Mini (1959)

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Mini
Morris Mini-Minor 1959.jpg
La prima Mini prodotta
Descrizione generale
Costruttore Regno Unito  Mini
Tipo principale Berlina
Altre versioni Station Wagon
Pick-up
Cabriolet
Produzione dal 1959 al 2000
Sostituita da Mini (2001)
Esemplari prodotti 5 505 874[1]
Altre caratteristiche
Dimensioni e massa
Lunghezza 3.050 mm
Larghezza 1.400 mm
Altezza 1.350 mm
Passo 2.040 mm
Massa 617 kg
Altro
Progetto Alec Issigonis
Note dati della prima serie berlina
Mini red 3.jpg
Una Mini Cooper del 1964

La prima generazione della Mini è stata prodotta dal 1959 al 2000, sotto l'egida iniziale della British Motor Corporation; il modello è stato anche realizzato e venduto su licenza nel mondo da varie altre case automobilistiche.

La nascita[modifica | modifica sorgente]

L'interno di una Morris Mini-Minor del 1959
La sezione trasversale della Mini mostra lo sfruttamento degli spazi

A metà degli anni cinquanta la neonata BMC aveva l'esigenza, alla luce della Crisi del Canale di Suez del 1956 che aveva portato aumenti sensibili nei prezzi dei carburanti, di realizzare una vettura da città, piccola ed economica, ma in grado di trasportare almeno 4 persone. Leonard Lord, timoniere della BMC, affidò il compito all'ingegnere d'origine greca Alec Issigonis.

Issigonis fece un capolavoro: grazie alla disposizione anteriore-trasversale del motore, al cambio montato sotto ad esso (con coppa dell'olio unica) e alla trazione anteriore, la vettura, lunga appena 303 centimetri, poteva ospitare (con discreto spazio) 4 persone. La carrozzeria era a 2 volumi con 2 porte.

Altri elementi di modernità erano forniti dalle sospensioni a ruote indipendenti con elementi elastici in gomma (al posto delle molle), dalle ruote da 10 pollici (per limitare l'invasività nell'abitacolo dei parafanghi) e dallo sportello del vano bagagli (in sé angusto e occupato, per 1/4, dal serbatoio del carburante) ribaltabile verso il basso (come anche la targa, che era sempre visibile) per trasportare colli ingombranti.

Il motore era un classico A-Series (dotato di un albero a camme laterale), con cilindrata ridotta a 848cm³, alimentazione a carburatore e potenza di 34 cv. Per farlo entrare nel piccolo vano, Issigonis aveva dovuto spostare il radiatore sul lato sinistro del motore.

Per contenere i costi di produzione le cerniere delle porte e le saldature (mascherate dai gocciolatoi) erano a vista.

La vetturetta debuttò il 26 agosto del 1959, con marchi Austin e Morris. Sia l'Austin Seven che la Morris Mini Minor (questi i nomi commerciali) erano disponibili negli allestimenti standard e De Luxe.

La Mini s'affermò piuttosto lentamente, per via dell'originalità estetica e di qualche problema qualitativo iniziale. Pian piano divenne però uno straordinario successo e il pubblico ne apprezzò anche altre doti sorprendenti: la straordinaria agilità (sembrava un kart) e l'eccezionale tenuta di strada. Per contro la vettura presentò subito un particolare assetto di guida al quale gli utenti dovettero fare l'abitudine e che fu definito alla "camionista". Si guidava con un volante quasi verticale e, se il pilota era piuttosto alto, con le gambe divaricate. Criticabile nei lunghi viaggi, l'assetto giocava tuttavia un ruolo importante negli spostamenti in città permettendo ai piloti più abili un grande controllo dell'auto.

L'evoluzione negli anni sessanta[modifica | modifica sorgente]

La Riley Elf
Morris Mini-Minor Traveller del 1966

Nel 1960 venne lanciata la versione station wagon della Mini, con passo allungato, portellone a doppio battente e listelli in legno. La nuova versione, dotata dello stesso motore della berlina, era disponibile nella versione Austin (denominata Seven Countryman) e Morris (Mini Minor Traveller), negli allestimenti standard e De Luxe. Nel 1961 la versione con listelli in legno venne affiancata da quella con carrozzeria interamente metallica. Sempre nel 1961, per offrire un modello dotato di un bagagliaio più capiente, venne presentata una versione a 3 volumi (con coda dotata anche di "pinne") della Mini. La linea, discutibile, presentava anche un frontale ridisegnato, con una calandra a sviluppo verticale. La nuova variante della Mini venne commercializzata in due versioni: Wolseley Hornet (più economica) e Riley Elf (più lussuosa, con plancia in legno). Ma il 1961 fu un anno importante per la Mini soprattutto per il lancio della Mini Cooper, ovvero la versione sportiva elaborata da John Cooper (titolare dell'omonimo team di Formula 1). L'elaborazione consisteva, essenzialmente, nell'incremento di cilindrata da 848 a 997 cm³, nell'adozione di 2 carburatori tipo SU da 1.25, di freni anteriori a disco e di un assetto rivisto. La potenza di 55 CV (non molti in assoluto) era sufficiente, abbinata alle straordinarie doti stradali della Mini, a garantire ottime prestazioni.

Una Austin Mini Cooper S da competizione

La Mini Cooper, opportunamente elaborata, s'aggiudicò la vittoria di classe del rally di Montecarlo del 1963, con alla sua guida il pilota Timo Mäkinen. Alla fine dello stesso anno le Wolseley Hornet e le Riley Elf adottarono un motore di cilindrata maggiorata a 998 cm³ e potenza di 38 CV. Sul finire del 1964 tutte le Mini berlina (incluse le Cooper, le Cooper S e le varianti Wolseley e Riley) adottarono le sospensioni Hydrolastic, già montate dal 1962 sulle Austin e Morris 1100. Le versioni station wagon mantennero, invece, le sospensioni d'origine. Con l'occasione la Cooper venne affiancata dalla Cooper S, con motore di 1071 cm³ da 70 CV. La Cooper S (1071 cm³) con potenza portata a circa 85Cv s'aggiudicò il rally di Montecarlo edizione del '64 con alla guida il pilota Patrick Barron "Paddy" Hopkirk. Nel corso del 1964 la gamma Cooper e Cooper S cambiò ancora, con l'introduzione di una nuova versione per la Cooper "normale" con motore portato a 998 cm³ (55CV) e la produzione di due nuovi modelli Cooper S 1.0 (970 cm³, 65 CV) e la Cooper S 1.275 (1275 cm³, 76 CV) che si andarono ad affiancare alla oramai famosa versione da 1071 cm³ (70 CV). La Cooper S 1.275 s'aggiudicò inoltre nuovamente il rally di Montecarlo nel 1965, 1966 (fu tuttavia squalificata per fanali irregolari) e nel 1967, nonché il rally dell'Acropoli del 1967.

La Mini Cooper di Timo Mäkinen

La Mini Cooper S 1275 del pilota Rauno Aaltonen e del co-driver Tony ambrose vinse il Campionato Europeo Rally del 1965 (Il campionato mondiale comparve solo negli anni '70).

La gamma della prima serie (MKI) comprendeva:

  • Austin/Morris Mini 850
  • Austin/Morris Mini 850 De Luxe
  • Austin/Morris Mini 1000 Super De Luxe
  • Austin/Morris Mini Cooper 997 (54Cv, prodotta dal 1961-1964)
  • Austin/Morris Mini Cooper 998 (55Cv, prodotta dal 1964-1967)
  • Austin/Morris Mini Cooper S 1070 (71Cv, prodotta dal 1963-1964)
  • Austin/Morris Mini Cooper S 970 (65Cv, prodotta dal 1964-1965)
  • Austin/Morris Mini Cooper S 1275 (76Cv, prodotta dal 1964-1967)
  • Wolseley Hornet 1000
  • Riley Elf 1000
  • Austin/Morris Mini Traveller/Countryman 850
  • Austin/Morris Mini Traveller/Countryman 850 De Luxe
  • Austin/Morris Mini Traveller/Countryman 1000 Super De Luxe

Bisogna premettere che inizialmente lo stesso Issigonis all'idea di elaborare la "sua" Mini non fosse particolarmente entusiasta ma fu lo stesso Cooper in persona che all'inizio degli anni '60 lo fece ricredere anche grazie ad una dimostrazione pratica delle potenzialità della piccola vettura.

Più modelli "S" per vincere in più categorie.

La "S" da 1071 cm³ non poteva competere nelle classi sotto i 1000 cm³ e inoltre aveva molte difficoltà a competere con certi giganti, sia di mole che di cilindrata e potenza, nella categoria assoluta dei rally (la vittoria assoluta al rally di Monte Carlo del '64 era stata ottenuta grazie alla correzione del tempo finale come previsto dal regolamento dell'epoca in base alla cilindrata). Per questi motivi fu messa a punto la Cooper S 1000 (prodotta in poco più di 900 esemplari) per gareggiare nelle categorie riservate alle piccole cilindrate mentre la 1275 cm³ fu pensata per competere nella classe assoluta (senza limiti di cilindrata).

Seconda serie (MK2)[modifica | modifica sorgente]

Una Morris Cooper seconda serie del 1969
Retro di una Austin Mini Cooper seconda serie del 1968

Nel 1967 fu introdotta la Mini seconda serie (MK2), che venne prodotta fino al 1969. In verità le modifiche furono modeste e diversificate a seconda delle versioni. Le Mini berlina di Austin e Morris (incluse le Cooper) adottarono una nuova calandra (ampliata), un lunotto leggermente ampliato e luci posteriori rettangolari (senza la luce della retromarcia) e interni monocolore neri (Cooper e Cooper S). Le station wagon Traveller e Countryman (sempre disponibili nelle varianti con o senza inserti esterni in legno) adottarono la nuova calandra delle berline. Le versioni Austin e Morris, berlina o station wagon, erano inoltre disponibili in versione Super De Luxe, equipaggiate col motore di 998 cm³ da 38 CV. Più consistenti gli aggiornamenti alle Wolseley Hornet e Riley Elf: vetri discendenti, cerniere delle porte nascoste, impianto di ventilazione migliorato, trasmissione manuale migliorata e disponibilità, a richiesta, di un cambio automatico a 4 rapporti.

La gamma della seconda serie comprendeva:

  • Austin/Morris Mini 850
  • Austin/Morris Mini 850 De Luxe
  • Austin/Morris Mini 1000 Super De Luxe
  • Austin/Morris Mini Cooper 1000 (998 cm³)
  • Austin/Morris Mini Cooper S 1275
  • Wolseley Hornet 1000
  • Riley Elf 1000
  • Austin/Morris Mini Traveller/Countryman 850
  • Austin/Morris Mini Traveller/Countryman 850 De Luxe
  • Austin/Morris Mini Traveller/Countryman 1000 Super De Luxe

La gamma fu completata nel 1968 con l'introduzione della Mini Matic, con motore 1000 da 38 CV e cambio automatico a 4 rapporti della Automotive Products. La parte interessante della nuova trasmissione automatica era la logica di funzionamento. La selezione dei rapporti avveniva in base a quanto si premeva l'acceleratore: premendolo poco i cambi di marcia avvenivano a basso numero di giri, premendolo a fondo le marce venivano tirate il più possibile, era inoltre dotato del sistema "kick down" per la fase di ripresa.

Dalla terza serie (MK3) in poi[modifica | modifica sorgente]

Gli anni settanta: la Mini classica e la Clubman[modifica | modifica sorgente]

Una Mini Clubman del 1980
Mini Matic terza serie del 1973
La Mini Clubman Estate

Nel 1969, tolte di produzione le poco gradite Wolseley Hornet e Riley Elf, la British Leyland (nuova denominazione della BMC) decise di rendere la Mini una marca a sé stante (abolendo la doppia denominazione Austin e Morris) e d'intervenire sul modello in due direzioni: migliorando la Mini classica e introducendone una versione di lusso (modificata anche esteticamente) in grado di prendere il posto delle dismesse Hornet ed Elf. Il miglioramento della Mini classica si sostanziò, essenzialmente, nell'abolizione delle cerniere a vista sulle porte, nell'adozione dei vetri discendenti (prima erano scorrevoli) e nell'eliminazione delle sospensioni Hydrolastic. All'interno venne modificata la plancia (con la strumentazione spostata al centro e racchiusa in un pannello ovale). La versione station wagon, priva di cornici in legno, si chiamava ora Traveller. Per la versione di lusso la British Leyland decise di puntare su un sostanzioso restyling interno ed esterno. Venne così lanciata, sempre nel 1969, la Mini Clubman. Rispetto alla versione classica la Clubman differiva solo nel frontale (squadrato e allungato) e negli interni (con plancia e sedili ridisegnati). La gamma Clubman comprendeva anche la versione station wagon (con muso ristilizzato e coda identica a quella della Traveller classica), denominata semplicemente Estate. La Clubman berlina soffriva di un evidente squilibrio estetico, generato dalla cattiva armonizzazione tra il frontale squadrato e la coda tondeggiante della Mini. Molto più riuscita la Estate (con la fiancata percorsa da una fascia in finto legno), nella quale le linee tese della coda ed il passo lungo si fondevano meglio (persino della Traveller) col nuovo frontale.

Dal punto di vista tecnico la Mini classica rimaneva disponibile col solo motore di 848 cm³ (ma potenziato a 37 CV), mentre la Clubman era mossa dal 998 cm³ portato a 44 CV. Rimanevano, infine, in produzione, con le modifiche previste per la Mini classica, le Cooper 1.0 (55 CV) e Cooper S 1.3 (76 CV), ma non più verniciate in doppia colorazione (per risparmiare). Dalla seconda metà del 1971 vi fu l'uscita dal listino di tutti i modelli Cooper con l'esordio però della Mini Clubman GT, mossa dal 1275 cm³ della Cooper S, ma in versione monocarburatore da 58 CV. Nel 1974 le Clubman standard adottarono il motore di 1098 cm³ da 48 CV. Lo stesso anno la Clubman GT venne equipaggiata con cerchi da 12 pollici, anziché 10.

Nel 1976 la Clubman Estate perse la fascia in finto legno, rimpiazzata da una semplice striscia adesiva in due colori in abbinamento al colore della carrozzeria: argento o bronzo. Lo stesso anno tutte le Clubman adottarono una nuova calandra con una sola feritoia cromata in luogo di quella con tre feritoie cromate, mentre la versione Traveller della Mini classica venne tolta di produzione.

Nel 1976, in considerazione del poco successo della Clubman berlina, la British Leyland decise d'intervenire sulla Mini classica, lanciandone la quarta serie (MK4). Nessuna rivoluzione, ma tanti affinamenti: calandra in plastica nera, rivestimenti interni in tessuto, strumentazione rivista. La Mini MK4 era disponibile, inizialmente, nella sola versione 1000 (998 cm³, 42 CV) negli allestimenti base o Special. Nel 1979 tuttavia tornò il motore di 848 cm³ da 37 CV abbinato al livello di finitura (semplificato) City.

Gli anni ottanta: la rivincita della Mini classica[modifica | modifica sorgente]

La Mini Mayfair

Nel 1980 la Clubman berlina uscì di listino (rimpiazzata dall'Austin Metro), mentre la Mini City adottò il motore di 998 cm³. Nel 1982, con l'uscita di scena della Mini Clubman Estate (che pure aveva goduto di un buon successo, molto superiore a quello della berlina) la gamma Mini venne riorganizzata. Alla base si poneva la Mini 1.0 E (riconoscibile per i paraurti neri, la strumentazione ridotta, dotata di un unico strumento al centro della plancia, e i rivestimenti meno pregiati), mentre al top c'erano la Mini 1.0 HLE (con interni migliori e strumentazione spostata davanti al guidatore) e la Mini Mayfair, che presentava la dotazione della HLE con in più interni di maggior pregio, poggiatesta anteriori e contagiri. Nel 1984, la British leyland intervenne ancora sulla Mini classica, dotandola di carreggiate allargate, freni anteriori a disco, codolini in plastica nera sulle ruote, diversi rivestimenti interni. La versione base tornò a chiamarsi City. Una serie impressionante di versioni speciali si susseguì senza tregua tra il 1985 ed il 1991: Mini 25, Mini Red Flame, Mini Red Hot, Mini Check Mate, Mini Studio 2, Mini Piccadilly, per citarne alcune.

La Mini classica negli anni novanta[modifica | modifica sorgente]

Una Mini degli anni Novanta

Nel 1990 il Gruppo Rover intervenne sulla Mini, principalmente per ragioni di sicurezza ed inquinamento. La scocca venne rinforzata, mentre il motore, ora di 1275 cm³, adottò l'alimentazione a iniezione elettronica single point e la marmitta catalitica. La potenza era di 50 CV. L'unica versione disponibile sul mercato italiano era la Mayfair (con carrozzeria chiusa o dotata di tetto apribile in tela Open Classic). La calandra tornò cromata. Nel 1991 venne reintrodotta la versione Cooper (riconoscibile per il tetto bianco o nero, i cerchi "Minilite" da 12 pollici e le strip adesive sul cofano motore), con motore 1275 cm³ a carburatore (MK5) fino al 1992 e poi a iniezione singlepoint "spi" (MK6) sempre da 63 CV e catalizzate. In questi anni si dà vita ad un acceso campionato mononomarca di velocità su pista riservato alle Cooper. Ci sono competizioni che tuttora, in più parti del mondo, vedono le mini come protagoniste.

Nel 1993 arrivò anche la Mini Cabriolet, con motore della Cooper, allestimenti arricchiti (la plancia era in legno) e vistose appendici aerodinamiche.

Nel 1996 venne lanciata la Mini Cooper 35, versione speciale per commemorare i 35 anni dei produzione della vettura. Prodotta in 200 esemplari, aveva i sedili in pelle verde, il cruscotto in legno di noce, i vetri oscurati e varie decalcomanie che commemoravano l'anniversario. Era equipaggiata con un propulsore 1.275 cc di serie abbinato ad uno scarico sportivo a doppio terminale.[2]

Nel 1997, in seguito all'acquisto del Gruppo Rover da parte della BMW (1994), la gamma venne ulteriormente aggiornata: motore ad iniezione elettronica multipoint, airbag lato guida, barre antintrusione nelle portiere, cinture di sicurezza con pretensionatore, radiatore frontale, nuovi interni. La gamma comprendeva le versioni Classic, Cooper (MK7), Cooper Sport-Pack. Quest'ultima aveva 4 faretti supplementari, cerchi specifici 7x13", carreggiate allargate, codolini maggiorati, interni in pelle con finiture in radica. Non venne riproposta la Cabriolet.

Nel 1999 arrivò la versione speciale 40 LE.

La Mini classica uscì di produzione il 4 ottobre 2000, salutata dall'edizione speciale Final Edition che comprendeva quattro modelli: la Seven, la Cooper, la Cooper Sport e la Knightsbridge.

Sostituzione[modifica | modifica sorgente]

Il prototipo della 9X (1969)

La British Motor Corporation iniziò a studiare un erede per la Mini alla fine degli anni sessanta.

Un primo progetto fu affidato ad Alec Issigonis, che nel 1968 sviluppò la 9X: questa vettura, pur essendo più piccola della Mini originale, garantiva un maggiore spazio interno ed era dotata di portellone posteriore, ma non entrò mai in produzione per una questione di costi. Altri progetti si susseguirono negli anni successivi, come la Minissima del 1973 o l'ipotesi di costruire e vendere anche nel Regno Unito la Innocenti Nuova Mini, che debuttò in Italia nel 1974; nessuno di questi, però, arrivò in fase di produzione.

Ulteriori tentativi vennero compiuti negli anni Settanta (progetti ADO 74 e ADO 88), ma un successivo cambio di intenzioni nella dirigenza della British Leyland fece dirigere questi progetti verso la realizzazione di un'automobile di segmento B (e quindi di dimensioni maggiori) che avrebbe affiancato e non sostituito la Mini; debutterà nel 1980 con il nome di Austin Metro.

Il prototipo della Minki II (1995)

Il Gruppo Rover iniziò a pensare alla sostituzione della Mini nel 1992. Inizialmente gli sforzi si concentrarono su una rielaborazione in chiave moderna della Mini: venne così ideato e realizzato il prototipo della Minki, una Mini dotata di motore Rover serie K, cambio a 5 marce, sospensioni Hydragas, portellone posteriore, cruscotto completamente nuovo e posizione di guida migliorata; questo progetto venne però abbandonato a causa del rapporto tra investimenti necessari e vendite previste, che secondo gli analisti sarebbe stato piuttosto sfavorevole. Nel 1994 il gruppo Rover venne acquistato dalla BMW: la casa bavarese trovò l'idea della Minki interessante, e l'anno successivo fece costruire un secondo prototipo (chiamato Minki II), con delle sospensioni Hydragas perfezionate e altri piccoli miglioramenti.[3]

Nel frattempo, tuttavia, i piani per la sostituzione della Mini si erano concentrati sulla produzione di un'automobile completamente nuova, e l'idea della Minki fu abbandonata. Si susseguirono diverse proposte, avanzate sia dal Gruppo Rover che dalla BMW, ma quella definitiva venne realizzata da Frank Stephenson; Nel 1999, prima del definitivo abbandono della vecchia versione, venne prodotta la Mini 40th Anniversary, prodotta in pochissimi esemplari (solo 250 nel Regno Unito e 300 per l'Italia).

Una Mini classica (a sinistra) confrontata con la nuova Mini prodotta dalla BMW (a destra)

L'ultimo esemplare di Mini Mark VII costruito, una Cooper Sport color rosso, capitolo finale della prima generazione Mini (composta da 5 387 862 esemplari complessivi) è uscita dallo stabilimento di Longbridge nell'ottobre del 2000;[4][5] l'auto è uscita dalla catena di montaggio guidata dalla cantante Lulu, ed è stata successivamente ospitata all'Heritage Motor Centre di Gaydon, dov'è stata esposta accanto alla prima Mini prodotta.[5]

Nello stesso anno la BMW dismise il Gruppo Rover (che divenne Gruppo MG Rover) mantenendo la proprietà del solo marchio Mini, e l'anno seguente mise in commercio la nuova generazione della Mini.

Mini prodotte fuori dai confini Inglesi[modifica | modifica sorgente]

Per vari motivi commerciali la Mini venne prodotta ed assemblata anche fuori dai confini inglesi, note sono infatti le Mini prodotte in Italia con il marchio Innocenti, in Spagna col marchio AUTHI e in Australia.

Innocenti Mini[modifica | modifica sorgente]

Una Innocenti Mini Cooper

La Innocenti Mini fu prodotta su licenza dalla Innocenti di Milano tra il 1965 ed il 1975. Rispetto alle originali inglesi, le versioni Innocenti (comprese le Cooper) presentavano alcune differenze. Avevano interni più accessoriati e meglio rifiniti e molti particolari interni ed esterni furono prodotti da marche italiane (IPRA). Anche per ciò che riguarda la parte meccanica vennero fatte delle scelte diverse come ad esempio l'adozione del servofreno su tutti i modelli Cooper indipendentemente dalla cilindrata (le inglesi montavano il servofreno solamente sulle Cooper S).

Gamma e date di produzione:

  • Innocenti Mini Mk1 1965-1967 (Mini Cooper 997 cm³ da 55Cv introdotta nel '66)
  • Innocenti Mini Mk2 1967-1970 (Mini Cooper 998 cm³ da 60Cv introdotta nel '68)
  • Innocenti Mini Mk3 1970-1973 (Mini Cooper 1275 cm³ da 71Cv introdotta nel '72 e contemporanea uscita di produzione della Cooper 1000)
  • Innocenti Mini Mk4 1973-1975 (Mini Cooper 1275 cm³ Export da 71Cv introdotta nel '73)

Dalla meccanica della Mini originale la casa milanese trasse anche un modello totalmente separato, la Innocenti Nuova Mini identificata dal mercato anche con le denominazioni (non sempre corrispondenti alla nomenclatura ufficiale della casa dei vari modelli) di "Mini Bertone", "Mini 90" e "Mini DeTomaso".

AUTHI (Automoviles de Turismo Hispano Ingleses) Mini[modifica | modifica sorgente]

Anche in Spagna, sempre su licenza inglese, vennero costruite alcune versioni delle Mini a partire dal 1968 e fino alla fine del 1975.

La prima Mini made in Spain uscì dagli stabilimenti di Pamplona nell'Ottobre del 68' e venne denominata 1275C una versione lussuosa molto simile nell'allestimento alle Innocenti italiane.

  • AUTHI Mini (MKI)1275C 1968-1971 (Mini 1275 cm³)
  • AUTHI Mini (MKII) 1000E 1969-1971 (Mini 998 cm³)
  • AUTHI Mini 1000S 1969-1971 (Mini 998 cm³)
  • AUTHI Mini (MKIII) 1275GT 1971-1973 (Mini 1275 cm³)
  • AUTHI Mini Cooper 1300 1973-1975 (Mini Cooper 1275 cm³ da 65Cv, circa 5000 esemplari prodotti)

Elaboratori anni sessanta[modifica | modifica sorgente]

Qui di seguito è riportata in ordine alfabetico la lunga lista dei preparatori più famosi che hanno dedicato anni all'ideazione di Kit, anche per privati, per far correre e vincere le Mini in tutti i tipi di competizioni:

  • Alexander conversion
  • Aquaplane CO ltd.
  • Arden Conversions
  • Barwell motors
  • British Vita
  • Broadspeed
  • Cooper
  • Derrington
  • Downton
  • Janspeed
  • Mangoletsi
  • Nerus
  • Oselli
  • Speedwell
  • Shorrock
  • SPQR
  • Sprinzel
  • Taurus

La Mini nei media[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ (EN) History: Production figures in AROnline. URL consultato l'8 settembre 2012.
  2. ^ Mini Cooper 35th Anniversary 1.3i - Japan Market Edition. Rare collector'spiece!. URL consultato l'08 ottobre 2013.
  3. ^ Minki
  4. ^ (EN) Sally Ledward, End of an era as Mini production is halted in independent.co.uk, 4 ottobre 2000.
  5. ^ a b (EN) Longbridge says goodbye to its little wonder in telegraph.co.uk, 5 ottobre 2000.
  6. ^ (EN) Austin Mini Cooper S, igcd.net.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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