Bahai in Uganda

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La religione Bahai in Uganda iniziò a crescere nel 1951 e in quattro anni si era già diffusa in 80 località con oltre 500 fedeli. Nello stesso periodo si sono costituite 13 Assemblee Locali Spirituali in rappresentanza di 30 tribù e sono partiti 9 pionieri bahai verso altri paesi dell'Africa[1].

Tempio Bahai di Kampala, Uganda

Durante la dittatura di Idi Amin, nonostante la religione bahai fosse stata bandita, la comunità baha'i continuò crescere e a prodigarsi nella promozione del benessere del popolo ugandese. Nelle convulsioni finali di tale dittatura, con Kampala dilaniata da episodi di guerra e guerriglia trovò la morte Enoch Olinga con tutta la sua famiglia, trucidati da un gruppo di guerriglieri sbandati[2]

Gli inizi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ali Nakhjavani.

Il 3 agosto 1951 la Mano della Causa Músá Banání con la moglie, Ali Nakhjavani, anch'esso con la moglie e la figlia Bahiyyih, e Philip Hainsworth arrivarono a Kampala come pionieri bahai.

Nel dicembre dello stesso anno vi furono i primi due ugandesi, Fred Bigabwa e Chrispin Kajubi, convertiti alla fede bahai[3] ai quali si aggiunse Enoch Olinga, un veterano della seconda guerra mondiale[4].

La prima Assemblea Spirituale locale Bahai fu eletta nell'aprile 1952 a Kampala: i suoi membri erano Fred Bigabwa, Chrispin Kajubi, Peter Musoke, Enoch Olinga, i coniugi Músá Banání, i coniugi Ali Nakhjavani e Philip Hainsworth[5].

Nel 1952 Músá Banání fu nominato Mano della Causa; dall'aprile 1953 furono elette 9 Assemblee Locali e nell'ottobre dello stesso anno Enoch Olinga si recò, come pioniere della fede, nel Camerun, ricevendo, per questo, il titolo di Cavaliere di Bahá'u'lláh[6].

Lo sviluppo[modifica | modifica sorgente]

Negli anni tra il 1950 e il 1960 vi fu un notevole sviluppo nella diffusione della religione bahai nell'Africa subsahariana[7]

Nel 1956 Olinga fu eletto presidente dell'Assemblea Spirituale Nazionale della regione del Nord-Ovest e la comunità bahai ugandese passò sotto la Assemblea Nazionale dell'Africa centro-orientale, di cui era presidente Nakhjavani[8]

Agli inizi del 1957 Olinga partecipò alla posa, in Uganda, della prima pietra per la costruzione del primo tempio bahai in Africa e nell'autunno fu nominato Mano della Causa[9].

Il tempio[modifica | modifica sorgente]

Il tempio di Kampala

Il tempio bahai ugandese, inaugurato 13 gennaio 1961, è, attualmente, l'unico in tutta l'Africa e si trova sulla collina Kikaya, nei dintorni di Kampala.

L'edificio è stato progettato da Mason Remey; la cupola di colore verde è ricoperta da piastrelle di origine italiana, le piastrelle che ricoprono i tetti inferiori provengono dal Belgio mentre i pannelli delle pareti e i vetri colorati sono stati portati dalla Germania. I muri esterni sono costruiti in pietra squadrata ugandese, come ugandese è il legno usato per le porte e per le panche[10].

Il terreno, di oltre 20 ettari, su cui è stato costruito il tempio contiene,oltre al giardino, una casa per gli ospiti e un centro amministrativo[11].

La persecuzione[modifica | modifica sorgente]

Nel periodo della dittatura di Idi Amin la fede bahai e la sua comunità, che era la più ampia dell'Africa, subirono una pesante persecuzione che non ne favorì lo sviluppo: la fede bahai fu bandita dal paese.

Il 16 settembre 1979, nel vivo della guerra ugandese-tanzaniana e con Kampala parzialmente occupata dalle truppe tanzaniane di liberazione, cinque guerriglieri entrarono nella casa di Olinga e lo uccisero assieme a tutta la sua famiglia[12].

Solo dopo la guerra ugandese-tanzaniana e l'eliminazione della dittatura di Idi Amin fu revocato il bando della fede e iniziò un nuovo periodo di sviluppo per la fede stessa e per la sua comunità[13].

La partecipazione[modifica | modifica sorgente]

La comunità bahai uganese ha partecipato a numerosi progetti a favore del benessere e dello sviluppo del paese.

Nel 1993 l'Assemblea Spirituale Nazionale pose in essere un progetto di educazione gestionale, uno per la sanità dei lavoratori, uno per la prevenzione delle malattie dell'infanzia, uno per la cura della maternità e uno per l'edilizia popolare[14].

Successivamente istituì un progetto per la sanità delle acque, per la lotta alla malaria e per l'utilizzo e la diffusione dell'acqua potabile[15].

Dal 2000 i Bahai hanno partecipato alle iniziative dirette alla salute della famiglia, all'educazione dei bambini, allo sviluppo delle donne, alla lotta contro la violenza sulle donne, alla lotta contro l'AIDS collaborando con organizzazioni governative e non governative[15].

I numeri[modifica | modifica sorgente]

Durante gli anni 2000-2002 la comunità bahai è cresciuta notevolmente.

Il censimento ufficiale indica in 19.000[16] il numero dei Bahai ugandesi mentre altre fonti lo indicano tra 66.000[17] e 105.000.

Circa 300 Bahai vivono a Kampala.

Nel 2005 statistiche ufficiali americane stimano che Induismo, Ebraismo e Fede Bahai sono praticati dal 2% della popolazione[18].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Graham Hassall, References to Africa in the Bahá'í Writings, Asia Pacific Bahá'í Studies, 2003.
  2. ^ Graham Hassall, Op. cit.
  3. ^ Jan Mughrab, Jubilee Celebration in Cameroon, 2004.
  4. ^ N. Richard Francis, Enoch Olinga, Hand of the Cause of God, Father of Victories, 1998.
  5. ^ Philip Hainsworth, It All Began 50 Years Ago, Journal of the Bahá'í Community of the United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland,2001.
  6. ^ Philip Hainsworth, Op. cit.
  7. ^ Overview Of World Religions, General Essay on the Religions of Sub-Saharan Africa
  8. ^ Graham Hassall, Notes on Research on National Spiritual Assemblies, Bahá'í Library Online.
  9. ^ Jan Mughrab, 'Op, cit.
  10. ^ Gerald Rulekere, Uganda's Bahá'í Temple, 2006.
  11. ^ Gerald Rulekere, Op. cit.
  12. ^ N. Richard Francis, Op. cit.
  13. ^ Graham Hassall, Op. cit.
  14. ^ Chronological history of funded activities, Canadian Baha'i International Development Agency, 2006.
  15. ^ a b Ibidem.
  16. ^ 2002 Uganda Population and Housing Census
  17. ^ The Largest Baha'i Communities.
  18. ^ Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor, United States State Department.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Bahá'u'lláh, Ishráqát, Tavole di Bahá'u'lláh rivelate dopo il Kitáb-i-Aqdas. Wilmette, Illinois, Bahá'í Publishing Trust. 1994. ISBN 0877431744.
  • Shoghi Effendi, The World Order of Bahá'u'lláh. Wilmette, Illinois, Bahá'í Publishing Trust. ISBN 0877432317.
  • J. E. Esslemont, Bahaullah e la nuova era. Roma, Edizioni bahai, 1954.
  • Peter Smith, A concise encyclopedia of the Bahá'í Faith. Oxford, Oneworld Publications, 2000. ISBN 1851681841.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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