Attentato dell'Addaura

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Fallito attentato dell'Addaura
Stato Italia Italia
Luogo Costa dell'Addaura, Sicilia
Obiettivo Il magistrato Giovanni Falcone
Data 21 giugno 1989
Tipo Bombe nascoste
Responsabili Membri di Cosa Nostra
Motivazione Rappresaglia contro la lotta alla mafia

Con il nome attentato dell'Addaura si intende il fallito attentato al giudice istruttore palermitano Giovanni Falcone, avvenuto il 21 giugno 1989 nei pressi della villa che il magistrato aveva affittato per il periodo estivo, situata sulla costa siciliana nella località palermitana denominata Addaura. Gerardo Chiaromonte, presidente della Commissione Antimafia, riporterà, in riferimento al fallito attentato, quanto veniva fatto circolare nei giorni successivi negli ambienti della DC e del PCI a Palermo: «I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità».

Indice

La ricostruzione ufficiale [modifica]

L'attentato fu pianificato nei minimi particolari. Secondo le indagini ufficiali dell'epoca, alcuni uomini di Cosa nostra piazzarono 58 candelotti di esplosivo nei pressi della spiaggetta antistante la villa, intuendo che prima o poi il magistrato vi si sarebbe diretto per un bagno. In effetti questo avvenne, ma le bombe, presumibilmente controllate da un comando a distanza, non esplosero. All'epoca ciò fu attribuito ad un fortunato caso (si parlò di un malfunzionamento del detonatore). Sempre secondo la ricostruzione ufficiale, l'esplosivo fu rinvenuto la mattina del 21 giugno, alle 7.30, dagli agenti di polizia addetti alla protezione personale del magistrato. In seguito la villa fu evacuata per permettere il disinnesco degli ordigni.

Coinvolgimento dei servizi segreti [modifica]

Un reportage di Attilio Bolzoni per "la Repubblica"[1][2] del maggio 2010, a seguito di rivelazioni di un funzionario di polizia a cui Falcone aveva raccontato la vicenda, mostra come la verità intorno a questo attentato differisca sostanzialmente da quella ufficiale: i candelotti di esplosivo furono posizionati sugli scogli non dal mare da due sommozzatori sconosciuti, come le versioni ufficiali del tempo lasciavano credere, bensì da terra il 20 giugno 1989, non il 21. La mancata esplosione dell'ordigno non avvenne per un "fortuito caso", bensì grazie all'intervento dei due sommozzatori, che - lungi dall'essere attentatori - avrebbero invece salvato la vita a Falcone. Essi sono stati identificati con i due poliziotti Emanuele Piazza e Antonino Agostino. Quest'ultimo fu ucciso, poco tempo dopo, insieme alla moglie il 5 agosto 1989. Le indagini della polizia insabbiarono i moventi, concludendo che l'omicidio era avvenuto per motivi passionali. Piazza, che lavorava al SISDE, fu invece assassinato il 15 marzo 1990 e la sua figura non fu immune da delegittimazioni.
Le indagini rivelano anche che nei pressi della villa di Falcone, quel giorno erano presenti uomini estranei alla criminalità organizzata, tra cui un agente dei servizi segreti con la "faccia da mostro", ossia piena di acne. Lo stesso personaggio, secondo le rivelazioni del padre di Agostino, sarebbe implicato con l'uccisione del figlio. Uomini della mafia e uomini dello Stato, quindi, spinti presumibilmente da una comunanza di interessi, avrebbero lavorato assieme per uccidere Giovanni Falcone e coloro che "sapevano".
Walter Veltroni, il 7 maggio 2010, ha chiesto alla Commissione Antimafia del Parlamento di occuparsi di queste nuove rivelazioni[3].

Del caso si è occupato anche la trasmissione AnnoZero nella puntata del 13 maggio 2010 dal titolo "Servizi segreti"

Gli obiettivi degli attentatori [modifica]

Il magistrato siciliano non era il solo obiettivo degli attentatori: in seguito alle testimonianze di alcuni pentiti, si è saputo che altri due obiettivi erano i magistrati svizzeri Carla del Ponte e Claudio Lehmann, i quali si trovavano in Sicilia per le indagini relative ai traffici di riciclaggio di denaro che interessavano la tratta Sicilia-Svizzera. La sera prima, in occasione di una cena, erano stati invitati da Falcone a fare il bagno nella sua villa. Appreso dell'invito da un infiltrato, presente alla cena, alcuni uomini di Cosa nostra, di notte, avevano collocato l'esplosivo sugli scogli, per farlo esplodere il giorno successivo con un congegno a distanza.

Il processo [modifica]

Ad oggi (2007) non sono stati ancora chiariti tutti gli aspetti dell'attentato.[senza fonte] Nel 2003 è terminato il processo, tenutosi presso il tribunale di Caltanissetta, che ha identificato alcuni membri di Cosa Nostra come esecutori e mandanti. Per quanto sia probabile che all'esecuzione materiale dell'attentato parteciparono altre persone, sono state emesse condanne nei confronti di Totò Riina, Salvatore Biondino e Antonio Madonia, il primo come mandante e gli altri due come esecutori[4]. Nel 2011 un pool di periti nominati dal gip di Caltanissetta Lirio Conti ha determinato che il dna delle cellule epiteliali, estratte da una maglia ritrovata sul luogo del fallito attentato, colloca sulla scena del crimine il mafioso palermitano Angelo Galatolo. [5]

Note [modifica]

  1. ^ La verità sull'attentato a Falcone 7 maggio 2010, "la Repubblica".
  2. ^ Attilio Bolzoni, Addaura, nuova verità sull'attentato a Falcone, Repubblica.it, 7 5 2010. URL consultato in data 11-05-2010.
  3. ^ «Veltroni:ad Antimafia ipotesi su Falcone», ANSA, 7 maggio 2010.
  4. ^ La sentenza riportata sul sito del giornalista Salvo Palazzolo. URL consultato in data 27 agosto 2012.
  5. ^ Addaura, un attentatore del giudice Falcone incastrato dalla prova del Dna Repubblica.it, 3 gennaio 2011

Collegamenti esterni [modifica]

Sentenza della Corte di Cassazione del 19 ottobre 2004

Voci correlate [modifica]