Basilica di San Pietro di Castello

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Coordinate: 45°26′04.49″N 12°21′34.56″E / 45.43458°N 12.3596°E45.43458; 12.3596

Basilica di San Pietro di Castello
La facciata
La facciata
Stato Italia Italia
Regione Veneto-Stemma.png Veneto
Località Venezia-Stemma.png Venezia
Religione Cristiana cattolica di rito romano
Titolare Pietro apostolo
Diocesi Patriarcato di Venezia
Stile architettonico rinascimentale
Inizio costruzione 1596
Completamento 1619

La basilica di San Pietro di Castello è un importante luogo di culto di Venezia, fino al 1807 cattedrale del patriarcato di Venezia; è situata all'estremità nord-orientale della città di Venezia, nel sestiere di Castello, non lontano dai bacini dell'Arsenale.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Fondata nel VII secolo sull'Isola di Olivolo, dove sorgeva un antico abitato poi inglobato nella nascente città di Venezia, secondo la tradizione fu consacrata dal vescovo di Eraclea San Magno come chiesa dedicata ai santi bizantini Sergio e Bacco.

A cavallo del VIII secolo e IX secolo Venezia si trovò al centro di lotte politiche che vedevano il patriarca di Grado Giovanni I (764-804), contrapporsi al doge di Venezia Maurizio Galbaio (764-787) e al figlio Giovanni, nello scontro tra i favorevoli all'alleanza con l'Impero franco o con l'Impero bizantino.

Fu proprio in quest'ottica di scontro che nel 775 Maurizio Galbaio creò una nuova sede vescovile a Olivolo, nominando Obelario quale primo vescovo della futura Diocesi di Castello.

Divenuta Venezia la nuova capitale del Ducato (812), nell'841 la cattedrale fu rifondata dal potente vescovo Orso Partecipazio, figlio e nipote di dogi, e ridedicata a san Pietro apostolo.

Il campanile

Nel 1120 un incendio devastò la chiesa e la nuova struttura, riportata fedelmente sulla pianta di Jacopo de' Barbari del Cinquecento, assunse una dimensione più maestosa, con attiguo un battistero intitolato a San Giovanni Battista, ora andato perduto.

Rimaneggiata più volte nei secoli, nel 1451, con la soppressione del Patriarcato di Grado e la costituzione della Diocesi di Castello a Patriarcato di Venezia, con la bolla di Papa Niccolò V, la basilica di San Pietro divenne la nuova cattedrale patriarcale.

Fu il patriarca Antonio Contarini che decise di effettuare lavori di restauro dal 1508 al 1524 sul soffitto, le volte e il pavimento. Fra il 1512 e il 1526 furono ricostruite le cappelle minori e rifatti gli arredi e le decorazioni.

Nel 1556 divenuto patriarca di Venezia Antonio Diedo stipulò un contratto con Andrea Palladio il 7 gennaio 1558, il quale si ritirò nel 1559 alla morte del Diedo, questo sarebbe stato il suo primo intervento a Venezia. Al prestigioso incarico, non portato a termine, Palladio giunse probabilmente grazie a Daniele e Marcantonio Barbaro, che risultano garanti del contratto con i muratori nel gennaio del 1558.

I lavori ripresero nel 1596 sotto la direzione di Francesco Smeraldi, incaricato dal patriarca Lorenzo Priuli, a cui si deve la realizzazione della facciata. Dal 1619 Gerolamo Grapiscia cura la realizzazione degli interni sotto il patriarcato di Giovanni Tiepolo.

Dal 1630 alla caduta della Repubblica la Serenissima Signoria svolgeva un annuale pellegrinaggio nella basilica l'8 gennaio per celebrare la liberazione della città dalla peste.

Con la caduta della Repubblica di Venezia ed il venir meno della funzione della basilica di San Marco come chiesa di Stato, sottoposta all'autorità di un Primicerio ducale, nel 1807, per volere di Napoleone, la sede patriarcale venne trasferita a San Marco.

Con la traslazione della sede, il Monastero attiguo alla basilica venne trasformato in polveriera per ordine di Eugenio di Beauharnais, Viceré d'Italia.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Architettura[modifica | modifica sorgente]

L'interno

La pianta attuale si può far risalire al 1120 quando un incendio devastò la precedente chiesa del 841. La struttura aveva tre navate, la facciata tripartita e le absidi circolari. Al suo fianco sorgeva il battistero di San Giovanni Battista, ormai perduto.

La facciata attuale non riprende esattamente il progetto iniziale di Andrea Palladio del 1568, ma è fedele alle sue linee essenziali. Si nota un impianto tripartito, con la parte centrale rialzata, poggiata su quattro semicolonne si trovano basamenti che terminano in un timpano. Il tema fondamentale prevede un ordine maggiore corrispondente alla navata centrale, ed uno minore in relazione a quelle laterali. il tutto è ornato da un bassorilievo ottocentesco raffigurante La Carità, dello scultore Marsili. Lo stile può essere definito classico.

L'edificio vede uno schema a croce latina a tre navate suddivise da tre arcate l'una, con al loro interno un altare; all'incrocio col transetto si trova la cupola.

Al profondo presbiterio, che segue la grande navata centrale della chiesa, si affiancano due cappelle laterali.

È del 1646 il grande altare maggiore nel quale sono conservate le spoglie di San Lorenzo Giustiniani, primo Patriarca di Venezia. Fu opera di Clemente Moli, a cui fu dato il compito di scolpire anche alcune statue in esso presenti, su disegno di Baldassarre Longhena, che progettò anche la cappella dedicata al cardinale Francesco Vendramin, sulla navata sinistra.

Il campanile iniziato nel 1463, venne danneggiato da un fulmine, e ricostruito nel 1482 ad opera di Mauro Codussi, che lo alzò, ricoprì interamente di pietra d'Istria, ma la cupola da lui apposta alla sua sommità venne poi sostituita da un tamburo poligonale.

Durante la prima guerra mondiale la cupola è stata colpita due volte da bombe incendiarie che hanno causato la distruzione della lanterna.

Il campo situato davanti alla basilica si differenzia dalla norma dei campi veneziani, di norma completamente pavimentati, avendo un percorso obbligatorio, disegnato su un vero e proprio giardino.

Organo a canne[modifica | modifica sorgente]

Sulla cantoria, alle spalle dell'altare maggiore, vi è l'organo a canne Nachini opus 276, costruito nel 1754 e restaurato da Pietro Bazzani nel 1898.

Lo strumento, a trasmissione integralmente meccanica, ha un'unica tastiera di 57 note con prima ottava scavezza ed una pedaliera a leggio di 18 note (la 18° corrisponde al Tamburo), costantemente unita al manuale e con prima ottava scavezza.

La cassa lignea barocca, è dipinta a finto marmo e presenta delle decorazioni a rilievo in legno dorato. Al centro, la mostra, composta da 25 canne di Principale con bocche a scudo allineate orizzontalmente, disposte in cuspide unica con ali laterali.

Di seguito, la disposizione fonica dell'organo in base alla posizione delle manette dei vari registri nelle due colonne della registriera:

Colonna di sinistra - Ripieno
Principale 12' Bassi
Principale 12' Soprani
Ottava
Quintadecima
Decimanona
Vigesimaseconda
Vigesimasesta
Vigesimanona
Trigesimaterza
Trigesimasesta
Colonna di destra - Concerto
Voce Umana
Flauto in VIII
Flauto in XII
Cornetta
Tromboncini Bassi
Tromboncini Soprani
Contrabassi al Pedale
Ottave di Contrabassi al Pedale
Duodecima di Contrabassi al Pedale

Opere d'arte[modifica | modifica sorgente]

La Cattedra di San Pietro

La Cattedra di San Pietro, che secondo la tradizione è appartenuta allo stesso Apostolo quando era vescovo di Antiochia, si racconta fosse stata donata al Doge Pietro Tradonico dall'Imperatore d'Oriente Michele III, in realtà è costruita da uno schienale ricavato da un'antica stele funeraria islamica, recanti motivi decorativi arabi e incisioni in cufico di versetti del Corano.

Nella navata destra San Pietro in Cattedra e quattro Santi di Marco Baisati, XVI secolo.

Nella navata sinistra la cappella Vendramin, dedicata a Nostra Signora del Carmine contiene bassorilievi di Michele Ungaro, 1675 e ospita la pala d'altare di Luca Giordano 1650 della Madonna col Bambino e anime del Purgatorio Sempre nella navata sinistra si trova la cappella Lando, con una pala a mosaico di Arminio Zuccato, su cartone forse di Jacopo Tintoretto, 1570.

Tra le due cappelle l'opera del Veronese del 1585 circa, i Santi Giovanni Evangelista, Pietro e Paolo, l'Immacolata di Giovanni Maria Morlaiter, XVIII secolo, e Il Martirio di San Giovanni Evangelista, del Padovanino.

Fra dipinti maggiori presenti nella basilica, possiamo identificare la Cena di Emmaus di Pietro Malombra e Antonio Vassilacchi, sulla parete di sinistra del portale.

Mentre a destra, di Jacopo Beltrame, XVI secolo, Cena in Casa di Simone, due statue di Orazio Marinali, Fede e Meditazione che attorniano il Crocifisso di Jacopo Stada, XVIII secolo.

Fu qui che vennero rapite le dodici spose che sono ricordate nella Festa delle Marie ricordata ogni anno nella Chiesa di Santa Maria Formosa.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Le chiese di Venezia, Marcello Brusegan; Ed. Newton
  • Giulio Lorenzetti, Venezia e il suo estuario, Trieste, Edizioni Lint, 1963. ISBN 88-86179-24-3.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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