Arquata del Tronto

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« Che alcuno non se parta della terra d'Arquata e suo contado con animo de non ritornare a detta terra. »
(Statuto di Arquata del 1574, libro I - Rubrica XLV)
Arquata del Tronto
Panorama di Arquata del Tronto
Arquata del Tronto - Stemma
Stato: bandiera Italia
Regione: Marche
Provincia: stemma Ascoli Piceno
Coordinate: 42°46′19.02″N 13°17′36.24″E / 42.77195, 13.2934Coordinate: 42°46′19.02″N 13°17′36.24″E / 42.77195, 13.2934
Altitudine: 777 m s.l.m.
Superficie: 92,56 km²
Abitanti:
1.344 31-12-2008
Densità: 14,52 ab./km²
Frazioni: Borgo di Arquata, Camartina, Capodacqua, Colle di Arquata, Faete, Pescara del Tronto, Piedilama, Pretare, Spelonga, Trisungo, Tufo, Vezzano 
Comuni contigui: Accumoli (RI), Acquasanta Terme, Montegallo, Montemonaco, Norcia (PG), Valle Castellana (TE)
CAP: 63043
Pref. telefonico: 0736
Codice ISTAT: 044006
Codice catasto: A437 
Class. sismica: zona 2 (sismicità medio-alta)
Nome abitanti: arquatani 
Santo patrono: San Pietro 
Giorno festivo: 27 agosto 
Comune
Posizione del comune nell'Italia
Sito istituzionale
Portale:Portali Visita il Portale Italia

Arquata del Tronto è un comune italiano di 1.344 abitanti[1] della provincia di Ascoli Piceno nelle Marche.

Indice

[modifica] Geografia

L'insediamento urbano del paese di Arquata sorge nell'alta valle del Tronto, alla base del versante sinistro del fiume, sotto le cime dei Monti Sibillini. Dista circa 30 km dal capoluogo Ascoli Piceno ed il suo territorio comunale comprende una superficie di circa 92 km² spaziando dai 590 ai 2.478 m s.l.m. Il suo comprensorio si estende fino nell'estremo sud-occidentale della Regione Marche confinando con tre regioni (caratteristiche che in Italia condivide col solo comune confinante di Accumoli): Abruzzo, con la Provincia di Teramo, Lazio, con la Provincia di Rieti, ed Umbria con la Provincia di Perugia.

È l'unico comune d'Europa racchiuso all'interno di due aree naturali protette: il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga a sud ed il Parco Nazionale dei Monti Sibillini a nord.

Il paesaggio è caratterizzato da pareti scoscese, dall'avvicendarsi di boschi e pendii, da ampie balconate naturali da cui l'occhio spazia su verdi campi o può scorgere da un lato la vetta del Gran Sasso e dall'altro la maestosa parete del Monte Vettore ed altre cime dei Monti Sibillini.

[modifica] Clima

Il clima di Arquata e del suo territorio comunale è quello tipico di media montagna. Gli inverni sono freddi con precipitazioni prevalentemente nevose, le temperature possono scendere di diversi gradi sotto lo zero e restarci anche per molti giorni. Le estati risultano miti e mai troppo calde. Le precipitazioni sono distribuite equamente durante tutto l'arco dell'anno, con maggiore frequenza nei mesi freddi.

[modifica] Storia

Della sua origine si hanno notizie incerte, studiosi locali la riconducono all'antica Surpicanum messa tra le due "Statio" della Tavola Peutingeriana, Ad Martis, identificabile nell’attuale frazione di Tufo e Ad Aquas il vicino paese di Acquasanta Terme. Surpicanum era uno dei centri del Piceno del quale non è stata individuata con certezza l’ubicazione.

Si ipotizza, inoltre, che Arquata fosse un paese dei Sabini, correlando la vicinanza di questo popolo già presente a Norcia e nella stessa Ascoli, fondata dalla migrazione di queste genti col “ver sacrum” , e che solo in seguito divenne dei Romani. Nel I secolo d.C. la località e tutta l’area dell’alta valle del Tronto appartenevano alla famiglia imperiale di Vespasiano, detta famiglia dei Flavi, originaria appunto della Sabina.

Un’altra ipotesi sull’origine del borgo fortificato attribuisce la nascita di Arquata all’epoca romana e la colloca come statio sulla Consolare Salaria, strada che all’epoca era la via commerciale del trasporto del sale prodotto nelle saline di Porto d'Ascoli.

Le prime documentate notizie sulla terra d’Arquata si trovano nel periodo dell’alto medioevo quando nel VI secolo era definita come Terra Summantina. Ulteriore e successivo riferimento storico è fornito dall’invasione del popolo longobardo che giunse fino a Spelonga, dove forse esisteva un castrum. Ricompare la citazione della terra d’Arquata nella cronaca del viaggio intrapreso da Carlo Magno che, nell’ 800, attraversò questi luoghi per recarsi a Roma in occasione della sua incoronazione.

Nell'anno 1251 la città di Ascoli era stata costretta "a fabricar negli Appennini un Forte per guardia dei confini occidentali affin di cautelarsi dalle scorrerie dei norcini". Amatrice e Castel Trione dettero il loro contributo e Norcia cedette ad Ascoli: Arquata, Accumoli, Tufo, Rocchetta e Capodacqua.

Nel 1255 Arquata è soggetta al dominio ascolano e nel 1256 Papa Alessandro IV ordinò al Rettore della Marca di stanziare una somma per la città di Ascoli Piceno al fine di potenziare le strutture difensive sparse nel suo territorio, tra cui Arquata.

In pieno periodo Comunale, nel 1293, Arquata insieme con altri comuni, quali Montemonaco e Colloto di Manilia, rinnovò i patti di fedeltà o di vassallaggio con la città di Ascoli, garantendo un contingente militare di 50 armati in caso di guerra e la partecipazione al palio delle festività della Quintana ed alle celebrazioni in onore di Sant'Emidio. Questo patto di alleanza fu rinnovato ancora nel 1317 e nel 1337 ed in questo periodo il borgo godette di ampia autonomia. In memoria di questi patti, ancora oggi, una rappresentanza del Castello della Rocca di Arquata partecipa alla sfilata del corteo storico medievale della Quintana.

Nel 1397, periodo della Guerra Atriana, Arquata divenne una roccaforte di Norcia e dei ghibellini ascolani. In seguito, la città di Ascoli cinse d'assedio la rocca e la espugnò.

La fortificazione raggiunse il suo massimo splendore nella prima metà del XV secolo per volere della regina Giovanna II d'Angiò di Napoli, incoronata da Papa Martino V. La sovrana risedette nella Rocca dal 1420 al 1435. Da questo deriva la popolare definizione "Castello della Regina Giovanna" ed una leggenda vuole che il suo fantasma si aggiri, ancora oggi, per le stanze della fortezza.

Successivamente, nell'anno 1429 Papa Martino V cedette Arquata e il suo comprensorio a Norcia.

Nel 1440 Il castello di Arquata non più soggetto di contese ebbe il suo Primo Statuto.

Nel 1466 scoppiò una nuova guerra tra Ascoli e Norcia ed entrambe le città miravano a ristabilire il controllo della fortificazione che domina la Salaria.

Gli ascolani al seguito del comandante Ficcadenti assalirono ed espugnarono Arquata. I danni furono notevoli ed il cardinale di San Marco ritenne necessari interventi di restauro.

La rocca fu dominata nuovamente dai norcini e nel 1480 Ascoli ne rivendicò nuovamente il possesso.

Nel 1564 ebbe luogo un nuovo restauro del fortilizio. Nel 1703 la Rocca subì danni a causa del terremoto e fu ristrutturata durante il periodo del Regno Italico.

A seguito dell'invasione francese, 1809, la prefettura di Norcia decadde ed Arquata fu assoggettata a Spoleto, allora capoluogo del Dipartimento del Trasimeno. In quel periodo fu capoluogo di cantone, fu restaurata la Rocca ed armata di piazzuole di artiglieria. Fu dotata di una guarnigione permanente e divenne il terzo fortilizio del Dipartimento con le Rocche di Perugia e Spoleto.

Dopo la caduta di Napoleone, il Governo Pontificio della restaurazione, la levò all'Umbria, e la incorporò nella delegazione di Ascoli Piceno partecipando alla giurisdizione pretorile nel 1832.

[modifica] La sosta di Giuseppe Garibaldi nell'anno 1849

Tra gli eventi accaduti nel paese di Arquata del Tronto vanno ricordati l'arrivo e il pernottamento di Giuseppe Garibaldi nell'anno 1849 quando questi partì alla volta di Roma.

La cronaca ci perviene dagli scritti di Candido Augusto Vecchi, fermano, capitano del 23° di linea piemontese e storiografo della guerra del 1848, che fu tra i più fedeli e cari amici del generale. Questi, al passaggio dell'eroe dei due mondi nella città di Ascoli Piceno, si unì al gruppo, ma lo seguì fino a Rieti per poi proseguire da solo e raggiungere Roma dove svolse il suo mandato di deputato partecipando ai lavori dell'Assemblea Costituente.

In questo viaggio Garibaldi era già accompagnato da Nino Bixio, quale ufficiale d'ordinanza, Gaetano Sacchi, Marocchetti, Andrea d’Aguyar, servitore, e Guerrillo il suo piccolo cane, azzoppato da una ferita, che aveva l'abitudine di seguire il suo padrone camminando tra le zampe del suo cavallo.

Durante il trasferimento da Ascoli Piceno a San Pellegrino di Norcia fu ospitato nel paese di Arquata dal governatore Gaetano Rinaldi, capo della reazione clericale. Il generale dormì presso casa Ambrosi nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1849. Giunse ad Arquata il giorno di venerdì del 26 gennaio 1849 quando, dopo aver lasciato la città di Ascoli Piceno, si avviò verso le zone montane attraversando la parte più alta della valle del Tronto tra gli Appennini. Egli e il suo seguito lasciarono Ascoli intorno alle dieci del mattino raggiungendo la consolare Salaria accompagnati tra le vie cittadine dai carabinieri a cavallo, la guardia civica, la banda comunale, dodici carrozze e una folla festante. Giunti a Porta Romana il generale congedò tutti e regalò una spada a Matteo Costantini, detto Sciabolone, quale segno della sua amicizia e rifiutò, per l’ennesima volta, la sua scorta sulle strade di montagna.

La prima sosta di ristoro avvenne ad Acquasanta Terme, dove Garibaldi, sceso da cavallo, si accomodò su un sedile di travertino per accendere il suo sigaro.

Ripreso il cammino la spedizione arrivò ad Arquata dove fu accolta e ospitata con molto riguardo. Candido Augusto Vecchi racconta di un lungo pranzo che durò fino a mezzanotte. Il mattino seguente, 27 gennaio 1849, prima del sorgere del sole, il generale e i suoi lasciarono il paese per dirigersi verso Rieti. Il governatore d'Arquata regalò loro quattro libbre di tartufi come viatico. Si avviarono così alla volta di San Pellegrino percorrendo la strada che conduce a Pretare e quindi a Forca di Presta. Furono scortati dal figlio del governatore d'Arquata che portò con sé, e in loro onore, fino sulla cima della montagna, un vessillo tricolore di seta.

Ad Arquata quali segni di questo evento rimangono la Via Garibaldi e una lapide affissa sulla parete esterna di casa Ambrosi, in cui si ricorda la sosta del generale. Da dire che la data 19 febbraio, scolpita sulla pietra, è inesatta poiché Garibaldi arrivò e pernottò tra il 26 e il 27 gennaio. L'iniziativa di apporre una lapide commemorativa a ricordo dello straordinario evento della sosta del generale fu presa da un comitato promotore e sostenuta dal municipio dopo la morte dell'eroe dei due mondi che avvenne il 2 giugno 1882.

La cronaca dell'evento dell'inaugurazione della pietra ci giunge dalle corrispondenze di Girolamo Rilli e di Marietta Zocchi Girardi, rispettivamente pubblicate sulla Gazzetta di Ascoli Piceno del 23 e del 24 agosto del 1882. Lo scoprimento della lapide avvenne il 20 agosto 1882, alle dieci e trenta del mattino, seguito dall'esecuzione dell'inno garibaldino e dai discorsi delle autorità e dei membri del comitato promotore. Sulle pagine della Gazzetta si leggono riportate anche la commossa ed entusiasta partecipazione di tutta la cittadinanza intervenuta e la moltitudine di drappi, bandiere e festoni che sventolavano dalle finestre del borgo affacciate sulla piazza.

[modifica] Toponimo

Il comune assunse il nome ufficiale di Arquata del Tronto nell'anno successivo alla nascita del Regno d'Italia, come riportato nel Regio decreto 9 novembre 1862 n. 978 e nella la delibera del consiglio comunale del 5 agosto 1862. [2]

Il nome Arquata del Tronto è composto dall'accostamento di due termini: "Arquata" che deriva dalla parola latina Arx, che vuol dire rocca o insediamento fortificato, e "del Tronto" in riferimento all'omonimo fiume che scorre vicino alla località.

[modifica] Stemma

Lo stemma più antico della comunità di Arquata è datato XIV secolo. Questo mostrava all’interno di uno scudo l’effige del patrono del castello San Pietro ritratto sopra una montagna con 5 cime, munito di chiavi e di Sacre Scritture. Questa rappresentazione è riproposta anche nei sigilli dell’epoca ritrovati in alcuni atti amministrativi custoditi presso l’Archivio di Stato di Ascoli e presso l’Archivio Storico del Comune di Norcia. Nella seconda metà del XVI secolo, esattamente nell’anno 1572, sebbene non si conoscano le ragioni politiche, lo stemma fu cambiato dai priori comunali che commissionarono la realizzazione di uno scudo palato eseguito con la tecnica del bassorilievo. Questo nuovo scudo recava la rappresentazione di sei pali verticali contigui e smaltati alternando i colori del bianco e del rosso. Nell’anno 1852 lo stemma fu annoverato nel primo censimento ricognitivo degli stemmi comunali, ma nella rappresentazione grafica furono erroneamente confusi i pali con le sbarre, strisce diagonali invece che verticali, all’interno dello scudo. Il disegno dello scudo araldico è essenziale e propone tre pali rossi verticali in campo bianco. Al di fuori dell’arma ed in qualche pietra sono proposti 2 motti: "Arquata Potest" ed "Arquata Reggia Terra". Gli amministratori arquatani che proponevano proprio questi motti equivocarono ciò che avevano trovato scolpito nella pietra dell’arma gentilizia di Regolo Tebaldeschi di Norcia. Questi condusse la podesteria arquatana durante un ignoto periodo del XVI secolo. Lo stemma conservato presso il palazzo del Municipio reca la scritta “REG TEB AR POT” che per esteso va interpretato come: "REGOLUS TEBALDESCUS ARQUATE POTESTAS" ossia "Regolo Tebaldeschi Arquata Potestà", iscrizione che è stata intesa anche come "Regia Terra Arquata Potens".

[modifica] Monumenti e luoghi di interesse

[modifica] La Rocca

Castello della Rocca di Arquata del Tronto

La Rocca è una fortificazione duecentesca, dominatrice della vallata e sovrasta con le sue torri la Strada Consolare Salaria, spina dorsale del territorio e del collegamento con Roma, ed il fiume Tronto, che separa la Catena dei Sibillini dai Monti della Laga). La costruzione ha proporzioni eleganti ed equilibrate, le sue torri sono state elevate in diversi periodi storici per incrementare la difendibilità del luogo.

Questo castello è un tipico esempio di architettura duecentesca dell'Appennino umbro marchigiano. Una vera e propria città fortezza dall'aspetto compatto, isolata ed austera.

Le strutture edilizie che contribuiscono a formare l'intero corpo di fabbrica della Rocca, realizzata utilizzando blocchi di pietra arenacea, hanno realizzato, in periodi diversi, il suo sviluppo funzionale. Quello che vediamo è il risultato di vari interventi protrattisi fino al XV secolo compreso.

La costruzione del castello fu iniziata intorno XI-XII secolo e come primo elemento fu innalzato il torrione, alto circa 12 metri, di pianta esagonale, coronato da caditoie, aperture sul pavimento di strutture aggregate all'edificio, da cui si gettavano proiettili al nemico, e merli a coda di rondine. La cinta muraria, parzialmente arrivata ai nostri giorni, si sviluppava verso nord per circa 70 m, eretta con lo scopo di chiudere il lato scoperto del colle. Un percorso collegava il torrione al paese dal lato orientale.

Altra immagine della Rocca.

Successivamente, tra il XIV ed il XV secolo, si costruì la torre esposta a nord, questa è a base quadrata, il suo lato è di 7 metri e raggiunge i 24 metri di altezza. Questo è sicuramente l'elemento più imponente della fortificazione che con una doppia cinta muraria si raccorda tuttora al torrione esagonale. C'è un cammino di ronda, sostenuto da archetti, che delimita una piazza interna di metri 21x24. All'interno del piazzale sorgevano le abitazioni che gli arquatani utilizzavano per mesi chiusi all'interno della fortezza.

L'ultimo elemento della Rocca ad essere costruito fu il torrione, a base circolare dal diametro di 10 metri, altezza 12 metri, sul lato sud-ovest. Oggi, di questo, si vedono solo le mura di fondazione. La sua altezza raggiungeva il livello della merlatura e serviva ad alloggiare l'artiglieria. Le sue porte di accesso erano dislocate intorno alle strutture principali del paese, quali il palazzo nobiliare, la piazza e la chiesa.

la Rocca fu restaurata negli anni '20 del Novecento, nel 1966 ha subito nuovi interventi conservativi.

[modifica] La Porta di Sant'Agata

Porta di Sant'Agata

Il piccolo borgo di Arquata del Tronto era circondato da mura di cinta che avevano delle porte di accesso al paese. La Porta di Sant'Agata è l'unica giunta fino ai nostri giorni. Si eleva isolata rispetto al contesto urbano, in mezzo ad una rigogliosa vegetazione, ed è raggiungibile tramite una scalinata. Ben conservata si compone di due soli corpi di fabbrica di semplice architettura, con altezze diverse, realizzati in conci irregolari di pietra arenaria locale. Gli unici conci regolari presenti sono quelli che compongono l'arco a tutto sesto della costruzione più bassa. Sotto di essa passava la strada che raggiungeva il paese di Spelonga passando per Colle Piccione. Nelle sue immediate vicinanze, nascoste tra la vegetazione si osservano i resti delle mura che circondavano Arquata. Posizionati sulla facciata esterna della porta, rispetto al borgo, si evidenziano due stemmi del secolo XVI. Quello alloggiato sopra l'arco, verso il lato sinistro, si presenta a forma di scudo e nel suo campo si vede raffigurata un'aquila fissante un sole movente dal cantone sinistro dello scudo stesso. Questo simbolo appartenne alla famiglia norcina dei Quarantotto. L'altro stemma, sempre inciso su pietra, propone un cassero merlato alla ghibellina, con torre centrale ed un sinistrocherio che esce dalla base della torre ed impugna una spada alta in palo. Questo probabilmente appartenne alla famiglia norcina dei Passerini.

[modifica] Chiesa della SS. Annunziata

Crocifisso ligneo policromo del XIII secolo, Arquata del Tronto

La Chiesa della Santissima Annunziata è la chiesa parrocchiale di Arquata del Tronto. Si trova all'interno del paese lungo la via che conduce alla Rocca. Di dimensioni modeste ha una facciata molto semplice con un importante portale scolpito in pietra arenaria. Il suo interno è costituito da un unico ambiente dove si trovano altari lignei, lacantoria, e collocata, sulla parete di fondo, una tela dell'Annunciazione del 1500.

[modifica] Il Crocifisso ligneo del XIII secolo

Il vero pezzo di pregio di questa chiesa è costituito dal Crocifisso ligneo policromo della seconda metà del XIII secolo, esposto su di un capitello di tufo e considerato la statua sacra più antica delle Marche. L'opera proviene dalla chiesa di San Salvatore di Sotto di Ascoli e portata qui da un gruppo di arquatani che, nell'anno 1680, ebbero una disputa con gli ascolani. (Le Trame del Romanico - pag.81,82 - di A. Marchi)

Il crocifisso, per le sue dimensioni, è idealmente collocabile al centro di un quadrato di metri 1.45 per 1.45. Ha uno spessore medio di 20 centimetri e si presenta come un'opera policroma con evidenti riferimenti allo stile bizantino. Dopo il suo restauro, avvenuto nel 1973, si apprezza meglio il suo originale rivestimento pittorico dapprima nascosto da altri strati di ridipinture, secondo alcuni, riferibile all'arte spoletina del XII secolo e del XIII secolo.

Raffigura, come avveniva nell'arte popolare del tempo, un rigido Cristo crocifisso con braccia distese ed arti inferiori paralleli. Fu realizzato da due frati benedettini, Raniero e Bernardo, che lo firmarono alla base. L'attuale lacunosa iscrizione riporta: "...TER RANIERI DOM... R ...DUS T AIDA... NU TP SU" che è stata letta, da Italo Zicari, con questa interpretazione: "frater Ranieri dominus corpus fecit (o pinxit) frater Berardus aidavit", traducibile come: "Frate Raniero scalpellò (o dipinse) il corpo del Signore, Frate Berardo lo aiutò". Sul capo di Gesù è posta una corona in argento sbalzato, ex voto degli abitanti di Arquata, che reca inciso: "ARQUATA COLERAE MORBO SERVATA SALVATORI SUO D.D. 1855" Il crocifisso è sempre stato particolarmente venerato dagli arquatani e non solo. Ancora oggi è portato per le vie del paese in processione solenne.

[modifica] Chiesa di San Francesco

Interno della chiesa di San Francesco
Altare ligneo laterale, accanto all'estratto della Sacra Sindone

Nella frazione Borgo di Arquata si trova la chiesa di San Francesco, essa fa parte del complesso del convento di San Francesco. Di stile stile romanico conserva un portale del Cinquecento, la cantoria, il pulpito ed altari lignei del XVI-XVII secolo. All'interno vi è conservata anche la cosiddetta "Sindone di Arquata".

Durante i lavori di restauro, del 1980, si trovarono sotto lo strato di intonaco esterno della facciata ben due bassorilievi, di pietra arenaria, del X secolo. Il primo mezzo tondo è un lavoro piuttosto ricercato, finemente scolpito e particolareggiato, esso raffigura la Madre di Dio ed il Sacrificio del Cristo per la redenzione dell'umanità. L'umanità è rappresentata da piccole figure antropomorfe in basso. Il secondo bassorilievo reca scolpito un angelo che stringe nelle sue mani una bilancia. Il significato di questa rappresentazione è il riferimento al Giudizio Universale ed alla pesatura delle anime. Questi due rinvenimenti, attualmente, sono posizionati all'interno della parete della facciata della chiesa, mantenendo le stesse caratteristiche di altezza della primaria collocazione sulla parete esterna d'ingresso, dove furono trovati. L'ambiente interno della chiesa è suddiviso in due navate con colonne, a base quadrata, realizzate in conci di pietra. Il soffitto è interamente in legno a cassettoni, attribuiti alla scuola di Norcia, quest'ultimi si presentano di forma quadrangolare con una decorazione circolare centrale a rilievo. Decorazioni di legno sono presenti in buona parte della chiesa, risalgono al secolo XVI ed al secolo XVII. Meritevole di interesse è la cantoria lignea, collocata all'ingresso dell'interno della chiesa, sostenuta da una colonna in pietra arenaria, a base ottagonale liscia, sormontata da un elegante capitello quadrangolare scolpito con decorazione a foglie. Vi è anche un pregevole pulpito ligneo poggiato su colonne tortili, anch'esse in legno. Sulla parete di fondo un coro ligneo, del 1400, è arricchito, in alto, da un crocifisso. Da non trascurare l'altare dedicato a San Carlo Borromeo, adoratore della Sacra Sindone, di cui la copia estratta è posizionata a fianco. A destra è presente un altare realizzato in stucco dedicato alla Madonna del Rosario. Nella parete di sinistra, in una nicchia scavata, si scorge l'affresco, del 1527, di contesa attribuzione fra la scuola di Cola dell'Amatrice e la scuola di Norcia, raffigurante la Madonna con Bambino e due Santi. Due statue si aggiungono alle opere presenti nella chiesa, San Francesco, realizzato in terracotta e legno, del secolo XV e Sant'Antonio di Padova, posizionato all'interno di un'edicola votiva del XVI secolo.

[modifica] La Sindone di Arquata del Tronto

Interno della chiesa di San Francesco (sulla destra in fondo si vede l'estratto della Sacra Sindone)

In pochi sanno che in questa chiesa di questa remota località appenninica si trova una copia della Sacra Sindone custodita a Torino. La copia è identica all'originale con in più impressa una scritta in stampatello "extractum ab originali" , posta tra le impronte del viso e del dorso, che sta a significare che è appunto tratta dall'originale anche se non svela come questa copia sia stata realizzata. Esiste una pergamena datata 1 maggio 1655, firmata dai religiosi di quel tempo, rinvenuta durante i lavori di restauro, nella quale vi è descritto che nel 1655 su petizione del vescovo Bucciarelli, segretario del cardinale Borromeo, alla presenza di una commissione appositamente incaricata, in una piazza di Torino, un lenzuolo di lino di egual misura è stato fatto combaciare con il lenzuolo della Sindone e che, a seguito di questa operazione, sul nuovo telo vi è rimasta impressa l'immagine del tutto simile. Come questo possa essere avvenuto rimane un mistero. Un decalco fatto con tecniche a noi sconosciute? Sembra noto che nel XVII secolo si ottenessero copie di questa opera sovrapponendo un telo al sudario originale e sottoponendo entrambi alla pressione di rulli metallici riscaldati pare che avvenisse il trasferimento dell'immagine. Di sicuro è un bene molto prezioso per i credenti in quanto ricavato per contatto diretto con il sudario che avvolse Cristo nel sepolcro. Sulla necessità per la Chiesa di fornirsi di una copia della Sindone, la teoria più fondata sarebbe quella secondo la quale ci si volesse tutelare da possibili incidenti che potessero accorrere all'originale che, oltre tutto, era in possesso non della Chiesa ma dei Savoia. L'aver posto la copia in un luogo così remoto conforta la tesi che questa volesse essere una sorta di "copia di sicurezza". Qui i francescani l'hanno custodita gelosamente per secoli, limitando le ostensioni e le processioni a casi eccezionali, l'ultima volta in occasione della seconda guerra mondiale. La reliquia, in perfetto stato di conservazione è contenuta in una teca e protetta da atti vandalici o da possibili furti, permanentemente esposta all'interno della chiesa.

[modifica] Società

[modifica] Evoluzione demografica

Abitanti censiti


[modifica] Cultura

[modifica] Cinema

  • Le riprese degli esterni del film Serafino, del 1968, di Pietro Germi furono girate ad Arquata del Tronto, a Capodacqua e a Spelonga.

[modifica] Geografia antropica

[modifica] Frazioni

Interno della Chiesa di San Francesco di Borgo di Arquata del Tronto, cappella della Sindone.
Oratorio della Madonna del Sole di Capodacqua, affresco interno.
L'antica fornace di Pretare.
  • Borgo - piccolo centro il cui incasato sorge quasi attaccato al paese capoluogo, anticamente dedito al commercio rimase sempre legato alle vicende ed al destino storico di Arquata. Ospita la Chiesa dei SS. Pietro e Paolo e la Chiesa ed il Convento di San Francesco.
  • Camartina - piccolissimo centro composto da poche case e poche anime raggiungibile dalla diramazione della vecchia Salaria nei pressi di Borgo.
  • Capodacqua - frazione che si trova verso il lembo estremo della regione Marche a confine con Lazio ed Umbria. Nel suo tessuto urbano di piacevole e particolare suggestione l'Oratorio della Madonna del Sole.
  • Colle – paese tra i più popolati del comune arquatano conserva ancora oggi molte abitazioni in pietra e tra le attività commerciali si pratica la produzione del carbone vegetale da combustione. Appartiene a questo borgo la Chiesa di San Silvestro.
  • Faete – piccolo centro che sorge all'interno di un bosco di faggi, si presenta ben conservato e gode del panorama sul capoluogo essendo stato costruito sull’altura che fronteggia la Rocca. Accoglie nelle sue vicinaze la Chiesa della [[Madonna della Neve]].
  • Pescara del Tronto – si trova a 4 km dal capoluogo seguendo la Salaria verso Roma, centro noto per il suo acquedotto e per avere la croce astile in rame sbalzato che si annovera tra le più antiche e migliori per stato di conservazione delle Marche, custodita all’interno della chiesa parrocchiale di Santa Croce.
  • Spelonga - è uno dei paesi più grandi e popolosi del comune, caratteristico per le abitazioni in pietra che spesso mostrano graziose scalette esterne, loggette ed architravi di porte con bassorilievi. Ricorrente è l'immagine di un angelo in volo.
  • Trisungo - identificato come la statio di Ad Centesimum della Tavola Peutingeriana ha l’incasato che si distribuisce lungo la riva destra del fiume Tronto ed è costeggiato dalla consolare Salaria. Accoglie un antico ponte, un cippo miliare dell’età di Augusto, la Chiesa di Santa Maria delle Grazie.
  • Tufo - piccolo borgo poco popolato che viene identificato come la statio "Ad Martis" della Tavola Peuntigeriana.
  • Vezzano - frazione che conserva parecchie abitazioni in pietra locale.

[modifica] Amministrazione

Sindaco: Aleandro Petrucci (Lista civica) dal 28/05/2006
Centralino del comune: 0736 809122
Posta elettronica: com.arquata@provincia.ap.it

[modifica] Note

  1. ^ Bilancio demografico annuale ISTAT del 31 dicembre 2008
  2. ^ Raccolta Ufficiale delle Leggi e dei Decreti del Regno D’Italia, Anno 1862 Dal N 409 al 1100 Volume Quinto, Torino Stamperia Reale, p. 2985

[modifica] Bibliografia

  • Statuto di Arquata del 1574, libro I - Rubrica XLV
  • Candido Augusto Vecchi, La Italia: storia di due anni, 1848-1849, Tipografia Scolastica di Sebastiano Franco e figli e Comp, Torino, anno 1856;
  • Raccolta Ufficiale delle Leggi e dei Decreti del Regno D’Italia, Anno 1862 Dal N 409 al 1100 Volume Quinto, Torino Stamperia Reale, p. 2985;
  • Adalberto Bucciarelli, Dossier Arquatano, Grafiche D'Auria di Ascoli Piceno, febbraio 1982, pp 7, 13, 48-53;
  • Dario Nanni ed Enrico Cucchiaroni "Arquata del Tronto" Amministrazione Comunale di Arquata del Tronto, ivi 1993.
  • Bernardo Nardi e Lucia Pellei, Ascoli dimenticata: San Salvatore di Sotto, Edizioni la Rapida di Fermo, 1976, pp. 62, 63, 64;
  • Bernardo Carfagna, Rocche e castelli dell'ascolano, Edizione La Sfinge Malaspina - Ascoli Piceno, Stampa Editoriale Eco srl-S. Gabriele (TE), 1996, pp. 59-69;
  • Narciso Galiè e Gabriele Vecchioni Arquata del Tronto - il Comune dei due Parchi Nazionali, Società Editrice Ricerche s. a. s., Via Faenza 13, Folignano (AP), Stampa D'Auria Industrie Grafiche s.p.a., Sant'Egidio alla Vibrata (TE), Edizione marzo 2006, pp 18, 44, 52-55, 57, 80-87, 96-97, ISBN 88-86610-30-0;
  • Dario Nanni "Spelonga, storia -arte- tradizioni" Associazione Culturale Festa Bella Spelonga di Arquata del Tronto AP.Stampa Arti Grafiche Picene. Edizione agosto 2007.
  • Le Trame del Romanico, Tesori Medioevali nella Città del Travertino, Provincia di Ascoli Piceno - Assessorato alla Cultura, FastEdit di Acquaviva Picena, 2007, pp. 81-82;
  • Serafino Castelli, Garibaldi in Ascoli ( 25 – 26 gennaio 1849), Centro Stampa Piceno, Ascoli Piceno, 4 luglio 2007;

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