Battaglia del Mincio (1814)

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Battaglia del Mincio (1814)
Parte della Guerra della sesta coalizione
Data: 8 febbraio 1814
Luogo: Valeggio, Roverbella, Pozzolo, Quaderni, sulla riva sinistra del Mincio
Esito: Vittoria italo-francese
Schieramenti
Regno d'Italia
Bandiera della Francia Impero francese
Impero Austriaco
Comandanti
Eugenio di Beauharnais Bellegarde
Effettivi
34’000 35’000
Perdite
circa 2'500 morti e feriti circa 4'000 morti
3’000-7'000 prigionieri e dispersi
Guerra della sesta coalizione
LützenBautzenGroßbeerenKatzbachDresdaKulmDennewitzLipsiaHanauLa RothièreMincioChampaubertMontmirailChâteau-ThierryVauchampsMontereauCraonneLaonArcis-sur-AubeLa Fère-ChampenoiseParigi
« AI POPOLI D’ITALIA.
I miei popoli italiani ricompariranno gloriosamente sulla scena del mondo. Pieni di spirito e di passione, essi possiedono tutte le doti e le qualità necessarie per essere ottimi soldati. »

La battaglia del Mincio fu combattuta l'8 febbraio 1814 fra l’esercito franco-italiano del viceré del Regno d'Italia, Eugenio di Beauharnais, e il corpo di invasione austriaco del feldmaresciallo Bellegarde. Al termine di una giornata di aspri combattimenti, Eugenio aveva inflitto al nemico perdite talmente ampie, da costringerlo a ripiegare dietro l’Adige e rinunciare ad ogni ulteriore offensiva, per i due mesi seguenti.

Indice

[modifica] Antefatti

[modifica] Napoleone dalla Russia, a Lipsia, alla Francia

Nel dicembre 1812 Napoleone concluse rientrò dalla Russia con un esercito assai ridotto e stremato. Nello stesso dicembre la Prussia dichiarò la propria neutralità, per poi passare, il 28 febbraio 1813 alla alleanza aperta con la Russia e l’Inghilterra. L’Austria si univa solo il 20 agosto 1813, in tempo per la vittoriosa battaglia di Lipsia il 16-19 ottobre 1813. Napoleone poté ritirarsi ordinatamente oltre il Reno, lasciando dietro di sé alcune piazzeforti, ad ostacolare l’inseguimento.

[modifica] L'invasione austriaca dell’Italia

In agosto l’Austria aveva organizzato una armata per invadere l’Italia, da metà dicembre 1813 affidato al feldmaresciallo Bellegarde. Essa doveva sconfiggere un esercito franco-italiano, guidato da Eugenio di Beauharnais, Viceré del Regno Italico: un esercito ben organizzato, che arrivò, al gennaio successivo, a circa 45’000 uomini.

Inizialmente attestato sull’Isonzo, Eugenio, dopo la Lipsia e la conseguente defezione del Regno di Baviera, arretrò, portandosi sulla linea dell'Adige. Qui attendeva l’arrivo di altri 25'000 uomini guidati dal Murat, che non arrivarono mai, in quanto, l’11 gennaio 1814, il Re di Napoli firmò una alleanza segreta con l'Austria e, come alleato di Vienna, giunse a Bologna alla fine di gennaio, ove annunciò il passaggio di campo.

[modifica] Preparazione alla battaglia

[modifica] Eugenio retrocede sul Mincio

Nel frattempo, in Francia, l’offensiva del prussiano Blücher e dell’austriaco Schwarzenberg, avviata il 1 gennaio con il passaggio del Reno, si avvicinavano a Parigi, ove sarebbero entrati di lì a poco, il 31 marzo. Gli Austriaci non potevano rischiare di fallire l’occupazione del Regno Italico prima della resa di Napoleone in Francia. Bellegarde, dopo alcuni mesi di inazione, venne costretto ad accelerare.

Con la defezione di Murat, Eugenio si trovava minacciato di aggiramento da sud e ordinò il ripiegamento dall'Adige al Mincio. Il movimento iniziò il 3 febbraio e si concluse il 6 con le colonne franco-italiane riunite in formazione da combattimento dietro il Mincio.

[modifica] Bellegarde avanza dall’Adige

Il 4 febbraio Bellegarde ricevette dalle guide rapporti che davano Eugenio in ritirata verso Cremona lasciando due divisioni lungo il Mincio per coprirsi le spalle e una guarnigione a Mantova. Il feldmaresciallo diede, finalmente, l’ordine di avanzare e, il 5-6 febbraio, le sue colonne attraversarono l'Adige.

Intorno al 7 Murat scrisse ad Eugenio, asserendo di aver agito unicamente per salvare il proprio trono e garantendo di non volere lo scontro con l’esercito franco-italiano: Eugenio poté, quindi, continuare a preoccuparsi solo degli Austriaci.

[modifica] Le forze in campo

[modifica] L’esercito franco-italiano

Eugenio avrebbe affrontato l’invasore, impedendogli di procedere. Al minimo Bellegarde sarebbe stato ricacciato nella medesima situazione di stallo nella quale si dibatteva ormai da ottobre. Se le cose fossero andate, poi, estremamente bene, il viceré e l’esercito del Regno Italico avrebbero avuto la loro grande giornata, riducendo in misura massiccia le velleità annessionistiche degli Asburgo.

Il viceré divise l’esercito in tre corpi: il primo nella fortezza di Peschiera, comandato dal Verdier, con la divisione Palombini e la divisione Fressinet; il secondo nella città-fortezza di Mantova, comandato dal Grenier, con la divisione Zucchi e la divisione Marcognet; il terzo al campo di Goito, guidato da Eugenio medesimo con la divisione Quesnel, la divisione Rouyer, la divisione di cavalleria Mermet e la Guardia Reale del Regno Italico.

Eugenio previde che Bellegarde avrebbe tentato l’attraversamento del Mincio nel punto più facile, a Borghetto-Valleggio, circa 10 Km. a sud di Peschiera. Egli comandava, quindi, al primo corpo del Verdier di arrestare il nemico presso i guadi, mentre il secondo ed il terzo corpo si sarebbero ricongiunti di là del Mincio a Roverbella per poi aggirare da tergo gli Austriaci. Sostenuti, successivamente, da un contrattacco del primo corpo da Peschiera verso sud.

[modifica] L’esercito austriaco

Sul fronte opposto, Bellegarde disponeva di quattro corpi di armata: il 1° corpo del marchese Sommariva con la divisione von Staniffavlijevich e la divisione Fenner von Fenneberg; il 2° corpo del feldmaresciallo von Mayer con la divisione Grammont, la divisione Maraziani e la divisione Vlasits; il 3° corpo del Radiojevich con la divisione Bogdan von Sturmbruck la divisione Joseph Stefanini e la divisione Von Hajnacskeu; la Riserva con la divisione Pflacher, la divisione granatieri Von Merville, la divisione von Wrede ed i dragoni.

Il feldmaresciallo credeva che Eugenio stesse ripiegando e non si aspettava di incontrare che le retroguardie. Dispose, quindi, per una formazione decisamente offensiva, ordinando al grosso delle truppe (il 3° corpo seguito dal 1° corpo) di attraversare il fiume a Valleggio. Contemporaneamente inviò la Riserva in prossimità del guado di Pozzolo, circa 7 km. a sud di Valleggio, con l’evidente scopo di traversare, a seguito del grosso. Non si preoccupò, invece, troppo di proteggere le ali, dividendo il 2° corpo tra la sola divisione Vlasits, a nord verso Peschiera e le altre due divisioni, a sud verso Mantova.

Per effettivi i due eserciti, più o meno, si equivalevano, con circa 35'000 uomini a testa.

[modifica] La battaglia

[modifica] Lo sfondamento austriaco a Valleggio

Verdier lasciò la divisione Palombini a Peschiera e dispose la divisione Frassinet a Monzambano, quattro km. a nord-ovest di Valleggio. Secondo i piani, appena gli Austriaci passarono il guado, verso le 9’00h della mattina del giorno 8, Frassinet si portò a Borghetto e cominciò l’assalto.

Una divisione, tuttavia, non poteva tenere testa alle tre del Radiovijevich: ripiegò su Monzambano e le alture sottostanti, ove si asserragliò e tenne testa, per tutto il giorno, alle cariche austriache. Tanto bene si portò il Frassinet da permettere al Palombini, accompagnato dal Verdier, di traversare il fiume a Peschiera e muovere, verso le 14’00h, lungo il fiume verso sud, per tagliare le linee avversarie da tergo presso Valeggio.

Palombini agganciò e mise in fuga la divisione Vlasits e continuò ad avanzare. Cinque km. più a sud, tuttavia, nei pressi di Salienze avvistò l'intero 1° corpo Austriaco del Sommariva: la sproporzione di forza era troppo evidente e la divisione ripiegò sotto la protezione dei cannoni di Peschiera.

Radiovijevich poté, quindi, terminare l’attraversamento, lasciando due divisioni verso Monzambano ed una terza verso Goito, per fermare un eventuale attacco da quella direzione.

[modifica] Lo sfondamento franco-italiano a Roverbella e Pozzolo

Le cose andarono assai peggio al 2° corpo del Mayer, spiegato a copertura verso Mantova, che aveva raggiunto Roverbella verso le 11’00h. Esso si trovò di fronte, inatteso, l’intero corpo del viceré, e si era schierato proprio nel punto di ricongiungimento col corpo del Grenier. Prima l’avanguardia degli schermagliatori austriaci venne respinta dai ponti sui canali ad ovest di Goito. Poi, la divisione Maraziani venne attaccata da fronte e da tergo dai due corpi di armata franco-italiani: andò in rotta (lasciando molti prigionieri) e fu inseguita fino a Roverbella dalla cavalleria.

Eugenio e Grenier si ricongiunsero sulla strada ad ovest di Roverbella. Il viceré decise, saggiamente, di tenere il 2° corpo del Meyer il più possibile lontano dalla avanzata principale: contro la divisione Grammont, ad est, venne inviata la divisione Zucchi, staccata dal corpo del Grenier, che la tenne impegnata, per tutto il giorno. La residua divisione Maraziani, invece, molto indebolita, riuscì a portarsi fuori Roverbella sulla difensiva e bisognosa di riorganizzazione. Neutralizzato il Mayer, Eugenio poté ordinare al grosso di avanzare verso Pozzolo e la Riserva austriaca: la divisione Quesnel al centro, con dietro la divisione Rouyer e la fanteria della Guardia Reale, la cavalleria della Guardia a sinistra e la cavalleria francese sulla destra.

Di fronte avevano dieci battaglioni di granatieri austriaci del Von Merville, disposti sul pianoro alle spalle di Pozzolo e Roverbella, con i dragoni. Essi si appoggiavano, a sinistra, sui resti della divisione Maraziani.

I dragoni austriaci caricano per primi e dispersero una delle tre brigata di cavalleria francese della divisione Mermet, salvo essere fermati dai quadrati della fanteria. Eugenio inviò all’attacco sul centro la divisione Quesnel, appoggiata da 30 cannoni (contro i 18 austriaci) e, sulla sinistra, la divisione Royeur.

Quesnel poté profittare di un varco aperto dalla cavalleria francese sulla destra della divisione granatieri, che fu costretta a ripiegare per non essere circondata. Mentre Royeur liberava Pozzolo.

[modifica] Gli scontri di Quaderni

Attorno alle 16’00h il Von Merville, con tutti i fianchi minacciati, ordinò alla Riserva ed ai resti della divisione Maraziani di ripiegare a nord su Quaderni, subito appresso alla strada tra Valleggio e Villafranca, l’unica che potesse consentire il ripiegamento del 3° Corpo del Radiovijevich.

Qui vennero raggiunti da rinforzi, si riorganizzarono ed iniziarono una serie di infruttuosi contrattacchi. Sostenuti, soprattutto dalla solita divisione Quesnel, raggiunta dalla divisione Marcognet e dalla Guardia Reale.

La linea austriaca si difese, quindi, con valore. Ma, soprattutto, essa era, ormai vicina alle posizioni del 1° corpo del Sommariva (che pure si era limitato ad osservare, da lontano, il ripiegamento della divisione Palombini dopo la vittoria sulla Vlasists). Mentre, lì d’appresso poco oltre il Mincio, combatteva il 3° Corpo del Radiojevich.

Eugenio, invece, non poteva contare sulle due divisioni del Verdier, con la Fressinet duramente provata dai combattimenti e la Palombini chiusa a difesa della essenziale Peschiera e, comune, troppo debole per impensierire il Sommariva.

Il successo dell’avanzata di Eugenio aveva, quindi, fatto si che l’esercito austriaco, pur provato dalle continue sconfitte, si ricongiungesse. Ciò che aveva fatto perdere il vantaggio della giornata, dovuto al fondamentale errore del Bellegarde che aveva ritenuto di dover affrontare solo delle retroguardie.

[modifica] Conclusione degli scontri e ritirata austriaca

Eugenio ebbe, quindi, la lucidità di contentarsi delle serie perdite inflitte al nemico: 4'000 morti e feriti e dai 3'000 ai 7'000 fra prigionieri e dispersi per gli Austriaci, contro circa 2'500 uomini, fra morti e feriti, per i franco-italiani. E così, alle prime ore del giorno successivo, 9 febbraio, ordinò di ripassare il fiume.

Certo, egli rinunciava a tagliare fuori gli Austriaci schierati oltre il guado di Valeggio, annientandolo. Ma lo aveva messo fuori combattimento per un bel pezzo: Bellegarde era stato salvato dal disastro grazie al sangue freddo del Von Merville, che aveva saputo far ripiegare ordinati i suoi granatieri, uniti ai resti delle altre unità via via sfasciate (mentre il feldmaresciallo gli inviava tutti rinforzi che ancora gli erano disponibili). Ma aveva un esercito rotto: lo stesso 9 febbraio, si giudicò talmente malmesso da temere una nuova offensiva di Eugenio e si ritirò oltre l‘Adige.

[modifica] Superiorità tattica di Eugenio su Bellegarde

La frammentazione dei corpi austriaci, destinati ad essere divisi, in caso di successo a Borghetto, dal fiume, la diceva lunga sulla fiducia che il feldmaresciallo aveva riposto nelle indicazioni raccolte dalle sue guide.

Al contrario Eugenio avrebbe avuto il vantaggio di concentrare il grosso dell’esercito su una unica linea di attacco, godendo pure dell’effetto sorpresa.

La medesima situazioni, a parti rovesciate, si sarebbe riprodotta, esattamente negli stessi luoghi, nel 1866 alla cosiddetta battaglia di Custoza. Solo che quella volta sarebbe stato l’italiano La Marmora ad avanzare immaginando di non incontrare il nemico, e l’austriaco arciduca Carlo a sorprenderlo, avanzando a colonne compatte. Anche in quel caso il vincitore non ottenne l’annientamento del nemico, ma si limitò a provocare rilevanti perdite ed a bloccare ogni azione offensiva per il successivo mese. Da notare, comunque che, in rapporto alle dimensioni degli eserciti, le perdite subite da Bellegarde erano assai maggiori di quelle che avrebbe subito La Marmora.

La battaglia del Mincio, quindi, potrebbe, ad onor del vero, essere classificata come la “’prima battaglia di Custoza”.

[modifica] Conseguenze

Per approfondire, vedi la voce Caduta del Regno Italico.

[modifica] La rafforzata posizione del viceré

Eugenio aveva raggiunto gli obiettivi strategici che si era prefisso: allontanando per un pezzo gli Austriaci dalla Lombardia, mentre teneva Venezia, Mantova, Legnago, Osoppo e Peschiera, aveva conservato a Napoleone l’Italia del nord. Bellegarde, infatti, aveva subito una tale batosta che non osò più effettuare alcuna puntata offensiva, ma si limitò a seguire i movimenti di Eugenio.

[modifica] Resa della Francia ed armistizio in Italia

Poi venne, il 31 marzo, l’occupazione austro-prussiana di Parigi, seguita, il 6 aprile, dalla abdicazione di Napoleone ed alla successiva stipula del stipula del Trattato di Fontainebleau, l’11 aprile: la guerra era finita, ma l’esercito del Regno Italico era al completo ed invitto e gli Austriaci non potevano vantare alcun diritto di conquista. Il Regno Italico conservava le sue chances di indipendenza.
Lo stato delle cose venne riconosciuto dai due contendenti il 16 aprile, con la Convenzione di Schiarino-Rizzino, presso Mantova, con la quale Eugenio accettava l’inevitabile, ovvero di sgombrare le truppe francesi, ma conservava le fortezze ed il proprio esercito in armi e conservava l’intera Lombardia.

[modifica] La fine del Regno Italico

Eugenio convocò per il successivo 17 a Milano il Senato del Regno Italico per ottenere la nomina a Re.
Al Senato, tuttavia, il tentativo venne tradito dalla meglio nobiltà milanese (Carlo Verri, il Confalonieri, il generale Pino, il Manzoni, il Porro Lambertenghi, fra gli altri). Il 20 la folla aizzata dai traditori invadeva il Senato. Poi passava a San Fedele e massacrava il ministro Prina, che si era opposto alla congiura insieme al Melzi d'Eril.
Il 21, addirittura, il Consiglio Comunale di Milano, riunitosi d'urgenza, nominò un Comitato di Reggenza Provvisoria, composta da sette membri: il fior fiore dei cospiratori. Come primo atto, il Comitato inviò delegati al Bellegarde perché mandasse truppe ad occupare la città. Il 22 i Collegi elettorali, convocati dal podestà Durini, abolirono il Senato.
Il progetto di Eugenio era compromesso. L’indipendenza del Regno Italico finita: il 23 il viceré firmò a Mantova la capitolazione.

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