Articolo 21 della Costituzione italiana

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Articolo 21)
bussola Disambiguazione – "Articolo 21" rimanda qui. Se stai cercando l'associazione omonima, vedi Articolo 21, liberi di....

L'espressione articolo 21 nasce dal fatto che la Costituzione italiana dedica appunto l'articolo 21 alla libertà di stampa, ma ha assunto nella lingua italiana, soprattutto nel linguaggio giornalistico, il significato – per antonomasia – di libertà di espressione e di informazione[1], analogo a quello che nel mondo anglofono ha il Primo Emendamento della Costituzione statunitense. Il fenomeno si è accentuato da quando un gruppo di giornalisti e uomini politici hanno costituito l'associazione "articolo 21, liberi di..." [1], nei cui congressi hanno svolto ruoli importanti personaggi noti quali Enzo Biagi e Romano Prodi[2]. L'associazione svolge un ruolo importante come interlocutore delle istituzioni[3]

Il testo dell'articolo 21[modifica | modifica wikitesto]

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'Autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all'Autorità giudiziaria.

Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende revocato e privo di ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

Sorgente: Governo.it

I singoli commi[modifica | modifica wikitesto]

Il primo comma riguarda il principio della libertà di manifestazione del pensiero:

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Libertà di manifestazione del pensiero.

I seguenti 5 commi riguardano la libertà di stampa

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Libertà di stampa in Italia.

L'ultimo comma riguarda i limiti alla libertà di manifestazione del pensiero in Italia

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Libertà_di_manifestazione_del_pensiero#Limiti.

Genesi storica[modifica | modifica wikitesto]

Il particolare momento in cui ha operato la Costituente, all'uscita da un ventennio in cui la libertà era stata postposta, aveva spinto una larga maggioranza dei Costituenti, con ampia intesa tra forze progressiste e moderate, ad individuare nella libertà di stampa uno dei cardini del nuovo stato democratico. Le uniche riserve erano state quelle di un controllo delle manifestazioni contrarie al buon costume.

La tendenza, però, prevalente era quella di considerare l'espressione solo in senso stretto come libertà di produrre, senza censura preventiva, solo testi a stampa. Cinque commi sono, perciò dedicati interamente a questo problema, ma il primo, breve nella sua espressione letterale, stabilisce in modo più ampio e rivolto a tutti, la libertà di esprimere il proprio pensiero, non solo con la parola, scritto, ma con qualunque altro mezzo di diffusione.

Libertà di "affissione"[modifica | modifica wikitesto]

La prima udienza e la prima sentenza della Corte Costituzionale italiana sono state dedicate alla questione dell'art. 113

del Testo Unico di Pubblica Sicurezza (TULPS) che subordinava all'autorizzazione dell'autorità di polizia l'affissione dei manifesti. La Presidenza del Consiglio dei ministri rappresentata e difesa, dall'avvocato generale dello Stato, aveva sostenuto, in via principale, che: nei riguardi della legislazione anteriore alla Costituzione non v'ha luogo a giudizio di legittimità costituzionale, perché le norme precettive della Costituzione importano abrogazione delle Leggi anteriori che siano con essa incompatibili e la relativa dichiarazione è di competenza esclusiva del giudice ordinario; mentre le norme costituzionali di carattere programmatico non importano difetto di legittimità di nessuna delle leggi vigenti anteriori alla Costituzione.

Secondo la lettura data da questa autorevole impostazione, il primo comma dell'articolo 21 avrebbe avuto solo un carattere programmatico: una esortazione cioè al legislatore senza impatto diretto sui cittadini. Solo la parte relativa alla stampa avrebbe avuto carattere precettivo, ma, sulla base della disciplina della successione delle leggi, sarebbe stato compito della magistratura ordinaria individuare quali parti della normativa anteriore all'emanazione della Costituzione dovevano essere ritenute abrogate.

La Corte Costituzionale, presieduta da Enrico De Nicola, sostenne la sua competenza anche sul giudizio di costituzionalità anche per le leggi anteriori all'emanazione della Costituzione e dichiarando l'incostituzionalità dell'articolo 113 del TULPS (Testo unico leggi di pubblica sicurezza) per contrasto con il dettato dell'art. 21 della Costituzione, iniziò un'opera di svecchiamento della normativa statale, così come ereditata dalle vicende storiche dello Stato liberale e del ventennio di regime fascista.

In quel momento storico, infatti, l'articolo 113 delle leggi di Pubblica sicurezza costituiva un tassello importante del controllo dell'autorità statale sulla manifestazioni della libertà di pensiero: la stampa periodica aveva il controllo della responsabilizzazione dei direttori "responsabili", l'editoria dalle barriere costituite dai costi e dai meccanismi di distribuzione, la radio e poi la televisione dal monopolio statale attraverso la RAI. Le opposizioni avevano trovato nei manifesti murali uno spazio di espressione del pensiero, su cui, appunto, l'autorità amministrativa voleva esercitare un controllo preventivo.

Requisiti per la direzione di un periodico[modifica | modifica wikitesto]

La Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale la norma che prescriveva l'iscrizione alla sezione "giornalisti" del relativo Albo, ritenendo invece sufficiente l'iscrizione all'Albo dei pubblicisti.

L'art. 21 e la "libertà d'antenna"[modifica | modifica wikitesto]

Sulla base di questa visione del diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero una larga e trasversale parte delle forze politiche ha sempre trovato motivi per restringere la libertà di espressione, giustificando la presenza di un monopolio della RAI in campo radiotelevisivo, basata sul fatto che le frequenze disponibili sull'etere sono un numero limitato.

La Corte Costituzionale ha in un primo momento (1960) seguito questo orientamento, ma con due sentenze del 1974 e del 1976 ha invece posto proprio l'articolo 21 della Costituzione come il fondamento di un più ampio diritto non solo per le espressioni del pensiero sulla carta stampata, ma anche per ogni altro mezzo di diffusione.

La chiave giuridica per ribaltare il precedente atteggiamento fu trovato nella constatazione che nei confronti della televisione via cavo, che per sua tecnologia non riguarda le frequenze via etere, non potevano essere invocate quella limitatezza delle risorse disponibili, poste a fondamento della legittimità del monopolio statale.

A distanza di trent'anni da questi avvenimenti è stato lo stesso ministro Paolo Gentiloni nel messaggio videoregistrato in occasione dei 35 anni di Telebiella a sottolineare l'importanza delle due sentenze non solo per la libertà di stampa, ma anche nella vita politica italiana.

L'articolo 21 e internet[modifica | modifica wikitesto]

La Legge 7 marzo 2001, n. 62 Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali stabilisce che Per «prodotto editoriale», ai fini della presente legge, si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici.

Stando alla lettera di tale norma vi era una corrente di interpreti, cui, secondo La Repubblica aderiva anche il sottosegretario Vannino Chiti,[4] che riteneva che il mondo web sarebbe rientrato pienamente nella norma con una vasta applicazione del principio di una larga concezione di che cosa sia un "giornale on-line", con l'importante conseguenza che ogni sito avrebbe dovuto avere un "direttore" iscritto all'Albo dei giornalisti o dei pubblicisti.

Un certo seguito di tale posizione si era avuto anche in ambienti giornalistici, ma un forte movimento di opinione sostenne che con tale interpretazione la nuova Legge violava l'articolo 21 della Costituzione. Un deciso intervento venne anche dal proponente, il deputato Giuseppe Giulietti, presidente peraltro proprio dell'Associazione "Articolo 21", fino a che il sottosegretario Chiti, intervenne chiarendo le sue prime dichiarazioni e indicando i precisi limiti della legge: nessun sito che precedentemente non avesse già l'obbligo di essere considerata "testata giornalistica" avrebbe avuto un aggravamento delle formalità di registrazione o di controllo.[5]

L'interesse generale all'informazione[modifica | modifica wikitesto]

Con sentenza 15 giugno 1972 n. 105 la Corte costituzionale ha stabilito che “Esiste un interesse generale alla informazione - indirettamente protetto dall'articolo 21 della Costituzione - e questo interesse implica, in un regime di libera democrazia, pluralità di fonti di informazione, libero accesso alle medesime, assenza di ingiustificati ostacoli legali, anche temporanei, alla circolazione delle notizie e delle idee”.

In esecuzione di essa con 21 anni di distanza il Decreto Legislativo n. 68 del 9 aprile 2003, emanato in attuazione della direttiva 2001/29/CE “sull'armonizzazione di taluni aspetti del diritto d'autore e dei diritti connessi nella società dell'informazione”, sono state introdotte rilevanti novità nel corpo della Legge n. 633/1941 sul diritto d'autore: due modifiche riguardano il diritto di cronaca e di critica garantito, appunto dall'articolo 21 della Costituzione.

In particolare con il nuovo testo dell'articolo 65: “La riproduzione o comunicazione al pubblico di opere o materiali protetti utilizzati in occasione di avvenimenti di attualità è consentita ai fini dell'esercizio del diritto di cronaca e nei limiti dello scopo informativo, sempre che si indichi, salvo caso di impossibilità, la fonte, incluso il nome dell'autore, se riportato”.

Anche l'articolo 70 così recitava nella sua versione originaria: “Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera, per scopi di critica, di discussione ed anche di insegnamento, sono liberi nei limiti giustificati da tali finalità e purché non costituiscano concorrenza alla utilizzazione economica dell'opera. Nelle antologie ad uso scolastico la riproduzione non può superare la misura determinata dal regolamento il quale fisserà la modalità per la determinazione dell'equo compenso. Il riassunto, la citazione o la riproduzione debbono essere sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell'opera, dei nomi dell'autore, dell'editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull'opera riprodotta: “ Il nuovo testo recita: Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali”. ”. Due sono le novità: l'introduzione dell'espressione “comunicazione al pubblico”, che ricomprende l'utilizzazione di tutti i mezzi di comunicazione, sia quelli esistenti nel 1941 (giornali e radio) sia quelli introdotti successivamente (tv e web).

Il decreto Urbani[modifica | modifica wikitesto]

In occasione dell'emanazione del decreto Urbani in tema di lotta alla pirateria informatica era stata sollevata la questione che l'ampiezza delle norme portavano a ledere i principi previsti dall'articolo 21 della costituzione.[6]. In sede di conversione del decreto legge le opposizioni ritirarono gli emendamenti presentati a fronte dell'impegno del governo di rivedere in un secondo momento la normativa. La fine della legislatura è giunta prima del mantenimento di questa promessa.

In Italia, inoltre si è ripreso il tema in occasione del dibattito ha visto contrapposto il parlamento Europeo contro la commissione Europea in tema di diritto d'autore e in Italia il dibattito politico era stato il così detto "Decreto Urbani" con la promessa, fino ad ora disattesa, di una sua revisione in senso più permissivo.

L'art. 21 nella Svizzera italofona[modifica | modifica wikitesto]

Per un caso fortuito, l'articolo 21 della Legge Federale svizzera riguarda la libertà dell'arte, in nome della quale la legge svizzera sul diritto d'autore è molto più permissiva di quella italiana, (ad esempio per scaricare file musicali per scopi non commerciali). Pertanto in Svizzera l'espressione articolo 21 ha assunto non il valore di libertà di stampa, ma di libertà dell'espressione artistica.

Sentenze della Corte Costituzionale[modifica | modifica wikitesto]

Sentenze sulla libertà di affissione[modifica | modifica wikitesto]

Direzione di un periodico[modifica | modifica wikitesto]

Sentenze sulla "libertà di antenna"[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Associazione articolo 21, Origine del nome: Si era nel momento del referendum sull'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e articolo 18 senza ulteriori specificazioni aveva assunto un ben preciso connotato. I fondatori dell'associazione vollero espressamente ricalcare tale esperienza per dare un significato pregnante all'espressione "Articolo 21" [1]
  2. ^ Congresso Associazione Articolo 21, Biagi Prodi [2]
  3. ^ Presidente Bertinotti, Comunicato stampa [3]
  4. ^ Internet, Intervista al sottosegretario [4]
  5. ^ Internet, Nuova intervista al sottosegretario [5]
  6. ^ Questioni di incostituzionalità Decreto Urbani, Interlex [6]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gianluca Gardini Le regole dell'informazione Principigiuridici, strumenti, casi - Bruno Mondadori ISBN 88-424-9154-3
  • A. Valastro Libertà di comunicazione e nuove tecnologie Giuffrè

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]