Atamante

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Atamante preso dalle Furie, 1801, di Arcangelo Migliarini, Roma, Accademia di San Luca

Atamante (in greco antico Ἀθάμας) è una figura della mitologia greca. Figlio di Eolo, a sua volta figlio di Elleno, e di Enareta, fu un re beota.


Le due versioni del mito[modifica | modifica wikitesto]

Si narra che Atamante, figlio di Eolo e fratello di Sisifo e di Salmoneo, per ordine di Era sposò Nefele, una dea delle nubi figlia di Zeus. Nefele generò ad Atamante due figli, Frisso e Leucone, e una figlia Elle. Atamante, tuttavia, urtato per il disprezzo che Nefele gli dimostrava e, innamoratosi di Ino, figlia di Cadmo e Armonia, condusse questa segretamente nel suo palazzo ai piedi del monte Lafistio, dove essa generò Learco e Melicerte. Ino prese in odio i figli di primo letto e, architettando un malvagio disegno, pretese che essi venissero sacrificati quale unico modo per salvare la Beozia dalla siccità e dalla carestia che si erano abbattute (ma che in realtà lei stessa aveva causato sterilizzando con il fuoco le sementi). Nefele, accortasi dell'intrigo, chiese aiuto a Era che le inviò Ermes con Crisomallo, un ariete alato dal vello d'oro col quale essi scamparono alla morte, ma, attraversando lo stretto di mare per raggiungere la Colchide, Elle cadde. Quel tratto di mare da allora si chiama Ellesponto. Secondo le Metamorfosi di Ovidio, Era, gelosa di Semele, figlia di Cadmo (fondatore di Tebe), giacché amata da Zeus, dopo averne causato la morte (l'aveva infatti indotta a supplicare Zeus di mostrarsi in tutta la sua gloria) infierì contro un altro tebano, Atamante, marito della sorella di Semele, Ino, facendolo impazzire. Ermes gli aveva infatti affidato Dioniso per sottrarlo alla gelosia della regina dell'Olimpo, che lo aveva però ritrovato. Egli, nella sua pazzia credette di vedere una leonessa e dei leoncini (secondo altri, dei cervi) invece di sua moglie e dei suoi due figli, così cominciò a dar loro la caccia, afferrò il figlio Learco e lo sfracellò contro uno scoglio; successivamente scagliò Melicerte, il secondo figlio, in mare. La madre, per cercare di salvare almeno Melicerte si tuffò e annegò insieme a suo figlio. Afrodite, madre di Armonia e quindi nonna di Ino, impietositasi pregò Poseidone di collocare i due tra gli dei marini, dando a Ino il nome di Leucotòe (chiamata Matùta a Roma) ed a Melicerte quello di Palèmone (Portùnno, a Roma). Atamante venne invece mutato in fiume.

Dante Alighieri segue fedelmente la versione ovidiana nel trentesimo canto dell'Inferno nella Divina Commedia:

« Nel tempo che Iunone era corrucciata

per Semelè contra 'l sangue tebano,
come mostrò una e altra fiata,
Atamante divenne tanto insano,
che veggendo la moglie con due figli
andar carcata da ciascuna mano,
gridò: "Tendiam le reti, sì ch'io pigli
la leonessa e ' leoncini al varco »

(Inferno XXX, 1-8)

Atamante è citato anche nel commento di Leonardo Dati alla Città di Vita di Matteo Palmieri, proprio come esempio di furore, nel commento a questa terzina (I, xvii, 79-81):

Superbia inalza spesso loro el ciglio,
et sanza cagion muovegli ad tal furia,
dan come ciechi nel peggior di piglio.

Secondo un'altra versione Atamante, messo a conoscenza delle trame ordite dalla moglie, si indignò a tal punto da uccidere i figli avuti con lei.

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