Battaglia del Baetis superiore

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Battaglia del Baetis superiore
Percorso di Annibale durante la seconda guerra romano-punica
Percorso di Annibale durante la seconda guerra romano-punica
Data 211 a.C.
Luogo fiume Guadalquivir - Spagna
Esito Vittoria dei Cartaginesi
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
circa 53.000 uomini circa 35.000 uomini
Perdite
circa 22.000 uomini circa 1.000 uomini
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La battaglia del Baetis Superiore è il nome che viene convenzionalmente dato a una serie di tre scontri principali e altri meno importanti che vennero combattuti fra le forze romane e quelle cartaginesi nei dintorni del fiume Baetis (il moderno Guadalquivir).

I Cartaginesi, per meglio controllare il territorio, avevano diviso l'esercito in tre parti comandate da Asdrubale di Giscone, Magone e Asdrubale Barca (questi due, figli di Amilcare detto Barca ("Fulmine") e fratelli di Annibale). I Romani erano comandati da Publio Cornelio Scipione e Gneo Cornelio Scipione, rispettivamente padre e zio del (poi) più famoso Publio Cornelio Scipione Africano.

Dopo il Ticino[modifica | modifica sorgente]

Dopo la sconfitta al Ticino i due fratelli Scipioni avevano avuto il comando delle forze in Spagna. L'importanza della guerra in Spagna, per Roma derivava dalla forza che questi possedimenti davano alla nemica Cartagine. Dalla penisola Iberica, la città punica derivava ingenti quantitativi di metallo, soprattutto stagno necessario al bronzo per gli armamenti e reclutava grandi quantità di forze armate terrestri fra volontari e alleati forzosi.

In Spagna la seconda guerra romano-punica si trascinava da un paio d'anni in scaramucce di poca consistenza e l'azione romana era servita soprattutto a impedire l'invio di aiuti ad Annibale in Italia. Infatti non solo dalla Spagna non si erano inviate truppe, molte forze cartaginesi furono deviate dal teatro bellico italiano a quello iberico. Come ci dice Tito Livio:

(LA)
« cum biennio ferme nihil admodum memorabile factum esset consiliisque magis quam armis bellum gereretur. »
(IT)
« da circa un biennio non si era fatta quasi nessuna azione notevole e la guerra era stata condotta più con la politica che con le armi. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXV, 32. Mondadori, Milano, Trad.: G. Vitali.)

Forze in campo[modifica | modifica sorgente]

Finalmente, nel 211 a.C. i generali romani decisero di intraprendere una campagna di maggiore spicco nel tentativo di porre fine alla guerra in Spagna. Per questo gli Scipioni ritenevano di essere dotati di forze sufficienti avendo arruolato, nel corso dell'inverno, oltre ventimila celtiberi da aggiungere alle forze più propriamente romane.

I Cartaginesi avevano disposto le loro truppe in due tronconi principali; la forze comandate da Asdrubale Barca e quelle guidate congiuntamente da Magone e dall'altro Asdrubale. Asdrubale Barca era più vicino, accampato presso la città di Antorgi. Gli Scipioni ritenevano di avere forze superiori a quelle di Asdrubale e che quindi fosse da attaccare per primo. Volevano, tuttavia, evitare di spaventare gli altri due capi punici perché in caso di vittoria romana, Magone e il collega non si ritirassero in luoghi impervi iniziando una sorta di interminabile guerriglia.
Fu così deciso di dividere l'esercito romano in due tronconi. Il primo troncone, due terzi dell'esercito, guidato da Publio Cornelio doveva attaccare Magone e Asdrubale di Gisgone; le forze romane rimanenti, rinforzate dai celtiberi, dovevano muovere contro Asdrubale Barca. Tutto l'esercito si diresse verso il campo di Antorgi e mentre Gneo vi si fermava, Publio continuò la marcia per raggiungere Magone e collega che distavano circa cinque giorni di marcia.

Defezione dei Celtiberi[modifica | modifica sorgente]

Asdrubale si accorse che le forze romane erano poche e che

(LA)
« spem omnem in celtiberorum auxiliis esse, peritus omnis barbaricae et praecipue earum gentium in quibus per tot annos militabat, perfidiae, [...] per occulta conloquia paciscitur magna mercede cum celtiberorum principibus un copias inde abducant . »
(IT)
« quivi si riponevano tutte le speranze nei celtiberi; e, buon conoscitore della perfidia di tutti i barbari e particolarmente quelli tra i quali militava da tanti anni [...] con occulti abboccamenti e mediante lauto compenso pattuì con i capi celtiberi il ritiro di questi dal campo romano. »
(Ibid., XXV, 33.)

I Celtiberi abbandonarono i Romani. E la cosa sembrò loro naturale ricevendo una mercede come per combattere, invece tornano alle loro case. Scipione, trovatosi improvvisamente in grave svantaggio numerico, non potendo né combattere né ricongiungersi al fratello iniziò una lenta ritirata cercando di non offrire facili occasioni di attacco ai Cartaginesi che seguivano la retrocessione.

Massinissa[modifica | modifica sorgente]

Come Annibale al Ticino con Maarbale, Asdrubale scatenò sulle truppe di Publio Scipione la cavalleria numidica del giovane alleato Massinissa (o Masinissa). Il principe numida non lasciò tregua a Publio Scipione, i cui soldati non potevano allontanarsi dal campo in cerca di foraggio cibo e legna né di giorno né di notte senza essere attaccati. Addirittura Massinissa e i suoi cavalieri attaccarono il campo

(LA)
« Noctibus quoque saepe incursu repentino in portis valloque trepidatum est, nec aut locus aut tempus ullum vacuum a metu ac sollicitudine erat Romanis, compulsique intra vallum, adempto rerum omnium usu. »
(IT)
« e sovente, per i suoi improvvisi attacchi, si trepidò anche di notte sulle porte ed entro il vallo, né i Romani avevano più luogo o momento libero da ansiosa trepidazione, ed essi erano costretti entro il vallo, privati di tutto. »
(Ibid., XXV, 34.)

Prima battaglia[modifica | modifica sorgente]

A peggiorare la situazione, i Romani sapevano che stava giungendo Indibile con i suoi settemilacinquecento Suessetani. Publio Cornelio dovette decidere di attaccare il capo ispanico per eliminare questo pericolo e poter sperare di riuscire a fronteggiare Asdrubale.
Lasciato al campo un piccolo presidio al comando di Tiberio Fonteio, Publio Cornelio attaccò nottetempo la colonna di Indibile e probabilmente avrebbe avuto la meglio se, all'improvviso, non fosse sopraggiunto Massinissa.
L'attacco della cavalleria numidica costrinse i Romani a frenare l'azione e, come colpo finale, alle spalle di Scipione arrivarono le truppe cartaginesi. L'accerchiamento fu completo.

Morte di Publio Cornelio Scipione[modifica | modifica sorgente]

(LA)
« Pugnanti hortantique imperatori, et offerenti se ubi plurimus labor erat, latus dextrum lancea traicitur. [...] Fuga confestim ex acie, duce anisso, fieri coepta est [...] nec superfuisset quisquam, ni praecipiti iam vesperum die nx intervenisset. »
(IT)
« Combatteva Scipione incitando i suoi ed esponendosi là dove più aspra era la mischia; e un'asta lo colpì al fianco destro. [...] Caduto il duce, si determinò una fuga generale [...] e nessuno sarebbe sopravvissuto se, volgendo ormai il giorno al tramonto, non fosse caduta la notte. »
(Ibid., XXV, 34.)

Ritirata di Gneo[modifica | modifica sorgente]

I Cartaginesi non persero tempo; dopo un breve riposo, a marce forzate si ricongiunsero alle forze di Asdrubale Barca.
Gneo Cornelio, pur non avendo ancora notizia della disfatta patita dagli uomini di Publio, notò che i nemici erano poderosamente aumentati di numero. Dal fatto che Magone e Asdrubale di Gisgone erano riusciti a ricongiungersi al suo avversario diretto e che Publio non gli aveva portato le sue truppe a rinforzo, Gneo Cornelio dedusse che il fratello era stato sconfitto e dovette decidere di ritirarsi il più lontano possibile. Di notte si allontanò ma i Cartaginesi ancora una volta mandarono Massinissa ad attaccare la colonna romana e a ritardarne il cammino. Alla fine Scipione dovette fermare la marcia e si attestò su una collinetta brulla e spoglia dove i Romani riuscirono a fermare gli attacchi di Massinissa.

Seconda battaglia[modifica | modifica sorgente]

(LA)
« Sed erat adeo nudus tumulus et asperi soli ut nec virgulta vallo caedendo nec terra caespiti faciendo aut ducendae fossae aliive ulli operi apta inveniri posset; nec natura quicquam satis arduum aut abscisum erat [...] Ut tame aliqua imaginem valli oblicerent, clitellas inligatas oneribus velut struentes ad altitudinem solitam circumdabant, cumulo sarcinarum omnis generis obiecto ubi ad moliendum clitellae defuerant. »
(IT)
« Ma l'altura era così nuda e di sì aspro terreno che non vi si potevano trovare né alberelli da tagliare per una palizzata né terra atta a far zolle o a scavarvi fosse, o comunque atta ad alcuna opera né vi era alcunché di abbastanza arduo o scosceso [...] Tuttavia, per opporre al nemico almeno una sembianza di vallo, disposero intorno, elevandoli fino all'altezza consueta, i basti legati ai loro carichi, gettando in mucchio i bagagli di ogni sorta là dove i basti vennero a mancare. »
(Ibid., XXV, 36.)

Morte di Gneo Cornelio Scipione[modifica | modifica sorgente]

Arrivarono, però i tre comandanti cartaginesi con le forze i fanteria. Spinsero le loro colonne su per la collina incoraggiando gli uomini a superare quello strano e quasi inutile apparato.
E dopo pochi sforzi infatti, i Cartaginesi usando dei pali, riuscirono a smuovere quella fragile barriera in molti punti, ad annullare le difese romane e a invadere il campo. In pochi e assaliti da molti, i soldati romani cedettero e si diedero alla fuga. Molti furono uccisi ma la maggior parte trovò rifugio nel campo di Publio Cornelio che era presidiato da Tiberio Fonteio.

(LA)
« Cn. Scipionem alii in tumulo primo impetu hostium caesum tradunt, alii cum paucis in propinquam castris turrim perfugisse; hanc igni circumdatam, atque ita, exustis foribus quas nulla moliri potuerant vi captam, omnesque intus cum ipso imperatore occisos. Anno octavo postquam in Hispaniam venerat, Cn. Scipio undetricensimo die post fratris mortem est interfestus. »
(IT)
« Secondo alcuni, Gneo Scipione restò ucciso sull'altura al primo assalto, secondo altri riparò con pochi in una torre vicina all'accampamento; questa fu circondata con fuochi e così fu presa dopo che ne furono arse le porte contro le quali nessun assalto era valso. E tutti quelli che vi erano furono uccisi col comandante. Così nell'ottavo anno della sua permanenza in Spagna, ventinove giorni dopo il fratello, Gneo Scipione morì. »
(Ibid., XXV, 36.)

Lucio Marcio figlio di Settimo[modifica | modifica sorgente]

(LA)
« Cum deletis exercitus amissaeque Hispaniae viderentur, vir unus res perditas retituit. Erat in exercitu L. Marcius Septimi filius, eques romanus, impiger iuvenis, animique et ingenii aliquanto quam pro fortuna in qua erat natus maioris. »
(IT)
« Quando parevano perduti gli eserciti e perdute le Spagne, un uomo solo risollevò la disparata situazione. Era nell'esercito Lucio Marcio figlio di Settimo, cavaliere romano, giovane animoso e di spirito e di ingegno assai maggiori della condizione in cui era nato. »
(Ibid., XXV, 37.)

Lucio Marcio riuscì a raccogliere le disperse forze romane, a ricongiungersi al presidio di Tiberio Fonteio e a guidare i Romani oltre l'Ebro dove si fortificarono. Le truppe romane, radunate nei comitiis militaribus lo elessero comandante supremo all'unanimità. All'avvicinarsi di Asdrubale di Gisgone, i Romani, in preda all'ira, si gettarono fuori dal campo attaccando senza misure di sicurezza e in disordine. Questo gettò nel panico i punici che non si aspettavano di trovare forze romane organizzate. Le truppe cartaginesi volsero in fuga.

(LA)
« Et, aut fugientium caedes foeda fuisset, aut temerarius periculosusque sequentium impetus, ni Marcius propere receptui dedisset signu [...] Inde in castra avidos adhuc caedisque et sanguinis reduxit. »
(IT)
« E orrenda sarebbe stata la strage dei fuggenti oppure sarebbe diventato temerario e pericoloso l'impeto degli inseguitori se Marcio non avesse dato ben presto l'ordine di ritirata [...] Così li fece rientrare nel campo ch'erano ancora tutti avidi di strage e di sangue. »
(Ibid., XXV, 37.)

Terza battaglia[modifica | modifica sorgente]

I Cartaginesi si rincuorarono e rientrarono al loro campo sottovalutando le forze avversarie che ritenevano semplici resti di due eserciti sconfitti. Marcio, fatte le debite esplorazioni e notando una scarsa vigilanza concepì il piano per la riscossa. Marcio arringò i soldati e li avvisò che li avrebbe condotti in un assalto notturno al campo di Asdrubale. Quarta vigilia movere; alla quarta vigilia partirono. Una coorte di fanti e la cavalleria furono nascoste in un bosco che stava fra il campo di Asdrubale e quello di altre forze cartaginesi posto circa sei miglia più lontano. Il resto delle truppe romane fu condotto, con una marcia silenziosa, verso il campo più vicino. Poiché non vi erano né guardie né sentinelle i Romani entrarono nel campo cartaginese come se fossero a casa propria.

(LA)
« Inde signa canunt et tollitur clamor. Pars semisomnos hostes caedunt, pars ignes casis stramento arido tectis iniciunt, pars portas occupant un fugam intercludant. [...] (Hostes) Incidunt inermes inter catervas armatorum. Alii ruunt ad portas, alii, obsaeptis itineribus, super vallum saliunt. Et ut quisque evaserat, protinus ad castra altera fugiunt, ubi ab cohorte et equitibus ex occulto procurrentibus circumventi caesique ad unum omnes sunt. »
(IT)
« Squillarono allora i segnali, si levò il grido di guerra. Alcuni menano strage dei nemici semi-addormentati, altri lanciano fiamme alle baracche coperte di sarmenti secchi, altri occupano le porte per impedire fughe. [...] (I nemici) Cadono inermi tra le schiere degli armati. Chi si precipita alle porte, chi, visti preclusi i passaggi, salta sul vallo. Così fuggito, corre subito verso l'altro accampamento; e tutti sono accerchiati e uccisi dalla coorte e dalla cavalleria balzata su dall'agguato. »
(Ibid., XXV, 39.)

Fermati i fuggiaschi, le forze romane si diressero verso l'altro campo che, essendo usciti i Cartaginesi per cercare foraggio, legna e cibo, trovarono ancora più trascurato e in disordine.
Eliminati i soldati che erano fuori dal campo o alle sue porte, i Romani si avventarono all'interno dove però trovarono una resistenza più accanita. La battaglia sarebbe stata lunga e dura se, alla vista degli scudi insanguinati dei Romani, i Cartaginesi non si fossero dati alla fuga, comprendendo che già c'era stata una battaglia sfavorevole. Tutti tranne quelli che rimasero uccisi, furono cacciati fuori dal campo.
Marcio in una notte e un giorno fu padrone di entrambi i campi cartaginesi.

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Tito Livio ricorda che, secondo l'annalista Claudio Quadrigario che tradusse dal greco Acilio, furono uccisi circa 37.000 nemici e ne furono catturati 1.830. Ma ricorda anche che secondo Valerio Anziate fu preso il solo campo di Magone con 7.000 nemici uccisi e con una seconda battaglia fu preso il campo di Asdrubale con 10.000 nemici uccisi e 4.330 prigionieri. E infine ci informa che, invece, secondo Lucio Calpurnio Pisone furono uccisi in un agguato 5.000 nemici mentre Magone inseguiva i Romani in ritirata. Quadrigario affermava che il bottino delle battaglie fu enorme e segnalava uno scudo d'argento del peso di 137 libbre che riportava l'effigie di Asdrubale Barca. Questo trofeo, denominato scudo Marzio, rimase sul Campidoglio fino all'incendio del tempio.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]