Banda della Uno bianca

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Banda della Uno bianca
Banda della Uno bianca
Una Fiat Uno di colore bianco, il modello d'auto più spesso impiegato dalla banda criminale
Area di origine Bologna
Aree di influenza Emilia-Romagna
Periodo 1987 - 1994
Boss Roberto Savi, Fabio Savi
Attività Rapina
Ricatto
Omicidio
Pentiti Luca Valicelli

La banda della Uno bianca fu un'organizzazione criminale operante in Italia, in particolare nella regione Emilia-Romagna, tra la fine degli anni ottanta e la prima metà degli anni novanta del XX secolo.

Il nome deriva dal modello di auto generalmente utilizzata per le azioni criminali; una Fiat Uno solitamente di colore bianco, un tipo di veicolo piuttosto facile da rubare e difficile da individuare con precisione, data la sua estrema diffusione all'epoca dei fatti.

I componenti della banda[modifica | modifica sorgente]

Roberto Savi[modifica | modifica sorgente]

Nato a Forlì, il 19 maggio 1954. Insieme al fratello Alberto è stato un appartenente alla Polizia di Stato presso la Questura di Bologna, rivestiva il grado di assistente capo e ricopriva il servizio di operatore radio nella centrale operativa.

Da giovane milita come attivista nell'organizzazione del Fronte della gioventù[1].

Nel 1976 entra in Polizia e prende servizio a Bologna. Per molti anni svolge la funzione di operatore in volante, nel 1992 viene poi trasferito alla centrale operativa per aver punito un giovane ragazzo trovato in possesso di sostanza stupefacente, dopo un'intera notte, insieme ad alcuni colleghi.

Roberto Savi possedeva una collezione di armi, regolarmente registrate, fra cui due Beretta AR 70[2], un calibro .223 Remington, versione civile del fucile AR 70/90 calibro 5,56 NATO in uso alle Forze armate.

Nelle prime fasi delle indagini la procura dispose che venisse compilata una lista dei cittadini dell'Emilia-Romagna possessori di AR 70, da cui risultarono una trentina di individui; da questo elenco emerse che anche Roberto Savi ne possedeva due. Savi, poiché l'arma non era conosciuta alla polizia bolognese, per facilitare il lavoro della scientifica portò ai colleghi uno dei suoi due fucili, quello nuovo che non aveva ancora sparato[3]. Nessuno mai andò a controllare l'altro fucile che deteneva in casa.[4]

Alle indagini fu impressa una decisa svolta con l'arrivo a Bologna del questore Aldo Gianni che in brevissimo tempo individuò i responsabili all'interno delle forze di Polizia bolognesi, procedendo personalmente al loro arresto.[5]

Roberto Savi fu il primo componente della banda, in ordine di tempo ad essere arrestato, la sera del 21 novembre 1994 mentre si trovava in questura a Bologna.

Durante il processo la moglie, che lo sapeva coinvolto nelle vicende criminali ma che non lo ha denunciato, definisce Roberto un uomo strano ed aggressivo, di carattere molto taciturno e schivo, che non frequentava molte persone, a parte i fratelli, e che passava gran parte del suo tempo a giocare con i videogiochi. Diverse volte le aveva puntato la pistola contro per minacciarla. Ai processi Savi stupì tutti per l'estrema freddezza con cui, beffardo e provocante, parlava dei reati più atroci da lui commessi; alle domande non rispondeva "sì" o "no", bensì "affermativo" e "negativo".

Il 3 agosto 2006 ha fatto richiesta di concessione del provvedimento di grazia al tribunale di Bologna[6]. La domanda è stata ritirata il 24 agosto dallo stesso Savi a seguito del parere sfavorevole espresso dal procuratore generale bolognese Vito Zincani. Il 1º ottobre 2008 si è risposato con una detenuta olandese del carcere di Monza[7].

Fabio Savi[modifica | modifica sorgente]

Nato a Forlì, il 22 aprile 1960: fratello di Roberto, cofondatore della banda. Anche lui, come il fratello, fa domanda per entrare in polizia, ma un difetto alla vista gli pregiudica questa carriera. Dai 14 anni svolge molti lavori saltuari, ha un carattere spavaldo e aggressivo. Insieme a Roberto è l'unico componente presente a tutte le azioni criminali della banda. Fabio viene arrestato qualche giorno dopo il fratello, a 27 chilometri dal confine con l'Austria, mentre tenta di espatriare, bloccato da una volante della Polizia stradale. Lavorava come carrozziere e camionista, convivendo a, Torriana con una ragazza rumena, Eva Mikula, le cui testimonianze si riveleranno decisive nella risoluzione delle indagini. Dopo la condanna all'ergastolo, viene trasferito nel carcere di Sollicciano a Firenze, e in seguito in quello di Fossombrone. Nel 2001 concede un'intervista al programma di RaiTre Storie maledette, durante la quale dichiara che il movente dell'attività criminale della banda mirava a procurarsi denaro[8].

Alberto Savi[modifica | modifica sorgente]

Nato a Cesena, il 19 febbraio 1965: fratello minore di Roberto e Fabio. Assieme ai fratelli forma la struttura principale della banda. Fa il poliziotto come Roberto, al momento dell'arresto presta servizio presso il Commissariato di Rimini. Debole di carattere, subisce la personalità dei fratelli maggiori.

Pietro Gugliotta[modifica | modifica sorgente]

Nato a Catania, nel 1960: non partecipa alle azioni omicide del gruppo. Viene comunque condannato alla pena di 18 anni di reclusione. Anche lui poliziotto, svolge la funzione di operatore radio alla questura di Bologna assieme all'amico Roberto Savi. Viene scarcerato nel 2008 grazie all'indulto e alla legge Gozzini[9].

Marino Occhipinti[modifica | modifica sorgente]

Nato a Santa Sofia, il 25 febbraio 1965: membro minore della banda, prende però parte a un assalto a un furgone della Coop di Castel Maggiore, il 19 febbraio 1988, durante il quale muore una guardia giurata e per questo viene condannato alla pena dell'ergastolo. Anche lui poliziotto presso la squadra mobile di Bologna, al momento dell'arresto, avvenuto il 29 novembre 1994, era vice-sovrintendente della sezione narcotici della Squadra mobile. In una recente intervista Marino Occhipinti ha chiesto perdono ai familiari della guardia giurata uccisa. Il giorno 11 gennaio 2012 viene concessa la semilibertà[10].

Luca Vallicelli[modifica | modifica sorgente]

Poliziotto, al momento dell'arresto, avvenuto il 29 novembre 1994, è agente scelto presso la sezione Polizia Stradale di Cesena. Membro minore della banda, partecipa solamente alle prime rapine, che si concludono senza omicidi. Patteggia la pena di tre anni e otto mesi ed è attualmente un uomo libero, ancorché destituito dalla Polizia di Stato[10].

Cronologia delle principali azioni criminali[modifica | modifica sorgente]

In attività tra il 1987 e fino all'autunno del 1994, commise 103 azioni delittuose,[11] provocando la morte di 24 persone ed il ferimento di altre 102.[12]

1987[modifica | modifica sorgente]

La banda cominciò a compiere i suoi crimini dal 1987, dedicandosi nelle ore notturne alle rapine dei caselli autostradali lungo l'Autostrada A14. Il 19 giugno 1987 la banda mise a segno il primo colpo con una rapina al casello di Pesaro, consumata a bordo della Fiat Regata grigia di proprietà di Alberto Savi alla quale avevano apposto una targa falsa; il bottino ammontava a circa 1.300.000 lire.

Subito dopo il primo colpo la banda mette a segno 12 rapine ai caselli in circa 2 mesi di tempo.

Nell'ottobre 1987 organizzarono un tentativo di estorsione nei confronti di un autorivenditore riminese, Savino Grossi. I Savi inviarono una lettera a Grossi indicando la procedura per il pagamento. Il rivenditore fece finta di cedere al ricatto ma aveva già avvertito il commissariato di Rimini. Il 3 ottobre Savino Grossi si recò in autostrada con la sua autovettura nascondendo nel suo portabagagli un agente di Polizia, mentre altre autovetture del commissariato di Rimini lo seguivano a breve distanza.

A questa operazione partecipò l'ispettore Baglioni, colui che nel 1994 con le proprie indagini consentirà di scoprire i componenti della banda[13]

Grossi venne contattato dagli estorsori e si fermò nei pressi di un cavalcavia poco prima del casello di Cesena. Con l'intervento della Polizia, scaturì un conflitto a fuoco durante il quale rimase gravemente ferito il sovrintendente Antonio Mosca, che morirà nel 1989 dopo un lungo periodo di sofferenza[14]. L'omicidio di Mosca è il primo della lunga serie che commetteranno i componenti della banda[15].

1988[modifica | modifica sorgente]

Il 30 gennaio viene ucciso durante una rapina ad un supermercato, Giampiero Picello, guardia giurata in servizio a Rimini[16].

Il 20 febbraio resta ucciso Carlo Beccari, anch'egli guardia giurata, in servizio a Casalecchio di Reno in un supermercato. Nella rapina al furgone portavalori rimase ferito anche Francesco Cataldi, collega di Beccari[17].

Il 20 aprile 1988, vengono uccisi due carabinieri, Cataldo Stasi e Umberto Erriu, mentre si trovavano in un parcheggio a Castel Maggiore, nei pressi di Bologna, dopo che gli stessi avevano fermato l'auto dei Savi[18][19]. Per questo omicidio sono stati accertati depistaggi da parte di un carabiniere[20][21].

1989[modifica | modifica sorgente]

Nel 1989 viene ucciso durante una rapina ad un supermercato di Corticella Adolfino Alessandri, pensionato di 52 anni che si trovò ad essere testimone oculare della rapina e venne crivellato di colpi[22].

1990[modifica | modifica sorgente]

Nel 1990 vengono complessivamente uccise 6 persone.

A Bologna in via Mazzini il 15 gennaio viene ferito gravemente Giancarlo Armorati, pensionato, durante una rapina ad un ufficio postale che causò altri 15 feriti. Morirà un anno dopo per le ferite riportate.

Il 6 ottobre venne ucciso Primo Zecchi, la cui colpa fu quella di annotare il numero di targa della macchina dei criminali[23][24].

Il 23 dicembre 1990 la banda apre il fuoco contro le roulotte che compongono il campo nomadi di Bologna in via Gobetti, provocando 2 vittime (Rodolfo Bellinati e Patrizia Della Santina) e alcuni feriti[25].

Il 27 dicembre vengono uccise due persone a Bologna in due diversi episodi di violenza. Cade prima Luigi Pasqui, commerciante di 50 anni, ucciso durante una rapina ad un distributore di Castelmaggiore mentre tentava di dare l'allarme. Pochi minuti dopo uccidono a Trebbo di Reno Paride Pedini, che si era avvicinato alla Uno bianca appena abbandonata con le portiere aperte[26].

Il 1991 e la strage del Pilastro[modifica | modifica sorgente]

Una foto dell'epoca sul luogo della strage del Pilastro

Il 4 gennaio 1991 intorno alle 22, presso il quartiere Pilastro di Bologna, una pattuglia dell'Arma dei Carabinieri cadde sotto le pallottole del gruppo criminale[27]. La banda si trovava in quel luogo per caso, essendo diretta a San Lazzaro di Savena, in cerca di un'auto da rubare.

All'altezza delle Torri, in via Casini, l'auto della banda fu sorpassata dalla pattuglia dall'Arma. La manovra fu interpretata dai criminali come un tentativo di registrare i numeri di targa e pertanto decisero di liquidare i carabinieri.

Dopo averli affiancati, Roberto Savi esplose alcuni proiettili verso i militari, sul lato del conducente Otello Stefanini[28]. Nonostante le ferite gravi subite, il militare cercò di fuggire, ma andò a sbattere contro dei cassonetti della spazzatura. In breve tempo l'auto dei Carabinieri fu investita da una pioggia di proiettili[29]. Gli altri due militari, Andrea Moneta e Mauro Mitilini, riuscirono a uscire dall'abitacolo e a rispondere al fuoco, ferendo tra l'altro Roberto Savi. La potenza delle armi utilizzate dalla banda però non lasciava speranze ed entrambi i carabinieri rimasero sull'asfalto. I tre furono finiti con un colpo alla nuca.

Il gruppo criminale si impossessò anche del foglio di servizio della pattuglia e si allontanò dal luogo del conflitto a fuoco. La Uno bianca coinvolta nel massacro fu abbandonata a San Lazzaro di Savena nel parcheggio di via Gramsci ed incendiata; uno dei sedili era sporco del sangue di Roberto Savi, rimasto lievemente ferito all'addome durante il conflitto a fuoco. Il fatto di sangue fu subito rivendicato dal gruppo terroristico "Falange Armata". Tale rivendicazione fu però ritenuta inattendibile, in quanto giunta dopo il comunicato dei mass media. La strage rimase impunita per circa quattro anni. Gli inquirenti seguirono delle piste sbagliate, che li portarono ad incriminare soggetti estranei alla vicenda[30][31][32][33].

In seguito, saranno gli stessi assassini a confessare il delitto durante il processo[29].

Il 20 aprile venne ucciso a Borgo Panigale Claudio Bonfiglioli, benzinaio di 50 anni, vittima di una rapina[34].

Il 2 maggio, in un'armeria di Bologna, vengono uccisi Licia Ansaloni, titolare dell'esercizio, e Pietro Capolungo, carabiniere in pensione[35]. Durante questa rapina, una donna vede Roberto Savi fuori dall'armeria, e dopo la rapina fornisce un identikit agli investigatori. Quando viene mostrato al marito della Ansaloni, questi dichiara che potrebbe somigliare molto a Roberto Savi, suo cliente abituale, poliziotto di Bologna. Nessuno però tra gli investigatori, collega realmente Savi al fatto di sangue[36].

Il 19 giugno perde la vita a Cesena Graziano Mirri, benzinaio, ucciso durante una rapina nel suo distributore[37][38].

Il 18 agosto vengono uccisi in un agguato a San Mauro Mare Ndiaj Malik e Babou Chejkh, due operai senegalesi, mentre un terzo, Madiaw Diaw, viene ferito. L'aggressione non è a scopo di rapina, o dovuta alla volontà di eliminare i testimoni di un reato, ma è motivata dalle convinzioni razziste dei membri della banda. Poco dopo il duplice omicidio, l'auto della banda taglia la strada ad una Fiat Ritmo con a bordo alcuni giovani, che inveiscono contro il guidatore della Uno bianca per la manovra azzardata. Dall'auto della banda vengono esplosi colpi di arma da fuoco contro le persone a bordo della Ritmo, che però rimangono illese.[39]

1992[modifica | modifica sorgente]

Nel 1992 non si registrano omicidi, ma la banda si rende protagonista di 4 rapine in banca e una in un supermercato[40].

1993[modifica | modifica sorgente]

Il 24 febbraio 1993 la banda si rese responsabile dell'omicidio di Massimiliano Valenti[41][42][43], un ragazzo di 21 anni che aveva osservato un cambio macchina della banda dopo una rapina in banca. La banda dapprima sequestrò il giovane e lo trasportò in una zona isolata dove fu sottoposto ad una vera e propria esecuzione[44]. Il corpo di Massimiliano Valenti venne ritrovato in un fossato nel comune di Zola Predosa. Dall'esame autoptico effettuato sul suo volto emersero dei fori di proiettili sparati dall'alto verso il basso[45].

Il 7 ottobre viene ucciso a Riale Carlo Poli, elettrauto[46].

1994[modifica | modifica sorgente]

Nel 1994 la banda intensificò la sua attività criminale verso gli istituti di credito, rapinandone complessivamente 9 durante l'anno[40].

Il 24 maggio del 1994, viene ucciso il direttore della Cassa di Risparmio di Pesaro Ubaldo Paci, freddato mentre stava aprendo la sua filiale alle otto e un quarto di mattina[47][48].

Le indagini[modifica | modifica sorgente]

Agli inizi del 1994 il magistrato di Rimini Daniele Paci costituì un pool di investigatori per risolvere il caso, dopo 7 anni di omicidi e crimini ancora senza un colpevole reale, nonostante un grande numero di arresti nel corso degli anni precedenti, poi dimostratisi errati e fuorvianti.[1][49][50]

Il pool inizialmente non riuscì ad ottenere molto, solo la ricostruzione di un identikit di un bandito, registrato a volto scoperto durante la rapina in banca del 3 marzo 1994. Verso la metà del 1994 il pool dei magistrati riminesi fu sciolto e la direzione delle indagini consegnata ad un pool di magistrati a Roma.

Furono però due poliziotti, l'ispettore Baglioni e il sovrintendente Costanza, a seguire la pista giusta. I due poliziotti, facenti parte della Questura di Rimini, avevano collaborato con l'appena sciolto pool di magistrati riminesi. Chiesero alla procura che il lavoro del pool riminese non venisse perso ed avviarono delle indagini autonome, volte a scoprire i componenti della banda della Uno bianca[51].

Il procuratore di Rimini diede loro carta bianca, fu così che Baglioni e Costanza cominciarono a dedicarsi praticamente a tempo pieno alle loro indagini. Misero in atto appostamenti, ricerche, controlli agli istituti di credito rapinati e cercarono di capire le modalità operative della banda. Eseguirono un minuzioso lavoro di studio di ogni singolo delitto commesso dalla banda. Baglioni e Costanza iniziarono a sospettare che i componenti della banda potessero essere persone in seno alle forze dell'ordine, vista l'abilità dimostrata con le armi da fuoco, l'uso in diverse occasioni di armi non facilmente reperibili (ad esempio i fucili Beretta AR 70/90 di Roberto Savi), l'apparente inafferrabilità del gruppo, probabilmente dovuta ad una conoscenza del modus operandi delle forze dell'ordine, le tattiche usate nelle rapine e in casi come la strage del Pilastro, che ricordavano vere e proprie azioni militari, e diversi atteggiamenti tenuti nelle rapine e riferiti dai testimoni. Ciò avrebbe anche spiegato perché i criminali riuscissero sempre ad evitare le pattuglie e i posti di blocco delle forze dell'ordine, oltre che la loro probabile conoscenza di itinerari che permettessero rapide vie di fuga dopo ogni colpo. Baglioni e Costanza fecero poi una considerazione che si rivelerà fondamentale: i banditi conoscevano troppo bene le abitudini dei dipendenti della banche assaltate; ciò significava che svolgevano una puntigliosa opera di documentazione e di controllo prima di compiere la rapina. Decisero quindi di comportarsi come loro, passando le loro giornate ad appostarsi davanti ad istituti di credito, ubicati nelle zone che i criminali preferivano colpire, in attesa di notare qualche persona sospetta[52].

Il 3 novembre 1994 Fabio Savi commise un passo falso, eseguì un sopralluogo presso una banca a Santa Giustina nel riminese, davanti alla quale si trovavano appostati Baglioni e Costanza. Savi giunse sul posto con una Fiat Tipo bianca, che però esibiva una targa irriconoscibile per la sporcizia. Ciò destò la curiosità degli investigatori presenti sul posto, che confrontarono la fisionomia del conducente con quella rimasta impressa nei filmati ripresi nelle banche rapinate. Ne riscontrarono una vaga somiglianza e pertanto decisero di seguirlo. Fabio Savi li condusse infine presso la sua abitazione, a Torriana. Da questo momento le indagini subirono uno sviluppo sempre più nitido, fino ad acclarare le responsabilità dei criminali, a cominciare dall'arresto di Roberto Savi[52].

I presunti rapporti coi servizi segreti italiani[modifica | modifica sorgente]

In un'intervista, nella quale un giornalista insinuava che dietro la banda si celassero in realtà i servizi segreti, Fabio Savi, uno dei componenti della banda, rispose così:

« Dietro la Uno bianca c'è soltanto la targa, i fanali e il paraurti. Basta. Non c'è nient'altro. »
(Fabio Savi[53])

Le condanne[modifica | modifica sorgente]

I componenti della banda sono stati tutti arrestati. I processi a carico di essa si sono conclusi il 6 marzo 1996 con la condanna a tre ergastoli per ciascuno dei fratelli Savi, un ergastolo a Marino Occhipinti, 28 anni di carcere per Pietro Gugliotta trasformati poi in 18.

Luca Vallicelli, componente minore della banda, patteggia una pena di 3 anni e 8 mesi.

Dopo 14 anni di reclusione, nell'agosto 2008, Pietro Gugliotta è stato messo in libertà grazie all'avvio dell'indulto e alla legge Gozzini.

Nell'ambito del processo alla banda, venne inoltre stabilito che lo Stato versasse ai parenti delle 24 vittime 19 miliardi di lire.[54]

Le richieste di Fabio Savi e lo sciopero della fame[modifica | modifica sorgente]

Il 24 settembre 2009, Fabio Savi dopo circa un mese di sciopero della fame presso il carcere di Voghera, viene ricoverato all'ospedale dell'omonima città per motivi clinici. La motivazione dello sciopero sarebbe la richiesta da parte di Savi di essere trasferito in un carcere più vicino alla sua famiglia e la possibilità di lavorare per provvedere alla stessa[55].

Il 4 gennaio 2010 viene trasferito nel carcere di massima sicurezza di Spoleto.

Il permesso premio per Marino Occhipinti[modifica | modifica sorgente]

Il 30 marzo 2010, con un decreto motivato del tribunale di sorveglianza, Marino Occhipinti dopo 16 anni di detenzione usufruisce di un permesso premio di 5 ore per partecipare a una Via crucis a Sarmeola di Rubano, nel Padovano assieme ad altri detenuti e accompagnato da operatori sociali.[56] Il 9 gennaio 2012 viene posto in semilibertà dal Tribunale di Venezia.

La richiesta di scarcerazione da parte di Alberto Savi[modifica | modifica sorgente]

Il 23 ottobre 2010 Alberto Savi chiede di poter uscire dopo 16 anni scontati in carcere[57].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b QUANTI ERRORI CON LA UNO BIANCA ... La Repubblica 21 aprile 1995
  2. ^ Dov'è la nostra tragedia? La Repubblica febbraio 2001
  3. ^ blu Notte - Il Caso della Uno bianca
  4. ^ Per incredibile decisione dei magistrati impegnati nelle indagini, nessuna verifica balistica fu mai disposta sulle armi repertate come insistentemente chiesto dall'allora vice-capo della Squadra Mobile di Bologna, Giovanni Preziosa.(considerazione a cura di Massimiliano Mazzanti op. cit. in bibliografia).
  5. ^ L' addio ad Aldo Gianni il questore della Uno bianca, Corriere della Sera, 13 gennaio 2005
  6. ^ Uno bianca, Roberto Savi chiede la grazia Corriere della Sera 4 agosto 2006
  7. ^ Roberto Savi si risposa in carcere La Repubblica 1 ottobre 2008
  8. ^ «Iniziò per scherzo, finì con 24 delitti» Corriere della Sera 14 ottobre 2001
  9. ^ Uno bianca: Pietro Gugliotta torna libero per fine pena, ansa.it, 25 luglio 2008. URL consultato il 27-07-2008.
  10. ^ a b " ma non ammanettatemi davanti ai miei " Corriere della Sera 30 novembre 1994
  11. ^ Elenco delle azioni criminali
  12. ^ La Banda della «Uno bianca» implora il perdono Il Giornale 5 gennaio 2006
  13. ^ la banda della uno bianca 2ª parte - YouTube
  14. ^ Sovrintendente della Polizia di Stato Comm.to di Rimini (Oggi Questura)29 luglio 1989
  15. ^ Uno bianca in Romagna Altri tre ergastoli per i fratelli Savi Corriere della Sera 7 marzo 1996
  16. ^ " Fanne un altro di figlio " Corriere della Sera 21 novembre 1995
  17. ^ ASSALTO AL FURGONE CON UNA BOMBA RESTA UCCISA UNA GUARDIA GIURATA La Repubblica 20 febbraio 1988
  18. ^ Ferita mai chiusa per i familiari di Umberto Erriu L'Unione Sarda 24 febbraio 1995
  19. ^ Uno bianca vent' anni per un processo inutile La Repubblica 17 aprile 2008
  20. ^ Uno bianca: si indaga su un ex carabiniere Corriere della Sera 9 dicembre 1994
  21. ^ Bianca: un carabiniere aiutò a uccidere 2 colleghi? Corriere della Sera - ottobre 1996
  22. ^ «Uno bianca», storia maledetta anche in tv Corriere della Sera 4 febbraio 2001
  23. ^ 03 ottobre 2007 Intitolazione del Giardino della "Noce" a Primo Zecchi
  24. ^ Quelle "esecuzioni" della Uno bianca in la Repubblica, 25 febbraio 1993. URL consultato il 21-10-2009.
  25. ^ TERRORE NEL CAMPO - NOMADI ' CI DIFENDEREMO CON LE ARMI' La Repubblica 27 dicembre 1990
  26. ^ BOLOGNA NELLA MORSA DELLA VIOLENZA La Repubblica 28 dicembre 1990
  27. ^ Uno Bianca, al Pilastro il ricordo dell'eccidio in la Repubblica (Bologna), 04 gennaio 2007. URL consultato il 21-10-2009.
  28. ^ STEFANINI OTELLO Sito dei dell'Arma dei Carabinieri
  29. ^ a b http://www.rai.tv/mpplaymedia/0,,Raitre-BluNotte%5E17%5E174610,00.html
  30. ^ eccidio del Pilastro, strage di mafia Corriere della Sera settembre 1993
  31. ^ strage del Pilastro: sospettato un quarto uomo Corriere della Sera 13 maggio 1993
  32. ^ UNA FAMIGLIA DI KILLER PER LA STRAGE DEL PILASTRO ARRESTATO IL TERZO UOMO La Repubblica 10 settembre 1992
  33. ^ Pilastro, indagini e liti fra polizia e carabinieri Corriere della Sera - Giugno 1992
  34. ^ 'I KILLER VOGLIONO IMPAURIRE BOLOGNA' La Repubblica 23 aprile 1991
  35. ^ BANDE ASSASSINE CONTRO BOLOGNA La Repubblica 3 maggio 1991
  36. ^ La Banda della Uno Bianca La storia siamo noi-RaiTre
  37. ^ Luigi Spezia, I KILLER DI BOLOGNA UCCIDONO ANCORA in La Repubblica, 21 giugno 1991. URL consultato il 6 maggio 2014.
  38. ^ Paola Cascella, UNA FIRMA PER QUEL DELITTO in La Repubblica, 28 febbraio 1993. URL consultato il 6 maggio 2014.
  39. ^ TROVATE TRACCE DEI KILLER DI RIMINI La Repubblica 29 agosto 1991
  40. ^ a b Elenco azioni criminali della banda
  41. ^ QUELLE ESECUZIONI DELLA UNO BIANCA in La Repubblica, 25 febbraio 1993.
  42. ^ Paola Cascella, UNA FIRMA PER QUEL DELITTO in La Repubblica, 28 febbraio 1993. URL consultato il 6 maggio 2014.
  43. ^ l' omicidio di Bologna. ancora indizi verso la "Uno bianca" Corriere della Sera 27 febbraio 1993
  44. ^ TROPPE SPIETATE ANALOGIE A BOLOGNA TORNA L'INCUBO DELLA 'UNO BIANCA' La Repubblica 26 febbraio 1993
  45. ^ troppe spietate analogie a Bologna torna l'incubo della 'Uno bianca' in la Repubblica, 26 febbraio 1993. URL consultato il 21-10-2009.
  46. ^ Uno Bianca, quattro ergastoli Corriere della Sera 1 giugno 1997
  47. ^ sparò il "lungo" della Uno bianca Corriere della Sera 27 maggio 1994
  48. ^ la banda della Uno bianca torna a colpire: ucciso un bancario Corriere della Sera maggio 1994
  49. ^ La Banda della Uno Bianca - La storia siamo noi
  50. ^ al Pilastro sparò la banda dei Savi (4 dicembre 1994) - Corriere della Sera
  51. ^ Resoconto stenografico della seduta n. 165 Legislatura 14º del 07/05/2002 della Camera dei Deputati della Repubblica Italiana
  52. ^ a b Blu Notte - Il caso della Uno bianca
  53. ^ Blu Notte - Misteri italiani a cura di Carlo Lucarelli, 4a stagione, 6a puntata.
  54. ^ Luigi Spezia, Banda della Uno bianca, lo Stato condannato a pagare 19 miliardi in la Repubblica, 1° giugno 1997. URL consultato il 21-10-2009.
  55. ^ Uno Bianca: Savi in sciopero della fame, "la mia famiglia non deve pagare"Corriere della Sera settembre 2009
  56. ^ Il Resto Del Carlino - Bologna - Uno Bianca: permesso premio per Marino Occhipinti
  57. ^ Uno Bianca: Alberto Savi chiede perdono - Top News - ANSA.it

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

  • Uno bianca - miniserie TV, regia di Michele Soavi (2001)
  • Una mattina di novembre docu-fiction regia di Fabio Sabbioni, per FORMAT RAI 3 (MIXER DOCUMENTI, produttore esecutivo Brunella Lanaro); durata 34 minuti; 1997. Riprese: Michele Consolo; montaggio: Roberto Ferrari; organizzazione: Giulio Colli (Hirin produzioni). Film tratto dal volume "Baglioni e Costanza. Due investigatori di provincia contro la 'Banda della Uno bianca'", di Marco Melega.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]