Banda Cavallero

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Tre dei quattro componenti la banda Cavallero. Da sin.: Pietro Cavallero, Sante Notarnicola e Adriano Rovoletto

La banda Cavallero era una banda criminale che insanguinò le strade di Milano e della Provincia di Torino in una serie di rapine compiute negli anni 1960. Era composta da:

  • Pietro Cavallero (capobanda, detto il Piero), torinese, del quartiere della Barriera figlio di un falegname, ex attivista comunista, senza lavoro fisso di grande cultura e carisma;
  • Donato Lopez (detto Tuccio), di diciassette anni, uno dei sei figli di un operaio emigrato dal sud a Torino, disoccupato;
  • Adriano Rovoletto, partigiano, figlio di un operaio, apprendista falegname, abitante alle Case SNIA di Corso Vercelli;
  • Sante Notarnicola, di origine pugliese, diploma di quinta elementare, ex segretario della FGCI di Biella, ex venditore ambulante di fiori, ex facchino;
  • Danilo Crepaldi, morto in un incidente aereo nel 1966.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La banda di rapinatori si formò a Torino in un bar di corso Vercelli, nel quartiere Barriera di Milano semiperiferico della città. Non era certo la fame il problema di quegli anni, ma - secondo quanto reso nelle deposizioni specialmente da Pietro Cavallero, il capo della banda - il desiderio di giustizia sociale, reso ancor più sentito dall'immigrazione. La Banda Cavallero, fortemente politicizzata, simpatizzava per Lenin, ma guardava più propriamente all'anarchia nichilista, a Gaetano Bresci e a Ravachol.

Ma le rapine rivoluzionarie e sociali del gruppo si trasformano dopo qualche anno di scacco alla polizia, in violente scorribande. Nel pomeriggio del 25 settembre 1967, dopo aver svaligiato l'agenzia 11 del Banco di Napoli in largo Zandonai a Milano, seminano per trenta minuti il terrore e la morte, impegnandosi a bordo di una Fiat 1100 D rubata all'attore e musicista Pupo De Luca. La banda ha scontri a fuoco con le pantere della polizia che li inseguono attraverso le vie della città.

Sull'asfalto restano 3 morti: Virgilio Odoni, fattorino di una cartiera (ore 15,36), Giorgio Grossi, studente di 17 anni con la racchetta da tennis sotto braccio (ore 15,40), Franco De Rosa, un napoletano emigrato, a bordo della sua 600 multipla (ore 15,42).

Alle 16, quando il pomeriggio di fuoco ha fine, oltre ai morti c'è una dozzina di feriti tra i passanti, automobilisti e agenti, alcuni molto gravi, come il piccolo Maurizio Taddei e il maresciallo Giacomo Siffredi. Muore anche, un paio di giorni dopo la sparatoria, Roaldo Piva, un invalido di guerra ammalato di cuore che durante il tragico pomeriggio ha aiutato gli agenti a catturare Rovoletto, il cassiere della banda, con ancora in mano la borsa di plastica contenente i 6.750.000 lire rubati alla banca. Il cuore non resse all'emozione e alla fatica.

Al processo[modifica | modifica wikitesto]

Al processo che si tiene in Assise a Milano, nove mesi dopo la cattura della banda, Lopez viene condannato, per la sua giovane età a 12 anni, 7 mesi, e 3 giorni di reclusione, per gli altri tre rapinatori la sentenza è di ergastolo. Come da accordi precedentemente presi fra i tre, alla lettura della sentenza gli imputati si alzeranno in piedi per intonare la nota canzone "Figli dell'officina"[1].

Pietro Cavallero[modifica | modifica wikitesto]

Anni dopo Pietro Cavallero, travolto da una crisi mistica, sconfesserà il passato chiedendo perdono delle sue malefatte. Durante la sua detenzione (durante la quale fu più volte oggetto di pestaggi) si dedica alla pittura (organizzando mostre per beneficenza) e alla stesura di vari scritti.

Una volta uscito dal carcere (nel 1988) si avvicina alla fede cristiana cattolica. Disse: "Tu dai uno schiaffo, l'altro ti perdona. E allora capisci veramente tutto il male fatto: ti senti sconfitto. [...] Nel Vangelo ho ritrovato le mie aspirazioni alla giustizia sociale. [...] La religione si basa sul presupposto che l'uomo può cambiare, può crescere, e questo combatte l'ostacolo più grande alla redenzione, che è il sentirsi inchiodati al proprio ruolo di malvagio."[2]

Da uomo libero passa il resto della sua vita aiutando gli emarginati presso il centro Sermig di Torino.

Muore di cancro nel gennaio del 1997, lasciando diversi dipinti e un libro intitolato "Ti voglio bene".

Sante Notarnicola[modifica | modifica wikitesto]

Sante Notarnicola diventerà invece un agitatore contro il sistema carcerario, si dichiarerà "detenuto politico" e sarà fra gli ergastolani più contestatori d'Italia.

Le Brigate Rosse, quando durante il sequestro Moro chiesero allo Stato la liberazione dei prigionieri rivoluzionari in cambio della liberazione di Aldo Moro, misero Sante Notarnicola all'inizio dell'elenco dei detenuti politici da liberare.

Tornato libero si stabilisce a Bologna, dove gestisce tuttora un'osteria nel centro della città.

Film tratti dalla vicenda[modifica | modifica wikitesto]

Da questa vicenda è stato tratto nel 1968 il film Banditi a Milano di Carlo Lizzani con Gian Maria Volontè nei panni del Cavallero, Don Backy nei panni del Notarnicola, Ray Lovelock nei panni del Lopez, Ezio Sancrotti nei panni del Rovoletto e Tomas Milian in quelli del commissario Basevi.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

  • Pietro Cavallero viene citato nella canzone dei Gang "Bandito senza tempo", contenente nell'album Le radici e le ali.
  • Sante Notarnicola ha ispirato numerose canzoni ed è stato citato in molti testi.
  • La canzone dei Banda Bassotti La conta, dedicata ai prigionieri politici in Italia, lo cita.
  • Nella canzone di Lou X Sulla Costa, c'è una citazione alla Banda Cavallero: "...miro in alto per davvero come la Banda Cavallero"
  • Nella canzone di Lord Bean Quale Ordine, c'è una citazione alla Banda Cavallero: "...e rivorrei quegli anni in eskimo col muso fiero i pugni alzati in tribunale della banda Cavallero"
  • Il Maresciallo dei Carabinieri Dino Olivieri, che arrestò i banditi nelle campagne dell'alessandrino, compare nei panni di se stesso all'interno del film Banditi a Milano.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Figli dell'officina - Wikisource
  2. ^ Edoardo Girola e Viviana Kasam, Cavallero, il bandito che terrorizzò il Nord in Corriere della Sera, 29 gennaio 1997, p. 16.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • L'Italia del XX secolo vol. VI 1961-1970. Edizione Rizzoli, 1977
  • Carlo Lucarelli, Milano calibro 9 in Storie di bande criminali, di mafie e di persone oneste, 1ª ed., Einaudi, 2008, pp. 66-118, ISBN 978-88-06-19502-1.
  • Fratello lupo. Dall'ex bandito Cavallero al Pietro Maso: un francescano fra gli ergastolani, Edizioni Paoline
  • Luigi Accattoli, Pietro Cavallero: il buon ladrone di fine Millennio, articolo su Eco di San Gabriele, gennaio 1998

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