Area valutaria ottimale

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In economia internazionale un'area valutaria ottimale (AVO, o area monetaria ottimale, AMO - in inglese optimum currency area o optimum currency region, OCA o OCR) è un gruppo di paesi per i quali, vista la stretta integrazione per quel che riguarda gli scambi internazionali e la facilità nel movimento dei fattori produttivi, conviene creare un'area di cambi fissi o un'unione monetaria.

Le origini della teoria delle aree valutarie ottimali[modifica | modifica sorgente]

La teoria della aree valutarie ottimali è stata inaugurata da Robert Mundell nel 1961 con un articolo che si inseriva nel dibattito sui vantaggi e svantaggi dei regimi dei cambi fissi o flessibili.

Vigeva allora il regime dei cambi fissi stabilito nella Conferenza di Bretton Woods, ma non mancavano voci autorevoli in favore dei cambi flessibili, tra cui in particolare quella di Milton Friedman (1953). Peraltro, si iniziava già a delineare il progetto dell'Unione Monetaria Europea e appariva utile mettere a fuoco le condizioni che potessero garantire l'efficacia dell'adozione di una stessa moneta da parte di nazioni non omogenee dal punto di vista economico.

Mundell prese in considerazione precedenti lavori di James Meade e di Tibor Scitovsky.

James Meade (1957) sosteneva che una moneta unica europea non avrebbe potuto funzionare per la scarsa mobilità del lavoro tra i paesi europei. Mundell condivideva quest'aspetto dal punto di vista teorico, e affermava che un'area valutaria ottimale non è una nazione e nemmeno un insieme di nazioni, ma una regione caratterizzata dalla mobilità dei fattori produttivi (capitale e lavoro); questo perché solo in tal modo la regione nel suo complesso potrebbe superare efficacemente i cosiddetti shock asimmetrici, cioè congiunture economiche temporanee favorevoli per alcuni settori ma sfavorevoli per altri.

Si può ragionare, diceva Mundell, su due paesi A e B. La domanda di determinati beni prodotti nel paese A potrebbe aumentare, mentre potrebbe diminuire la domanda di beni prodotti nel paese B. L'aumentata domanda dei beni del paese A dovrebbe far cambiare il tasso di cambio, portando al deprezzamento della moneta del paese B e all'apprezzamento della moneta del paese A; aumenterebbe così la domanda dei beni del paese B, che potrebbe così evitare l'aumento della disoccupazione e un deterioramento della bilancia commerciale. Chiaramente, questo aggiustamento non può avere luogo in presenza di cambi fissi o di un regime di unione monetaria. In tal caso l'aggiustamento potrebbe essere ottenuto tramite una variazione dei salari e dei prezzi, qualora questi fossero flessibili (così argomentava Friedman), ma ciò non sarebbe in sé sufficiente; sarebbe infatti anche necessario che le economie dei due paesi fossero strettamente integrate dal punto di vista commerciale, in modo che una piccola diminuzione dei prezzi dei beni prodotti nel paese B porterebbe ad un aumento non trascurabile della loro domanda. In assenza di tali condizioni, l'unica soluzione per evitare le conseguenze dello shock sarebbe lo spostamento dei fattori produttivi dal paese B al paese A.

Tigor Scitovsky (1958), d'altra parte, riteneva praticabile l'unione monetaria europea, ma solo a condizione che si favorisse la mobilità del lavoro (in sé difficile tra nazioni di lingua e culture diverse, anche dal punto di vista giuridico) e che si adottassero politiche sovranazionali in difesa dell'occupazione.

Mundell ne concludeva che il problema è più empirico che teorico: se l'Europa potesse o meno essere considerata una regione andava visto sul piano dei fatti.

I requisiti di un'area valutaria ottimale[modifica | modifica sorgente]

Dopo l'articolo di Mundell molti economisti si sono occupati dell'argomento, anche per il procedere del processo di unificazione monetaria in Europa. In una prima fase si sono discussi prevalentemente i requisiti di un'area valutaria ottimale. Sinteticamente, i requisiti individuati sono:

  • flessibilità di prezzi e salari, come appena visto (il riferimento è Friedman);
  • mobilità interregionale di lavoro e capitale, come argomentato da Mundell;
  • grado di apertura dell'economia: secondo Ronald McKinnon (1963), quanto più un'economia è aperta agli scambi internazionali tanto meno è soggetta agli effetti di variazioni nei tassi di cambio negli scambi con un particolare paese;
  • diversificazione produttiva: Peter Kenen (1969) ha sostenuto che un'area valutaria è tanto più efficace quanto più è diversificata, perché un calo della domanda di alcuni suoi prodotti può non affliggerne altri;
  • integrazione fiscale: lo stesso Kenen ha sottolineato l'importanza di politiche fiscali atte a rendere sostenibili le 'sacche di disoccupazione' che inevitabilmente si verificherebbero a seguito di oscillazioni nelle esportazioni combinate con una imperfetta mobilità del lavoro; in sostanza, trasferimenti dalle aree più "ricche" a favore di quelle più "povere"; ad esempio, Bayoumi e Masson (1995) hanno analizzato la politica fiscale federale negli USA e nel Canada (due unioni monetarie che funzionano da tempo, costante punto di riferimento negli studi sulle aree valutarie ottimali), rilevando che in entrambi i paesi sono previsti sia trasferimenti di lungo termine (erogazioni a favore delle regioni tradizionalmente più "povere") sia risposte di breve termine per gli shock asimmetrici: «Negli USA i flussi a lungo termine ammontano a 22 centesimi su un dollaro mentre l'effetto stabilizzante a 31. In Canada l'effetto redistributivo è maggiore (39 centesimi) e quello stabilizzante minore (17)», mentre in Europa erano e sono previsti solo trasferimenti del primo tipo, e in misura nettamente minore; nella costituzione canadese, inoltre, si assegna espressamente al governo federale il compito di trasferire ricchezza dalle regioni più "ricche" a quelle più "povere" in modo da garantire a queste ultime di godere di un analogo livello di servizi pubblici pur con analoghe aliquote di tassazione;
  • convergenza dei tassi di inflazione: Marcus Fleming[1] (1971) ha sottolineato che in un'area a cambi fissi i cambi sono fissi solo nominalmente; se vi sono differenze nei tassi di inflazione, cambiano comunque i tassi di cambio reali: se il paese A ha un'inflazione più bassa del paese B, i prezzi dei suoi beni costano meno di quelli del paese B e ciò comporta una sottovalutazione della valuta di A e una sopravvalutazione di quella di B; per tornare all'equilibrio, A dovrebbe rivalutare e B dovrebbe svalutare; dal momento che questo non è possibile in un regime di cambi fissi né in un'unione monetaria, Fleming ne concludeva che le differenze nei tassi di inflazione tra i paesi europei avrebbero comportato «in qualsiasi area di tassi di cambio uniformi basata sulla Comunità Economica Europea» una tendenza maggiore che negli USA a «sviluppare squilibri interni» e una maggiore «difficoltà a conciliare elevata occupazione e ragionevole stabilità dei prezzi».

Costi e benefici[modifica | modifica sorgente]

A partire dagli anni ottanta gli economisti hanno preferito ragionare sui costi e benefici di una unione monetaria.

Sono stati evidenziati i seguenti benefici:

  • stabilità macroeconomica: secondo Giavazzi e Pagano (1988), un paese con tendenza a tassi di inflazione relativamente alti può giovarsi dell'unione monetaria con un altro paese a bassa inflazione in quanto ciò può rendere più credibili le sue politiche anti-inflazionistiche e quindi contribuire a contenere l'andamento dei prezzi[2];
  • aumento degli scambi commerciali: secondo Andrew Rose (2001), l'adesione a un'unione monetaria comporta un sensibile aumento del commercio tra i paesi membri grazie alla scomparsa del rischio di cambio, alla maggiore trasparenza dei prezzi, alla maggiore integrazione finanziaria[3];
  • minore necessità di riserve valutarie: Jeffrey Frankel (1999) ha rilevato la riduzione delle riserve valutarie conseguente dal venir meno della necessità di tenere riserve nelle valute superate dall'unione monetaria;
  • vantaggi politici: Giancarlo Gandolfo (2002) ha sottolineato che un'unione monetaria ha più peso dei singoli paesi che la compongono nelle trattative internazionali.

Quanto ai costi, sono stati esaminati i seguenti:

  • perdita della sovranità monetaria: Paul De Grauwe (1992) ha posto l'accento sulla rinuncia a un'autonoma politica monetaria, con conseguente perdita di uno strumento di stabilizzazione; diventano così importanti i meccanismi di reazione agli shock asimmetrici, in quanto le unioni in cui siano previste risposte alle difficoltà di singoli paesi (come USA e Canada) funzionano meglio di altre in cui esista un paese leader che usi la politica monetaria solo per governare i propri shock, oppure di altre, come l'Unione Monetaria Europea, in cui siano previste solo risposte a shock comuni (Alesina et al. 2002);
  • minore autonomia nella politica fiscale: Paul De Grauwe (1996) ha anche sottolineato che restrizioni nell'utilizzo della spesa pubblica o del prelievo fiscale per rispondere a shock asimmetrici potrebbero comportare difficoltà crescenti per singoli paesi; Gandolfo (2002) ha osservato che non è possibile pervenire a conclusioni di carattere generale, dato che sono molte le forme che un coordinamento fiscale può assumere, ma rimane comunque in primo piano l'importanza dei meccanismi di risposta agli shock asimmetrici (Bagnai 2010);
  • effetti perversi sulle politiche fiscali: sia Tornell e Velasco (2001) che Martin Feldstein (2005) hanno evidenziato che un regime di cambi fissi o un'unione monetaria possono incoraggiare una spesa pubblica eccessiva, soprattutto in paesi che dispongano di adeguate riserve valutarie; in un regime di cambi flessibili, invece, simili eccessi verrebbero subito sanzionati da una svalutazione del tasso di cambio;
  • maggiore specializzazione produttiva: secondo Artis (1991), in un regime di cambi flessibili i singoli paesi tendono a diversificare la loro produzione per proteggersi dal rischio di cambio, mentre in un regime di cambi fissi i paesi tendono a specializzarsi per beneficiare dei vantaggi comparati, esponendosi così maggiormente al rischio di shock asimmetrici.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Fleming è noto per aver elaborato insieme a Mundell il modello che porta i loro nomi.
  2. ^ In realtà, come ammoniva Fleming, bastano differenze anche piccole nei tassi di inflazione per indurre, tramite tassi di cambio reali divergenti, squilibri nelle bilance dei pagamenti. È quanto è successo in Europa dopo l'euro; cfr. Helge Berger e Volker Nitsch, «The Euro’s Effect on Trade Imbalances», International Monetary Fund, Working Paper WP/10/226, 2010; European Commission, «The impact of the global crisis on competitiveness and current account divergences in the euro area», Quarterly report on the Euro Area, 2010, vol. 9, n. 1, pp. 5-38.
  3. ^ Rose aveva proposto nel 2010 uno studio basato sugli scambi bilaterali di 186 paesi prima e dopo l'adesione a, oppure l'uscita da, un'unione monetaria, concludendone che l'adesione a un'unione monetaria comporta un aumento del 200% (quindi una triplicazione) degli scambi commerciali. Il suo lavoro era stato oggetto di un ampio dibattito che aveva messo in evidenza seri errori nella sua analisi (cfr. Richard E. Baldwin, In or out: does it make a difference? An evidence based analysis of the trade effects of the euro, CEPR, Londra, 2006). Lo stesso Rose accolse le prime critiche e nel 2001 ridusse drasticamente la sua previsione dell'aumento degli scambi commerciali dal 200% al 20%, ma studi empirici successivi rilevarono un aumento effettivo ancora minore, pari a circa il 6% (cfr. Baldwin, 2006).

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Alberto Alesina, Robert J. Barro; Silvana Tenreyro, Optimal Currency Areas, Harvard Institute of Economic Research, Discussion Paper Number 1958, 2002.
  • M. Artis, One market, one money. An evaluation of the potential benefits and costs of forming an economic and monetary union in Open Economies Review, vol. 2, 1991, pp. 315-321.
  • Alberto Bagnai, Macroeconomic Convergence in Central Africa: A Survey of the Theory and Empirical Evidence, United Nations Economic Commission for Africa, 2010. Contiene una rassegna recente della letteratura scientifica sulle aree valutarie ottimali.
  • Tamim Bayoumi, Paul R. Masson, Fiscal flows in the United States and Canada: Lessons for monetary union in Europe in European Economic Review, vol. 39, nº 2, 1995, pp. 253-274.
  • Giuseppe De Arcangelis, Economia internazionale, Milano, McGraw - Hill, 2005, pp. 340-343, ISBN 88-386-6232-0.
  • Paul De Grauwe, Economia dell'unione monetaria, Bologna, Il Mulino, 2004. Edizione originale: Oxford University Press, 1992.
  • Maurizio Donato, Pala Gianfranco, La catena e gli anelli, Napoli, La Città del Sole, 1999, pp. 104-343, ISBN 978-88-8292-078-4.
  • Martin Feldstein, The euro and the stability pact in Journal of Policy Modeling, vol. 27, 2005, pp. 421-426.
  • Marcus J. Fleming, On Exchange Rate Unification in The Economic Journal, vol. 81, nº 323, 1971, pp. 467-488.
  • Jeffrey A. Frankel, No Single Currency Regime is Right for All Countries or At All Times, NBER Working Paper No. 7338, 1999.
  • Milton Friedman, The Case for Flexible Exchange Rates in Essays in Positive Economics, Chicago, The University of Chicago Press, 1953, pp. 157-203.
  • Giancarlo Gandolfo, International Finance and Open-Economy Macroeconomics, Berlino, Springer Verlag, 2002.
  • Francesco Giavazzi, Marco Pagano, The advantage of tying one’s hand: EMS discipline and central bank credibility in European Economic Review, vol. 32, 1988, pp. 1055-1082.
  • Peter B. Kenen, The Theory of Optimum Currency Areas: An Eclectic View in R. Mundell, A.K. Swoboda, Monetary Problems of the International Economy, Chicago, The University of Chicago Press, 1969: 41-60.
  • Paul Krugman, Maurice Obstfeld, Economia internazionale, vol. 2, Economia monetaria internazionale, Milano, Hoepli, 2003, pp. 351-359, ISBN 88-203-3249-3.
  • Ronald I. McKinnon, Optimum Currency Areas in The American Economic Review, vol. 53, nº 4, 1963, pp. 717-725.
  • James Meade, The Balance of Payments Problems of a Free Trade Area in The Economic Journal, vol. 67, nº 267, 1957, pp. 379-396.
  • Robert Mundell, A Theory of Optimum Currency Areas in American Economic Review, vol. 51, nº 4, 1961, pp. 657-665.
  • Andrew K. Rose, Currency unions and trade: the effect is large in Economic Policy, vol. 33, 2001, pp. 449-461.
  • A. Tornell, A. Velasco, Fixed versus flexible exchange rates: which provides more fiscal discipline? in Journal of Monetary Economics, vol. 45, 2000, pp. 399-436.
  • Tibor Scitovsky, Economic Theory and Western European Integration, Stanford, Stanford University Press, 1958.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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