Battaglie del Baetis superiore

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Battaglia del Baetis superiore
La conquista romana della Spagna: il n.4 indica il luogo della battaglia del Baetis superiore
La conquista romana della Spagna: il n.4 indica il luogo della battaglia del Baetis superiore
Data 212 a.C.[1]/211 a.C.[2]
Luogo fiume Guadalquivir - Spagna
Esito Vittoria dei Cartaginesi
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
19.000 Romani-Italici,[7]
20.000 Celtiberi
circa 35.000 uomini
Perdite
circa 22.000 uomini circa 1.000 uomini
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La battaglia del Baetis Superiore è il nome che viene convenzionalmente dato a una serie di tre scontri principali e altri meno importanti che vennero combattuti fra le forze romane e quelle cartaginesi nei dintorni del fiume Baetis (il moderno Guadalquivir).

I Cartaginesi, per meglio controllare il territorio, avevano diviso l'esercito in tre parti comandate da Asdrubale Giscone, Magone e Asdrubale Barca (questi due, figli di Amilcare detto Barca ("Fulmine") e fratelli di Annibale). I Romani erano comandati da Publio Cornelio Scipione e Gneo Cornelio Scipione, rispettivamente padre e zio del (poi) più famoso Publio Cornelio Scipione Africano.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Seconda guerra punica e Conquista romana della Spagna.

Dopo la sconfitta al Ticino i due fratelli Scipioni avevano avuto il comando delle forze in Spagna.[8] L'importanza della guerra in Spagna, per Roma derivava dalla forza che questi possedimenti davano alla nemica Cartagine. Dalla penisola Iberica, la città punica derivava ingenti quantitativi di metallo, soprattutto stagno necessario al bronzo per gli armamenti e reclutava grandi quantità di forze armate terrestri fra volontari e alleati forzosi.[9]

In Spagna la seconda guerra punica si trascinava da un paio d'anni in scaramucce di poca consistenza e l'azione romana era servita soprattutto a impedire l'invio di aiuti ad Annibale in Italia.[10] Infatti non solo dalla Spagna non si erano inviate truppe, molte forze cartaginesi furono deviate dal teatro bellico italico a quello iberico. Come ci dice Tito Livio:

(LA)

« cum biennio ferme nihil admodum memorabile factum esset consiliisque magis quam armis bellum gereretur. »

(IT)

« da circa un biennio non si era fatta quasi nessuna azione notevole e la guerra era stata condotta più con la politica che con le armi. »

(Livio, XXV, 32.1. Mondadori, Milano, Trad.: G. Vitali.)

Forze in campo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Esercito romano della media repubblica e Esercito cartaginese.
Ricostruzione storica di legionari romani, tra cui: alcuni velites (a sinistra), un cavaliere con elmo beotico-pseudocorinzio con pennacchio di coda di cavallo (al centro), almeno cinque principes (a destra) e un hastatus (con penne sull'elmo).

Nel 212 a.C.[1] (o nel 211 a.C.[2]) i generali romani decisero di intraprendere una campagna decisiva nel tentativo di porre fine alla guerra in Spagna. Per questo gli Scipioni ritenevano di essere dotati di forze sufficienti avendo arruolato, nel corso dell'inverno, oltre ventimila celtiberi da aggiungere alle forze più propriamente romane. Fu così che riunirono i loro eserciti dopo essere usciti dai quartieri d'inverno (hiberna).[11]

I Cartaginesi avevano disposto le loro truppe in tre armate principali: le forze comandate da Asdrubale Barca, quelle guidate di Magone e dall'altro Asdrubale, figlio di Giscone, che si trovavano a circa cinque giorni di marcia dai Romani.[6] Asdrubale Barca era più vicino, accampato presso la città di Amtorgi.[12]

Gli Scipioni ritenevano di avere forze superiori a quelle di Asdrubale e che quindi fosse da attaccare per primo. Volevano, tuttavia, evitare di spaventare gli altri due comandanti punici poiché in caso di vittoria romana, Magone e il collega non si ritirassero in luoghi impervi iniziando una sorta di interminabile guerriglia.[13] Fu così deciso di dividere l'esercito romano in due armate. La prima, composta da due terzi dell'esercito, era guidata da Publio Cornelio e doveva attaccare Magone e Asdrubale di Gisgone; le forze romane rimanenti, rinforzate dai Celtiberi, dovevano muovere contro Asdrubale Barca. Tutto l'esercito si diresse prima verso il campo di Amtorgi poi, mentre Gneo vi si fermava, Publio continuò la marcia per raggiungere Magone e Asdrubale Giscone.[14]

Defezione dei Celtiberi[modifica | modifica wikitesto]

Quando Asdrubale si accorse che negli accampamenti romani l'esercito di Gneo Scipione era di scarsa consistenza[15] e che

(LA)

« spem omnem in celtiberorum auxiliis esse, peritus omnis barbaricae et praecipue earum gentium in quibus per tot annos militabat, perfidiae, [...] per occulta conloquia paciscitur magna mercede cum celtiberorum principibus un copias inde abducant. »

(IT)

« quivi si riponevano tutte le speranze nelle milizie ausiliarie dei Celtiberi; e, buon conoscitore della perfidia di tutti i barbari e particolarmente quelli tra i quali militava da tanti anni [...] con occulti abboccamenti e mediante lauto compenso pattuì con i capi celtiberi il ritiro di questi dal campo romano. »

(Livio, XXV, 33.1-3.)
Ricostruzione storica delle truppe che componevano l'esercito cartaginese.

I Celtiberi abbandonarono così i Romani. E la cosa sembrò loro naturale, avendo ricevuto un compenso talmente elevato, che sarebbe bastato a convincerli di combattere a fianco dei Cartaginesi; invece fecero ritorno alle loro abitazioni.[16] Scipione, trovatosi improvvisamente in grave svantaggio numerico, non potendo né combattere né ricongiungersi al fratello iniziò una lenta ritirata cercando di non offrire facili occasioni di attacco ai Cartaginesi che lo seguivano.[17]

Massinissa[modifica | modifica wikitesto]

In quegli stessi giorni Publio Cornelio Scipione era assillato da un pericolo altrettanto grande e nuovo. Come Annibale al Ticino con Maarbale, Asdrubale scatenò sulle truppe di Publio Scipione la cavalleria numidica del giovane alleato Massinissa (o Masinissa). Il principe numida non lasciò tregua al comandante romano, impedendo che i soldati si allontanassero dal campo in cerca di foraggio cibo e legna, né di giorno né di notte, senza essere costantemente attaccati.[18] Addirittura Massinissa e i suoi cavalieri attaccarono il campo romano

(LA)

« Noctibus quoque saepe incursu repentino in portis valloque trepidatum est, nec aut locus aut tempus ullum vacuum a metu ac sollicitudine erat Romanis, compulsique intra vallum, adempto rerum omnium usu. »

(IT)

« e sovente, per i suoi improvvisi attacchi, si trepidò anche di notte sulle porte ed entro il vallo, né i Romani avevano più luogo o momento libero da ansiosa trepidazione, ed essi erano costretti a far ritorno entro il vallo, senza alcuna possibilità di movimento. »

(Livio, XXV, 34.5-6.)

I Romani si trovavano così sotto assedio.[19]

Battaglie[modifica | modifica wikitesto]

Prima battaglia[modifica | modifica wikitesto]

La città romana di Castulo (oggi Linares) nei pressi della quale si ebbe uno scontro tra Romani e Cartaginesi

A peggiorare la situazione, i Romani sapevano che stava giungendo Indibile con i suoi 7.500 Suessetani, pronto ad unirsi alle forze dei Cartaginesi.[19] Publio Cornelio, comandante cauto e previdente, fu costretto a prendere una decisione temeraria, quella di attaccare di notte il capo ispanico per eliminare questo pericolo e poter sperare di riuscire a fronteggiare Asdrubale.[20] Lasciato al campo (presso Castulo, l'attuale Linares) un piccolo presidio al comando di Tiberio Fonteio, Publio Cornelio attaccò nottetempo la colonna di Indibile e probabilmente avrebbe avuto la meglio se, all'improvviso, non fosse sopraggiunto Massinissa.[21] L'attacco della cavalleria numidica costrinse i Romani a frenare l'azione e, come colpo finale, alle spalle di Scipione arrivarono le truppe cartaginesi. L'accerchiamento fu completo.[22]

(LA)

« Pugnanti hortantique imperatori, et offerenti se ubi plurimus labor erat, latus dextrum lancea traicitur. [...] Fuga confestim ex acie, duce anisso, fieri coepta est [...] nec superfuisset quisquam, ni praecipiti iam vesperum die nox intervenisset. »

(IT)

« Combatteva Publio Scipione incitando i suoi ed esponendosi là dove più aspra era la mischia; e un'asta lo colpì al fianco destro.[3] [...] Caduto il comandante romano, si determinò una fuga generale [...] e nessuno sarebbe sopravvissuto se, volgendo ormai il giorno al tramonto, non fosse caduta la notte. »

(Livio, XXV, 34.11-14.)

Seconda battaglia[modifica | modifica wikitesto]

I Cartaginesi non persero tempo, cercando di trarre il massimo profitto da quella fortunata circostanza. Dopo un breve riposo, a marce forzate si ricongiunsero alle forze di Asdrubale Barca, nella certezza di poter concludere la guerra, una volta unite le loro forze.[23] Gneo Cornelio, pur non avendo ancora avuto notizia della disfatta subita dagli uomini di Publio, notò che i nemici erano aumentati notevolmente di numero. Tanto che per supposizione e ragionamento egli era propenso a sospettare una sconfitta del fratello, piuttosto che a sperare in una sua sorte favorevole. Si domandava infatti in quale modo Magone e Asdrubale di Gisgone fossero riusciti a ricongiungersi al suo avversario diretto, senza combattere, se non a seguito di aver portato a termine la loro guerra con Publio.[24] Gneo Cornelio, pieno di ansietà anche per la sorte del fratello, decise che la miglior soluzione fosse quella di ritirarsi quanto gli era possibile. In una sola notte, senza che il nemico se ne accorgesse, percorse un discreto tratto di strada. All'alba, quando i Cartaginesi si accorsero che i Romani erano partiti, ancora una volta mandarono avanti i Numidi di Massinissa ad attaccare la colonna romana e a ritardarne il cammino. La notte successiva i cavalieri Numidi raggiunsero i Romani, assalendoli alle spalle e ai fianchi, obbligando Scipione a incitare i suoi a combattere e nello stesso tempo a procedere nella marcia, prima di essere raggiunti dalla fanteria.[25] Alla fine Scipione dovette fermare la marcia e si attestò su una collinetta brulla e spoglia (non lontano dall'antica città di Ilorci o Ilorca, l'attuale Lorca[5]) dove i Romani, collocati in mezzo i bagagli e la cavalleria, la fanteria disposta intorno, riuscirono a difendersi dagli attacchi di Massinissa.[26] E pensando a quando ai Numidi si fossero aggregati i tre interi eserciti dei comandanti cartaginesi, Scipione capì che i Romani avrebbero avuto scarse possibilità di difendersi. Iniziò a considerare la possibilità di creare una trincea per difendersi dal nemico.[27]

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Nell'ovale rosso la cittadina di Lorca
(LA)

« Sed erat adeo nudus tumulus et asperi soli ut nec virgulta vallo caedendo nec terra caespiti faciendo aut ducendae fossae aliive ulli operi apta inveniri posset; nec natura quicquam satis arduum aut abscisum erat [...] Ut tame aliqua imaginem valli oblicerent, clitellas inligatas oneribus velut struentes ad altitudinem solitam circumdabant, cumulo sarcinarum omnis generis obiecto ubi ad moliendum clitellae defuerant. »

(IT)

« Ma l'altura era così nuda e di sì aspro terreno che non vi si potevano trovare né alberelli da tagliare per una palizzata né terra atta a far zolle o a scavarvi fosse, o comunque atta ad alcuna opera né vi era alcunché di abbastanza arduo o scosceso [...] Tuttavia, per opporre al nemico almeno una sembianza di vallo, disposero intorno, elevandoli fino all'altezza consueta, i basti legati ai loro carichi, gettando in mucchio i bagagli di ogni sorta là dove i basti vennero a mancare. »

(Livio, XXV, 36.5-7.)

Giunti i tre comandanti cartaginesi insieme alle forze di fanteria. Spinsero le loro armate su per la collina incoraggiando gli uomini a superare quello strano e quasi inutile apparato. E dopo pochi sforzi infatti, i Cartaginesi usando dei pali, riuscirono a smuovere quella fragile barriera in molti punti, ad annullare le difese romane e a invadere il campo. In pochi e assaliti da molti, i soldati romani cedettero e si diedero alla fuga. Molti furono uccisi ma la maggior parte trovò rifugio nel campo di Publio Cornelio che era presidiato da Tiberio Fonteio.[28]

(LA)

« Cn. Scipionem alii in tumulo primo impetu hostium caesum tradunt, alii cum paucis in propinquam castris turrim perfugisse; hanc igni circumdatam, atque ita, exustis foribus quas nulla moliri potuerant vi captam, omnesque intus cum ipso imperatore occisos. Anno octavo postquam in Hispaniam venerat, Cn. Scipio undetricensimo die post fratris mortem est interfestus. »

(IT)

« Secondo alcuni, Gneo Scipione restò ucciso sull'altura al primo assalto, secondo altri riparò con pochi in una torre vicina all'accampamento; questa fu circondata con fuochi e così fu presa dopo che ne furono arse le porte contro le quali nessun assalto era valso. E tutti quelli che vi erano furono uccisi col comandante. Così nell'ottavo anno della sua permanenza in Spagna, ventinove giorni dopo il fratello, Gneo Scipione morì.[3] »

(Livio, XXV, 36.13-14.)

Gli ispanici provavano cordoglio e rimpianto per la perdita dei due generali, soprattutto per Gneo che più a lungo li aveva governati e che prima del fratello aveva guadagnato la loro fiducia, dando loro per primo la testimonianza della giustizia e della moderazione dei Romani.[29]

Lucio Marcio Settimo[modifica | modifica wikitesto]

(LA)

« Cum deletis exercitus amissaeque Hispaniae viderentur, vir unus res perditas retituit. Erat in exercitu L. Marcius Septimi filius, eques romanus, impiger iuvenis, animique et ingenii aliquanto quam pro fortuna in qua erat natus maioris. »

(IT)

« Quando parevano perduti gli eserciti e perdute le Spagne, un uomo solo risollevò la disperata situazione. Era nell'esercito Lucio Marcio figlio di Settimo, cavaliere romano, giovane animoso e di spirito e di ingegno assai maggiori della condizione in cui era nato. »

(Livio, XXV, 37.1-2.)

Lucio Marcio Settimo, grazie all'esperienza raccolta sotto Gneo Scipione, riuscì a raccogliere le disperse forze romane, a ricongiungersi al presidio di Tiberio Fonteio e a guidare i Romani oltre l'Ebro dove fortificarono gli accampamenti (probabilmente a sud e non molto distante da Tarraco[5]) e vi trasportarono i rifornimenti. Le truppe romane, radunate nei comitiis militaribus lo elessero comandante supremo all'unanimità.[30]

Terza battaglia[modifica | modifica wikitesto]

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Part of Roman Hispania 218-215 aC.jpg

All'avvicinarsi di Asdrubale di Gisgone, i Romani, in preda all'ira ed al furore, ricordandosi quali comandanti poco prima avevano avuto, afferrarono le armi e si precipitarono alle porte ad assalire il nemico incauto che avanzava in schiere disordinate.[31] L'imprevista situazione gettò nel panico i punici che non si aspettavano di trovare forze romane tanto numerose e organizzate, dal momento che l'esercito romano era quasi distrutto. Si chiesero poi chi fosse il comandante degli accampamenti ora che i due Scipioni erano stati uccisi. Davanti a tante circostanze così inattese, si ritirarono inizialmente stupefatti, poi respinti da un assalto violento dei Romani, si diedero alla fuga.[32]

(LA)

« Et, aut fugientium caedes foeda fuisset, aut temerarius periculosusque sequentium impetus, ni Marcius propere receptui dedisset signu [...] Inde in castra avidos adhuc caedisque et sanguinis reduxit. »

(IT)

« E orrenda sarebbe stata la strage dei fuggenti oppure sarebbe diventato temerario e pericoloso l'impeto degli inseguitori se Marcio non avesse dato ben presto l'ordine di ritirata [...] Così li fece rientrare nel campo ch'erano ancora tutti avidi di strage e di sangue. »

(Livio, XXV, 37.14.)

I Cartaginesi, come videro che nessuno li inseguiva, rientrarono al loro campo, sottovalutando le forze avversarie che ritenevano i semplici resti di due eserciti pesantemente sconfitti. Marcio, fatte le debite esplorazioni e notando una scarsa vigilanza da parte dei Cartaginesi, concepì il piano di dare l'assalto agli accampamenti nemici del solo Asdrubale, piuttosto che attendere di essere assediato dagli eserciti riuniti dei tre comandanti cartaginesi.[33]

Il comandante romano allora arringò i soldati (adlocutio) e li avvisò che li avrebbe condotti in un assalto notturno al campo di Asdrubale.[34] Il resto della giornata venne impiegato a preparare le armi e a curare i corpi, mentre la maggior parte della notte fu dedicata a riposare. Alla quarta vigilia le schiere romane partirono (Quarta vigilia movere).[35]

Una coorte di fanti e la cavalleria furono nascoste in un bosco che si trovava in una vallata profonda, fra il campo di Asdrubale e quello di altre forze cartaginesi, posto circa sei miglia più lontano (9 km circa).[36] Il resto delle truppe romane fu condotto, con una marcia silenziosa, verso il campo nemico più vicino. Poiché non vi erano né guardie né sentinelle i Romani entrarono nel campo cartaginese come se fosse il proprio.[37]

(LA)

« Inde signa canunt et tollitur clamor. Pars semisomnos hostes caedunt, pars ignes casis stramento arido tectis iniciunt, pars portas occupant un fugam intercludant. [...] (Hostes) Incidunt inermes inter catervas armatorum. Alii ruunt ad portas, alii, obsaeptis itineribus, super vallum saliunt. Et ut quisque evaserat, protinus ad castra altera fugiunt, ubi ab cohorte et equitibus ex occulto procurrentibus circumventi caesique ad unum omnes sunt. »

(IT)

« Squillarono allora le trombe, si levò il grido di guerra. Alcuni Romani fecero strage dei nemici semi-addormentati, altri appiccarono il fuoco a delle baracche coperte di paglia secca, altri occupano le porte per impedire fughe. [...] (I nemici) Cadono inermi tra le schiere degli armati. Chi si precipita alle porte, chi, visti preclusi i passaggi, salta al di là del vallo. Così chi riesce a fuggire, corre subito verso l'altro accampamento; e tutti sono accerchiati e uccisi dalla coorte e dalla cavalleria balzata fuori dal nascondiglio. »

(Livio, XXV, 39.3-6.)

Fermati i fuggiaschi, le forze romane si diressero verso l'altro campo, dove molti dei Cartaginesi erano usciti per cercare foraggio, legna e cibo. Qui trovarono ogni posizione ancor più trascurata e abbandonata. Eliminati i soldati che erano fuori dal campo o alle sue porte, i Romani si avventarono all'interno dove però trovarono una resistenza più accanita. La battaglia sarebbe stata lunga e dura se, alla vista degli scudi insanguinati dei Romani, i Cartaginesi non si fossero dati alla fuga, comprendendo che già c'era stata una battaglia a loro sfavorevole.[38] Tutti tranne quelli che rimasero uccisi, furono cacciati fuori dal campo. Marcio in una notte e un giorno fu padrone di entrambi gli accampamenti cartaginesi[4][39] e venne acclamato dux.[40]

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Tito Livio ricorda che, secondo l'annalista Claudio Quadrigario che tradusse dal greco Acilio, furono uccisi circa 7.000 nemici, ne furono catturati 1.830 e fu conquistato un enorme bottino.[41] Fra gli oggetti predati vi era anche lo scudo d'argento del peso di 137 libbre (quasi 45 chilogrammi) con l'effigie di Asdrubale Barca.[42] Questo trofeo, denominato scudo Marzio, rimase sul Campidoglio fino all'incendio del tempio.[43]

Secondo invece Valerio Anziate fu preso il solo campo di Magone con 7.000 nemici uccisi e con una seconda battaglia fu preso il campo di Asdrubale con 10.000 nemici uccisi e 4.330 prigionieri.[44] Riferisce infine che, secondo Lucio Calpurnio Pisone Frugi, furono uccisi in un agguato 5.000 nemici, mentre Magone inseguiva i Romani in ritirata.[45] Dopo questo successo, peraltro messo in dubbio da parte di alcuni storici moderni,[46] sembra che le cose in Spagna si calmarono per qualche tempo, poiché entrambe le parti esitavano a compiere una prima mossa, dopo tante disfatte subite e prodotte alla parte avversa.[47]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Secondo Livio, XXV, 32-39 la battaglia avvenne nel corso del 212 a.C.; della stessa idea è pure Martinez 1986, p. 8.
  2. ^ a b Secondo invece Gaetano De Sanctis (De Sanctis 1917, vol. III.2, L'età delle guerre puniche, p. 432, n.4) la battaglia venne combattuta nel 211 a.C.
  3. ^ a b c d Periochae, 25.12.
  4. ^ a b Periochae, 25.13.
  5. ^ a b c Martinez 1986, p. 8.
  6. ^ a b c d Livio, XXV, 32.4.
  7. ^ Polibio, III, 95 - 97; Periochae, 23.9 e 14.
  8. ^ Polibio, III, 41; Livio, XXIII, 26.1-3.
  9. ^ Livio, XXI, 2.1-2; Polibio, II, 1.1-8.
  10. ^ Livio, XXV, 32.1-2.
  11. ^ Livio, XXV, 32.1-3.
  12. ^ Livio, XXV, 32.5.
  13. ^ Livio, XXV, 32.6.
  14. ^ Livio, XXV, 32.7-10.
  15. ^ Livio, XXV, 33.1.
  16. ^ Livio, XXV, 33.4-7.
  17. ^ Livio, XXV, 33.8-9.
  18. ^ Livio, XXV, 34.1-4.
  19. ^ a b Livio, XXV, 34.6.
  20. ^ Livio, XXV, 34.7.
  21. ^ Livio, XXV, 34.8-9.
  22. ^ Livio, XXV, 34.10.
  23. ^ Livio, XXV, 35.1-2.
  24. ^ Livio, XXV, 35.3-6.
  25. ^ Livio, XXV, 35.7-9.
  26. ^ Livio, XXV, 36.1-3.
  27. ^ Livio, XXV, 36.4-5.
  28. ^ Livio, XXV, 36.8-12.
  29. ^ Livio, XXV, 36.16.
  30. ^ Livio, XXV, 37.3-7.
  31. ^ Livio, XXV, 37.8-11.
  32. ^ Livio, XXV, 37.12-13.
  33. ^ Livio, XXV, 37.15-19.
  34. ^ Livio, XXV, 38.1-22.
  35. ^ Livio, XXV, 38.23.
  36. ^ Livio, XXV, 39.1.
  37. ^ Livio, XXV, 39.2.
  38. ^ Livio, XXV, 39.7-10.
  39. ^ Livio, XXV, 39.11.
  40. ^ Periochae, 25.15.
  41. ^ Livio, XXV, 39.12; Periochae, 25.14.
  42. ^ Livio, XXV, 39.13.
  43. ^ Livio, XXV, 39.17.
  44. ^ Livio, XXV, 39.14.
  45. ^ Livio, XXV, 39.15.
  46. ^ De Sanctis 1917, vol. III.2, L'età delle guerre puniche, p. 435, n.10.
  47. ^ Livio, XXV, 39.18.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne in italiano
Fonti storiografiche moderne in inglese
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  • Cottrell, Leonard, Hannibal: Enemy of Rome, Da Capo Press, 1992, ISBN 0-306-80498-0.
  • Delbruck, Hans, Warfare in Antiquity, Volume 1, University of Nebraska Press, 1990, ISBN 0-8032-9199-X.
  • Dodge, Theodore A., Hannibal, Da Capo Press, 1891, ISBN 0-306-81362-9.
  • Goldsworthy, Adrian, The Fall of Carthage, Cassel Military Paperbacks, 2003, ISBN 0-304-36642-0.
  • Lancel, Serge, Carthage A History, Blackwell Publishers, 1997, ISBN 1-57718-103-4.
  • Lancel, Serge, Hannibal, Blackwell Publishers, 1999, ISBN 0-631-21848-3.
  • Lazenby, John Francis, Hannibal's War, Aris & Phillips, 1978, ISBN 0-85668-080-X.
  • (EN) Rafael Treviño Martinez e Angus McBride (illustratore), Rome's Enemies (4): Spanish Armies, Osprey, 1986, ISBN 0-85045-701-7.
  • Peddie, John, Hannibal's War, Sutton Publishing Limited, 2005, ISBN 0-7509-3797-1.
  • Warry, John, Warfare in the Classical World, Salamander Books Ltd, 1993, ISBN 1-56619-463-6.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]