Arte contemporanea africana

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L'arte contemporanea africana è, per comune accezione, la somma degli stili e delle produzioni nazionali del continente africano, la produzione degli artisti africani, la produzione del continente africano analizzata nel suo insieme, le dinamiche artistiche e istituzionali del continente africano, lo stile dell'arte contemporanea definito africano o una produzione artistica contemporanea in qualche modo legata all'Africa. Il concetto di arte contemporanea africana ha acquisito e acquista significati molto diversi a seconda dell'uso che ne viene fatto. Le riviste, esposizioni, pubblicazioni e istituzioni di arte contemporanea africana, insieme alle opere degli artisti stessi, ne hanno arricchito la definizione. L'arte contemporanea africana esprime anche il desiderio di emanciparsi da alcune etichette che il colonialismo ed il post-colonialismo hanno lasciato sulla produzione artistica e letteraria africana: oralità, tradizione, primitivismo e frattura tra tradizione e modernità.

Storia del concetto di arte contemporanea africana[modifica | modifica sorgente]

Tra gli anni venti e gli anni settanta, il concetto di arte contemporanea africana comincia a prendere forma: alcuni artisti nati e formati in Africa iniziano ad esporre fuori dal continente mentre scuole, laboratori e musei specializzati vengono aperti in diverse nazioni del mondo.

Gli anni cinquanta sono centrali per la teorizzazione di un'identità africana e la sua valorizzazione attraverso le arti. Al di là delle numerose ideologie, più o meno pan-africaniste, un discorso sull'Africa e per l'Africa acquista sempre più vigore, nello slancio anti-coloniale e grazie all'energia degli intellettuali disseminati su tutto il pianeta. Nascono società africane di cultura - come quella di Parigi del 1955 e quella americana del 1957 – e vengono organizzati i visionari congressi degli scrittori e degli artisti negri, a Parigi nel 1956 e a Roma nel 1959.

Promuovere una cultura africana non significa semplicemente riconoscere degli elementi comuni all'interno del continente, ma soprattutto allargare la propria visione al di fuori dei localismi, dei nazionalismi e della stessa Africa. Significa acquisire forza e peso, per combattere contro la colonizzazione (e contro il concetto stesso di colonizzazione) e per creare una rete vasta e diramata.

Nel 1962 Frank McEwen dirige il primo congresso internazionale di cultura africana (ICAC) a Salisbury in Rodesia (oggi Harare, capitale dello Zimbabwe), all'interno del quale sono organizzate anche tre esposizioni. L'evento però con la maggiore visibilità e l'eco più persistente è il primo Festival Mondial des Arts Nègres del 1966, la colossale manifestazione organizzata a Dakar dall'allora presidente del Senegal Léopold Sédar Senghor. Il Festival raduna un pubblico internazionale per mostrare al mondo quanto l'Africa sia interessante: produce eventi, concerti, performance, mostre, il nuovo Museo Dynamique (oggi sede del Palazzo di Giustizia) e produce l'esposizione d'arte contemporanea Tendances et Confrontations. Altri festival – come da programma – provano negli anni successivi ad imitare la gloria del primo, ma nessuno riesce ad ottenere un simile eco. Ci provano in Algeria ed ancora in Nigeria, ma con le indipendenze e le sempre più impellenti questioni nazionali, le priorità stanno cambiando.

A cominciare dagli anni sessanta e settanta, sono le esposizioni di arte nazionale ad acquisire maggiore spazio nella programmazione internazionale dei diversi Paesi del continente africano. Il caso del Senegal è senza dubbio il più significativo, in particolare con le esposizioni itineranti Art sénégalais d'audjourd'hui e Art contemporain du Sénégal. L'eredità ideologica di una promozione della cultura africana viene raccolta fuori dal continente più che al suo interno. Negli anni settanta sono organizzate mostre negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, assonanti ai movimenti politici dell'epoca e al black pride; nel 1979 inaugura Moderne Kunst aus Afrika a Berlino e nel 1980 Moderne Kunst in Afrika a Amsterdam. La maggior parte dei progetti è comunque realizzata all'interno di spazi "particolari": musei di arte africana, dell'uomo, di storia naturale, del mondo arabo, dei tropici, di arte naïf.

Nel 1988 Fathi Hassan viene segnalato da un famoso critico d'arte italiano Achille Bonito Oliva alla XXIII Biennale di Venezia, diventa così il primo artista di origine africana a partecipare, inaugurando una nuova epoca per tutta l'arte africana. Poco dopo lo Smithsonian Institute di Washington D.C. lo inserisce fra gli artisti di "Textures, word and symbol in Contemporary African Art" e il Metropolitan Museum of Art di New York City lo cataloga nella "Youth Generation".

Nel 1989 Jean-Hubert Martin cura Magiciens de la Terre al Centre Pompidou di Parigi, un'esposizione che non pretende di avere nulla a che fare con l'arte contemporanea africana, ma che presenta oltre cento artisti di cui alcuni "africani". L'esposizione genera reazioni a catena: anche eventi lontanissimi nel tempo continuano a riferirsi implicitamente o esplicitamente alla mostra.

Nel 1987 nasce il periodico londinese “Third Text” e il direttore Rasheed Araeen organizza nello stesso anno alla Hayward Gallery la mostra The Other Story: Afro-Asian Artists in Post-War Britain.

Nel 1991 nasce a Parigi "Revue Noire". La rivista – oltre ad avere un ricco ed elegante formato, disegnato esplicitamente con l'obiettivo di vendere un'immagine vincente dell'Africa – sceglie di realizzare ricerche sistematiche sul terreno, spostando ad ogni numero la sua redazione. Più vicina ad un'esposizione su carta che ad una pubblicazione scientifica, "Revue Noire" è infarcita di immagini e presenta qualsiasi apporto culturale (narrativa, poesia, musica, teatro, danza..) che possa dimostrare la vivacità del continente e della sua diaspora. Non sono i testi a essere fondamentali, quanto la selezione e inventariazione di artisti che la rivista riesce a produrre nei suoi dieci anni di vita, diventando una fonte essenziale per orientarsi nella produzione africana. "NKA: Journal of Contemporary African Arts" viene fondata nel 1994.

Allo stesso tempo altri curatori propongono nuovi modelli per ritrarre un'altra arte contemporanea africana.

Susan Vogel in Africa Explores: 20th Century African Art del 1991 organizza un gruppo di opere eterogeneo per tipologie, proponendo un ritratto – come dice il titolo – dell'arte africana del XX secolo. L'esposizione, nata all'interno del Center for African Art di New York, sposa gli obiettivi dell'istituzione, puntando ad una mostra "broad in scope, educational in subject, and of the highest aesthetic quality".

Clémentine Deliss in Seven Stories About Modern Art in Africa del 1995 dà la parola a più curatori specializzati, interpretato l'arte contemporanea africana come la storia di più storie nazionali. Okwui Enwezor in The Short Century del 2001 inquadra la produzione artistica del continente in una prospettiva storica e politica. Le opere d'arte appaiono insieme all'architettura, alla grafica pubblicitaria e alle riviste come tracce di meno di un secolo di indipendenze.

Africa Remix è uno dei più ampi e visibili contenitori di artisti africani con cinque presentazioni: a Düsseldorf, Londra, Parigi, Tokyo e Johannesburg. Durante la tre giorni di conferenze a Parigi, il curatore Simon Njami ammette la sua esplicita volontà di tirare il sipario sull'arte contemporanea africana e passare ad altro. Ai suoi occhi la mostra – aperta anche ad artisti nordafricani e della diaspora, come sottolinea – fornisce l'epilogo appropriato ad un genere ormai superato. La mostra dà la sua definizione più remix di cosa sia l'arte africana contemporanea e nutre ulteriormente un approccio all'arte internazionale già in discussione ben prima del 2004. Il catalogo di Africa Remix - con il suo dizionario sull'arte africana - si pone come punto di riferimento sulla produzione del continente.

L'arte contemporanea africana come tema trasversale[modifica | modifica sorgente]

L'arte contemporanea africana non viene definita esclusivamente attraverso un esplicito riferimento all'Africa e alla sua produzione. Come dimostra Magiciens de la Terre, anche esposizioni non focalizzate su un'area geografica la producono e la nutrono. Mostre incentrate sulla diaspora, sugli scambi Nord-Sud e Sud-Sud, sui paesi musulmani e l'Islam, interagiscono con la rappresentazione e il sistema dell'arte africano: cercano, sono e stimolano risposte.

South meets West del 1999-2000 si basa su una dinamica di cooperazione e incontro, così come i workshop di Triangle Arts Trust e l'inaudito numero di progetti che aspirano a collegare le città portuali del mondo. Unpacking Europe – co-curata da Salah Hassan, molto impegnato nella promozione dell'arte contemporanea africana – decostruisce il concetto di 'Europa' per mostrare come la sua identità, i suoi confini e la sua natura non siano per niente oggettivi, ma il risultato di un'ibridazione e di influssi e mescolanze continue. Dopo l'11 settembre l'attenzione proiettata sul binomio terrorismo-Islam fa risplendere di nuova luce Medio Oriente, Nord Africa e tutte le nazioni con una qualche presenza musulmana. Gli artisti egiziani sono un buon esempio: presenti per la prima volta alla Biennale di Dakar del 2000 con Moataz Nasr, diventano africani, nordafricani, mediorientali e mediterranei, a seconda dei criteri (e delle esigenze) curatoriali.

Nel marzo del 2003 esce il primo numero di “Contemporary Art from the Islamic World”, rivista online di universes-in-universe.de. Le pagine accolgono un vasto e variegato universo che abbraccia – come sempre – Medio Oriente e Nord Africa, e si spinge fino a Senegal, Mali, Sudan, Kazakistan, Uzbekistan, Bangladesh, Malesia e Indonesia. Sotto la calda coperta del finanziatore Kulturstiftung des Bundes (e della lotta al terrorismo), la religione si trasforma in geografia, divenendo mondo arabo/islamico dai confini cangianti.

Riflessione critica e ricerca di nuove prospettive[modifica | modifica sorgente]

Il desiderio e il bisogno di cambiare prospettiva sono alla base di pubblicazioni, ricerche, conferenze e sperimentazioni. Critici, curatori, intellettuali – così come gli artisti stessi – sentono il bisogno di una ridefinizione degli strumenti critici di approccio e analisi della produzione dell'Africa, per liberarsi da sguardi carichi di pregiudizi, stereotipi, ignoranza e fraintendimenti.

I convegni – come Global Visions: Towards a New Internationalism in the Visual Arts, Art Criticism and Africa (Londra, 1994), Arte Identità Confini (Roma, 1995), Art Criticism and Africa (Londra, 1996) – e le pubblicazioni – come Reading the Contemporary: African Art from Theory to the Marketplace (a cura di Okwui Enwezor e Olu Oguibe, 1999) o Over Here: International Perspectives on Art and Culture (a cura di Gerardo Mosquera e Jean Fisher) stimolano la riflessione. "Third Text" è la rivista più impegnata su questo fronte (insieme - in misura minore - ad "Atlantica Revista de Arte y Pensamiento" e "NKA"), così come l'esposizione Seven Stories About Modern Art in Africa - insieme alla serie di seminari sulla critica dell'arte africana organizzati da Clémentine Deliss e John Picton al SOAS di Londra – sono profondamente impegnati nel processo di identificazione di nuove modalità espositive.

Si aspira al riconoscimento delle storia dell'arte contemporanea africana e allo stesso tempo si contesta il modo in cui questa storia è stata raccontata. Si nega la sua ascrizione ad un unico stile, la sua autenticità e il suo dover essere esclusivamente residente sul continente africano. Per alcuni, più che produrre una storia unificata capace di inglobare tutte le storie, le correnti e le produzioni del mondo, è necessario moltiplicare gli approcci – come ripete costantemente Rasheed Araeen – dando la parola a persone con competenze, formazioni e origini diverse. Per altri, chi deve parlare è l'africano. Secondo diversi curatori e critici, solo la partecipazione degli africani può permettere la costruzione di un metodo di analisi diverso e indipendente da quello Occidentale. La necessità nasce dalla constatazione dell'egemonia Occidentale ed eurocentrica nel distinguere quello che è arte da quello che non lo è; quello che è 'moderno' (nell'accezione qualitativa del termine) da quello che è 'tradizionale' o copia; quello che ha il diritto di far parte della storia da quello che invece deve essere relegato al di fuori di essa, isolato e cristallizzato in un presente atemporale, il cosiddetto 'presente etnografico'.

L'Africa è oggetto di costanti nuove esplorazioni e spazio d'indagine. La friche di cui parla Jean-Loup Amselle non è solo un luogo di rigenerazione, ma anche di costruzione e scoperta. Se inizialmente gli esploratori erano antropologi e un ristretto circolo di appassionati, con il passare del tempo, l'Africa è interessante per nuovi esploratori. Rem Koolhaas avvia un progetto a Lagos, dove per otto anni un team di ricercatori e studenti della scuola di Design di Harvard esplorano il funzionamento del sistema informale. L'agenzia Multiplicity fotografa e studia le abitazioni dei marocchini residenti all'estero che tornano a casa per investire nel mattone, scegliendo in appositi cataloghi il modello e gli elementi architettonici (torri, pennacchi, frontoni e colonne) che caratterizzeranno le loro sontuose dimore.

Biennali, triennali e festival partecipano alla definizione dell'arte contemporanea africana.

Cronologia dell'arte contemporanea africana e documentazione per il suo studio[modifica | modifica sorgente]

Il ruolo delle esposizioni[modifica | modifica sorgente]

L'arte contemporanea viene presentata già all'interno delle esposizioni universali e delle esposizioni coloniali, come quella del 1938 a Glasgow sull'impero britannico[1], ma bisogna aspettare gli anni sessanta per veder affiorare una serie di iniziative dedicate a far conoscere la produzione degli artisti africani.

Conferenze e network sull'arte contemporanea africana[modifica | modifica sorgente]

Archivi e banche dati[modifica | modifica sorgente]

Riviste[modifica | modifica sorgente]

Le riviste specializzate hanno avuto e hanno tutt’oggi un ruolo centrale nella promozione dell’arte contemporanea africana. Le riviste svolgono una funzione specifica nel sostenere scrittura e pensiero sulla produzione contemporanea e rappresentano un network di intellettuali, ricercatori, artisti e critici[7]. Molte riviste sono inoltre promotrici di pubblicazioni, esposizioni e conferenze, attraverso le loro case editrici o istituzioni.

Pubblicazioni[modifica | modifica sorgente]

Istituzioni e collezioni che presentano e promuovono l'arte contemporanea africana[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Pierre Gaudibert, L'art africain contemporain, Editions Cercle d'Art, 1991, pp. 14-15.
  2. ^ a b Pierre Gaudibert, L'art africain contemporain, Editions Cercle d'Art, 1991, p. 14.
  3. ^ Citata ibidem, p. 14.
  4. ^ a b Pierre Gaudibert, L'art africain contemporain, Editions Cercle d'Art, 1991, p. 15.
  5. ^ L'esposizione presenta 397 opere ed è citata anche da Pierre Gaudibert, L'art africain contemporain, Editions Cercle d'Art, 1991, p. 14.
  6. ^ Jean-Loup Amselle, L'arte africana contemporanea (ed originale 2005, L'art de la friche: Essai sur l'art africain contemporain), Bollati Boringhieri, Torini, 2007, p. 145
  7. ^ Chimurenga Library, presentazione del database e del progetto http://chimurengalibrary.co.za/about.php.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]