Antropologia delle religioni

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L'antropologia delle religioni è quella parte dell'antropologia che si occupa dei sistemi religiosi. Di solito si pensa alla religione come un insieme di credenze immateriali, ma l'antropologia studia la religione dal punto di vista prettamente pratico. Questo significa che si occupa solo relativamente delle credenze espresse più o meno esplicitamente e dei dogmi (le credenze non possono essere osservate), mentre focalizza la sua attenzione sull'effettiva azione dell'uomo in carne e ossa, sulla prassi.

Si parla di religione quando una credenza è condivisa da un gruppo che la esteriorizza in un insieme di pratiche.

L'antropologia guarda alla religione più come ad un bisogno sociale che individuale, questa branca in particolare della disciplina si occupa di capire come i sistemi religiosi effettivamente agiscano e funzionino all'interno della società, e quali funzioni assolvano.

I tre elementi di un sistema religioso[modifica | modifica sorgente]

Un sistema religioso è la realtà dei comportamenti assunti che si compone di:

  1. un gruppo umano - umanità viva che crea il proprio ambiente, è l'uomo l'oggetto di studio antropologico.
  2. un sistema di credenze (a volte raccolto in summae teologiche tipo la Bibbia, il Corano e altre) sono forti convinzioni assunte come determinanti senza bisogno di dimostrare la loro validità. Modi di vestire, cibi che è permesso/vietato mangiare possono essere importanti indici di credenze religiose.
  3. un insieme di pratiche.

Il rituale[modifica | modifica sorgente]

La pratica religiosa più evidente e che di solito è oggetto di interesse antropologico è il rituale. Il rituale è una performance comunitaria con variazioni personali e contestuali più o meno evidenti, ma che si basa comunque su di un'ossatura relativamente stabile e stereotipata di gesti e azioni. Il rituale deve essere trasformativo, deve cioè essere un'azione efficace che induce cioè un cambio di status sociale. Se si definisce rito qualcosa che non ha effetti trasformativi sulla realtà si sta semplicemente parlando di un'abitudine, la pratica rituale deve sempre essere costruttiva.

Il rituale deve essere:

  • Formalizzato - avere cioè un certo grado di ufficialità e essere in un certo grado fissato. Bisogna però tenere presente che non è assolutamente immutabile, l'attore sociale facilmente può operare adattamenti e reinterpretazioni sulla base rituale;
  • Vistoso - il rito deve avere visibilità sociale e può essere solenne;
  • Fondativo - deve dare delle basi per il gruppo umano che lo pratica ed essere trasformativo.

Nel rituale la religione ha una sua forte manifestazione che con un certo impatto culturale offre un momento di radicale esplicazione.

Bibliografia e fonti[modifica | modifica sorgente]

  • Alfonso Maria Di Nola, Antropologia religiosa, 1985
  • Mario Bacchiega, "Lineamenti di storia delle religioni" 1999
  • A.Destro, Antropologia e religioni, Brescia, Morcelliana, 2005
  • A.Destro - M.Pesce, Forme culturali del cristianesimo nascente, Brescia, Morcelliana, 2005
  • M.Niola, I Santi Patroni, Bologna, Il Mulino, 2007
  • Menicocci M., Antropologia delle religioni. Introduzione alla storia culturale delle religioni, Pavia, Edizioni Altravista, 2008

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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