Antonio Sibilia

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Antonio Sibilia

Antonio Sibilia (Mercogliano, 4 novembre 1920) è un imprenditore e dirigente sportivo italiano.

Ha ricoperto la carica di presidente dell'Unione Sportiva Avellino dall'ottobre del 1970 al 1975, e successivamente dal 1982 all'estate del 2000, quando ha lasciato definitivamente la proprietà della squadra. Negli anni in cui l'Avellino militava nella massima serie diventò famoso in tutta Italia per gli innumerevoli strafalcioni linguistici e per il modo in cui gestiva non solo le finanze della società, ma anche i suoi calciatori. È nota, infatti, la sua avversità nei confronti dei "capelloni"[1][2] e di coloro che avessero orecchini, tatuaggi e ogni altro tipo di abbellimento estetico.

Indice

[modifica] I primi anni

Il viaggio comune tra Sibilia e l'Avellino ha inizio nel 1970, con la formazione irpina ancora in serie C. Subentra, come presidente del club, ad Annito Abate e dopo tre anni centra il primo obiettivo: la promozione in serie B. Nel 1975, con l'Avellino in cadetteria, cede il timone della società (senza però uscire dal club) ad Arcangelo Iapicca, noto nel capoluogo irpino per il suo impegno politico.

[modifica] La Serie A

L'Avellino compie un nuovo balzo in avanti, e viene promosso in serie A. È il 1978 e per l'Avellino sta per cominciare il primo di dieci anni consecutivi nella massima serie italiana. Dopo i primi anni di permanenza in A, nel 1981 Sibilia riassume la presidenza portando a casa tre salvezze, esonerando al tempo stesso molti allenatori. La sua storia calcistica si interrompe bruscamente nel 1983, a causa di terribili vicissitudini giudiziarie[3].

[modifica] I problemi con la giustizia

Nell'ottobre del 1980 si reca accompagnato da Juary a una delle tante udienze del processo che vede imputato Raffaele Cutolo, capo incontrastato della Nuova Camorra Organizzata.[4] Durante una pausa saluta il boss con tre baci sulla guancia e gli consegna tramite Juary una medaglia d'oro con dedica («A Raffaele Cutolo dall'Avellino calcio»).[5] Giustificherà il suo omaggio con queste parole:

« Cutolo è un supertifoso dell'Avellino; il dono della medaglia non è una mia iniziativa, è una decisione adottata dal consiglio di amministrazione[6] »

L'intera vicenda suscita l'interesse giornalistico di Luigi Necco, che il giorno dopo viene gambizzato[5] in un ristorante di Avellino per mano di tre uomini inviati da Enzo Casillo, detto 'O Nirone, luogotenente di Cutolo fuori dal carcere.[7] La storia non può più passare inosservata ed Antonio Sibilia finisce nel mirino della magistratura. Scattano, per lui, la detenzione ed un lungo processo per associazione per delinquere di stampo mafioso iniziato il 17 maggio 1984,[8] con l'accusa di essere stato il mandante dell'agguato contro il procuratore della Repubblica di Avellino Antonio Gagliardi, avvenuto il 13 settembre 1982;[9] il processo si concluderà con la totale assoluzione dell'imprenditore irpino.[10]

[modifica] Il ritorno alla presidenza

Soltanto nell'estate del 1994 riesce a tornare ad occuparsi del suo "vecchio amore". L'Unione Sportiva Avellino è nelle mani della Bonatti di Calisto Tanzi ed è guidata dal presidente Gaetano Tedeschi. La squadra milita, con scarsi risultati, in serie C1 e rischia seriamente di non iscriversi alla stagione 94/95. Il pubblico avellinese è in piena contestazione, nei confronti della dirigenza del club, che però non sembra voler mollare.

Ci pensa Sibilia a darle il colpo di grazia. Don Antonio organizza un triangolare con tutte le vecchie glorie dell'Avellino della serie A, che accorrono tutte inneggiando a Sibilia quale nuovo presidente del club biancoverde. Lo stesso Sibilia dichiara apertamente di voler rilevare il club e di volerlo riportare in serie A. L'intera tifoseria si schiera con Sibilia, e la Bonatti cede il club al costruttore mercoglianese. Don Antonio torna proprietario dell'Avellino nel giugno del 1994 ed affida la presidenza al figlio Cosimo, la direzione sportiva all'avv. Enzo Nucifora e la panchina della squadra a Giuseppe Papadopulo.

L'entusiasmo dimostrato da Sibilia finirà per costargli caro. Nella fretta di concludere l'affare, Sibilia non si accorge di aver rilevato un club ben più indebitato di quanto pensasse. Così, dopo una prima grande stagione, culminata con la promozione in serie B, si rende conto che, per ripianare i debiti lasciati in eredità dalle precedenti gestioni, è impossibile poter costruire squadre competitive.

Questa situazione porta l'Avellino all'immediato ritorno in serie C1, dove resterà per tutti i cinque anni (ed anche oltre) della gestione Sibilia, che lascerà la guida della società alla coppia Aliberti-Pugliese, nel 1999. La vendita avviene solo dopo aver finto una trattativa col carneade e sedicente imprenditore «Omar Scafuro»[11], dopo una grave crisi cardiaca (poi risolta grazie ad un intervento chirurgico d'urgenza), dopo il completo abbandono dello stadio da parte dei tifosi, e non senza aver avvertito la città delle cattive intenzioni della nuova dirigenza.

[modifica] Gli ultimi anni

Dal 1999, visti anche gli altalenanti risultati dei suoi successori, Sibilia ha più volte dichiarato di voler tornare alla guida della società biancoverde.

Nell'estate del 2007 ha tentato di acquistare il Pescara Calcio anche se, secondo qualcuno, potrebbe essersi trattato solo di una manovra di facciata. Difficile dire quale fosse lo scopo, resta il fatto che dell'affare, poi, non se n'è fatto nulla.

Nel marzo del 2008, Sibilia è tornato alla carica, dichiarando di rivolere l'Avellino, ma in molti, nel capoluogo irpino, ci hanno visto una sorta di spot elettorale per il figlio Cosimo, candidato alle Politiche di aprile 2008.

[modifica] Note

  1. ^ «Sibilia ordina: capelli corti». la Repubblica, 22 07 1994, p. 39. URL consultato in data 22-12-2009.
  2. ^ Luca Valdiserri. «E Sibilia tuonò: "Tagliati i capelli o niente ingaggio"». Corriere della Sera, 13 08 1996, p. 30. URL consultato in data 22-12-2009.
  3. ^ Luca Valdiserri. «Calcio, presidenti nella bufera: la lunga storia degli scandali». Corriere della Sera, 10 10 1992, p. 2. URL consultato in data 22-12-2009.
  4. ^ Adriaco Luise. «Il «re dell'Avellino» nei guai con la legge». La Stampa, 27 02 1981, p. 7. URL consultato in data 22-12-2010.
  5. ^ a b Alessandro Leogrande, Il pallone è tondo, Napoli, L'ancora del mediterraneo, 2005.
  6. ^ Adriaco Luise. «Sibilia, il patron dell'Avellino a Trento in soggiorno obbligato». Stampa Sera, 09 11 1981, p. 9. URL consultato in data 22-12-2010.
  7. ^ Intervista a Luigi Necco - 10 marzo 2006. URL consultato il 22-12-2009.
  8. ^ Giustino Fabrizio. «Avellino, processo alla Camorra in aula Sibilia e Roberto Cutolo». la Repubblica, 16 05 1984, p. 6. URL consultato in data 22-12-2009.
  9. ^ «In libertà Antonio Sibilia con 100 milioni di cauzione». la Repubblica, 29 06 1988, p. 18. URL consultato in data 22-12-2009.
  10. ^ Eduardo Scotti. «Sibilia, ultima chance...». la Repubblica, 30 07 1993, p. 40. URL consultato in data 22-12-2009.
  11. ^ La cordata di Scafuro Ottopagine, 8 dicembre 2006

[modifica] Voci correlate

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