Angkor

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Flag of UNESCO.svg Bene protetto dall'UNESCO
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell'umanità
Angkor
(EN) Angkor
Tipo Culturali
Criterio (i) (ii) (iii) (iv)
Pericolo Non in pericolo
Riconosciuto dal 1992
Scheda UNESCO (EN) Scheda
(FR) Scheda

Angkor è il sito archeologico più importante della Cambogia ed uno dei più importanti del Sud-est asiatico.[1] Nel periodo compreso fra il IX ed il XV secolo fu il centro politico-religioso dell'Impero Khmer e ne ospitò le capitali.

Occupa parte della vasta piana alluvionale compresa tra il grande lago Tonle Sap a sud e rilievi quali il gruppo montuoso del Phnom Kulen a nord. La città di Siem Reap, sviluppatasi a partire dagli anni venti parallelamente all'aumento del flusso turistico, è il punto principale di accesso.

La maggioranza dei templi più noti e visitati è concentrata in un'area di circa 15 km per 6, 5 km a nord di Siem Reap, ma l'area totale definibile come Angkor è molto più vasta: il "parco archeologico di Angkor" si estende su 400 km² e comprende siti come Kbal Spean, distante 40 km dalla zona centrale.[2]

Angkor
Veduta panoramica di Angkor Wat
Veduta panoramica di Angkor Wat
Localizzazione
Stato Cambogia Cambogia
Provincia Provincia di Siem Reap
Amministrazione
Ente Gruppo Sokimex

Coordinate: 13°26′N 103°50′E / 13.433333°N 103.833333°E13.433333; 103.833333

Studi recenti del "Greater Angkor Project" dell'Università di Sydney[3] hanno confermato l'esistenza passata di una vasta conurbazione a bassa densità,[4] intervallata da campi di riso ed ampia più di 1.000 km², con una popolazione di diverse centinaia di migliaia di abitanti,[5] in un'epoca in cui le più grandi città europee arrivavano a qualche decina di migliaia. Si trattava quindi del più vasto sito abitato in epoca pre-industriale.[6]

Le costruzioni principali sono circa un'ottantina ma in totale nell'area vi sono oltre un migliaio di templi. Variano da rovine ormai costituite da modeste pile di mattoni al famoso Angkor Wat, considerato il più vasto edificio religioso del mondo,[7] la cui effigie stilizzata compare nella bandiera cambogiana. I monumenti hanno tutti carattere religioso perché gli edifici comuni, compresa la residenza reale, erano costruiti in legno e non sono sopravvissuti.

Il termine Angkor[modifica | modifica wikitesto]

Angkor vista dallo spazio

Il termine con cui viene designato il sito, in special modo il nucleo di costruzioni prossimo al Phnom Bakheng, è di origine relativamente moderna. Entrò infatti in uso dopo il suo abbandono da parte della corte reale e di gran parte degli abitanti, in seguito all'invasione thai nel 1431. Deriva dalla pronuncia khmer del sanscrito nagara (नगर in devanagari), "città".[8]

In realtà il nome con cui i suoi costruttori denominavano la città, secondo le iscrizioni, era Yasodharapura.[9] Il nome venne mantenuto nel corso dei secoli,[10] malgrado riedificazioni o spostamenti del suo nucleo principale, costituito da un "tempio di stato". Venne chiamata così anche la sua ultima sua incarnazione, la capitale edificata da Jayavarman VII e cinta da possenti mura di 3 km di lato, oggi Angkor Thom.[11]

Allo stesso modo il nome attuale dei singoli templi differisce da quello con cui erano conosciuti ai tempi della loro costruzione e dedica alla divinità.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Dalla preistoria all'Impero Khmer[modifica | modifica wikitesto]

Dal IX all'XI secolo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Impero Khmer.

Data di fondazione dell'Impero Khmer è considerato l'802, allorché Jayavarman II, impegnato in un'opera di riunificazione dei regni Chenla tramite conquiste militari, matrimoni e vassallaggi, si proclamò chakravartin (sovrano universale, letteralmente "re le cui ruote del carro sono inarrestabili") a Mahendrapura. Ipotesi generalmente accettata è che tale località sia Phnom Kulen e Philippe Stern nel 1936 vi identificò nel Rong Chen il primo "tempio montagna" khmer.[12]

Tali assunzioni si basano in buona parte sulle 340 righe di iscrizioni in sanscrito e khmer antico della stele di fondazione di Sdok Kok Thom (classificata come K.235), scolpita nel 1052: si tratta di una delle fonti primarie principali sulla dinastia fondata da Jayavarman, che regnò su Angkor per due secoli circa.[13] Proveniente da Vyadhapura, Jayavarman II a cavallo del IX secolo si mosse tra varie località della pianura attorno al grande lago, che garantiva un surplus alimentare in forma di riso e pesce, nonché fertilità del suolo e disponibilità costante di acqua dolce. Per qualche tempo la sua capitale fu Amarendrapura. La locazione precisa non è conosciuta ma si ipotizza potesse trovarsi proprio nella zona di Angkor, in prossimità del lato ovest del baray occidentale. Qui un gruppo di templi in rovina sembrano essere appartenuti a tale epoca, quantomeno nelle loro fondazioni originali, o anche al secolo precedente, come Ak Yum (che finì semisepolto nella costruzione della diga sud del baray occidentale e fu scavato da George Trouvé nel 1935).[14] Jayavarman finì poi con lo stabilirsi ad Hariharalaya, l'odierna Roluos, a meno di 15 km da Angkor, dove morì nell'835. Ivi rimase la capitale con i due re successivi.[12]

Poco dopo la sua ascesa al trono nell'889, a seguito di una lotta violenta per la successione, Yasovarman I spostò la capitale da Hariharalaya ad Angkor, attorno alla collina di Phnom Bakheng, che fece terrazzare e adornò di santuari, creandovi il suo tempio di stato. Edificò inoltre il primo grande bacino idrico di Angkor, il baray orientale.[9]

La mancanza di una regola chiara di successione diretta da padre a figlio, caratteristica dei regni khmer[15], e la complessa rete di relazioni e parentele tra le famiglie nobili erano spesso all'origine di dispute violente tra gli eredi diretti e pretendenti che potevano vantare diritti alla successione.

Fu questo il caso di Jayavarman IV, correlato per parte materna a Yasovarman, che alla sua morte si oppose alla successione filiale. Spostatosi circa 70 km a nord-est, vi creò la propria capitale Lingapura, l'odierna Koh Ker, ed estese più tardi il suo dominio all'intero regno.[16] Alla sua morte, dopo qualche anno di conflitto si ebbe il ritorno di Yasodharapura al rango di capitale incontrastata, ad opera di Rajendravarman, nipote sia Jayavarman IV che di Yasovarman. Il nuovo regnante edificò Pre Rup e Mebon orientale. Il suo figlio e successore Jayavarman V fece invece edificare Hemasringagiri ("montagna dalla cima dorata"), l'odierno Ta Keo, considerato il primo tempio khmer completamente edificato in arenaria.[17][18]

Dall'XI secolo alla costruzione di Angkor Wat[modifica | modifica wikitesto]

Da un periodo di guerra civile durato un decennio, attorno all'anno 1010 emerse la figura di Suryavarman I. La nuova dinastia vanta nelle iscrizioni un lignaggio antico e correlazioni a stirpi regali precedenti Jayavarman II. Viene chiamata "dei re del sole" per la presenza della divinita solare Surya o Uditya/Āditya nel nome dei regnanti. Grande costruttore (suoi sono il Preah Vihear e Wat Phu, nell'odierno Laos, nonché le opere iniziali del grande complesso di Preah Khan Kompong Svay), Suryavarman celebrò l'acquisizione del potere con una vasta serie di opere nella capitale.[19]

Il Baphuon ricostruito

Fece costruire il bacino idrico del Baray occidentale e un grandioso palazzo reale, di cui restano solo residui delle fondazioni (essendo stato costruito in materiali deperibili) e delle mura perimetrali in laterite, che racchiudevano un'area di 600 per 250 metri.[19]

Fu un'epoca contraddistinta da prosperità e pace interna ma anche da guerre di espansione che allargarono i confini dell'impero nei territori degli odierni Laos e Thailandia. La tolleranza religiosa esercitata ha fatto supporre Suryavarman I potesse essere buddista, ma in diversi angoli del regno stabilì i propri linga secondo il culto shivaita devaraja caratteristico dei suoi predecessori.[20] Il suo successore Udayadityavarman II edificò il Mebon occidentale e il grande Baphuon. Costruito su terreno instabile, modificato più volte e già parzialmente crollato in epoca angkoriana, è stato oggetto di un lungo sforzo di ricostruzione e inaugurato nel 2011.[21]

Angkor Wat, il tempio più conosciuto di Angkor, venne eretto fra il 1112 e il 1150 da Suryavarman II. Consacrato a Vishnu, a differenza degli altri templi della capitale dedicati solitamente a Shiva, è racchiuso da un amplissimo fossato e mura quadrate di circa 800 metri di lato. Angkor Wat ritrae perfettamente la cosmologia Indù: le torri centrali rappresentano il Monte Meru (la casa degli dei), i muri esterni le montagne che racchiudono il mondo e il fossato l'oceano oltre le montagne.

Jayavarman VII, Angkor Thom e le cronache di Zhou Daguan[modifica | modifica wikitesto]

L'entrata meridionale di Angkor Thom.

Angkor Thom venne costruita dopo un periodo buio, culminato nel saccheggio della capitale da parte dei vicini Chăm nel 1177. L'enorme attività del suo costruttore, Jayavarman VII, si svolse secondo Stern in tre fasi. Nella prima edificò opere pubbliche, come le dharmasala, ponti e strade ed il proprio baray, lo Jayatataka, associato al grande tempio di Preah Khan, costruito secondo la tradizione sul luogo della vittoria sui Cham. Nella seconda fase costruì una serie di templi, dedicati ai propri progenitori divinizzati. Il primo fu il noto Ta Prohm, dedicato alla madre in forma divinizzata di Prajnaparamita, dea della saggezza e madre in senso metaforico dei Buddha. Jayavarman professava infatti il buddhismo mahayana e la impose come religione di Stato, promuovendo l'identificazione del sovrano nella figura di Lokeśvara. Seguì il Preah Khan, dedicato al padre. La terza fase culminò nella costruzione del "tempio-montagna" noto come Bayon (nome attribuitogli dai francesi nel XIX secolo, come gran parte dei nomi moderni dei templi khmer, il suo nome originario era Madhyadri),[22] centro ideale della nuova capitale, con le sue curiose torri quadrate che riportano sui lati raffigurazioni enormi del volto di Lokeśvara.[23] Leggermente scostato dal centro geometrico di Angkor Thom, caratteristica comune nell'architettura khmer,[11] dimostra in alcuni dettagli che l'attività edilizia di quegli anni fu talmente frenetica da impedire di raggiungere il grado di raffinatezza e precisione di costruzioni precedenti, sia dal punto di vista ingegneristico che artistico. Il tempio venne modificato più volte dai successori.

Dopo la frenesia caratteristica del regno di Jayavarman VII, l'edificazione di templi in pietra praticamente cessò e ci si limitò perlopiù a interventi sugli edifici esistenti. L'ultimo tempio costruito ad Angkor risulta infatti essere il Mangalartha[24], inaugurato nel 1295 da Jayavarman VIII. Succeduto al figlio di Jayavarman VII, Indravarman II, egli riportò lo shivaismo al rango di religione di stato, tanto che durante il suo regno si ebbero atti di iconoclastia su statue ed edifici di ispirazione buddhista. A partire dal XIV secolo il buddhismo theravada diventò però la religione ufficiale, ancor oggi dominante in Cambogia.

Alla fine del XIII secolo la capitale venne visitata da Zhou Daguan, un diplomatico cinese che lasciò un colorito resoconto dei costumi e della vita quotidiana della corte khmer del tempo, oltre a una descrizione della città, al culmine del suo splendore, in cui spicca la grande "Torre di bronzo", identificata con il Baphuon.

Il declino[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso del XV secolo Angkor conobbe un rapido declino del suo peso politico e demografico, malgrado ancora alla metà del XVI secolo sembra venisse sottoposta a restauri e usata come sede reale.[25]

L'ipotesi tradizionale attribuiva l'abbandono a ragioni prevalentemente politiche, correlandolo a un saccheggio operato dai thai nel 1431 e ad un susseguente sprofondamento in un periodo buio.[26][4] Oltre a ciò tra le cause della decadenza è stata pure menzionata la diffusione del buddismo theravada,[27] sebbene tale religione fosse la stessa di Ayutthaya, potenza militare che insidiava il regno da nord e ovest. Tuttavia ancora alla metà del XVI secolo i khmer apparivano abbastanza forti militarmente da sconfiggere i thai,[28] con i quali peraltro erano stabiliti da tempo forti legami economici e culturali.

Studi successivi hanno portato a considerazioni aggiuntive circa le ragioni dello spostamento del centro politico ed economico del regno nella zona dell'attuale capitale Phnom Penh, ad esempio l'aumento del commercio marittimo cinese dell'epoca Ming e la necessità di migliori collegamenti con le zone costiere a seguito del rilievo assunto dai commerci rispetto alla produzione agricola.[29][30]

L'ipotesi avanzata compiutamente[31] da Groslier in un articolo pubblicato nel 1979[32] circa una decadenza determinata più da motivi ecologici che da eventi storici precisi ha però trovato riscontro in diverse ricerche a partire dalla seconda metà degli anni novanta.[33][34] Secondo tale tesi, lo sfruttamento eccessivo del territorio e la diminuita efficenza dell'apparato irrigativo portarono a una diminuzione della centralizzazione, del potere reale e del surplus di manodopera necessario alla costruzione e manutenzione dei templi, nonché al rapido declino demografico-politico del sito.

Studi stratigrafici sui sedimenti dei baray e del fossato di Angkor Thom e su terreni adibiti a coltivazione hanno ulteriormente perfezionato l'ipotesi del dissesto ecologico, confermando che abbiano giocato un ruolo rilevante nel declino della "città idraulica"[35] le variazioni climatiche avvenute tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo, legate alla fine del periodo caldo medievale.[36][37][29]

Storia recente[modifica | modifica wikitesto]

La "riscoperta"[modifica | modifica wikitesto]

Le prime notizie su un'incredibile città di pietra racchiusa dalla giungla giunsero in Occidente verso la fine del XVI secolo, ad opera di portoghesi transfughi da Sumatra, occupata dagli Olandesi. Il primo resoconto dettagliato in ordine di tempo[38] fu opera di Diogo do Couto, che si ritiene abbia raccolto la testimonianza del frate cappuccino Antonio de Magdalena, che visitò Angkor attorno al 1585.[39][40]

La facciata di Angkor Wat, disegno di Mouhot del 1855
La facciata di Angkor Wat, disegno di Mouhot del 1855

Nel 1601 Marcelo de Ribadeneira ipotizzò addirittura che le grandi costruzioni semiricoperte dalla giungla fossero opera di Alessandro Magno o dei romani. 46 anni più tardi le rovine di Angkor Thom, paragonate all'Atlantide di Platone, vennero fantasiosamente attribuite all'imperatore romano Traiano.[41][42]

La grande città e i suoi templi restarono in buona parte nascosti dalla vegetazione fino alla seconda metà del XIX secolo, quando i resoconti di esplorazioni perlopiù francesi portarono al grande pubblico il mito della "città perduta nella giungla" che affascinò generazioni di europei. Preminente in tal senso fu l'influenza dei racconti di viaggio di Henri Mouhot. I pregevoli disegni che illustravano Voyage dans les royaumes de Siam, de Cambodge, de Laos, pubblicato postumo causa la morte per malaria, gli garantirono il successo che non aveva avuto ad esempio Voyage dans l'Indo-Chine, 1848-1856, resoconto di viaggio di padre Bouillevaux, un missionario francese che aveva visitato Angkor dieci anni prima (cosa accreditatagli da Mouhot stesso,[43] che non si presentò mai come lo "scopritore di Angkor", appellativo che gli venne in seguito attribuito dalla stampa popolare).[40] In realtà il sito era rimasto comunque in parte abitato e manutenuto ed Angkor Wat era un monastero buddista oggetto di pellegrinaggio, visitato più volte nel XVII secolo da portoghesi e spagnoli.

Caratteristica di Mouhot e di altri esploratori e visitatori fu l'attribuzione dei monumenti a una civiltà molto più antica che non avrebbe avuto nulla a che fare coi moderni khmer, visti come miseri barbari, in un'ottica tipicamente colonialista.[43] Del resto i locali stessi sembravano ignorare la storia delle costruzioni e attribuirle ad entità mitologiche. Furono solo i rilievi archeologici veri e propri e lo studio delle iscrizioni iniziati sul finire del XIX secolo (dove spicca l'attività di Étienne Aymonier)[44] a chiarire che i monumenti risalivano in realtà a pochi secoli prima ed erano sicuramente khmer.

Inoltre, sebbene le ultime iscrizioni in sanscrito risalgano alla prima metà del XIV secolo, sono stati documentati lavori di edificazione abbastanza estesi (ad esempio sulla Terrazza del Re lebbroso, sul Phnom Bakheng e attorno al Bayon) e di cura dei canali continuati fino al XVII secolo. Anche i bassorilievi di Angkor Wat dei corridoi a nordest furono terminati appena verso la fine del XVI secolo.[4]

Ricerca e restauro[modifica | modifica wikitesto]

Durante la dominazione francese vennero intrapresi innanzitutto lo studio e quindi anche il restauro dei monumenti. Nel 1907 la regione venne infatti restituita dal regno del Siam alla Cambogia e la soprintendenza alla conservazione archeologica di Angkor venne assegnata all'EFEO. Il primo Soprintendente di Angkor fu Jean Commaille, ucciso da rapinatori nel 1916.[45]

Nel 1920 fu inaugurato il Museo nazionale di Cambogia, creato a Phnom Penh da George Groslier e venne istituito il Parco di Ankgor.[46] Sotto l'attiva guida di Henri Marchal vennero intrapresi lavori di scavo e restauro su scala più vasta, in buona parte con il metodo dell'anastilosi, continuati con Georges Trouvè e Maurice Glaize.[47] In diversi casi, ad esempio Ta Prohm, si badò tuttavia a mantenere un certo alone di abbandono che contribuisce al fascino di Angkor, con le radici dei grandi alberi ad abbracciare le opere in pietra, cosa che però rende il mantenimento in qualche misura problematico.[48]

Già dagli anni venti vennero organizzati rilievi aerei, particolarmente adatti a rinvenire vestigia di grandi opere difficilmente apprezzabili dal basso nella vegetazione subtropicale: Negli anni trenta Victor Goloubew li usò estensivamente nel tentativo di provare le sue ipotesi sulla capitale di Yasovarman, con al suo centro Phnom Bakheng, identificato come il Vnam Kantal menzionato nelle iscrizioni.[45][11]

Dopo la parentesi della seconda guerra mondiale, l'opera dell'EFEO venne ripresa. Un notevole impulso alla ricerca archeologica venne dalla nomina a soprintendente di Bernard Philippe Groslier, figlio di George, che continuò ed ampliò l'opera del predecessore Jean Laur dalla fine del 1959. Nel 1972 la guerra civile costrinse Groslier e gli ultimi studiosi francesi a rifugiarsi a Phnom Penh.[46] Il sito venne in parte minato dai khmer rossi, che comunque non danneggiarono i monumenti.

I lavori di studio e restauro ripresero solo dopo il ritiro delle truppe vietnamite del 1989. Nel 1991 Federico Mayor, direttore dell'UNESCO, visitò il sito, che l'anno successivo venne inserito tra i patrimoni dell'umanità.[49] All'EFEO si unirono team giapponesi, dell'UNESCO e di altre organizzazioni, come il World Monuments Fund e il German Apsara Conservation Project. Per coordinare i vari team e offrire supporto tecnico, nel 1993 venne creato l'International Coordinating Committee for the Safeguarding and Development of the Historic Site of Angkor (ICC), guidato da francesi e giapponesi. Dal lato cambogiano, nel 1995 per decreto reale venne costituito l'APSARA (Authority for the Protection and Management of Angkor and the Region of Siem Reap), con giurisdizione sul parco archeologico.[50] A testimonianza del lavoro svolto, nel 2004 Angkor è stato rimosso dalla lista dei patrimoni dell'umanità che si trovano in stato di pericolo.[51]

Problematiche[modifica | modifica wikitesto]

Furti d'arte[modifica | modifica wikitesto]

Causa anche le travagliate condizioni politiche e l'estrema povertà della popolazione, il saccheggio dei monumenti e il traffico di beni artistici è storicamente un grave problema. Statue ed altri manufatti vennero sottratti del resto già ai tempi del saccheggio di Angkor da parte dei thai nel quindicesimo secolo (a Mandalay sono ad esempio esposte delle statue di bronzo khmer sottratte dai birmani nel saccheggio di Ayutthaya)[52]

Turismo di massa[modifica | modifica wikitesto]

Sul finire degli anni venti malgrado le difficoltà di accesso il sito cominciò a diventare un'attrazione turistica, inizialmente per un pubblico d'elite. Lo testimoniano l'apertura del Grand Hotel d'Angkor e lo sviluppo dell'originario villaggio di Siem Reap. Celebre la visita di Charlie Chaplin nel 1936.[53]

La fine dei conflitti all'inizio degli anni novanta ha riportato ad Angkor il turismo di massa, con i relativi problemi di conservazione dovuti alla massiccia presenza di turisti, che nel 2007 ha superato i due milioni di presenze annue,[54] in larga percentuale asiatici. Punto principale d'accesso resta Siem Reap, dotata di un aeroporto internazionale con oltre un milione di arrivi l'anno[55] e di collegamenti con la Thailandia.

Sfruttamento delle falde acquifere[modifica | modifica wikitesto]

Correlato all'incremento del turismo e del relativo sviluppo di strutture di accoglienza è lo sfruttamento delle falde acquifere che esso comporta. Diversi esperti hanno espresso preoccupazione per le conseguenze che ciò potrebbe comportare sulla stabilità del suolo sabbioso sul quale sorgono i monumenti di Angkor,[56] anche perché la stagione di maggior afflusso turistico è quella secca.[54]

Cultura e religione[modifica | modifica wikitesto]

L'aspetto religioso di Angkor è centrale e trova origine e modalità di espressione nel processo socioculturale di indianizzazione, cominciato verso l'inizio dell'era cristiana e continuato per 4-5 secoli. Esso portò tra le altre cose all'assorbimento di culti locali in una sovrastruttura induista e buddista e all'adozione del sanscrito, oltre che di costumi caratteristici (come l'utilizzo di posate e dita per mangiare) che differenziano ancor oggi la Cambogia dal vicino Vietnam, ad esempio.[57]

L'assorbimento di tali elementi fu pacifico, non imposto, e fu centrale nella creazione delle elite locali. Avvenne primariamente a seguito di scambi commerciali, probabilmente con le culture Dvaravati e malesi più che direttamente con l'India, come testimoniato ad esempio dai reperti correlati al Funan.[58]

Tale processo è riassunto, come in altri stati del sudest asiatico, da un mito fondatore: quello del matrimonio tra una principessa nāga e un principe straniero, il bramino Kaundinya, da cui sarebbe originato il popolo cambogiano. E' un mito di origine indiana cui è facile attribuire diversi significati altamente simbolici (unione tra natura e cultura, luna e sole e via dicendo). Il termine kambuja del resto appare già in un'iscrizione del IX secolo e i sovrani khmer basarono regolarmente la loro legittimità a governare su una vantata discendenza diretta dalla coppia mitica.[57]

Arte e architettura[modifica | modifica wikitesto]

Le costruzioni angkoriane hanno natura religiosa. I khmer infatti costruivano abitazioni e edifici a uso civile (compreso lo stesso palazzo reale) in materiali deperibili, principalmente legno. Va inoltre tenuto presente che i templi khmer non erano deputati ad accogliere assemblee di culto. Essi erano infatti destinati a dimora degli dei cui erano dedicati, nella forma di una raffigurazione (un linga o una statua) permeata dalla divinità, installata in una stanza centrale di dimensioni ridotte. Ad esempio il santuario centrale dell'Angkor Wat misura solo 4,6 per 4,7 m. In molti casi un singolo tempio poteva ospitare una moltitudine di raffigurazioni divine, per dire il Preah Khan originariamente ne ospitava 400 e ne furono poi aggiunte altre.[59] Molti templi induisti furono successivamente adattati a templi buddisti mentre altri, come Ta Prohm, lo furono fin dall'origine.

Caratteristica peculiare di Angkor è la presenza di vasti bacini idrici (baray e srah), dighe che fungevano anche da strade soprelevate, fossati e canali, molti dei quali oramai disseccati. E' oramai accettato che tale vastissimo apparato, studiato nella sua complessità solo negli ultimi decenni grazie a tecniche moderne di rilevamento aereo e spaziale,[60][61] svolgesse funzioni diverse: rituali, di controllo delle fasi di inondazione e di distribuzione dell'acqua in funzione irrigativa vera e propria. A volte al centro del bacino idrico, su un'isola artificiale, è collocato un tempio, come nel caso dei due mebon e del Neak Pean.

Materiali[modifica | modifica wikitesto]

Vi è una continuità architettonica, oltre che storica, con i precedenti regni khmer di Chenla. I templi più antichi di Angkor sono infatti costruiti di mattoni, come quelli di Sambor Prei Kuk. Al posto della comune malta veniva utilizzato un composto vegetale che garantiva una maggior compattezza estetica. In alcuni casi, come nel Prasat Kravan, le superfici in mattoni venivano lavorate.[17] Più comunemente esse venivano ricoperte di stucco lavorato, di cui restano solo tracce, e dipinte a colori vivaci. Pigmenti sembra fossero del resto applicati in genere a tutte le superfici. Ancor oggi i bassorilievi di Angkor Wat riportano tracce dei vivaci colori (rosso, bianco, oro) di cui erano ricoperti,[62] sebbene non sia chiaro se siano stati presenti sin dall'origine o aggiunti successivamente.[17] Sono state trovate tracce di pittura anche a Preah Khan e Neak Pean.[17]

L'arenaria, materiale pesante e dall'estrazione onerosa, che doveva essere trasportato dalle lontane cave del Phnom Kulen probabilmente per via fluviale, venne inizialmente riservato ai particolari di pregio, come gli ingressi. Solo dalla fine del X secolo i Khmer furono in grado di costruire templi interamente in arenaria, il primo dei quali fu Ta Keo.[17] L'utilizzo dell'arenaria poneva infatti diversi problemi strutturali, visto che ad esempio tende a sfaldarsi se utilizzata in un verso che non è quello di sedimentazione. Tuttavia ben si confaceva all'uso del falso arco caratteristico dei templi khmer. Inoltre si tratta di una pietra facile da lavorare in superficie. Tale caratteristica permise ad esempio la stupefacente ricchezza di dettagli raggiunta nei quasi 2000 mq di pannelli a bassorilievo che ornano l'Angkor Wat[17]

La laterite, materiale ricco di ossidi di ferro relativamente abbondante in zona ed assai resistente una volta solidificata, veniva utilizzata per elementi destinati a non essere lavorati sulla superficie, come basamenti, recinzioni ed elementi interni di sostegno. La superficie bucherellata che presenta una volta induritasi è infatti scarsamente lavorabile e veniva perciò ricoperta di stucco quando a vista. Trovò comunque uso più largo altrove che ad Angkor.[17]

Il legno veniva utilizzato per gli edifici non religiosi, a volte anche nei templi per la costruzione di tetti, celle o padiglioni. Altamente deperibile nel clima subtropicale cambogiano, ne sono stati trovati solo dei resti. Si può avere un'idea delle lavorazioni cui probabilmente veniva sottoposto dalle porte e balaustrate in pietra, modellate probabilmente a somiglianza di quelle in legno.[17]

Altri materiali utilizzati erano la terracotta, utilizzata per tegole di cui sono stati trovati resti, e metalli come strato di copertura più esterno. Ad esempio Zhou Daguan riferisce che il tetto del palazzo reale era ricoperto in piombo.[17]

Architettura[modifica | modifica wikitesto]

La struttura di base dei classici templi angkoriani era basata sulla cosmografia induista: la torre o tempio centrale (prasat) rappresenta il monte Meru, centro del mondo dove risiedono gli dei, ed è fiancheggiata da altri quattro torri minori, nella disposizione a quinconce. Le recinzioni rappresentano le montagne che lo circondano e il fossato simboleggia l'oceano.[59]

Scultura[modifica | modifica wikitesto]

Angkor nei media moderni[modifica | modifica wikitesto]

I monumenti di Angkor sono stati ovviamente oggetto di molti documentari, ma anche luoghi di riprese cinematografiche. Angkor Wat compare ad esempio in Lord Jim, film del 1965.

Nel 2001 il Ta Prohm appare in Tomb Raider con Angelina Jolie che, affascinata dalla Cambogia, vi svolge in seguito una vasta opera umanitaria.[63]

Anche il film In the Mood for Love di Wong Kar-wai ha alcune scene girate ad Angkor.

Compare infine in alcune rapide scene di Transformers 3 come uno dei siti scelti dai Decepticon per il lancio dei loro pilastri.

Frasi e termini khmer ricorrenti[64][modifica | modifica wikitesto]

Angkor 
"città", dal sanscrito nagara
Banteay 
"cittadella" o "fortezza", utilizzato anche per templi circondati da mura
Baray 
bacino idrico artificiale
Eśvara o Iśvara 
suffisso che indica il dio Shiva
Gopura 
termine sanscrito per "padiglione d'entrata" o "ingresso"
Jaya 
prefisso sanscrito (जय) per nomi propri, significa "vittoria"
Phnom 
"montagna"
Prasat 
"torre", usato genericamente come apposizione nei nomi moderni dei templi
Preah 
termine che riferito a una persona significa "eccellente", utilizzato per cose o costruzioni nel senso di "sacro" (es.Preah Khan significa "spada sacra")
Srei o Srey 
"donna" (Banteay Srei significa "cittadella delle donne")
Ta 
"nonno", a volte più genericamente "progenitore" (Neak ta sta per "progenitori" o "spiriti ancestrali")
Thom 
"grande" ('Angkor Thom, "grande città")
Varman 
suffisso che sta per "scudo" o "protettore" (Suryavarman significa "protetto da Surya", il dio-sole)
Wat 
tempio (buddista)

I siti archeologici[modifica | modifica wikitesto]

L'area di Angkor comprende alcuni importanti siti archeologici, fra cui:

Il ponte naga ad Angkor Wat, fotografato al tramonto
Una vista aerea di Angkor Wat

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ http://whc.unesco.org/en/list/668, UNESCO. URL consultato il 3 gennaio 2013.
  2. ^ Royal Decree establishing Protected Cultural Zones, APSARA Authority, 1994. URL consultato il 3 gennaio 2013.
  3. ^ Greater Angkor Project, The University of Sidney. URL consultato il 3 gennaio 2012.
  4. ^ a b c Michael E. Smith (a cura di), 11 - Low-density, agrarian-based urbanism in The Comparative Archaeology of Complex Societies, autore del cap.Roland J.Fletcher, Cambridge University Press, 2011, ISBN 978-1139502030.
  5. ^ stimati in 750.000 in Roland J.Fletcher, M.Barbetti, D.Evans, Heng Than, Im Sokrithy, Khieu Chan, D.Penny, C.Pottier, Tous Somaneath, Redefining Angkor: Structure and environment in the largest, low density urban complex of the pre-industrial world in Udaya, nº 4, 2003, pp. 107-121.
  6. ^ (EN) Damian Evans et al., A comprehensive archaeological map of the world's largest preindustrial settlement complex at Angkor, Cambodia (PDF), 2007. URL consultato il 3 gennaio 2013.
  7. ^ Largest religious structure, Guinness World Records, 2012. URL consultato il 3 gennaio 2013.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Testi di interesse storico[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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