Arimanno

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Col termine di arimanno (dal germanico Heer - esercito e Mann - uomo)[1] si indicava, specificamente in ambito longobardo, ogni maschio adulto libero in grado di portare le armi, ammesso per questo a partecipare all'assemblea comunitaria (gairethinx), con ciò facendo coincidere dignità militare e dignità civile.[1]

Il termine, etimologicamente "uomo in armi", sottintende lo stretto legame tra libertà individuale e diritto-dovere di combattere esistente nelle antiche comunità germaniche, frammentate e dedite alla guerra ed al saccheggio ai danni dei vicini per una parte dell'anno. Col tempo, che portò alla nascita di entità politiche superiori alla tribù, a più perfezionate tecniche militari, ad operazioni belliche di portata e durata sempre maggiori, fu necessaria una migliore suddivisione dei compiti all'interno della società e per sopravvivere molti dovettero rinunciare a prestare servizio militare (degradandosi quindi ad inermes, come erano definiti i lavoratori delle campagne romane, ossia a pauperes, secondo il vocabolario carolingio).[2]

Se tale tendenza già in atto fu accelerata, con la conquista dell'Italia, dalla fusione con le strutture politico-economiche di origine romana, il feudalesimo franco e la dissoluzione dell'impero carolingio fecero scomparire definitivamente gli arimanni come gruppo sociale, di cui ultimi epigoni furono gli allodieri: probabilmente una parte di essi, postasi al servizio dei potenti, andò a costituire il germe della nascente cavalleria; un'altra parte, la maggioranza, si confuse con la massa dei contadini asserviti, nell'ambito della redistribuzione dei poteri che portò alla signoria di banno.[1]

L'organizzazione comunitaria degli arimanni (tradizionalmente indipendente, sebbene in modo parziale ed instabile, dal potere locale, viceversa legata direttamente al sovrano)[3], con il nome stesso, si conservò ancora per secoli in certi nuclei rurali, destinati talvolta a dar vita a comuni;[4] col tempo tuttavia, data la latitanza di un potere regio cui rendere gli obblighi tradizionali e che ne riconoscesse nel contempo i diritti di uomini liberi, persero nei fatti il diritto (e la possibilità economica) di portare armi e conservarono invece gli obblighi connessi alla guerra, sotto forma di «servizio» (obsequium), quali la costruzione ed il mantenimento di ponti, fortificazioni, strade: il loro status venne visto in definitiva come più gravoso rispetto a quello della maggioranza della popolazione asservita.[1][2]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d Barbero, op. cit.
  2. ^ a b Duby, op. cit.
  3. ^ Giovanni Tabacco, Gli orientamenti feudali dell'impero in Italia Structures féodales et féodalisme dans l'Occident méditerranéen (Xe-XIIIe siècles). Bilan et perspectives de recherches. Actes du Colloque de Rome (10-13 octobre 1978) in Publications de l'École française de Rome, nº 44, Roma, École Française de Rome, 1980, pp. pag. 240.
  4. ^ A titolo di esempio, nell'XI secolo a Piove di Sacco gli abitanti si richiamavano alla propria tradizione arimanna in occasione di una disputa con il vescovo di Padova Olderico, risolta di fronte all'imperatore Enrico III; cinque dei primi consoli di Mantova, nel 1126, sono esplicitamente chiamati arimanni. Cfr. Gérard Rippe, Dans le Padouan des Xe-XIe siècles: évêques, vavasseurs, «cives» in Cahiers de civilisation médiévale, 105-106, gennaio-giugno 1984, pp. pag. 141-150, DOI:10.3406/ccmed.1984.2259.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Alessandro Barbero, Chiara Frugoni, Dizionario del Medioevo, 6ª ed., Roma-Bari, Laterza, 2011, pag. 18-19, ISBN 978-88-420-6374-2.
  • Georges Duby, Le origini dell'economia europea. Guerrieri e contadini nel Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 2004, pag. 55-56, ISBN 88-420-7219-2.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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