Basilica di San Giorgio Maggiore

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Coordinate: 45°25′45.48″N 12°20′35.16″E / 45.4293°N 12.3431°E45.4293; 12.3431

Basilica di San Giorgio Maggiore
La basilica di San Giorgio
La basilica di San Giorgio
Stato Italia Italia
Regione Veneto Veneto
Località Venezia-Stemma.pngVenezia
Religione Cristiana Cattolica di rito romano
Titolare Giorgio
Diocesi Stemma Diocesi Venezia.gifPatriarcato di Venezia
Stile architettonico rinascimentale
Inizio costruzione 1566 (Basilica attuale)
Completamento 1610

San Giorgio Maggiore è una basilica sull'Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia, parte dell'omonimo monastero. La chiesa, progettata da Andrea Palladio che realizzò anche il refettorio, si affaccia sul Bacino di San Marco.

Storia[modifica | modifica sorgente]

La prima chiesa dedicata a San Giorgio sorse tra l’VIII e il IX secolo; nel 982 l’isola venne donata dal doge Tribuno Memmo a un monaco benedettino, beato Giovanni Morosini, che vi fondò l’adiacente monastero (il monastero di San Giorgio Maggiore) di cui fu il primo abate.

Per la costruzione del refettorio (1560-1563) del monastero prima e poi per il progetto della nuova chiesa fu chiamato l'architetto vicentino Andrea Palladio.

Nel 1566 fu posta la prima pietra, mentre nel 1575 erano già stati innalzati i muri perimetrali e il tamburo della cupola. Quest'ultima fu completata nel 1576 e nel 1591 fu ultimato il coro. La facciata venne realizzata tra il 1597 e il 1610 da Vincenzo Scamozzi, 30 anni dopo la morte del maestro.

L'attuale campanile (alto 75 m) fu progettato dall'architetto somasco Benedetto Buratti e risale al 1791. Costruito infatti nel 1467 crollò nel 1774. A canna quadrata, con cella in pietra d'Istria e cuspide conica, offre un panorama unico su Venezia e sulla laguna.

Tuttora i monaci benedettini officiano la chiesa. Di particolare suggestione la cerimonia che si tiene il 31 dicembre o il 1º gennaio con la messa in gregoriano e i monaci che indossano magnifici abiti d'epoca.

Refettorio palladiano del monastero[modifica | modifica sorgente]

Il primo contatto fra Andrea Palladio e la ricchissima congregazione benedettina di Santa Giustina riguarda la costruzione del refettorio del convento di San Giorgio Maggiore a cominciare dal luglio del 1560 per concludersi tre anni più tardi. In realtà si tratta della ristrutturazione e del completamento di un edificio impostato una ventina d’anni prima che Palladio trasforma in una delle sue realizzazioni più sontuose e affascinanti; questa conduce all’aula del refettorio attraverso una calibrata sequenza scenografica di spazi su due livelli.[1]

Un’ampia scalinata conduce a un primo grandioso portale (citazione filologica di un preciso modello romano antico: il portale del San Salvatore a Spoleto) attraverso il quale si accede a un vestibolo dove, su di un pavimento bianco e rosso, sono collocati due straordinari lavamani gemelli di marmo rosso; quindi un secondo portale — che è una reinterpretazione palladiana del precedente — introduce nella grande aula. Quest’ultima è coperta da una grandiosa volta a botte che si trasforma in crociera sulla mezzeria per consentire l’apertura di due finestre termali: il modello è evidentemente la copertura degli ambienti termali antichi, già ricercata in progetti giovanili come villa Valmarana a Vigardolo (1542), ma qui riproposti in un’inedita enfasi dimensionale.[1]

Il grande dipinto delle Nozze di Cana (1563), commissionato per il refettorio, trafugato da Napoleone e oggi al museo del Louvre.

La magnificenza dell’architettura del refettorio era in origine completata dal posizionamento sulla parete di fondo della grande tela raffigurante le Nozze di Cana, commissionata a Paolo Veronese già nel 1562 e conclusa in poco più di un anno di lavoro. Senza dubbio il dipinto era stato pensato in relazione allo spazio palladiano e alla grande finestra termale sovrastante, ma fu trafugato nel 1797 per volontà di Napoleone e trasferito al Louvre.[1]

La straordinaria ricchezza dell’insieme rende testimonianza della qualità del gusto dei monaci e della grandiosità del tenore di vita del monastero, uno dei più potenti d’Italia. Tuttavia ciò non impedisce ai monaci di imporre la conservazione delle arcaiche finestre cinquecentesche — evidentemente residuo del primo cantiere — che Palladio si deve limitare a incorniciare con elementi all’antica.[1]

Chiesa del monastero[modifica | modifica sorgente]

In sostanziale continuità con la progettazione del refettorio, a pochi anni di distanza Palladio affronta la costruzione della grande chiesa del convento, senza dubbio il suo cantiere più complesso e difficile dai tempi delle Logge della Basilica vicentina. Le grandi ricchezze del monastero e della potente Congregazione di Santa Giustina dettano la scala dell’intervento; le precise indicazioni liturgiche e le tradizioni dell’Ordine determinano la scelta della pianta longitudinale, nonché la presenza di coro, presbiterio, crociera, navata e cupola.[2]

Tra il novembre 1565 e il marzo 1566, il progetto di Palladio viene trasposto in un modello che impressiona profondamente Giorgio Vasari in visita a Venezia. Nel gennaio dell’anno successivo si stipulano i contratti con gli scalpellini e i muratori che devono seguire i profili e le misure indicate da Palladio. Nel 1576 è finita la struttura generale. Molti anni dopo, tra il 1607 e il 1611, si realizza anche la facciata attuale, che tuttavia studi recenti stanno dimostrando lontana dall’originaria volontà palladiana.[2]

Come già Leon Battista Alberti cento anni prima, così Palladio prende a modello i grandi edifici termali romani antichi. Nella planimetria si possono leggere con chiarezza le quattro entità spaziali chiamate da Palladio a comporre il corpo dell’edificio. Alla navata principale voltata a botte e controventata da tre volte a crociera — un vero e proprio frigidarium delle terme romane — segue l’improvvisa espansione laterale delle absidi e verticale della grande cupola su tamburo; a quest’ultima Palladio affianca lo spazio estremamente studiato del presbiterio dal quale, attraverso una transenna di colonne, è visibile il coro che si pone come un interno-esterno, quasi la transenna fosse il pronao di una villa attraverso il quale osservare il paesaggio.[2]

La sequenza degli spazi corre lungo un asse centrale molto marcato che garantisce la continuità e il trapasso da una zona della chiesa a un’altra. Nei dettagli dell’ordine Palladio ricerca la massima varietà, rifiutando soluzioni facili e prevedibili; una grande enfasi è data alla forza plastica delle membrature: le semicolonne sono enfiate oltre il diametro e i pilastri sono molto sporgenti; vi è una forte ricerca di continuità verticale negli elementi dell’ordine. L’esito è un edificio grandioso, che fa rivivere l’emozione spaziale delle realizzazioni romane antiche.[2]

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Esterno[modifica | modifica sorgente]

La facciata

La facciata, ultimata successivamente da Vincenzo Scamozzi,[3] ha un unico accesso con ordine gigante di quattro colonne composite su alti plinti, sormontate da trabeazione reggente un classico timpano, come un tempio prostilo tetrastilo. Ciò si intreccia con un retrostante schema templare il cui frontone poggia su un architrave poco aggettante, retto da paraste. Ai lati del portale le statue di San Giorgio e di Santo Stefano, contitolare della chiesa.

La soluzione adottata dal Palladio per questa facciata è simile a quella quasi contemporanea progettata per San Francesco della Vigna. È una soluzione fantasiosa ed è un contributo originale alla risoluzione di uno dei problemi più sentiti dagli architetti rinascimentali, cioè quello di trovare il modo di dotare di un prospetto ispirato al tempio classico un edificio tripartito come la chiesa cristiana a tre navate. Palladio mette assieme disinvoltamente due prospetti templari, uno per la navata centrale e uno minore spezzato per le due navate laterali.

Tuttavia, a differenza del prospetto del Redentore, eseguito dallo stesso Palladio, per San Giorgio Maggiore la critica ha evidenziato un limite dovuto alla partizione di questa facciata: infatti, la mancanza di unità tra la parte centrale e quelle laterali è accentuata dall'alternarsi di una sequenza largo-stretto-largo-stretto-largo individuata dagli intercolumni che articolano il prospetto stesso.[4]

Interno[modifica | modifica sorgente]

L'interno

Come la facciata, anche la pianta rappresenta una soluzione originale, in quanto combina la pianta centrale di tradizione classica con la pianta cruciforme; in ciò si manifesta l’influenza che i dettami della controriforma iniziavano ad avere sull’orientamento rinascimentale nell’architettura delle chiese. La cupola divide infatti entrambi gli assi della chiesa in due parti uguali, con l’asse longitudinale più lungo del transetto (absidato). Le navate laterali e l’ampio coro ligneo finemente intarsiato absidato (posto a prolungamento del presbiterio) si addizionano a questa pianta, che si apprezza al meglio da sotto la cupola.

Molti dipinti di grande interesse sono conservati nella basilica. I più importanti sono: Madonna in trono e Santi di Sebastiano Ricci; l’Ultima Cena e Raccolta della manna di Jacopo Tintoretto (nel presbiterio); altre tele di Palma il Giovane, Domenico Tintoretto, Jacopo Bassano. Degni di nota anche gli stalli del coro, con bassorilievi di Albert Van der Brulle.

Sull'altare maggiore troneggia un grande bronzo da Gerolamo Campagna[5] disegnato da Antonio Vassilacchi detto l'Aliense che rappresenta i Quattro Evangelisti che sostengono il mondo e Dio.

Organo a canne[modifica | modifica sorgente]

Sopra la parete che divide il presbiterio dal coro si trova il pregevole organo a canne costruito nel 1750 da Pietro Nacchini e restaurato nel 1887 da Pietro Bazzani. Lo strumento, a trasmissione meccanica, ha una tastiera di 57 note con prima ottava scavezza e pedaliera a leggio costantemente unita al manuale e anch'essa con prima ottava scavezza. Di seguito la disposizione fonica in base alla posizione delle manette che azionano i vari registri nelle due colonne della registriera:

Colonna di sinistra - Ripieno
Principale 12' Bassi
Principale 12' Soprani
Ottava
Quinta decima
Decima nona
Vigesima seconda
Vigesima sesta
Vigesima nona
Trigesima terza
Trigesima sesta
Contrabassi al Pedale
Ottave di Contrabassi al Pedale
Duo decima di Contrabassi al Pedale
Colonna di destra - Concerto
Voce Umana
Flauto in VIII
Flauto in XII
Cornetta
Trombe Basse
Trombe Soprane
Tromboncini Bassi
Tromboncini Soprani

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d
  2. ^ a b c d
  3. ^ La chiesa di San Giorgio Maggiore. URL consultato il 9 giugno 2013.
  4. ^ Paolo Morton, Manfred Wundram, Thomas Pape, Palladio. Tutte le opere, Taschen, 2008, pp. 151-159. Nella chiesa del Redentore la sequenza è stretto-stretto-largo-stretto-stretto; ne risulta una facciata più compatta e unitaria.
  5. ^ Basilica San Giorgio Maggiore Venezia, Edizione della Basilica, 2008, P.18

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]