vanno confuse con la battaglia di Imera combattuta nel 480 a.C. e con quella del 409 a.C. a Himera nei pressi dell'odierna Termini Imerese.

Le due battaglie dell'Imera[modifica | modifica wikitesto]

La prima fu combattuta nel 405 a.C. tra 35.000 Greci sicelioti in soccorso di Agrigento assediata e 40.000 cartaginesi che di questo assedio erano gli autori. I Punici risultarono sconfitti perdendo 6.000 uomini.

La seconda Battaglia dell'Imera o di Ecnomo è del 310 a.C. e si combatté tra i cartaginesi di Amilcare e i siracusani di Agatocle, nei pressi dell'odierna Licata. Diodoro Siculo narra che Agatocle, sentito che i Cartaginesi avevano occupato (311 a.C.) a Gela il colle chiamato Ecnomo (posizionato sul fianco occidentale del "fiumicello" che sfocia nella baia di Mollarella, 5 km a ovest di Licata), decise di combatterli con tutte le sue forze[3]. Ma la buona stagione trascorse senza che si venisse a battaglia. L'anno seguente (310 a.C.) Amilcare sbarcò in Sicilia e, pur essendo stata la spedizione decimata da una tempesta, si accampò nella zona di Gela con un esercito di 40.000 fanti e 5.000 cavalieri.

Agatocle si preoccupò che le città e castelli a lui ostili potessero schierarsi dalla parte dei Cartaginesi[4]. Temeva soprattutto per la città dei Geloi, avendo saputo che nel loro territorio vi erano tutte le forze dei nemici. Ma non osando prendere d'assalto Gela, vi introdusse, pochi alla volta, soldati a lui fidati e, quando ritenne di avervi forze sufficienti, accusò i cittadini di tradimento. Ne fece trucidare più di 4.000 e buttò giù gli sgozzati nel fossato fuori dalle mura. In seguito avendo lasciato nella città un adeguato presidio, si accampò di fronte ai nemici[5]. I Cartaginesi tenevano l'Ecnomo[6]. D'altra parte Agatocle occupò uno degli altri castelli di Falaride, quello che da lui ebbe il nome di Falario. In mezzo agli accampamenti era un fiume, che entrambi utilizzavano come propugnacolo contro i nemici. Antiche predizioni dicevano che in questo luogo un gran numero di uomini sarebbero stati uccisi in combattimento. Non essendo evidente per chi dei due si sarebbe verificato il disastro, i soldati divennero superstiziosi e timorosi della battaglia[7].

Perciò, per molto tempo, né gli uni, né gli altri osarono passare in forza il fiume, sinché una inopinata occasione non li spinse al conflitto. Poiché i Libi depredavano il territorio nemico, Agatocle fu spinto a fare altrettanto. Mentre i Greci portavano la preda e asportavano dagli accampamenti alcuni cavalli, gli inseguitori uscirono dal vallo cartaginese[8]. Ma Agatocle, prevedendo ciò che stava per verificarsi, aveva posto in agguato presso il fiume gli uomini più valorosi. Questi, avendo i Cartaginesi inseguito coloro che portavano la preda e passato il fiume, improvvisamente uscirono dai nascondigli e, aggrediti gli avversari sbandati, facilmente li volsero in fuga[9]. Mentre i barbari venivano uccisi e fuggivano verso i propri accampamenti, Agatocle, pensando che fosse una buona occasione per attaccare battaglia, guidò tutte le sue forze contro l'esercito dei nemici.

Assalendoli inaspettatamente e prontamente colmata una parte del fossato, Agatocle distrusse la palizzata e, forzando, invase gli accampamenti[10]. I Cartaginesi, colpiti dalla sorpresa non potendo schierarsi in ordine di battaglia, volsero in fuga[11] e già l'accampamento stava per essere espugnato, quando inaspettatamente giunsero loro dei rinforzi dalla Libia[12]. Perciò perdutisi d'animo quelli che erano negli accampamenti, volsero le spalle; ma quelli che erano venuti in aiuto circondarono i Greci. Essendo stati questi inopinatamente sconfitti, presto si capovolsero le sorti della battaglia. I Greci fuggirono, alcuni verso il fiume Imera, altri verso gli accampamenti. Poiché la ritirata ebbe luogo per 40 stadi, ed era tutta in pianura, li inseguirono i cavalleggeri dei barbari che erano non meno di 5.000. Donde ne venne che tutto lo spazio intermedio si ricoprì di morti; e lo stesso fiume accrebbe molto la strage dei Greci[13]. Poiché era la stagione della canicola e l'inseguimento ebbe luogo verso mezzogiorno, molti dei fuggitivi, per la calura e l'ardore della fuga, assetati, bevvero avidamente, pur essendo il fiume salato, e trovarono la morte presso il fiume non in minor numero rispetto agli uccisi nell'inseguimento. Caddero in quella battaglia circa 500 barbari e non meno di 7.000 Greci[14].

Agatocle, colpito da sì grande strage, riunì i dispersi e, bruciati gli accampamenti, si ritirò a Gela . Avendo sparso voce di esser fuggito in fretta a Siracusa, 300 cavalieri libici trovarono nei campi alcuni soldati di Agatocle. Riferendo questi che Agatocle si era ritirato a Siracusa, quelli entrarono a Gela da amici e, delusi nella speranza, furono trucidati[15]. Agatocle si richiuse in Gela, non perché impossibilitato a mettersi in salvo a Siracura, ma desiderando trattenere i Cartaginesi per l'assedio di Gela, così i Siracusani ebbero molta possibilità di metter dentro il raccolto, necessario nella avversità[16]. Amilcare dapprima si accinse ad assediare Gela; vedendo, però, che in questa era forza difensiva e che Agatocle aveva abbondanza di tutto, rinunziò all'impresa[17].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ G.E.Di Blasi, Storia del regno di Sicilia, Vol I, pg. 284
  2. ^ G.E.Di Blasi, Storia del regno di Sicilia, Vol I, pg. 286
  3. ^ (XIX, 104,3)
  4. ^ (XIX, 106, 5)
  5. ^ (XIX, 107, 2)
  6. ^ (XIX, 108, 1)
  7. ^ (XIX, 108, 2)
  8. ^ (XIX, 108, 3)
  9. ^ (XIX, 108, 4)
  10. ^ (XIX, 108, 5)
  11. ^ (XIX, 108,5)
  12. ^ (XIX, 109, 3)
  13. ^ (XIX, 109, 4)
  14. ^ (XIX, 109, 5)
  15. ^ (XIX, 110,1)
  16. ^ (XIX, 110, 2)
  17. ^ (XIX, 110, 3)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe Navarra. Città Sicane Sicule e Greche nella zona di Gela. La Vedetta Editrice.
  • G.E.Di Blasi, Storia del regno di Sicilia, Vol I, Edizioni Dafni Catania, Distribuzione Tringale Editore, ed. del 1844, stamperia Oretea Palermo

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]