Arte degenerata

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Gobbels visita la mostra Arte degenerata nel 1937

Arte degenerata (in tedesco entartete Kunst) è un termine che nel contesto della Germania del regime nazista indicava quelle forme d'arte che riflettevano valori o estetiche contrarie alle concezioni naziste, le quali si opponevano a molte forme di arte contemporanea, nell'intento di conservare i valori creduti tipici della razza ariana e della sua tradizione culturale.

Origine del concetto[modifica | modifica wikitesto]

Il concetto di degenerazione dell’arte non è una prerogativa nazista.

Già Friedrich Schlegel lo utilizzava per etichettare l’involuzione poetica che a suo modo di vedere avrebbe avuto luogo nella tarda antichità. L’utilizzo tipicamente nazista del concetto si definisce per l’esplicita intenzione di collegare una presunta degenerazione a caratteristiche intrinseche delle razze umane meno sviluppate di quella ariana. Fra i primi a ricorrere a questo tipo di ragionamento va annoverato Richard Wagner che nel 1850 pubblicava un'opera, Das Judenthum in der Musik, contenente un duro attacco nei confronti degli ebrei e del loro influsso sul panorama musicale. Egli non utilizzava tuttavia il termine “degenerato”. In questa connotazione razzista è fondamentale un libro di Joseph Arthur Comte de Gobineau (archeologo francese) dal titolo Essai sur l’inégalité des races humaines (1853; tradotto in tedesco da Karl Ludwig Schemann nel 1901). Nel 1893 viene pubblicato Entartung, opera del critico ebreo Max Nordau, il cui intento risiedeva nel ricondurre la degenerazione dell’arte alla degenerazione dell’artista. Le sue tesi sono state riutilizzate dai nazisti e citate pressoché testualmente dallo stesso Hitler. Nordau era un seguace di Cesare Lombroso, antropologo e criminologo italiano, che formulò la teoria su cui si fonda la fisiognomica: i criminali mostrano dei tratti somatici peculiari, i quali sono atavici e rappresentano un gruppo umano che ereditariamente ha subito un processo involutivo (inverso alla normale evoluzione), quindi degenerato. Nordau immaginò di aver trovato segni di questo atavismo in molti poeti, pittori e letterati dei suoi giorni, principalmente tra gli appartenenti al simbolismo e all'impressionismo. Egli propose la sua teoria al pubblico nel libro del 1892 Degenerazione (Entartung).

Le teorie di Lombroso al giorno d'oggi sono totalmente abbandonate e senza di esse la teoria di Nordau crolla. È abbastanza comprensibile comunque il motivo per cui la teoria della degenerazione ereditaria di Nordau affascinasse gli ideologi razziali nazisti.

Nel 1937, le autorità naziste epurarono i musei dall'arte considerata "degenerata". Tra le opere confiscate ne individuarono 650 che esposero in una speciale mostra itinerante di "arte degenerata". L'Espressionismo era la corrente artistica più presente tra le opere condannate.

Artisti presenti alla mostra di Monaco del 1937[modifica | modifica wikitesto]

Movimenti artistici condannati come "degenerati" durante il regime nazista furono:

La mostra fu inaugurata a Monaco di Baviera il 19 luglio 1937, il giorno successivo all'inaugurazione della Grande mostra dell'arte tedesca e nelle immediate vicinanze. La mostra fu aperta da Joseph Goebbels: non era richiesto il pagamento di alcun biglietto di entrata, per far sì che fosse visitata dal maggior numero di persone possibile.[2] Si spostò in 11 città della Germania e dell'Austria.

Diversi tra gli artisti i cui lavori furono condannati e che erano in vita a quei tempi, furono esiliati,[3] mentre quanti erano di religione israelita e non riuscirono a fuggire in tempo dalla Germania, morirono nell'Olocausto.[4]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cynthia Saltzman, Ritratto del Dottor Gachet. Storia e avventure del capolavoro di Van Gogh, Torino, Einaudi, 2009.
  2. ^ Orme del Terzo Reich-Monaco, Editrice Thule Italia, 2009
  3. ^ Schulz-Hoffmann and Weiss 1984, p. 461
  4. ^ Petropoulos 2000, p. 217.


Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Petropoulos, Jonathan (2000). The Faustian Bargain: the Art World in Nazi Germany. New York, N.Y.: Oxford University Press. ISBN 0-19-512964-4
  • Schulz-Hoffmann, Carla; Weiss, Judith C. (1984). Max Beckmann: Retrospective. Munich: Prestel. ISBN 0-393-01937-3

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