Battaglia del Lago Regillo

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Battaglia del Lago Regillo
Condizioni attuali del luogo ove si trovava il Lago Regillo(piana sotto Rocca Priora oggi Pratoni del Vivaro).
Condizioni attuali del luogo ove si trovava il Lago Regillo
(piana sotto Rocca Priora oggi Pratoni del Vivaro).
Data 496 a.C. o 499 a.C.
Luogo nei pressi del Lago Regillo, Tuscolo, Lazio
Esito Vittoria romana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
24.000 fanti, 3.000 cavalieri 40.000 fanti, 3.000 cavalieri
Perdite
sconosciute sconosciute
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La battaglia del Lago Regillo è una delle prime leggendarie vittorie romane. Leggendaria perché non si hanno riferimenti precisi (i documenti sembra siano stati perduti nell'incendio seguito all'invasione dei Galli di Brenno). Leggendaria perché il risultato della battaglia, inizialmente sfavorevole ai guerrieri dell'Urbe, si dice fosse deciso dall'apparizione dei mitologici Dioscuri: Castore e Polluce.

Il Lago Regillo, un tempo sito nell'agro tuscolano e prosciugato nel V o inizio IV secolo a.C. (oggigiorno la piana che lo ha sostituito ha il nome di "Prataporci", o "Pantano Secco"), sembra aver preso il nome da un adiacente tempio di Giunone Regina. Il mito di Giunone era molto sentito fra le popolazioni del Lazio. Giunone era venerata sotto svariati attributi fra i quali Giunone Regina e Giunone Moneta. Il lago, formatosi nel cavo di un antico cratere vulcanico, si trova nei pressi di Frascati, vicino a monte Porzio Catone, ad est di Roma.

L'anno in cui si svolse la battaglia non è del tutto certo. In genere si situa nel 496 a.C. (anche se la cronologia di Varrone pone Aulo Postumio dittatore nel 499 a.C. con Tito Ebuzio console e magister equitum), ancor meno certi si è del giorno ma, dati i tempi, è logico supporre che si fosse in primavera/estate, momenti in cui in genere riprendevano le ostilità fra le varie popolazioni confinanti.

Antefatto[modifica | modifica sorgente]

Per prima cosa ricordiamo che Romani, Latini, Sabini ed Etruschi (per citare solo i popoli più rappresentativi) si sono combattuti per secoli e con alterne fortune; questa battaglia è solo una delle tante. La sua importanza viene da quanto, negli anni successivi, ne conseguì nei rapporti fra Roma e i popoli circostanti. Seguiamo la narrazione dello storico patavino Tito Livio in Ab Urbe condita libri e vediamo che Lucio Tarquinio il Superbo, dopo la cacciata, aveva cercato aiuto in varie città vicine. Il principale sostegno venne da Porsenna, lucumone di Chiusi, che però ammirato dall'eroismo dei vari Orazio Coclite, Muzio Scevola e Clelia (la vergine fuggitiva restituita al re e rimandata da lui a casa) decise di interrompere i suoi attacchi a Roma e di liberarsi dell'ormai anziano deposto re romano. Tarquinio e i suoi seguaci, che nel frattempo erano stati espropriati dei loro beni a Roma, dovettero trovare rifugio a Tusculum dal genero di Tarquinio, il dittatore Ottavio Mamilio. Mamilio passò i successivi tre anni a preparare la guerra a Roma, aizzando i Latini che, d'altra parte, non avevano nessun bisogno di essere aizzati per combattere.

Essendo consoli Aulo Postumio e Tito Ebuzio Helva Roma dovette fronteggiare una battaglia più pericolosa delle altre; dopo alcuni anni di combattimenti con i vicini, i romani si trovarono davanti, sul campo assieme ai Tuscolani, Lucio Tarquinio e i fuoriusciti romani che vedevano l'ultima possibilità di vendicarsi e rientrare in patria da vincitori.
Tito Livio (Ab Urbe condita libri) racconta che

(LA)
« ...et quia Tarquinios esse in exercitu Latinorum auditum est, sustineri ira non potuit quin extemplo confligerent. Ergo etiam proelium aliquanto quam cetera gravius atque atrocius fuit. Non enim duces ad regendam modo consilio rem adfuere [...] Tarquinius Superbus, quamquam iam aetate et viribus erat gravior, equum infestus admisit [...] Latinus dux [..] arcessit cohortem exulum romanorum cui L.Tarquini filius paeerat. Ea quo maiore pugnabat [...] pugnam parumper restituit. »
(IT)
« Quando i Romani seppero che i Tarquini facevano parte dell'esercito dei Latini, furono spinti dall'ira ad attaccare immediatamente battaglia. E dunque questo scontro risultò più duro e sanguinoso di ogni altro: basti pensare che i comandanti non si limitarono a dirigere le operazioni [...] Perfino Tarquinio Superbo che pure era appesantito e indebolito dall'età stava in prima fila [...] Il comandante latino [...] fece avanzare una coorte di esuli di Roma comandata dal figlio di Lucio Tarquinio. E proprio grazie ad essa [...] poté rialzare per un po' il livello dello scontro. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 19-20, Newton & Compton, Roma, 1975, trad.: G.D. Mazzocato)

Preparazione[modifica | modifica sorgente]

Sempre Livio ci informa:

(LA)
« Supra belli latini id quoque accesserat quod triginta iam coniurasse populos concitante Octauio Mamilio satis constabat. [...] in hac tantarum expectatione rerum sollicita civitate, dictatoris primum creandi mentio orta. »
(IT)
« Al timore di una nuova guerra sabina si aggiungeva la notizia, abbastanza certa, che trenta città si erano strette in giuramento sotto l'impulso di Ottavio Mamilio. [...] fu così che nella città scossa da molteplici ansietà si affacciò per la prima volta l'idea di creare un dittatore. »
(Ibid., II, 18)

Si noti che il problema dei Romani non era la capacità bellica dei consoli (Livio non riesce a precisarne il nome) ma il fatto di essere sospettati di parteggiare per la fazione dei Tarquini, evidentemente ancora dotata di un certo seguito nella città.

Roma per alcuni anni si era trovata in una condizione di guerra fredda con continue provocazioni da e verso i popoli confinati e con continue chiamate alle armi che però sfociavano in taciti accordi fra le città. I Tarquini che avevano posto la loro base a Tuscolo si stavano adoperando per riprendere le ostilità con un supporto militare organizzato. Ottavio Mamilio si era attivato per formare una lega latina e per organizzare un esercito di dimensioni sufficienti da riuscire a vincere i potenti vicini. Livio asserisce che, essendo consoli Tito Ebuzio Helva e Gaio Veturio Gemino (secondo la cronologia varroniana era il 499 a.C.), fu assediata Fidene, conquistata Crustumerio e Preneste defezionò dalla Lega Latina passando al campo avversario. La guerra con i Latini era diventata inevitabile.

Movimenti di truppe[modifica | modifica sorgente]

Nell'anno 498 a.C. nella Selva Ferentina si tennero riunioni dove si formò una alleanza detta Lega Latina. Trenta città si unirono per scrollarsi il peso di Roma. L'anno successivo i Latini conquistarono la fortezza di Corbium. Infine, nel 496 a.C., le formazioni della Lega e una coorte di fuoriusciti romani al seguito dei Tarquini iniziarono le operazioni belliche. Le forze latine assommavano a circa 40.000 fanti e 3.000 cavalieri.

A Roma si era venuti a conoscenza della minaccia, Aulo Postumio venne nominato dittatore e vennero reclutati 24.000 fanti e 3.000 cavalieri, le usuali 4 legioni rinforzate dalle solite forze di cavalleria. Metà delle legioni furono appostate fra Roma e Tuscolo al comando di Postumio per controllare i movimenti dei Latini. Questi, visto l'esiguo numero di romani iniziarono lo spostamento verso le forze nemiche. Postumio fece venire da Roma il resto dell'esercito e dispose i suoi uomini fra il lago Regillo e il monte, in una strettoia più facilmente difendibile. Entrambi gli eserciti attesero rinforzi e quando si sentirono sicuri, i Latini sferrarono l'attacco.

La battaglia[modifica | modifica sorgente]

La battaglia del lago Regillo nell'interpretazione di Tommaso Laureti (oggi a Roma, Musei capitolini - "Sala dei Capitani").

La battaglia fu violentissima. Tarquinio il Superbo si scagliò contro Postumio ma fu ferito a un fianco e ricondotto in salvo dai suoi; Ebuzio che comandava la cavalleria all'ala opposta, si scontrò direttamente con Ottavio Mamilio ed entrambi rimasero feriti, Ebuzio al braccio, l'altro al petto, e dovettero ritirarsi dietro le prime linee. Mamilio, comunque ritornò a combattere guidando la coorte dei fuoriusciti assieme al figlio di Tarquinio. Marco Valerio, fratello di Valerio Publicola, scorto il giovane Tarquinio spronò il cavallo e si gettò, lancia in resta, contro Tarquinio che si ritirò fra i suoi. Valerio non desistette, fu ferito al fianco da un avversario e morì poco dopo.

Quell'ala cominciò a mostrare segni di cedimento; Postumio diede ordine di trattare come nemici coloro che si fossero dati alla fuga. I romani stretti fra i nemici e la coorte delle guardie del corpo del dittatore, interruppero la fuga e ripresero il combattimento aiutati proprio da quella coorte. Uomini freschi annientarono i nemici già stanchi, gli esuli furono quasi circondati. Mamilio vedendo il pericolo si fece seguire da alcuni manipoli tenuti di riserva e si gettò nuovamente nella mischia. Il legato Tito Erminio lo vide, gli si lanciò contro e lo uccise con un colpo; poi, colpito a sua volta, rientrò fra i ranghi per morire mentre gli si prestavano le cure.

La battaglia era stata lunga e la fanteria romana era stanca, i nemici stavano prendendo il sopravvento. Postumio allora chiese ai cavalieri di scendere dai cavalli e aiutare i fanti nelle loro azioni.

(LA)
« Dicto paruere; desiliunt ex equis, provolant in primum et pro antesignani parmas obiciunt. Recepit extemplo animum pedestris acies, postquam iuventutis proceres aequato genere pugnae secum partem periculi sustinentes vidit. Tum demum impulsi Latini perculsaque inclinavit acies. »
(IT)
« Essi obbedirono all'ordine; balzati da cavallo volarono nelle prime file e andarono a porre i loro piccoli scudi davanti ai portatori di insegne. Questo ridiede morale ai fanti, perché vedevano i giovani della nobiltà combattere come loro e condividere i pericoli. Finalmente i Latini vennero respinti e il loro schieramento cedette. »
(Ibid., II, 20)

Erano le fasi conclusive; i cavalieri romani risalirono sui loro destrieri e si diedero ad inseguire i nemici in fuga. La fanteria tenne dietro. Venne conquistato il campo latino.

Alla battaglia partecipò come soldato anche il giovane Gneo Marcio, futuro Coriolano perché conquistatore di Corioli, che si distinse per il proprio valore, tanto da meritare la Corona civica per aver salvato da solo in battaglia un altro cittadino romano. [1]

Castore e Polluce[modifica | modifica sorgente]

I Dioscuri alla battaglia del Lago Regillo. John Reinhard Weguelin (1849 - 1927)

Secondo la leggenda, oltre a questo rinforzo dei cavalieri Postumio chiese un aiuto divino ai Dioscuri, facendo voto di dedicare loro un tempio in cambio di un significativo aiuto. Si videro allora comparire due giovani guerrieri che nessuno dei Romani conosceva. Montati su cavalli bianchi si gettarono a combattere nelle prime file trascinando i Romani alla vittoria. Al termine della battaglia, però abbandonarono il campo. Sempre secondo la leggenda erano corsi a Roma a portare la notizia della vittoria, avevano lavato i cavalli alla fonte Giuturna ed erano scomparsi.

Postumio ed Ebuzio entrarono a Roma in trionfo; Postumio, devotamente, scioglierà il voto innalzando presso la fonte Giuturna un tempio a Castore e Polluce. Il vecchio re Tarquinio terminerà i suoi giorni alla corte di Aristodemo, tiranno di Cuma.

La sconfitta fermò definitivamente le velleità dei Latini che dovettero accettare la supremazia di Roma. Ma i Romani furono abbastanza saggi da non sfruttare troppo le popolazioni assoggettate, tanto che qualche anno dopo, verso il (462 a.C.), i tuscolani furono i più fedeli alleati di Roma quando la città, stremata da una micidiale pestilenza, ne ricevette l'aiuto contro le popolazioni degli Equi e dei Volsci.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Plutarco, Vite parallele, Vita di Coriolano, III.3, pg. 123

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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