Attribuzione delle opere di Shakespeare

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Edward de Vere Francesco Bacone William Shakespeare Christopher Marlowe William Stanley, VI conte di DerbyWilliam Shakespeare e i quattro principali candidati alternativi cui sono state attribuite le sue opere
I principali quattro candidati alternativi all'attribuzione delle opere di Shakespeare (al centro). In senso orario, dall'alto a sinistra, De Vere, Bacon, Derby e Marlowe.

Il dibattito sull'attribuzione delle opere di Shakespeare consiste nella controversia, iniziata nel diciottesimo secolo, sul fatto che le opere attribuite a William Shakespeare di Stratford-on-Avon siano state scritte da altro autore o da un gruppo di letterati.[1] Sono stati proposti numerosi candidati, tra cui Francis Bacon, Christopher Marlowe, Robert Devereux, William Stanley, Edward de Vere e John Florio.[2][3][4][5][6][7]

Il dibattito[modifica | modifica sorgente]

Attribuzione delle opere di Shakespeare

Il dibattito sorse in origine perché per molto tempo mancarono dati biografici certi sul drammaturgo. Lo studioso inglese del Settecento George Steevens, in un passo molto citato, affermava che le uniche cose certe sul Bardo fossero il luogo di nascita e morte e poche altre informazioni anagrafiche[8]. Nei secoli seguenti, tuttavia, sono emersi molti documenti legali e anagrafici che attestano, oltre ai dati sulla vita privata, l'attività di Shakespeare come attore, drammaturgo e impresario teatrale. A parte pochi anni prima del 1592 (i cosiddetti "anni perduti"), della sua vita ormai si sa più che di ogni altro drammaturgo dell'epoca[9].

Studi recenti hanno messo in luce come i testi a noi giunti siano soltanto la fotografia di quell'opera in un dato momento, tra i tanti possibili. Il raffronto tra le diverse edizioni mostra che non c'era un testo definitivo: la versione volta a volta rappresentata era frutto di scelte attorali, registiche e tecniche: era più una creazione collettiva, come oggi le sceneggiature cinematografiche, che un testo letterario fisso, il che escluderebbe ogni ipotesi di attribuzione esterna[10].

Tuttavia una minoranza di studiosi continua a mettere in dubbio l'attribuzione stratfordiana[11]. A loro giudizio, mancano prove concrete che l'attore/uomo d'affari noto come Shaksper di Stratford abbia creato il corpus di opere che porta il suo nome.

Uno dei dubbi sollevati è che le opere di Shakespeare rivelano un elevato livello culturale e un vocabolario ricchissimo, circa 29.000 parole diverse[12]. Alcuni trovano difficile credere che un borghese del XVI secolo, senza una particolare istruzione, potesse avere una conoscenza tanto profonda di lingua inglese, politica, diritto e lingue straniere, in particolare il francese.

Panoramica[modifica | modifica sorgente]

« Shakespeare non è mai esistito. Tutte le sue opere sono state scritte da uno sconosciuto che aveva il suo stesso nome. »
(Alphonse Allais)

L'opinione maggioritaria[modifica | modifica sorgente]

Prima pagina dell'edizione del 1609 degli SHAKE-SPEARE'S SONNETS. Il nome scritto con il trattino separatore compare anche in 15 opere pubblicate prima del First folio.
La dedica presente nell'edizione dei Sonetti. Sia il nome scritto con il trattino separatore che le parole "ever-living poet", sono state oggetto di controversie all'interno del dibattito sull'attribuzione.

L'opinione maggioritaria tra gli studiosi identifica il drammaturgo con il William Shakespeare che nacque a Stratford-on-Avon nel 1564, si trasferì a Londra e divenne attore e co-titolare della compagnia teatrale Lord Chamberlain's Men, proprietaria del Globe Theatre e del Blackfriars Theatre a Londra. Egli divise la sua vita tra Londra e Stratford, dove si ritirò nel 1613 e morì nel 1616. Di lui abbiamo la data di battesimo, il 26 aprile 1564. Oltre ad alcuni particolari sui genitori, gli storici sono in possesso del certificato di matrimonio di William — datato 27 novembre 1582 — e dei certificati di battesimo dei tre figli: Susannah, 26 maggio 1583; Hamnet e Judith, gemelli dizigoti, 2 febbraio 1585.

Dal 1585 al 1591 non si hanno documenti. Si suppone che il giovane Shakespeare si trasferisse a Londra, lavorando come attore e scrittore; infatti, diversi documenti del 1592 ci informano della sua rapida ascesa in campo teatrale. Sappiamo che sue opere sono già state rappresentate dalle compagnie dei conti di Derby, di Pembroke e del Sussex. Si ha anche notizia della rappresentazione (3 marzo 1592) della prima parte dell'Enrico VI. Il documento più interessante è l'opuscolo di Robert Greene, uscito il 3 settembre di quell'anno (poco dopo la morte di Greene): l'autore vi si scaglia contro Shakespeare, definendolo un presuntuoso "corvo abbellito di piume altrui" che si ritiene l'unico "Scuoti-scena" ("Shake-scene", gioco di parole sul cognome) del paese.

Nel 1593, mentre i teatri sono chiusi per un'epidemia di peste, Shakespeare pubblica con firma autografa il poemetto Venere e Adone. Nel 1594 si ripete, pubblicando a sua firma Lo stupro di Lucrezia, e per la prima volta esce anonima una sua opera teatrale, Tito Andronico. Nel 1594 riaprono i teatri e si riformano le compagnie: è documentato che Shakespeare entrò in una delle più importanti, i Servi del Lord Ciambellano (The Lord Chamberlain's Men).

Numerosi, da qui in poi, sono i documenti della sua vita: certificati di eventi privati, come la morte del figlio Hamnet nel 1596; testimonianze della crescente fortuna artistica (già nel 1598, ben prima di scrivere molti capolavori, Francis Meres lo paragona con entusiasmo a Plauto e Seneca) ed economica (molti i documenti riguardo l'acquisto di case o l'acquisizione di interessi per la gestione di terreni e della sua stessa compagnia).

Diversi documenti indicano che, dal 1609 in poi, Shakespeare torna definitivamente a Stratford-on-Avon, mantenendo i suoi interessi a Londra, ma recandovisi solo di rado. Del 25 marzo 1616 è il suo testamento: egli muore il 23 aprile ed è sepolto nella chiesa parrocchiale di Stratford. La tomba, con l'incisione funebre, è visibile ancor oggi.

Dalla pubblicazione di Tito Andronico in poi, numerose sono le edizioni clandestine delle sue opere, e le uscite continuano anche dopo la morte. Nel 1623 un gruppo di editori riesce ad assicurarsi i diritti di Shakespeare: Isaac Jaggard e Edward Blount, con l'aiuto degli attori John Heminge e Henry Condell, pubblicano trentasei drammi nel volume Mr. William Shakespeare Commedies, Histories, & Tragedies. Published according to the True Originall Copies (Commedie, Drammi storici e Tragedie di Mastro William Shakespeare. Pubblicate in conformità delle copie originali autentiche), passato alla storia come First folio.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi First folio e William Shakespeare#Biografia.

La visione scettica[modifica | modifica sorgente]

Il frontespizio del First folio (1623), la prima pubblicazione delle opere di Shakespeare. Il Folio e la sua copertina hanno generato un considerevole dibattito riguardo a chi ha attribuito le opere a William Shakespeare di Stratford-Upon-Avon.
Charlton Ogburn, autore del libro The mysterious William Shakespeare (1984) ha notato che in questa immagine la curva che va dal mento all'orecchio di Shakespeare fa sembrare la sua faccia più una maschera che la rappresentazione di una reale persona.

Secondo la visione scettica, lo Shakespeare di Stratford fu il prestanome di un altro drammaturgo non svelatosi. I suoi sostenitori portano a sostegno vari argomenti: ambiguità e lacune della visione tradizionale; la tesi che le opere teatrali di Shakespeare richiedessero un livello culturale più alto di quello a lui attribuito (e la conoscenza di lingue straniere); indizi che fanno ritenere l'autore deceduto mentre lo Shakespeare di Stratford era vivo; i dubbi in materia espressi da contemporanei; la tesi che nelle opere di Shakespeare si celino messaggi identificativi del vero autore; parallelismi tra personaggi teatrali e la vita dei vari candidati al ruolo di vero autore.

Gli scettici sostengono che le informazioni certe che si hanno su Shakespeare non consentano di attribuirgli la cultura necessaria per scrivere quelle opere. Già nell'Ottocento sono stati proposti candidati alternativi, suoi contemporanei. Una delle figure da sempre indiziate è Francis Bacon, filosofo e ministro della legge, considerato da molti come una delle poche menti il cui livello culturale corrisponda alla profondità e complessità dei testi; o Christopher Marlowe, che anziché morire in una rissa avrebbe continuato a scrivere sotto pseudonimo; altri ancora sono Edward de Vere, diciassettesimo conte di Oxford, e William Stanley.

L'interesse popolare intorno alla questione continua ancor oggi.

Terminologia[modifica | modifica sorgente]

Stratfordiani e anti-Stratfordiani[modifica | modifica sorgente]

Gli studiosi che ritengono il William Shakespeare di Stratford-on-Avon l'unico reale autore sono chiamati "Stratfordiani"; quelli che nutrono dubbi, "anti-Stratfordiani". Tra questi, quelli che identificano come vero autore Francis Bacon, Christopher Marlowe o Edward de Vere, 17º conte di Oxford sono chiamati Baconiani, Marloviani o Oxfordiani.

"Shakspere" contro "Shakespeare"[modifica | modifica sorgente]

In epoca Elisabettiana, in Inghilterra non vi era un sistema ortografico unificato. Nel corso della sua vita il nome dello Shakespeare di Stratford fu scritto in molti modi e la forma "Shakespeare" è solo una delle tante. Gli anti-Stratfordiani per convenzione si riferiscono all'uomo di Stratford come a "Shakspere" (come si legge nel registro battesimale) o "Shaksper", per distinguerlo dall'autore "Shakespeare" o "Shake-speare", forma usata nelle pubblicazioni, che sostengono vada ricondotta a un altro. Essi rilevano come in gran parte dei documenti legali la prima sillaba sia di quattro lettere, "Shak-", talvolta "Shag-" o "Shax-", mentre il cognome del drammaturgo è quasi sempre reso con la "a" lunga di "Shake"[13]. Gli Stratfordiani rifiutano tale convenzione, perché implicherebbe che l'uomo di Stratford scrivesse il suo nome in modo diverso da quello usato nelle pubblicazioni[14]. Per convenzione, qui di seguito si adotta la forma "Shakespeare".

L'idea dell'autore segreto nel Rinascimento inglese[modifica | modifica sorgente]

A sostegno della tesi secondo la quale Shakespeare sarebbe stato un nome fittizio, gli anti-Stratfordiani evidenziano altri esempi dell'età elisabettiana in cui si discute di pubblicazioni anonime o sotto pseudonimo, in realtà opera di persone di elevato rango sociale. Descrivendo degli scrittori suoi contemporanei il drammaturgo e scrittore satirico Robert Greene, scrisse che:

(EN)
« others ... which for their calling and gravity being loth to have any profane pamphlets pass under their hands, get some other Batillus to set his name to their verses. »
(IT)
« Altri... che per il loro nome e la loro importanza devono negare che libretti blasfemi siano mai passati tra le loro mani, si trovano un Batillo qualsiasi che dia il suo nome ai loro versi. »
(Robert Greene[15])

Roger Ascham, nel suo libro The Schoolmaster, spiega di essere convinto che due opere attribuite al drammaturgo romano Terenzio fossero state invece scritte in segreto dal "nobile Scipione e dal saggio Lelio", perché il linguaggio usato era di livello troppo raffinato perché fossero state scritte da un "servo straniero" quale era Terenzio[16].

"Shake-Speare" come pseudonimo[modifica | modifica sorgente]

Secondo gli storici della letteratura Taylor e Mosher, "Nel XVI e XVII secolo, l'età dell'oro degli pseudonimi, quasi tutti gli scrittori ad un certo punto della loro carriera si sono serviti di appunto di uno pseudonimo"[17] A tal proposito molti anti-Stratfordiani s'interrogano sul trattino che spesso appare nel nome "Shake-speare", che secondo loro indica che si tratti di uno pseudonimo[18]. Tra gli esempi di pseudonimo dell'epoca che contengono il trattino si ricordano Tom Tell-truth, Martin Mar-prelate (autore di libretti satirici anticlericali - anti prelati) e Cuthbert Curry-nave che bastonava (curried) i suoi disonesti (knavish) nemici[19]

Secondo il ricercatore Mark Anderson, la forma "Shake-speare" con il trattino è un altro esempio di pseudonimo su questa falsariga, che allude alla dea protettrice dell'arte e della letteratura, Atena, che balzò fuori dalla testa di Zeus scuotendo una lancia (in inglese shaking a spear)[20]. Gli Stratfordiani ribattono che tale forma si trova solo di rado e che il trattino sarebbe stato messo solo per errore, così che non si dovrebbe dar credito a questa teoria. Lo studioso di Oxford Charlton Ogburn ha risposto facendo osservare che:

(EN)
« ...32 editions of Shakespeare's plays published before the First Folio of 1623 in which the author was named at all, the name was hyphenated in fifteen – almost half. »
(IT)
« Tra le 32 edizioni delle opere di Shakespeare pubblicate prima del First Folio del 1623 in cui l'autore veniva menzionato, il nome conteneva il trattino in quindici casi, quasi la metà. »
(Charlton Ogburn[18])

Inoltre si servirono del trattino anche John Davies nella celebre poesia in cui si riferisce al poeta come al "nostro Terenzio inglese", l'altro commediografo dell'epoca John Webster e l'epigrammista del 1639 che scrisse "Shake-speare, we must be silent in thy praise…" Ogburn osserva che il trattino è stato usato da altri scrittori o editori, ma non dal poeta stesso. Su queste basi Ogburn conclude che la forma con il trattino non è illogica o errata, ma se ne trovano tracce rilevanti[18].

Le tesi degli anti-Stratfordiani[modifica | modifica sorgente]

L'istruzione di Shakespeare[modifica | modifica sorgente]

Non esiste alcuna prova che lo Shakespeare di Stratford fosse in possesso dell'elevato livello culturale necessario per scrivere le opere a lui attribuite, in particolare delle conoscenze scientifiche e linguistiche. Anche il numero di termini diversi usati nelle opere è straordinario: oltre 29.000 (tra cui differenti versioni delle stesse parole), un lessico quasi cinque volte più ampio di quello usato nella Bibbia di Re Giacomo, che impiega solo 6.000 parole diverse[21]. Henry Stratford Caldecott, durante una conferenza tenuta a Johannesburg nel 1895, affermò:

(EN)
« The plays of Shakespeare are so stupendous a monument of learning and genius that, as time passes and they are probed and searched and analysed by successive generations of scholars and critics of all nations, they seem to loom higher and grander, and their hidden beauties and treasured wisdom to be more and more inexhaustible; and so people have come to ask themselves not only, 'Is it humanly possible for William Shakespeare, the country lad from Stratford-on-Avon, to have written them?', but whether it was possible for any one man, whoever he may have been, to have done so. »
(IT)
« Le opere teatrali di Shakespeare rappresentano una tale meravigliosa testimonianza imperitura di genio e cultura che, più passa il tempo e vengono esaminate, sezionate ed analizzate dalle generazioni di studiosi e critici di ogni nazione, più sembrano crescere e migliorare, e le loro perle nascoste e la preziosa saggezza che contengono sembrano essere inesauribili; così la gente ha dovuto chiedersi non solo "È umanamente possibile che sia stato William Shakespeare, il giovane campagnolo di Stratford-on-Avon, ad averle scritte?" ma anche se sia stato possibile farlo per un solo uomo, chiunque egli fosse. »
(Henry Stratford Caldecott[22])

Gli Stratfordiani sostengono che Shakespeare avrebbe potuto frequentare la The King's School di Stratford fino all'età di quattordici anni, dove avrebbe studiato i poeti latini e le opere teatrali di autori come Plauto[23]. Tuttavia il registro degli allievi della scuola è andato perduto e pertanto non è possibile sapere con certezza se Shakespeare l'abbia frequentata o meno[24].

La scuola (o le scuole) che Shakespeare potrebbe aver frequentato è argomento di varie congetture, poiché non esistono registri di ammissione o di frequenza che parlino di lui in alcuna scuola secondaria, college o università. Anche se non ci sono prove che Shakespeare abbia frequentato l'università, non era una cosa insolita per i drammaturghi rinascimentali. Tradizionalmente, gli studiosi hanno dato per assodato che Shakespeare sia stato almeno in parte un autodidatta[25]. Un paragone spesso citato è quello con il drammaturgo suo contemporaneo Ben Jonson, uomo di origini ancor più umili di quelle di Shakespeare, che s'innalzò fino a diventare poeta di corte. Come Shakespeare, Jonson non aveva mai portato a termine - e forse mai nemmeno frequentato - l'università, riuscendo comunque a diventare un uomo di grande cultura (in seguito le università di Oxford e Cambridge gli conferirono una laurea onoraria). Tuttavia le prove del fatto che Jonson si sia istruito da solo sono molto più chiare di quelle che ci sono per Shakespeare: sono stati trovati centinaia di libri di proprietà di Jonson con la sua firma e le sue annotazioni[26], mentre non è mai stato rinvenuto alcun libro posseduto o preso in prestito da Shakespeare di Stratford.

Proseguendo il confronto, Jonson ebbe accesso ad una ricca biblioteca con cui migliorare la propria istruzione[27]. Una possibile fonte per l'auto-istruzione di Shakespeare è stata proposta da A. L. Rowse, che ha sottolineato come alcune delle fonti a cui le sue opere sono ispirate fossero in vendita nel negozio dello stampatore Richard Field, coetaneo di Shakespeare e anch'egli di Stratford[28].

Alcune fonti dell'epoca sono state usate per affermare che non sempre si è ritenuto che la stesura delle opere di Shakespeare avesse richiesto un particolare livello di istruzione: l'omaggio a Shakespeare di Ben Jonson nel First Folio del 1623 afferma che i suoi lavori erano grandi anche se conosceva "poco latino e ancor meno greco"[29] È stato anche sostenuto, soprattutto da Richard Farmer, che la maggior parte delle conoscenze del mondo classico che esibisce deriva da un singolo testo, Le Metamorfosi di Ovidio, che all'epoca era un testo adottato in molte scuole.[30]

Il testamento di Shakespeare[modifica | modifica sorgente]

La terza pagina del testamento di William Shakespeare, 1616

Il testamento di William Shakespeare è lungo e preciso, elencando in dettaglio le proprietà di un borghese di successo. Il testamento tuttavia non fa alcuna menzione di documenti personali, lettere o libri (i libri all'epoca erano oggetti rari e costosi) di alcun tipo. Inoltre non sono presenti nell'elenco poesie o manoscritti, opere teatrali complete o incomplete, né si allude in alcun modo alle quote del Globe Theatre che l'uomo di Stratford avrebbe dovuto possedere, quote che avrebbero dovuto essere di notevole valore[31].

Al momento della sua morte, 18 opere teatrali erano rimaste inedite. Nessuna di queste viene citata nel testamento (al contrario di quanto fece sir Francis Bacon, i cui due testamenti parlano dei suoi lavori che avrebbe desiderato fossero pubblicati postumi)[32]. Gli anti-Stratfordiani trovano insolito che Shakespeare non desiderasse che la sua famiglia traesse profitto dalle opere che non aveva ancora pubblicato o che non fosse interessato a tramandarle ai posteri. Ritengono anche sia improbabile che Shakespeare avesse affidato tutti i manoscritti ai King's Men, la compagnia teatrale di cui era contitolare. Come era pratica normale all'epoca, le opere che Shakespeare aveva consegnato alla compagnia erano di proprietà comune dei suoi membri[33].

Il problema del 1604[modifica | modifica sorgente]

Alcuni ricercatori credono che certi documenti suggeriscano che il vero autore delle opere teatrali sia morto attorno al 1604, l'anno in cui la pubblicazione continuativa di nuovi lavori di Shakespeare "s'interruppe misteriosamente"[34], e vari studiosi hanno sostenuto che Il racconto d'inverno[35], La tempesta, Enrico VIII[36], Macbeth[37], Re Lear[38] e Antonio e Cleopatra[39], ovvero le cosiddette "opere tarde", siano state composte non più tardi del 1604[40]. A sostegno della tesi citano I Sonetti, del 1609, che comparvero con la dedica "by our ever-living Poet"[41] sulla prima pagina del testo, parole che tipicamente si usano[42] per fare l'elegia di qualcuno che è morto e quindi è diventato immortale. Shakespeare stesso ha usato la frase in tale contesto nella prima parte dell'Enrico VI, descrivendo il defunto Enrico V come "[t]hat ever-living man of memory"[43]. I ricercatori citano anche un documento dell'epoca che suggerisce con forza che Shakespeare, il comproprietario del Globe, sia morto prima del 1616, quando invece morì lo Shakespeare di Stratford[44].

La nascita della questione: Delia Bacon[modifica | modifica sorgente]

Il problema dalla paternità delle opere di Shakespeare non si era mai presentato per più di duecento anni dopo la sua morte fino al momento in cui uscì il libro di Delia Bacon:The Phylosophy of the Plays of Shakespeare Unfolded ("La filosofia delle opere di Shakespeare rivelata"). Delia Bacon era, come la definisce Bill Bryson nel suo libro Il mondo è un teatro[45], "una strana e davvero improbabile signora americana [...] intelligente e a quanto sembra molto graziosa, ma non particolarmente equilibrata. In età adulta fece l'insegnante e scrisse qualche opera di narrativa, ma condusse più che altro un vita da anonima zitella nella città di New Haven nel Connecticut [...] Gradualmente, per motivi non chiari, si convinse che Francis Bacon, il suo illustre omonimo, fosse il vero autore delle opere di Shakespeare". Bryson continua spiegando che l'idea era già nata con un certo reverendo James Wilmot, un parroco di provincia nel Warwickshire, aveva sollevato dei dubbi sulla paternità delle opere del bardo già nel 1785, ma questa notizia si seppe solo nel 1932, quindi Delia deve essere arrivata alle proprie conclusioni da sola. Nel 1852 la Bacon intraprese un viaggio in Inghilterra dove iniziò la sua lunga, ossessiva lotta per dimostrare che Shakespeare era un truffatore. Per continuare con Bryson "È facile liquidarla come mattoide e insignificante, ma i suoi modi e la sua presenza dovevano evidentemente avere un certo qual fascino, poiché riuscì a ottenere l'aiuto di persone importanti (anche se spesso, va detto quest'ultime ebbero modo di pentirsene.)". Fu infatti aiutata da Charles Butler, "ricco uomo d'affari", Ralph Waldo Emerson e Thomas Carlyle. Nel 1857, dopo quattro anni di estenuante scrittura uscì il suo libro, che Bryson descrive raccontando: "Era un libro enorme, illeggibile e strano in quasi tutti i sensi. Tanto per cominciare, nelle sue 675 fittissime pagine Francis Bacon non era nominato nemmeno una volta; stava al lettore dedurre che era Bacone, secondo l'autrice ad aver scritto il teatro di Shakespeare.[...] Il libro fu stroncato universalmente dalla critica come un'assurda sciocchezza.". Nathaniel Hawthorne, console americano a Liverpool scrisse una prefazione, ma se ne pentì dichiarando in una lettera ad un amico "Sarà l'ultima delle mie caritatevoli follie, e finché vivrò non sarò mai più gentile con nessuno".[45] Per finire la storia di Delia Bacon con le parole di Bill Bryson: "Esausta delle sue fatiche, Delia fece ritorno in patria e si ritirò nella pazzia. Nel 1859 morì tranquilla ma infelice in manicomio, convinta di essere lo Spirito Santo".[45]

Anche se il suo libro fallì la teoria che Bacone avesse scritto le opere di Shakespeare prese piede alla grande, anche grazie all'aiuto di autori come Mark Twain (vedi sezione apposita) e Henry James che divennero importanti sostenitori della tesi baconiana.

L'ipotesi sull'italianità di Shakespeare[modifica | modifica sorgente]

La teoria che vorrebbe Shakespeare italiano cominciò a circolare dopo che alcuni studi di matrice anglosassone, osteggiati dalla cultura inglese ufficiale, cercarono di far luce sui rapporti fra il bardo inglese e gli italiani esuli in Inghilterra, allo scopo di giustificarne la profonda conoscenza della cultura, della letteratura, della legislazione e finanche della geografia italiana, tutte evidentissime nelle sue opere.

Thomas Spencer Baynes (1823-1887), curatore della IX edizione dell'Enciclopedia Britannica, alla voce Shakespeare mise in luce le relazioni che intercorsero fra il poeta inglese e il linguista di origini italiane Giovanni Florio[46]. Peraltro, l'intero capitolo venne eliminato a partire dalla XI edizione dell'Enciclopedia.

Successivamente nel 1921 l'americana Clara Longworth de Chambrun, nella sua tesi di laurea alla Sorbona, dimostrava che Shakespeare si era ispirato alle opere di Florio per la sua produzione di ambientazione italiana.

Pochi anni dopo, nel 1934, anche la studiosa britannica Frances Yates si soffermò sulle possibili relazioni culturali fra Shakespeare e Florio[47]. Secondo Yates sarebbe stato proprio Giovanni Florio, figlio del pastore protestante Michelangelo Florio, a giocare un ruolo di mediatore tra Shakespeare e la cultura rinascimentale italiana. Nei ritagli di tempo residuatigli dal suo impegno di spia al servizio di Francis Walsingham, Florio avrebbe messo a contatto il drammaturgo con le teorie dell'ermetismo filosofico e neoplatonico di Giordano Bruno[48]. Sebbene anche questa ipotetica funzione mediatrice fu ritenuta improbabile dalla comunità accademica (da quello che si sa con certezza, si può solo dedurre che i due si conoscessero, avendo agito sotto lo stesso patronato culturale, quali protégé dei conti di Pembroke e di Southampton[48]) ci fu chi andò oltre, avanzando la possibilità che Shakespeare fosse italiano o di origini italiane.

I due Florio: Michelangelo e Giovanni[modifica | modifica sorgente]

(EN)
« The belief that Shakespeare's works were actually written by Florio is harder to refute than the case for any aristocrat's authorship - but because Florio was not an Englishman, the case for him has never made much headway. Except in Italy, of course... »
(IT)
« L'opinione che le opere scespiriane fossero state in realtà scritte da Florio è più difficile da confutare che non l'attribuzione di esse a un aristocratico qualunque - ma poiché Florio non era inglese, la sua candidatura non ha mai fatto molti progressi. Eccetto che in Italia, naturalmente... »
(Jonathan Bate[49])

Il giornalista scillese Santi Paladino (1902-1981) sul quotidiano L'Impero (n. 30 del 4 febbraio 1927) e in una successiva pubblicazione[50] ipotizzò che Shakespeare fosse solo uno pseudonimo, dietro al quale si celava Michelangelo Florio, frate toscano convertitosi al protestantesimo e per questo incarcerato e condannato a morte a Roma. Da qui riuscì però a fuggire nel 1550 per iniziare un lungo pellegrinare in Italia e in Europa, facendo tappa anche in Inghilterra, dove nel 1553 ebbe il figlio Giovanni, prima di trasferirsi definitivamente a Soglio in Val Bregaglia. Nella versione di Paladino, Michelangelo Florio si trovava a Messina quando qui si rappresentava la commedia Tantu trafficu pe' nnenti (riecheggiante nel titolo la scespiriana Molto rumore per nulla)[51], e soprattutto non morì a Soglio (dove il suo nome figura fino al 1566), ma rientrò in Inghilterra insieme a suo figlio Giovanni: ivi si diede a comporre drammi e sonetti e ivi morì verso il 1605, anno in cui cessò l'attività letteraria di Shakespeare.

Anni dopo Paladino corresse il tiro, ipotizzando una doppia stesura delle opere di Shakespeare[52]: le versioni originali scritte da Michelangelo Florio sarebbero state poi tradotte e perfezionate per il mercato inglese dal figlio Giovanni in collaborazione con l'attore William Shakespeare, che quindi cessa di essere uno pseudonimo per assumere i panni di un prestanome e co-autore:

« In quanto alle opere teatrali, ai poemi e ai sonetti, ci sarà stato tutto un accordo segreto con l’attore William Shakespeare affinché ne assumesse, temporaneamente o definitivamente, la paternità »
(Santi Paladino, Un Italiano autore delle opere shakespeariane, pag. 110)

Quest'ipotesi floriana è stata ripresa negli anni 2000 da Lamberto Tassinari (scrittore e docente presso l'Università di Montreal), il quale focalizza l'attenzione sul figlio di Michelangelo, Giovanni Florio, il poliglotta straniero, coinquilino di Giordano Bruno presso l'ambasciata francese a Londra, traduttore di Montaigne, autore del primo dizionario italiano-inglese (nel quale a fronte di 74.000 parole italiane raccolse ben 150.000 termini inglesi). Secondo Tassinari, tra gli scrittori elisabettiani eruditi, Giovanni Florio sarebbe stato l'unico a possedere la cultura e l'abilità linguistica evidenti nelle opere di Shakespeare[53]:

« I collegamenti tra le opere e la biografia di John Florio e di Shakespeare sono così numerosi e seri che la maggior parte dei critici contemporanei non ha altra scelta che concludere che i due fossero amici. Ma in realtà non c’è evidenza di alcun contatto personale tra i due. Shakespeare segue John Florio come un’ombra, o come uno pseudonimo segue il cognome dell’autore. [...] Semplicemente fanno finta di non vedere che John Florio è l’autore delle opere di Shakespeare! Questi critici capiscono perfettamente che Shakespeare ha preso a prestito troppo da Florio. E tutti sanno che quando si prende troppo a prestito si finisce con l’appartenere al proprio creditore! Florio ha dato a Shakespeare così numerose parole, idee e conoscenze che debitore e creditore sono diventati uno. »
(Lamberto Tassinari in un'intervista[54])

Più recentemente, altri autori, quali Saul Gerevini o Massimo Oro Nobili[55], sono più propensi a credere - coerentemente con quanto già ipotizzato da Santi Paladino - che le opere di Shakespeare siano il frutto del lavoro a sei mani fra i due Florio e l'attore William Shakespeare (dove comunque l'apporto dei primi due è nettamente preponderante).

L'ipotesi Crollalanza[modifica | modifica sorgente]

Dopo Santi Paladino, a diffondere la tesi sull'italianità di Shakespeare contribuirono anche affermazioni dal mondo del paranormale. Nel 1936 un architetto veneziano e medium, Luigi Bellotti, sosteneva che lo stesso Shakespeare gli aveva rivelato "per comunicazione psicografica" che il suo nome originario era "Guglielmo Crollalanza", protestante valtellinese, poi cambiato in Florio per sfuggire all'Inquisizione[56]. Approdato in Gran Bretagna, avrebbe tradotto il cognome in Shakespeare[57].

Nel 1947 un altro paragnosta, Paolo Viganò, rese noto di essersi messo in comunicazione psicografica con il drammaturgo e di aver avuto conferma del cambio di nome da Guglielmo Crollalanza a William Shakespeare[58].

Negli anni cinquanta, il giornalista lombardo Carlo Villa (1884-1974) dedicò alla questione un paio di libri[59]: perso nel 1574 il padre, pastore calvinista, e dopo un lungo pellegrinare fra varie città italiane, dove avrebbe vissuto in prima persona le vicende narrate poi nelle opere scespiriane, Michelangelo Florio sarebbe giunto a Londra, dove avrebbe tradotto in inglese il cognome della madre Giuditta Crollalanza. L'autore tuttavia non cita nessun documento a sostegno della sua tesi, affibbiando apparentemente a Giovanni Florio il nome del padre, Michelangelo.

Negli anni 2000 il prof. Martino Iuvara, riprendendo e reinterpretando la tesi floriana, giunse alla conclusione che Shakespeare fosse in realtà siciliano, da identificarsi con un tal Michelagnolo (o Michelangelo) Florio Crollalanza (o "Scrollalanza"), persona diversa dal Michelangelo, padre di John Florio, di cui però ipotizza fosse parente[48][60].

Figlio del medico Giovanni Florio e di Guglielma Crollalanza, il messinese Florio sarebbe stato costretto a causa della sua adesione alla fede calvinista a riparare in Inghilterra, dove a Stradford on Avon sarebbe risieduto un ramo della famiglia materna dei Crollalanza. Dal nome e cognome della madre avrebbe poi tratto ispirazione per il nom de plume anglicizzato di "William Shakespeare", in modo da evitare la persecuzione sotto un'altra identità: derivando il nome William dalla traduzione maschile del nome Guglielma, e il cognome dall'inglesizzazione di "Crollalanza".

A sostegno di questa tesi, oltre a una gran quantità di coincidenze nella presunta vita di Michelagnolo[61], mai realmente provate, viene menzionata una commedia in siciliano andata perduta, Tantu trafficu pe' nnenti, già citata da Santi Paladino[51], che sarebbe stata pubblicata presso i Fratelli Spina di Messina nel 1579, molto prima di Molto rumore per nulla (Much ado for nothing)[62]. Ciò, nonostante sia noto che il nucleo dell'intera commedia shakespeariana è riportabile a una novella di Matteo Bandello, la XXII del primo libro delle Novelle, pubblicata già nel 1554.

Martino Iuvara giunse a chiedere (senza successo) alla regina Elisabetta II e a Tony Blair il permesso per visitare alcuni archivi che secondo lui avrebbero potuto aiutare a far luce sulla vicenda[63]. In un'intervista affermò:

« E perché la biblioteca [di Shakespeare] non è mai stata messa a disposizione dei biografi? [Michelangelo Crollalanza] Studiò latino, greco e storia presso i francescani [...]. Ma all'età di 15 anni fu costretto a fuggire con la famiglia in Veneto, a causa delle idee calviniste [...]. Michelangelo abitò nel palazzo di Otello, un nobile veneziano che, accecato dalla gelosia, aveva ucciso anni prima la moglie Desdemona. [...] s'innamorò a Milano di una contessina, Giulietta, che venne rapita dal governatore spagnolo [...]. Giulietta si suicida e fu allora che Michelangelo fuggì in Inghilterra [...] Ho quindi l'impressione che nessuno, in Inghilterra, abbia mai avuto il coraggio di tirare fuori la sua biblioteca lasciata in eredità. Salterebbe fuori la sua vera identità. Capisco la reazione degli inglesi. Sarebbe come se ci dicessero, all'improvviso, che Dante in realtà era, faccio un esempio, uno spagnolo. »
(Martino Iuvara in un'intervista)

In realtà, è un dato assodato che le vicende narrate nelle opere scespiriane ambientate in Italia - lungi dall'essere autobiografiche - erano note in Inghilterra tramite il teatro e la novellistica italiana della prima metà del Cinquecento. Così, ad esempio, la trama dell'Otello si ritrova negli Ecatommiti di Giambattista Giraldi Cinzio, Romeo e Giulietta sono in una novella di Luigi da Porto, mentre si è già detto che la vicenda originale di Molto rumore per nulla è da ricercare in una novella di Matteo Bandello.

Più recentemente, la tesi di Iuvara è servita da base per alcuni romanzi[64] ed ha avuto un certo rilievo giornalistico, quando nell'aprile del 2000 The Times si è dedicato all'argomento, suscitando curiosità su altri media[65]. Nel 2009 Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale hanno pubblicato la traduzione in siciliano della commedia "Molto rumore per nulla" (Troppu trafficu ppi nenti), quasi a voler riportare all'originale linguaggio e spirito del "vero" autore il testo inglese del dramma.

Amelia Bassano Lanier[modifica | modifica sorgente]

Nel 2009 lo studioso John Hudson ha sostenuto in un articolo accademico pubblicato nella rivista The Oxfordian[66] che il vero autore delle opere attribuite a Shakespeare fosse una donna di origine ebrea, certa Amelia Bassano (1569-1645), figlia di un Battista Bassano, musicista veneziano che era stato fatto venire a Londra a suonare nell’orchestra di corte.

Punti di vista[modifica | modifica sorgente]

Mark Twain[modifica | modifica sorgente]

« I biografi ipotizzano che Shakespeare abbia maturato la sua vasta conoscenza della legge e la sua accurata familiarità con i modi, il gergo e i costumi degli avvocati dopo essere stato lui stesso per poco tempo il cancelliere del tribunale di Stratford; proprio come se un giovanotto sveglio come me, cresciuto in un paesino sulle rive del Mississippi, potesse sviluppare una conoscenza perfetta della caccia alla balena nello stretto di Behring e del gergo dei veterani passando qualche domenica a pescare pescegatti. »
(Mark Twain, Is Shakespeare dead?)

Riguardo l'attribuzione delle opere scespiriane nel libro Who wrote Shakespeare del 1996, l'autore John Mitchell scrive: "Gli elementi conosciuti sulla vita di Shakespeare si possono scrivere su di un lato di un foglietto per gli appunti", citando l'espressione che Mark Twain utilizzò riguardo allo stesso argomento nel libro del 1909, Is Shakespeare really dead?.

La maggiore argomentazione di Twain in questo libro è che secondo lui una conoscenza così avanzata della lingua Inglese non possa essere stata frutto di un ragazzo del sedicesimo secolo, la cui istruzione è ancora un mistero e che ha una conoscenza elevatissima che espone senza errori della legge, politica, lingue, navigazione, guerra e molto altro.

Woody Allen[modifica | modifica sorgente]

(EN)
« If Marlowe wrote Shakespeare's works, who wrote Marlowe's? »
(IT)
« Se Marlowe ha scritto le opere di Shakespeare, chi scrisse quelle di Marlowe? »
(Woody Allen in But soft.. real soft)

Con il consueto gusto per il paradosso, in Senza piume (Citarsi addosso, Bompiani), Woody Allen sbeffeggia la questione, mettendo in luce la natura puramente accademica del dibattito[67]. Allen ipotizza, in un continuo gioco di rimandi, la ricerca del vero Marlowe, tornando indietro nel tempo fino a Geoffrey Chaucer (ipotetico autore del Re Lear per Allen), così da raggiungere l'assurdo per cui nessuna opera appartenga più a nessun autore. L'obiettivo della sua invettiva è la cosiddetta "politica degli autori". Il ragionamento è stato poi ripreso da Yves Lavandier, ne L'ABC della drammaturgia, che riassume il concetto in questo modo: Se ci accontentassimo del fatto che il film esista? Se ce ne infischiassimo del fatto che Amleto sia stato scritto da William Shakespeare, da Francis Bacon o da Christopher Marlowe?[68].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ George McMichael, Edgar M. Glenn, Shakespeare and His Rivals, A Casebook on the Authorship Controversy, pg 56, New York: Odyssey Press, 1962.
  2. ^ H.N. Gibson, The Shakespeare Claimants: A Critical Survey of the Four Principle Theories Concerning the Authorship of the Shakespearean Plays, Routledge, 2005, pp. 48, 72, 124, ISBN 0-415-35290-8.
  3. ^ Kathman, David (2003). "The Question of Authorship". In Shakespeare: An Oxford Guide. Wells, Stanley (ed.). Oxford: Oxford University Press, 620, 625–626. ISBN 0-19-924522-3.
  4. ^ Love, Harold (2002). Attributing Authorship: An Introduction. Cambridge: Cambridge University Press, 194–209. ISBN 0-521-78948-6.
  5. ^ Schoenbaum, Lives, 430–40.
  6. ^ Graham Holderness, The Shakespeare Myth, Manchester, Manchester University Press, 1988, pp. 137, 173, ISBN 0-7190-2635-0.
  7. ^ Lamberto Tassinari, The Man who was Shakespeare, Giano Books, 2009.
  8. ^ "All that is known with any degree of certainty concerning Shakespeare, is - that he was born at Stratford-upon-Avon, - married and had children there, - went to London, where he commenced actor, and wrote poems and plays, returned to Stratford, made his will, died, and was buried". (The plays and poems of William Shakspeare, with the corrections and illustrations of various commentators: comprehending a life of the poet, and an enlarged history of the stage, Londra, C. Bathurst, 1785).
  9. ^ Samuel Schoenbaum, William Shakespeare, A Documentary Life, Oxford 1975
  10. ^ Giorgio Melchiori, Shakespeare. Genesi e struttura delle opere. Laterza, 1994
  11. ^ Welcome | Shakespeare Authorship Coalition at DoubtAboutWill.org
  12. ^ Shakespeare, the King's Playwright: Theater in the Stuart Court, 1603-1613 By Alvin B. Kernan, Published 1995, Yale University Press, Page 194, ISBN 0-300-07258-9
  13. ^ Justice John Paul Stevens "The Shakespeare Canon of Statutory Construction" University of Pennsylvania Law Review (v.140: no. 4, aprile 1992)
  14. ^ Shakespeare: An Oxford Guide, David Kathman, Editors Wells/Orlin, Oxford University Press, 2003, pagina 624; David Kathman The Spelling and Pronunciation of Shakespeare's Name at The Shakespeare Authorship Page, consultato il 19 ottobre 2008.
  15. ^ Greene, Robert, Farewell to Folly (1591)(Batillo fu un poeta minore di epoca augustea)
  16. ^ Ascham, R. The Schoolmaster
  17. ^ Archer Taylor and Fredric J. Mosher, The Bibliography History of Anonyma and Pseudonyma, Chicago: University of Chicago Press, 1951, p 85
  18. ^ a b c Charlton Ogburn, The Mystery of William Shakespeare, 1983, pgs 87–88
  19. ^ Anderson, Shakespeare by Another Name, 2005, intro
  20. ^ Anderson, intro
  21. ^ http://www.exorthodoxforchrist.com/myth_of_outdated_language.ht
  22. ^ Caldecott: Our English Homer, p. 10.
  23. ^ Baldwin, T. W. William Shakspere's Small Latine and Less Greeke. 2 Volumes. Urbana-Champaign: University of Illinois Press, 1944: passim. Vedi anche Whitaker, Virgil. Shakespeare's Use of Learning. San Marino: Huntington Library Press, 1953: 14-44.
  24. ^ Germaine Greer Past Masters: Shakespeare (Oxford University Press 1986, ISBN 0-19-287538-8) pp1–2
  25. ^ http://www.shakespeareauthorship.com/school.html Critically Examining Oxfordian Claims: The Stratford Grammar School
  26. ^ Ridell, James, and Stewart, Stanley, The Ben Jonson Journal, Vol. 1 (1994), p.183; L'articolo parla dell'inventario della biblioteca privata di Ben Jonson
  27. ^ Riggs, David, Ben Jonson: A Life (Harvard University Press: 1989), p.58.
  28. ^ A. L. Rowse: "Shakespeare's supposed 'lost' years". Contemporary Review, febbraio 1994. David Kathman, 'Shakespeare and Richard Field'. The Shakespeare Authorship Page.
  29. ^ Il saggista francese Paul Stapfer ha provato che questa affermazione è falsa, mostrando come la conoscenza del latino da parte di Shakespeare fosse profonda e notevole fosse anche la sua comprensione del greco. Vedi il suo Shakespeare et l'antiquité (1883).
  30. ^ Jonathan Bate, Shakespeare and Ovid (Clarendon Press, 1994). Secondo Caldecott però, "È sufficiente dire che La dodicesima notte è basata sulla commedia italiana di Charles Estienne intitolata Gli Ingannati. Il mercante di Venezia ha origini spagnole; Romeo e Giulietta e Molto rumore per nulla sono ispirate a lavori simili scritti dal contemporaneo spagnolo di Shakespeare Lopez de Vega, se non proprio basati su questi; Amleto e Antonio e Cleopatra, secondo Thomas White, sono imitazioni dellElettra di Sofocle e de La vita di Marc'Antonio di Plutarco, mentre Macbeth è un adattamento dellAgamennone di Eschilo. È un atteggiamento superficiale, quindi, voler far credere che Shakespeare non fosse un conoscitore dei classici [...]." in Caldecott: Our English Homer, pp. 9-10.
  31. ^ SHAKSPER 1992: The Earl of Oxford vs Shakespeare of Stratford
  32. ^ Spedding, James, The Life and Letters of Francis Bacon (1872), Vol.7, p.228-30
  33. ^ G. E. Bentley, The Profession of Dramatist in Shakespeare's Time: 1590–1642 (Princeton: Princeton UP, 1971)
  34. ^ Anderson, Shakespeare by Another Name, 2005, pp. 400–405
  35. ^ Charles Wisner Barrell - A Literary Pirate's Attempt to Publish The Winter's Tale in 1594
  36. ^ Karl Elze, Essays on Shakespeare, 1874, pp. 1–29, 151–192
  37. ^ Braunmuller, Macbeth, Cambridge, Cambridge University Press, 1997; pp. 5-8.
  38. ^ Frank Kermode, 'King Lear', The Riverside Shakespeare (Boston: Houghton Mifflin, 1974), 1249-1250.
  39. ^ Alfred Harbage Pelican/Viking editions of Shakespeare 1969/1977, preface.
  40. ^ Alfred Harbage, The Complete Works of William Shakespeare, 1969
  41. ^ Questi ricercatori osservano che le parole "ever-living" raramente, se non proprio mai, si usano per riferirsi a qualcuno ancora in vita. Miller, amended Shakespeare Identified, Volume 2, pgs 211–214
  42. ^ Oxford English Dictionary seconda edizione, 1989
  43. ^ Enrico VI, parte I (IV, iii, 51-2)
  44. ^ Ruth Lloyd Miller, Essays, Heminges vs. Ostler, 1992.
  45. ^ a b c Bill Bryson, Il mondo è un teatro, Parma, Guanda, 2007.
  46. ^ (EN) Shakespeare Continues his Education. His Connection with Florio.
  47. ^ Frances Yates, John Florio: The Life of an Italian in Shakespeare's England, Cambridge University Press, 1934[1968]
  48. ^ a b c Michele Marrapodi, Italian Culture in the Drama of Shakespeare & His Contemporaries: Rewriting, Remaking, Refashioning (p. 102), Ashgate Publishing, 2007, ISBN 978-0-7546-5504-6.
  49. ^ (EN) Jonathan Bate, The Genius of Shakespeare, Oxford, University Press, 1998, p. 94. URL consultato il 17 febbraio 2012.
  50. ^ Santi Paladino, Shakespeare sarebbe il pseudonimo di un poeta italiano?, Reggio Calabria, Borgia, 1929.
  51. ^ a b Un Italiano autore delle opere shakespeariane, pag. 18
  52. ^ Santi Paladino, Un Italiano autore delle opere shakespeariane, Milano, Gastaldi, 1955.
  53. ^ (EN) Fifteen Reasons for John Florio, the man who invented Shakespeare
  54. ^ Intervista a Lamberto Tassinari
  55. ^ www.shakespeareandflorio.net
  56. ^ (EN) Graham Bradshaw, Tom Bishop;Alexander C. Y. Huang;Jonathan Gil Harris, The Shakespearean International Yearbook - Volume 11: Special Issue, Placing Michael Neill. Issues of Place in Shakespeare and Early Modern Culture, Ashgate Publishing, Ltd., 2011, pp. 205. URL consultato l'8 febbraio 2012..
  57. ^ In italiano antico infatti il verbo crollare aveva appunto il significato di scuotere o scrollare, per cui shake-spear è l'esatta traduzione di crolla-lanza, ossia "scuoti-lancia".
  58. ^ Paolo Viganò, Shakespeare, genio italiano: dimonstrazioni e prove della sua italianità, Tipografia editrice Trevigiana S.a.R.L., 1947.
  59. ^ Carlo Villa, Parigi vale bene una messa, Milano, Editrice storica, 1951.
    Carlo Villa, Fra donne e drammi: Shakespeare genio italiano, Milano, Ediz. Centauro, 1961.
  60. ^ Shakespeare era italiano, Martino Iuvara, saggio, Ispica novembre 2002
  61. ^ Raccolta delle coincidenze a favore della tesi Scrollalanza
  62. ^ Dell'intera vicenda si è occupata la trasmissione Voyager del 09/11/2009: video della prima e della seconda parte.
  63. ^ La Compagnia del Libro - TV2000 - William Shakespeare chi?
  64. ^ L'ipotesi dell'italianità di Shakespeare è stata riprese e analizzata in chiave romanzata da Franco Cuomo, Scroll. Vita avventurosa di Guglielmo Scrollalanza in arte Shakespeare (1990), da Domenico Seminerio, Il manoscritto di Shakespeare (2008) e da Giorgio Trovamala, Guglielmo Scrollalanza (2009).
  65. ^ l'intervista al giornalista Richard Owen su npr.org
  66. ^ (EN) John Hudson, Amelia Bassano Lanier; A New Paradigm. URL consultato l'11 febbraio 2012.
  67. ^ But Soft…Real Soft by Woody Allen
  68. ^ Yves Lavandier, L'ABC della drammaturgia, vol. I, Audino Editore, pp.19, 23-24, 2003. ISBN 88-86350-89-9

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti
  • The Arden Shakespeare Complete Works Paperback Edition - Richard Proudfoot, Ann Thompson, David Scott Kastan - Thomson Learning 2001.
  • Cronologia della vita di William Shakespeare in William Shakespeare, Re Lear - Giorgio Melchiori - Mondadori 1999.
  • Is Shakespeare dead? From my autobiograph di Mark Twain, pubblicato in Italia nel 2007 da Mattioli.
  • Bill Bryson, Il mondo è un teatro, Parma, Guanda, 2007.
  • William Shakespeare, A Documentary Life, di Samuel Schoenbaum, Oxford 1975 (ed. italiana: Shakespeare. Sulle tracce di una leggenda Editori Riuniti, 1979).
Bibliografia non consultata

Per quanto questa lista di libri non sia stata consultata è interessante dare i titoli di una piccola parte dei libri scritti sull'argomento, in quanto manifestano che l'argomento trattato da questa voce è storicamente di importanza rilevante.

  • Bertram Fields, Players: The Mysterious Identity of William Shakespeare (2005)
  • H. N. Gibson, The Shakespeare Claimants (London, 1962).
  • Greenwood, George The Shakespeare Problem Restated. (London: John Lane, 1908).
  • Shakespeare's Law and Latin. (London: Watts & Co., 1916).
  • Is There a Shakespeare Problem? (London: John Lane, 1916).
  • Shakespeare's Law. (London: Cecil Palmer, 1920).
  • E. A.J. Honigman: The Lost Years, 1985.
  • John Michell, Who Wrote Shakespeare? (London: Thames and Hudson, 1999).
  • Irvin Leigh Matus, Shakspeare, in Fact (London: Continuum, 1999).
  • Ian Wilson: Shakespeare - The Evidence, 1993.
  • Scott McCrea: "The Case for Shakespeare", (Westport CT: Praeger, 2005).
  • Bob Grumman: "Shakespeare & the Rigidniks", (Port Charlotte FL: The Runaway Spoon Press, 2006).
  • Mark Anderson, "Shakespeare" By Another Name: The Life of Edward de Vere, Earl of Oxford, The Man Who Was Shakespeare (2005).
  • Al Austin and Judy Woodruff, The Shakespeare Mystery, 1989 Frontline documentary.
  • Fowler, William Plumer Shakespeare Revealed in Oxford's Letters. (Portsmouth, New Hampshire: 1986).
  • Hope, Warren and Kim Holston The Shakespeare Controversy: An Analysis of the Claimants to Authorship, and their Champions and Detractors. (Jefferson, N.C.: McFarland and Co., 1992).
  • J. Thomas Looney, Shakespeare Identified in Edward de Vere, Seventeenth Earl of Oxford. (London: Cecil Palmer, 1920).
  • Malim, Richard (Ed.) Great Oxford: Essays on the Life and Work of Edward de Vere, 17th Earl of Oxford, 1550-16-4. (London: Parapress, 2004).
  • Charlton Ogburn Jr., The Mysterious William Shakespeare: The Man Behind the Mask. (New York: Dodd, Mead & Co., 1984).
  • Diana Price, Shakespeare's Unorthodox Biography: New Evidence of An Authorship Problem (Westport, Ct: Greenwood, 2001).
  • Sobran, Joseph, Alias Shakespeare: Solving the Greatest Literary Mystery of All Time (New York: Simon and Schuster, 1997).
  • Stritmatter, Roger The Marginalia of Edward de Vere's Geneva Bible: Providential Discovery, Literary Reasoning, and Historical Consequence. 2001 University of Massachusetts PhD dissertation.
  • Ward, B. M. The Seventeenth Earl of Oxford (1550-1604) From Contemporary Documents (London: John Murray, 1928).
  • Whalen, Richard Shakespeare: Who Was He? The Oxford Challenge to the Bard of Avon. (Westport, Ct.: Praeger, 1994).
  • N. B. Cockburn, The Bacon Shakespeare Question - the Baconian theory made sane, 740 pages, private publication, 1998
  • Peter Dawkins: The Shakespeare Enigma, Polair Publ., London 2004.
  • Samuel Blumenfeld, The Marlowe-Shakespeare Connection: A New Study of the Authorship Question (2008).
  • Wilbur Gleason Zeigler, "It Was Marlowe".
  • A. D. Wraight and Peter Farey, "Shakespeare, New Evidence".
  • A. D. Wraight, "the Story the Sonnets Tell".
  • David Rhys William, "Shakespeare, Thy Name is Marlowe".
  • Karl Bleibtreu: Der Wahre Shakespeare, Munich 1907, G. Mueller
  • Lewis Frederick Bostelmann: Rutland, New York 1911, Rutland publishing company
  • Celestin Demblon: Lord Rutland est Shakespeare, Paris 1912, Charles Carrington
  • Pierre S. Porohovshikov (Porokhovshchikov): Shakespeare Unmasked, New York 1940, Savoy book publishers
  • Ilya Gililov: The Shakespeare Game: The Mystery of the Great Phoenix, New York: Algora Pub., c2003.,
  • Brian Dutton: Let Shakspere Die: Long Live the Merry Madcap Lord Roger Manner, 5th Earl of Rutland the Real "Shakespeare", c.2007, RoseDog Books
  • Jonathan Hope, The Authorship of Shakespeare's Plays: A Socio-Linguistic Study (Cambridge University Press, 1994).