Battaglia del Little Bighorn

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Battaglia del Little Bighorn
parte delle guerre indiane
Custer Massacre At Big Horn, Montana June 25 1876.jpg
Massacro di Custer a Big Horn, Montana (artista ignoto)
Data 25 giugno 1876
Luogo Little Bighorn
Esito Decisiva vittoria indiana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
900 - 2.500 uomini 647 uomini
Perdite
stimate tra 36 e 136 morti
160 feriti
268 morti
55 feriti
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La battaglia del Little Bighorn fu uno scontro armato tra una forza combinata Lakota (Sioux), Cheyenne e alcuni Arapaho e il 7º Cavalleria dell'esercito degli Stati Uniti d'America che ebbe luogo il 25 giugno 1876 vicino al torrente Little Bighorn, nel territorio orientale del Montana.

La battaglia fu il più famoso incidente delle guerre indiane e costituì una schiacciante vittoria per i Lakota e i loro alleati. In realtà parteciparono al combattimento soltanto cinque squadroni del Settimo Reggimento di Cavalleria degli Stati Uniti ("7º Cavalleria"), comandati dal Tenente Colonnello George Armstrong Custer, che furono comunque sterminati quasi fino all'ultimo uomo.

Antefatto[modifica | modifica sorgente]

« Quando un esercito dei bianchi combatte i nativi americani e vince, questa è considerata una grande vittoria, ma se sono i bianchi ad essere sconfitti, allora è chiamata massacro. »
(Chiksika)

La battaglia del Little Bighorn fu parte della Guerra sulle Black Hills (Colline Nere), territorio di grande importanza mistica e culturale per i nativi Sioux (Lakota), oltre che tradizionale terreno di caccia. A sua volta, questa fu una conseguenza della Guerra di Nuvola Rossa. Il secondo trattato di Forte Laramie (1868), che concluse quella guerra, stabilì i confini della Grande Riserva Sioux, ma lasciò una vastissima area, comprendente parti del Wyoming, Montana, Dakota del Nord e Nebraska, come terreno "non ceduto", cioè terreno che il governo statunitense non riconosceva come riserva indiana, ma su cui non pretendeva sovranità.

Era una zona in cui i nativi americani avevano diritto di muoversi, accamparsi e cacciare, ma di cui gli stessi nativi americani non avrebbero impedito l'uso agli statunitensi. In realtà nessuna delle due parti firmatarie dell'accordo controllava completamente i suoi uomini. In particolare, gli statunitensi continuavano a credere (erroneamente) che i "capi" dei nativi avessero autorità sui membri della tribù. Negli anni seguenti tutte e due le parti violarono i termini del trattato. Bande Sioux che non accettavano l'accordo tenevano il piede in due staffe, usando le agenzie della Grande Riserva Sioux come base, e continuando le ostilità nei territori non ceduti. I bianchi, a loro volta, fecero emergere un nuovo motivo di tensione nel 1873 con i lavori per la ferrovia Northern Pacific, il cui percorso attraversava un’area che, secondo i nativi americani, apparteneva ai territori non-ceduti. Questi incidenti fornirono al governo statunitense un pretesto per iniziare la guerra delle Colline Nere.

Guerra delle Colline Nere[modifica | modifica sorgente]

Quando, nel 1874, fu scoperto l'oro nelle Black Hills, numerosi cercatori entrarono illegalmente nell'area, che era chiaramente parte della Grande Riserva Sioux. L’esercito statunitense inizialmente tentò, senza molto successo, di espellere i cercatori dopo di che riaprì le trattative con Nuvola Rossa e Coda Chiazzata, cercando di comprare o affittare quest'area offrendo sei milioni di dollari (circa 121 milioni di dollari attuali) o $400.000 l'anno. Tuttavia non si giunse ad un accordo, sia perché per i capi Sioux l’offerta sembrava irrisoria, sia -e soprattutto- perché bande di Sioux rifiutavano assolutamente ogni concessione. Toro Seduto era il leader più influente di queste bande.

Alla fine del 1875 circa 15000 cercatori d'oro si trovavano abusivamente nelle Colline Nere. Il governo, frustrato dall'impossibilità di risolvere la situazione pacificamente, decise di usare la situazione caotica nei territori non-ceduti per ricorrere alla forza. Ordinò che tutti i nativi americani nei territori non ceduti dovessero recarsi nelle agenzie della Grande Riserva Sioux entro la fine di gennaio 1876, altrimenti sarebbero stati considerati ostili.

Quest’ultimatum era chiaramente assurdo, sia per le difficoltà di viaggiare durante l’inverno per le tribù nomadi, sia perché molti indiani non ricevettero mai materialmente l'avvertimento. Dopo una deludente campagna invernale, durante la quale il generale George Crook ebbe un scaramuccia non decisiva con un gruppo di nativi, erroneamente creduti Sioux di Cavallo Pazzo (in realtà si trattava probabilmente degli indiani Cheyennes di Vecchio Orso), Sheridan ripiegò su una campagna estiva.

Il 30 marzo il Colonnello John Gibbon parti da Fort Ellis in Montana. Il 17 maggio il generale di brigata Alfred Terry lasciò Fort Abraham Lincoln in North Dakota e dodici giorni dopo il Generale George Crook si mise in marcia da Fort Fetterman in Wyoming. Tutte e tre le colonne si diressero verso la zona a nord-est delle Bighorn Mountains a sud del fiume Yellowstone. L'esercito credeva che ogni colonna fosse da sola in grado di fronteggiare tutti i nativi americani che si trovavano al di fuori della riserva, stimati tra i 500 e gli 800 guerrieri. Il governo infatti credeva che gli indiani "ostili" fossero solo le cosiddette bande "nomadi invernali", cioè le bande che non accettavano la riserva, come quelle di Toro Seduto e Cavallo Pazzo, e vivevano nomadicamente tutto l'anno. Però, quando finalmente l'esercito era pronto a scendere in campo si era ormai quasi all'estate e molti indiani cosiddetti "nomadi estivi", dopo aver passato l'inverno nelle agenzie delle riserve, stavano raggiungendo i "nomadi invernali" per cacciare nei territori non-concessi, come credevano fosse loro diritto. Per il governo, dopo l'ultimatum di gennaio, tutti gli indiani fuori dalla riserva erano da ritenere ostili. Alla fine di giugno, quando le colonne arrivarono nella zona prefissata, il numero dei nativi da considerare ostili era in realtà salito ad alcune migliaia.

Svolgimento della battaglia[modifica | modifica sorgente]

Movimenti del 7º Cavalleria: A) Custer, B) Reno, C) Benteen, D) Yates, E) Weir.

Piano[modifica | modifica sorgente]

Il 17 giugno, Crook fu attaccato da Sioux e Cheyenne guidati da Cavallo Pazzo e fu costretto a ritirarsi, abbandonando effettivamente la campagna. Il 21 giugno, Gibbon e Terry, quest’ultimo accompagnato dal Tenente Colonnello Custer si incontrarono sul fiume Yellowstone per organizzare le operazioni. George Armstrong Custer era già un personaggio molto discusso, eroe della Guerra Civile, nella quale aveva raggiunto il grado di generale, ma ben conosciuto come impetuoso e indisciplinato. Era anche stato sospeso dalla Corte Marziale per un anno dal grado e dallo stipendio per gravi atti di indisciplina. Inoltre si era inimicato il Presidente U.S. Grant, avendo testimoniato contro il fratello di Grant durante un’inchiesta sulla corruzione nel War Department.

Custer dovette letteralmente implorare in ginocchio il Generale Terry per avere il permesso di continuare a restare al comando del suo reggimento, il 7º Cavalleria. Avendo appreso che i nativi si stavano radunando nella valle del Little Bighorn, Terry mandò Gibbon alla foce di questo fiume (affluente dello Yellowstone) con ordini di risalirlo ed ordinò a Custer di scendere a sud risalendo il fiume Rosebud. Una volta incrociata la pista degli indiani, gli ordini erano di continuare a Sud, in modo da portarsi bene a sud degli indiani, dopo di che avrebbe dovuto girare a Ovest, fino ad incontrare il Little Bighorn, da lì seguire il fiume fino ad intercettare i nativi. La cavalleria di Custer avrebbe dovuto attaccare gli indiani solo dopo che la fanteria di Gibbon fosse stata in posizione per bloccare loro la ritirata. Però gli ordini scritti consegnati a Custer erano formulati in modo da consentirgli una certa possibilità di esercitare il suo giudizio.

Custer partì il 22 giugno con l’intesa di arrivare nella valle del Little Bighorn dopo quattro giorni. Invece Custer - ordinando marce forzate - arrivò in vista del villaggio con un giorno d’anticipo. Quando incontrò la pista indiana, invece di proseguire a sud come ordinato, la seguì immediatamente. All'alba del 25 giugno, gli scouts di Custer, Indiani Arikara e Corvi, avvistarono dalla cima del picco Crow's Nest un grande accampamento di nativi. Quando Custer salì a sua volta sulla cima, alcune ore dopo, l'accampamento non era più visibile, probabilmente a causa della diversa posizione del sole e della limpidezza dell’atmosfera. Pertanto Custer non aveva una chiara idea né della posizione esatta, né della dimensione del villaggio.

Custer raggiunse il suo bivacco e da qui scese verso valle e divise il reggimento: un errore fatale. Per comprendere la mossa di Custer, va rilevato un elemento comune a tutte le guerre indiane fino a quel momento: le tribù nomadi, non avendo città o beni immobili da difendere, preferivano fuggire quando le circostanze non erano in loro favore. Custer aveva diretta esperienza, sia negativa che positiva, in questo campo. Nella campagna del 1867, al comando del generale Hancock, aveva inseguito inutilmente per quasi tre mesi i Cheyenne, dopo che questi, sentendosi minacciati, avevano abbandonato il loro villaggio sul fiume Pawnee Fork. D'altra parte, il suo grande (e unico) successo nelle guerre indiane era stato ottenuto proprio l’anno successivo, quando aveva circondato ed attaccato di sorpresa il villaggio Cheyenne di Caldaia Nera sul fiume Washita.

La preoccupazione maggiore di Custer, mentre si avvicinava al villaggio sul Little Big Horn, era che i nativi scoprissero la sua presenza e fuggissero. Il suo obiettivo era probabilmente di ripetere la sua tattica della battaglia del Washita, cioè circondare il villaggio e contenere i nativi. Però, alcuni ragazzi nativi trovarono una scatola di gallette caduta da uno dei muli che trasportavano le salmerie del reggimento. Uno dei ragazzi fu ucciso dai soldati, ma un altro riuscì a scappare. Temendo che questi desse l’allarme al villaggio, Custer accelerò imprudentemente la sua azione (per ironia della sorte, il gruppo a cui questo ragazzo apparteneva raggiunse il villaggio quando Custer era già morto).

Attuazione[modifica | modifica sorgente]

Quando era ancora a venticinque km dal villaggio (le distanze sono ovviamente approssimative; non esistevano strade o sentieri e una distanza stimata su una mappa era molto più corta del percorso su e giù o intorno alle colline o seguendo i meandri del fiume) Custer divise il reggimento in quattro colonne: lui stesso con cinque squadroni (211 uomini), Benteen e Reno con tre squadroni ciascuno (115 e 141 uomini rispettivamente), e McDougall con 128 uomini per scortare le salmerie. Benteen fu il primo a separarsi. A circa ventuno-ventidue km dal villaggio, Custer gli ordinò di spazzare l’area a sud traversando un crinale dopo l’altro e attaccare qualsiasi nativo avesse incontrato.

Questi ordini erano estremamente vaghi (il capitano, chiamato a testimoniare all’inchiesta che seguì la sconfitta, dichiarò che gli fu ordinato di andare “a caccia di valli ad infinitum”). In effetti, così facendo, Custer tagliò i contatti con il 20% del suo comando. Quando la pista degli indiani raggiunse un ruscello (oggi chiamato Reno Creek) affluente del fiume Little Big Horn, Reno e Custer continuarono ad avanzare in parallelo, Reno sulla riva sinistra e Custer sulla destra. Davanti a loro, un gran polverone indicava che gli indiani erano relativamente vicini, ma nessuno aveva un'idea chiara della posizione e grandezza del villaggio. Custer ordinò a Reno di guadare il fiume, e attaccare il villaggio, con la promessa che sarebbe stato appoggiato da tutto il comando. Reno avanzò al trotto, convinto che Custer l’avrebbe seguito per garantirgli il sostegno promessogli, ma Custer virò sulla sinistra salendo sulle colline sovrastanti il fiume.

Sia Reno che Benteen testimoniarono che, nella loro opinione, Custer non avesse un piano, ma si può concludere che intendesse aggirare il villaggio ed evitare la temuta fuga dei nativi. C’erano però fondamentali differenze tra il suo comportamento freddo e calcolato al Washita e quello impetuoso ed erratico al Little Big Horn. Al Washita, pianificò con cura l’accerchiamento, comunicò il suo piano ai subordinati e soprattutto prese in considerazione il tempo necessario alle truppe per raggiungere i posti a loro assegnati. Al Little Big Horn, ordinò a Reno e Benteen di eseguire immediatamente i loro ordini. Se il suo piano era di accerchiare il villaggio, avrebbe dovuto ordinare a Reno di aspettare almeno un’ora prima di attaccare, dandogli il tempo di percorrere i sette-otto chilometri di terreno accidentato necessari per circondare il villaggio. È molto probabile che Custer non si fosse reso conto delle dimensioni del villaggio. Esaminando la cronologia della battaglia, si nota che le quattro parti del reggimento erano troppo lontane per aiutarsi a vicenda. Bisogna tenere conto che i cavalli erano già stremati dalle lunghe marce forzate e che il terreno era collinoso. Realisticamente, potevano coprire solo 8-10 chilometri l'ora, al massimo.

Dopo aver avanzato per 4–5 km Reno finalmente avvistò il villaggio e attaccò come ordinato, ma i nativi, invece di fuggire, contrattaccarono in forze. Reno fermò la carica e ordinò ai soldati di scendere da cavallo e formare una linea di difesa. In questa manovra, un quarto della sua forza fu ritirato dallo scontro, perché un soldato su quattro era incaricato di badare ai cavalli. Reno, prudentemente, ancorò il suo fianco destro su un boschetto di pioppi che crescevano sulla riva sinistra del fiume, ma la riga dei soldati era troppo corta per sbarrare la valle in tutta la sua larghezza e gli indiani aggirarono l'ala sinistra e cominciarono ad attaccare i soldati alle spalle. Reno ordinò una ritirata nel boschetto. Da qui, apparentemente preso dal panico, ordinò una seconda, caotica ritirata attraverso il fiume e su per le scarpate della riva opposta. Arrivò su una altura con metà dei suoi uomini, gli altri furono uccisi, feriti o rimasero nascosti tra gli alberi, incapaci di guadare il fiume. Lì Reno rimase assediato fino al giorno dopo.

Custer, nel frattempo, divise ancora una volta il suo comando in un'ala sinistra, però questa volta continuò a seguire il crinale a nordest del villaggio, cercando un posto per scendere, attraversare il fiume e attaccare il villaggio dal lato Nord. Quando finalmente vide il villaggio da vicino, si rese conto che aveva bisogno sia di più uomini che di più munizioni. Mandò il trombettiere John Martin (Giovanni Martini) a cercare Benteen e ordinargli di raggiungerlo e portare i muli con le munizioni e le provviste: poiché Martin -che era di origini italiane e si trovava in America soltanto da 2 anni- non parlava ancora bene l'inglese, il tenente Cooke, aiutante di Custer gli diede precisi ordini scritti che furono esibiti nell'inchiesta successiva alla battaglia.

Martin aveva solo una vaga idea di dove si trovasse Benteen. Prudentemente, il tenente Cooke gli aveva ordinato di mantenersi sul sentiero e ripercorrere il percorso del reggimento. Questo significava che Martin avrebbe potuto cavalcare per ore verso il punto dove il reggimento si era diviso e poi seguire le tracce lasciate da Benteen. Benteen si era però stancato presto di andare “a caccia di valli all’infinito” e aveva già virato a destra per ricongiungersi con Custer e Reno, perciò incontrò Martin circa 25 minuti dopo che questi aveva lasciato Custer. Il compito di portare le munizioni era problematico, perché la carovana di muli che le portava era ancora più indietro e marciava ancora più lentamente.

Per di più i pacchi sui muli cominciavano ad allentarsi e cadere. Tuttavia, Benteen si avviò verso Custer, come ordinato. Dopo venti minuti avvistò Reno assediato sulla collina. A questo punto decise fosse più opportuno restare con lui e difendere la posizione sulla collina. Custer intanto aveva finalmente ingaggiato battaglia con i nativi. I suoi movimenti possono essere solo ricostruiti approssimativamente, sulla base delle testimonianze dei guerrieri nativi (spesso confuse) e dalla posizione dei morti e dei bossoli delle cartucce. Si crede che Custer abbia mandato in avanscoperta il Capitano Yates con due squadroni per esplorare Medicine Tail Coulee, un canalone che portava ad un guado del fiume.

È possibile che poco dopo Custer stesso lo abbia seguito. In ogni caso, al guado, cinque guerrieri Cheyenne e cinque Sioux offrirono resistenza sufficiente per ritardare l’avanzata e dare tempo ad altri nativi di arrivare in forze. È anche possibile che Custer si sia accorto che stava attaccando il villaggio nel suo mezzo, non all’estremità nord, come intendeva. In ogni caso, la carica fallì e il contingente risalì sulle colline, continuando a spostarsi verso il nord, questa volta incalzato da centinaia di indiani guidati da Gall (Fiele). Il battaglione cominciò a disunirsi, come indicato dai corpi dei caduti che furono trovati lungo il percorso della ritirata. Apparentemente le varie compagnie cercarono individualmente un posto per organizzare una resistenza. Cavallo Pazzo attaccò Custer dal Nord fermandone la ritirata.

Preso tra queste due cariche, Custer si fermò, smontò gli uomini che gli rimanevano, formò un quadrato e cercò di resistere, ma inutilmente. In meno di mezz’ora tutto il suo comando fu annientato. Non possiamo sapere se Custer sia stato l’ultimo a morire, come vuole la leggenda, o sia stato tra i primi. Lo scrittore David H. Miller, che visse tra i nativi e intervistò molti partecipanti alla battaglia, suggerisce che Custer sia stato colpito alla base di Medicine Trail Coulee e successivamente portato sul luogo dell’ultima resistenza morto o morente.

Quando Reno e Benteen, sempre assediati sulla collina, sentirono i colpi di arma da fuoco provenienti da Custer, effettuarono un tentativo di ricongiungersi con lui, soprattutto perché un ufficiale del comando di Reno (il capitano Weir) prese l’iniziativa, ma senza successo. In effetti, Reno aveva poca scelta, avendo 53 feriti, niente acqua, munizioni limitate e ancora centinaia di nativi che lo assediavano (anche se molti di loro avevano abbandonato l’assedio per partecipare alla battaglia contro Custer). Quando la colonna di McDougall finalmente arrivò con i rifornimenti Custer era già morto.

Cronologia della battaglia[modifica | modifica sorgente]

  • 12:00: Custer divide il reggimento
  • 13:20: Custer e Reno continuano verso il villaggio. Benteen lascia la pista e comincia a esplorare l’area a sud.
  • 14:15: Custer ordina a Reno di trottare verso il villaggio, che è ancora a circa 4,5 km di distanza, e attaccare
  • 14:53: Reno attraversa il fiume e dispone le truppe per l’attacco
  • 15:03: Custer sale sul crinale a nord del villaggio. Reno comincia la carica, Benteen abbandona l’esplorazione e decide di riunirsi al reggimento.
  • 15:15: Benteen raggiunge il sentiero percorso dal reggimento. Custer e Reno sono passati per questo punto circa un’ora prima.
  • 15:18: Reno, preoccupato dal numero degli indiani davanti a lui arresta la carica e ordina alle truppe di combattere a piedi.
  • 15:28: Custer, dalle colline, osserva Reno impegnato dagli indiani
  • 15:32: Reno si ritira tra gli alberi, McDougall raggiunge la pista, 15 minuti dietro Benteen
  • 15:34: Custer ordina a John Martin di raggiungere Benteen
  • 15:53: Reno lascia il riparo degli alberi dirigendosi verso un’altura
  • 16:00: Benteen incontra John Martin con gli ordini di Custer
  • 16:06: Benteen vede Reno assediato sull’altura
  • 16:16: Custer manda il Cap. Yates con due compagnie verso il villaggio e aspetta sulle colline
  • 16:20: Benteen si ricongiunge con Reno
  • 16:27: Custer scende dalle colline per raggiungere Yates (evento controverso, basato su ipotesi)
  • 16:46: Custer si ricongiunge con Yates (evento controverso, basato su ipotesi)
  • 16:55: Custer scambia intensa fucileria con i nativi (probabilmente è un segnale per Reno e Benteen)
  • 17:10: Ultimi colpi sparati dal comando di Custer.
  • 17:25: McDougall raggiunge Reno e Benteen. Custer e il suo comando sono già morti da alcuni minuti.

La battaglia secondo gli indiani: il racconto di Gambe di Legno[modifica | modifica sorgente]

Il medico Thomas B. Marquis raccolse varie testimonianze dai Cheyenne che parteciparono alla battaglia di Little Bighorn, imparandone il linguaggio a gesti. In particolare pubblicò un libro che riportava la vita e le esperienze di Gambe di Legno (Kum-moq-quiv-vi-ok-ta),[1], un nativo americano appartenente alla Tribù dei Cheyenne settentrionali, guerriero del gruppo dell'Alce. Egli aveva 18 anni quando prese parte alla battaglia e partecipò alla cerimonia commemorativa a 30 anni di distanza dalla battaglia. La sua testimonianza in breve:

L'inizio della fine[modifica | modifica sorgente]

  • 17 marzo 1876: l'accampamento Cheyenne di cui faceva parte Gambe di Legno, composto circa da 70 nativi americani, viene attaccato e distrutto dai soldati statunitensi sul fiume Powder, poco sopra la foce del Little Powder. Pochi vengono uccisi ma tutti i loro beni vengono distrutti. I Cheyenne, ridotti in miseria, migrano verso Ovest per cercare aiuto da altre tribù.
  • I Cheyenne vengono aiutati da una banda di Sioux Oglala, con i quali intrattenevano ottimi rapporti. I capi si riuniscono e decidono di migrare verso Nord per evitare altri attacchi dall'uomo bianco.
  • Pochi giorni dopo i Sioux Oglala ed i Cheyenne si uniscono al numerosissimo campo dei Sioux Uncpapa, guidati da Toro di Bisonte Seduto, meglio conosciuto come Toro Seduto. Egli si era distinto per non aver mai voluto attaccare l'uomo bianco.
  • Nello stesso luogo i tre accampamenti vengono raggiunti dai Sioux Minneconjou, per poi spostarsi ulteriormente verso Nord.
  • Ai quattro accampamenti si unirono i Sioux Senza Frecce (Sans Arcs). I gruppi preesistenti si rinfoltiscono, arrivando a 60-70 tende per ogni tribù, eccetto gli Uncpapa che ne avevano almeno il doppio.
  • Sul Powder si aggiunge un sesto accampamento, quelli dei Sioux Piedineri, oltre che gruppi minori di Giacca e Casacca (Sioux Santee, gruppo Wahpeton), Assiniboine, Cosce Bruciate (Brulées). Qui i Cheyenne settentrionali furono raggiunti da un altro grande gruppo di Cheyenne, capeggiati da Uomo Bianco Zoppo, che faceva parte dei meridionali, sebbene avesse vissuto a lungo con i settentrionali.
  • I sei campi si continuano a spostare fino ad arrivare al Rosebud a maggio e poi sul torrente Reno. Tutti gli spostamenti hanno i Cheyenne in testa e gli Uncpapa in coda.
  • Un gruppo di cacciatori avvista un contingente di soldati a Sud che marcia in direzione del campo. Una volta riferita la notizia al campo, i capi decidono di muoversi nuovamente, ma i giovani guerrieri partono di notte per andare ad attaccare i Bianchi, contro la volontà dei capi.

Verso le 8 di mattina del 17 giugno 1876 i [nativi americani]] delle varie tribù sferrano l'attacco e mettono in fuga i Bianchi senza particolari perdite da nessuna delle due parti. I guerrieri tornano al campo vittoriosi.

  • Il campo si stabilisce nella valle del Little Big Horn per 6 giorni.
  • 24 giugno 1876: il campo si sposta ulteriormente a Sud. Dopo la prima notte di festeggiamenti, i nativi americani vengono attaccati da Custer al mattino. In quel momento c'erano 6 campi tribali, con il primo dei Cheyenne e l'ultimo degli Uncpapa distanti circa 2–3 km e gli altri in mezzo. È stato stimato che fossero accampati 12.000 indiani, di cui 1.600 solamente Cheyenne, il resto Sioux.

Gli Indiani contro Capelli Lunghi[modifica | modifica sorgente]

Su alcune fonti è riportato che a capitanare i Cheyenne nella battaglia di Little Bighorn fosse Due Lune, ma è falso. Egli era un capo guerriero in sott'ordine e anni dopo la battaglia raccontò volontariamente ai giornalisti delle fandonie. Questi sono i nomi riportati da Gambe di Legno ed altri Cheyenne.

Capi degli accampamenti: Uncpapa: Toro Seduto. Egli era stato anche riconosciuto come unico capo anziano da tutte e sei le tribù indiane unite. Il capo sciamano si chiamava Pipa di Vitello di Bisonte.

Oglala: Cavallo Pazzo

Minneconjou: Cervo Zoppo (Lame Deer)

Sans-Arc: Gobba sul Naso, o Gobba.

Blackfeet: non pervenuto.

Cheyennes: Vecchio Orso e Mocassini Sporchi. Dopo di questi, per importanza: Testa Pazza. Condottiero dei guerrieri dell'Alce: Uomo Bianco Zoppo. Condottiero dei guerrieri del Cane Pazzo: Vecchio Uomo Coyote. Condottiero dei guerrieri della Volpe: Ultimo Toro.

Tranne pochissime eccezioni i nomi sopracitati non parteciparono attivamente alla battaglia. Il combattimento era compito esclusivo dei giovani, mentre gli anziani rimanevano nelle retrovie, dando consigli ed incoraggiando. Gli ordini non erano previsti, ogni nativo americano combatteva come singolo.

La battaglia[modifica | modifica sorgente]

Al mattino presto Custer attaccò esattamente al centro del grande accampamento tribale, vedendosi ben presto respinto da un numero crescente di forze. I nativi americani si truccarono e vestirono al loro massimo splendore, preparandosi alla morte e questo ritardò l'attacco in massa di vari minuti. Per i dettagli della battaglia si rimanda al libro. Ecco i punti salienti o maggiormente interessanti:

  • I nativi americani non sapevano dell'attacco imminente, furono colti di sorpresa.
  • Nessuno conosceva chi fossero gli ufficiali statunitensi, né tantomeno chi fosse Custer (chiamato anche Capelli Lunghi). A battaglia finita i nativi americani credevano che l'attacco fosse stato mosso dagli stessi soldati che avevano cacciato sul Rosebud giorni prima.
  • Nessuno subito dopo la battaglia si prese il merito di aver ucciso Custer, né alcun altro ufficiale. Per i nativi americani erano tutti uguali.
  • I nativi americani presero gli scalpi, (pratica appresa dagli stessi europei invasori), dopo la morte dei nemici.
  • Le perdite dei nativi americani furono circa 32 secondo Gambe di Legno.
  • La cosa più incredibile che non compare in altre fonti è che i vari contingenti delle truppe di Custer si tolsero la vita volontariamente, sparando ai propri compagni o a se stessi quando si resero conto di essere circondati in inferiorità schiacciante. Solo pochi tentarono la fuga. I nativi americani, non capendo il gesto, imputarono l'accaduto agli effetti del whisky o a una "medicina" dei loro sciamani.

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

In tutto i caduti della battaglia furono 268 per il 7º Cavalleria, mentre le perdite dei nativi americani furono stimate approssimativamente da 30 a 300 guerrieri (i nativi portarono via la maggior parte dei loro morti); il combattimento vero e proprio non era durato più di 25 minuti. La mattina del 27 giugno le truppe di Terry e Gibbon si riunirono con ciò che restava delle forze di Reno e Benteen e si recarono quindi sul luogo della battaglia per procedere alla difficile opera di ricerca, riconoscimento e sepoltura dei corpi dei caduti, opera che si concluse solo tre giorni dopo.

La sconfitta motivò l'esercito a intensificare la campagna contro i Lakota. La riserva fu posta praticamente sotto legge marziale. I nativi furono costretti a consegnare armi e cavalli e interdetti dal cacciare nei territori non-ceduti. Le bande di nativi americani al di fuori della riserva furono inseguite implacabilmente e una ad una si arresero, più che altro perché private dei mezzi di sussistenza (non ci furono grandi battaglie, ma villaggi e provviste furono distrutti). I territori non-ceduti, le Colline Nere e una striscia al margine occidentale della Grande Riserva Sioux passarono sotto la sovranità degli Stati Uniti. Entro ottobre tutti i Lakota, a eccezione delle bande di Bile e Toro Seduto, avevano accettato di "sotterrare l'ascia di guerra" e rientrare nelle riserve.

Cavallo Pazzo rimase alla macchia sulle montagne del Bighorn fino a quando suo zio Coda Maculata lo convinse ad arrendersi: il 5 settembre 1877, attirato con un tranello a Fort Robinson, venne ucciso da una sentinella con un colpo di baionetta, dopo che, resosi conto della situazione, aveva tentato di fuggire. Toro Seduto e Bile si rifugiarono in Canada. Da qui continuarono a cacciare (i bufali tendevano a vagare a sud del confine canadese) e a condurre razzie in Montana e North Dakota, creando difficoltà diplomatiche tra i governi canadese e statunitense e causando un continuo stato di ostilità. Infine Bile e Toro Seduto si rassegnarono a rientrare negli Stati Uniti e accettare di vivere nella riserva. Bile visse pacificamente nella riserva di Standing Rock, dove morì il 5 dicembre 1894. Toro Seduto trascorse due anni come prigioniero di guerra, quindi fu assegnato alla stessa riserva. Nel 1890 le autorità temettero che volesse organizzare una ribellione e il 15 dicembre lo arrestarono. Ne nacque uno scontro durante il quale venne ucciso da un poliziotto Lakota.

Il dibattito e l'eredità storica[modifica | modifica sorgente]

Il sensazionalismo dei giornali dell’epoca, i numerosi ammiratori di Custer (a partire dalla moglie Libby), la tendenza dell’esercito a serrare i ranghi e il nazionalismo esagerato in tempo di guerra crearono una polemica che continua anche oggi.

Custer[modifica | modifica sorgente]

Dal momento in cui decise di deviare dal piano di Terry, indubbiamente, Custer deve assumersi la responsabilità per l’esito della battaglia. Nessuna delle sue supposizioni era fondata: gli abitanti del villaggio dei nativi americani non avevano nessuna intenzione di fuggire, i nativi che Custer avvistò durante la sua marcia non diedero l’allarme (perlopiù si trattava di gruppi in viaggio per unirsi al villaggio, ed alcuni di essi arrivarono dopo che la battaglia cominciò). Custer agì sulla base del suo istinto, non sulla base di informazioni concrete (i suoi scout nativi lo avvertirono ripetutamente del numero eccezionale dei nemici). Stancò inutilmente uomini e cavalli ordinando marce forzate (il tenente colonnello Elwood Nye, Corpo Veterinario, definì il modo in cui Custer usò i cavalli come "abuso"), divise il reggimento senza fare piani precisi e senza neppure sapere dove esattamente si trovasse il villaggio, promise a Reno di sostenerlo nell’attacco ma iniziò una manovra differente e diede ai subordinati ordini poco chiari.

Chi disobbedì agli ordini? Custer chiaramente non seguì le istruzioni di Terry, però non si può dire che disobbedì. È vero che al momento della partenza Terry gli disse: “Non essere ingordo, aspettaci”. Però gli ordini scritti esprimevano le istruzioni come “desideri”, usando spesso il modo condizionale (“dovrebbe”, invece di “deve”) enfatizzando il rispetto per lo “zelo, energia e abilità” di Custer.

Reno[modifica | modifica sorgente]

Benteen e Reno furono accusati di non aver fatto il loro dovere. Reno, accusato di codardia, chiese un’inchiesta per riabilitare il proprio nome. In effetti, si può speculare sul fatto che se Reno avesse continuato la carica, portando la battaglia nel villaggio, e se avesse resistito un'altra mezz'ora, Custer avrebbe potuto sorreggerlo attaccando il villaggio sul fianco destro. A posteriori, però, considerando il numero degli indiani (che né Reno né Custer conoscevano) non è realistico pensare che Reno avrebbe potuto resistere tanto a lungo, considerando che Custer, con il doppio di uomini, fu annientato in mezz'ora.

Altri mettono in questione la decisione di Reno di abbandonare il boschetto, dove avrebbe potuto resistere meglio, forse di nuovo dando a Custer il tempo di attaccare il villaggio. In realtà, Reno perse la testa nel boschetto dove ordinò agli uomini di “montare, smontare, rimontare” e ordinò una ritirata caotica, in un punto dove il fiume non era guadabile, perdendo diversi uomini nel trasferimento. La corte d'inchiesta, anche se esonerò Reno, indicò che gli ufficiali subalterni si erano comportati meglio di lui. Una volta arrivato in una posizione difendibile, Reno si rifiutò di muoversi fino a che Terry arrivò due giorni dopo. Però era Custer che avrebbe dovuto sorreggere Reno e non viceversa.

Benteen[modifica | modifica sorgente]

Benteen disobbedì all’ordine portatogli da Giovanni Martini (“Vieni presto e porta i rifornimenti”), ma quest’ordine era contraddittorio: come avrebbe potuto affrettarsi e portare i rifornimenti senza adeguarsi al loro lento passo? E quando decise di restare con Reno, invece di raggiungere Custer, non sapeva dove Custer si trovasse (Custer si era spostato ancora verso il Nord da quando Martin l’aveva lasciato 45 minuti prima, era nascosto dalle colline e non aveva ancora attaccato i nativi).

L’unica sparatoria in corso era intorno alla posizione di Reno. Se ad un ufficiale si vuole dare un minimo di iniziativa e leadership, bisogna concludere che la condotta di Benteen fu ineccepibile. Se avesse eseguito l’ordine ciecamente, sarebbe stato probabilmente attaccato e annientato dai nativi mentre cercava le tracce di Custer che si trovava ad un’ora di distanza. D’altra parte, la sua decisione di restare (e, in effetti, assumere il comando) nella posizione di Reno (che era quasi in uno stato di panico, assediato con solo una sessantina di uomini abili, numerosi feriti e poche munizioni) probabilmente prevenne un ulteriore disastro.

Diatriba sulle armi[modifica | modifica sorgente]

Il fatto che gli indiani avessero alcuni fucili a ripetizione Henry e Winchester produsse il mito che i nativi fossero armati meglio della cavalleria. In realtà solo circa metà degli Indiani aveva armi da fuoco: soprattutto vecchi moschetti ad avancarica, fucili da caccia, pistole (molte ad avancarica), Springfields catturati dai soldati e qualche Winchester ed Henry. Ma qual è la definizione di "migliore"? Anche dopo la battaglia del Little Bighorn, l’esercito continuò ad affermare la superiorità dei fucili Springfield a colpo singolo contro la carabina Winchester che sparava a ripetizione ma era meno potente e precisa a lunga distanza e più soggetta ad inceppamento. Inoltre, anche gli indiani che possedevano armi da fuoco avevano difficoltà a ottenere munizioni. Non era insolito per i nativi usare munizioni del calibro sbagliato perché non avevano di meglio.

È vero, però, che data la loro grande superiorità numerica, la piccola percentuale di indiani armati di fucili a ripetizione superava numericamente il numero di soldati. Gli indiani armati di archi e frecce, però, non erano necessariamente in svantaggio: infatti quando l’esercito passò dall’offesa alla difesa, le frecce furono più efficaci delle armi da fuoco. Nascosti tra rocce e anfratti, gli indiani le lanciarono in una traiettoria arcuata per ricadere dall’alto sulle posizioni difensive di Custer e Reno, senza esporsi al fuoco dei soldati. Solo in questo senso si può dire che gli indiani avevano le armi migliori.

Gli italiani della battaglia[modifica | modifica sorgente]

Carlo Di Rudio in divisa di ufficiale dell'esercito statunitense
George Armstrong Custer ritratto con la moglie ed una domestica

Tra i pochi soldati sopravvissuti allo scontro vi sarebbero stati vari italiani, tra cui l'unico scampato della colonna di Custer, John Martin (nome di nascita Giovanni Martini, 1853-1922)[2], un giovane emigrato, ex tamburino garibaldino nella campagna in Trentino del 1866 e a Mentana nel 1867, che faceva il trombettiere per Custer. A John Martin/Martini lo stesso Tenente Colonnello ordinò di correre a chiedere aiuto al capitano Benteen, ordine che gli salvò la vita.

Tra gli ufficiali della colonna di Reno vi fu invece il conte Carlo Di Rudio (1832 - 1910), che Reno chiamava con disprezzo "il conte che non conta", un mazziniano bellunese costretto all'esilio per la sua partecipazione al fallito attentato contro Napoleone III di Francia. Durante la ritirata di Reno, rimase intrappolato nel boschetto dove restò per 36 ore, ricongiungendosi con Reno solo quando la battaglia era praticamente finita. Felice Vinatieri (1834-1891), musicista e compositore di origine torinese, era il direttore della banda musicale del battaglione, ma la banda non partecipò alla battaglia e rimase a Fort Lincoln.

I soldati italiani che sono noti per avere preso parte alla battaglia furono Giovanni Martini (trombettiere), Carlo Di Rudio (tenente), Agostino Luigi Devoto, Giovanni Casella.

Influenza culturale e reinterpretazioni[modifica | modifica sorgente]

  • Nel film Il piccolo grande uomo di Arthur Penn, tratto dall'omonimo romanzo di Thomas Berger, il protagonista Jack Crabb racconta la sua vita e le vicende avvenute durante la battaglia del Little Bighorn a cui partecipò al fianco del generale Custer nel Settimo cavalleggeri di cui fu l'unico superstite.
  • Nel film Non toccare la donna bianca (1975) il regista italiano Marco Ferreri traspone la vicenda battaglia del Little Bighorn e della sconfitta di Custer riambientandola nella Parigi moderna.
  • Nel film Soldato blu, che narra il massacro di Sand Creek (1864), si parla della battaglia del Little Bighorn come già avvenuta, mentre questa prenderà atto ben 12 anni dopo gli eventi narrati.
  • Il gruppo metal Running Wild ha composto una canzone dal titolo Little Big Horn (1991).
  • Nel numero 492 del fumetto Tex dal titolo Little Big Horn (pagina 76), in cui si ricostruiscono gli eventi che portarono alla battaglia, si rievoca l'episodio dell'ordine di Custer al soldato John Martini di correre a chiedere aiuto al capitano Benteen, ordine che gli salvò la vita.[3]
  • Nel numero 60 del fumetto Storia del West il desiderio di rivincita del guerriero Cheyenne Wapai - scampato al massacro sul fiume Washita, ad opera proprio di Custer - si incrocia con la sete di gloria del generale dai lunghi capelli biondi. Sulle rive del Little Big Horn entrambi avranno il loro "Giorno di gloria".[4]
  • Nel numero 99 del fumetto Magico Vento è presente una ricostruzione degli eventi di Little Big Horn.
  • Nella canzone "Coda di Lupo" di Fabrizio de André viene citata la battaglia di Little Big Horn:
"Ed ero già vecchio quando vicino a Roma a Little Big Horn
capelli corti generale ci parlò all'università
dei fratelli tute blu che seppellirono le asce
ma non fumammo con lui non era venuto in pace"
  • Nel numero 32 "La Leggenda del Generale", del fumetto Ken Parker, il protagonista, avendo ricevuto degli ordini in ritardo, cerca di raggiungere il tenente colonnello Custer fino ad arrivare a Little Big Horn quando ormai la battaglia è finita. Lungo il racconto Ken ha l'occasione di incontrare varie persone che gli racconteranno la loro opinione del militare, varie versioni, spesso diametralmente opposte, della personalità di Custer, persona mitizzata o disprezzata già a quei tempi.
  • Nel racconto di Frederick Forsyth intitolato "Vento che sussurra", viene integralmente rappresentata la battaglia di Little Big Horn, all'interno del quale l'unico sopravvissuto degli squadroni di Custer sarebbe uno scout di frontiera, poi risparmiato da Toro Seduto per aver precedentemente aiutato una squaw a sottrarsi alle violenze dei soldati del settimo cavalleggeri.
  • Nel film L'ultimo samurai (2003) di Edward Zwick, Tom Cruise interpreta il Capitano Nathan Algren, superstite della battaglia del Little Bighorn, che deve fare i conti con il proprio senso di colpa per avere sterminato donne e bambini che pur non avevano preso parte alla battaglia stessa.
  • Nel quinto capitolo del volume 3 del manga Devilman dal titolo "Il diavolo di Little Bighorn" si specula il fatto che il Generale Custer possa in realtà essere un demone, esso verrà sconfitto proprio da Devilman non prima di aver però commesso un massacro nei confronti dei Cheyenne arrivato li grazie a un "time slip" ovvero viaggio nel tempo.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Gambe di Legno, La lunga marcia verso l'Esilio, Rusconi, 1986
  2. ^ I natali di John Martin/Giovanni Martini sono contesi da diversi comuni italiani.
  3. ^ Nella nota del fumetto risulta scritto che il soldato Martini era originario di Sala Consilina, Salerno, dove era nato nel 1853.
  4. ^ Gino D'Antonio e Renzo Calegari, Storia del West, Sergio Bonelli Editore, 1967. Vedi anche: http://www.ubcfumetti.com/sdw/60.htm

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Obelisco in onore dei caduti di parte statunitense
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Bibliografia sulla Storia dei Nativi d'America.
  • Hutley, Robert M, Frontier regulars, University of Nebraska press, Lincoln, NE, 1973
  • Hutley, Robert M, Custer and the great controversy, University of Nebraska press, LIncoln NE. 1998
  • Hutley, Robert M, The lance and the shield - The life and times of Sitting Bull,Ballantine Books, 1994
  • Custer, George Armstrong, La mia vita nelle Pianure. Esperienze personali tra gli indiani Milano, Mursia, 1991 ISBN 88-425-1078-5
  • Miller, David Humphreys, La fine del generale Custer, come raccontano gli indiani, Milano, Rizzoli, 1966
  • Cesare Marino, Dal Piave al Little Bighorn, Alessandro Tarantola editore, Belluno, 1996.
  • Grinell, George Bird, The Fighting Cheyennes, JG Press, 1995
  • Brown, Dee, Seppellite il Mio Cuore a Wounded Knee, Oscar Mondadori 1972
  • Connell, Evan, Son of the Morning Star, North Point Press (October 30, 1997)
  • Nye, Elwood L, Marching with Custer, articolo in "The Veterinary Bulletin, 1935", ristampato in: Brown, Barron, Comanche, JM Carroll & Co, Mattituck, NY, 1973
  • The official record of a court of inquiry convened at Chicago, Illinois, January 13, 1879, by the President of the United States upon the request of Major Marcus A. Reno, 7th U.S. Cavalry, to investigate his conduct at the Battle of the Little Big Horn, June 25-26, 1876, Pacific Palisades, Calif.: 1951 (consultabile on line a: http://digital.library.wisc.edu/1711.dl/History.Reno)
  • Brininstool, EA, Troopers with Custer, University of Nebraska Press, Lincoln, NE 1989
  • Bighorn History Alliance Wiki. Battle of the Little Bighorn Timeline, consultabile on line a:
  • Cronologia della Battaglia adattata e sintetizzata da: Battle of the Little Bighorn Timeline Little Bighorn Battle Timeline - Little Bighorn
  • The New York Times, MAJOR RENO EXONERATED; REPORT OT THE COURT OF INQUIRY; Marc Indiano, Fabrizio De André

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