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Angkor

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Flag of UNESCO.svg Bene protetto dall'UNESCO
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell'umanità
Angkor
(EN) Angkor
Tipo Culturali
Criterio (i) (ii) (iii) (iv)
Pericolo Non in pericolo
Riconosciuto dal 1992
Scheda UNESCO (EN) Scheda
(FR) Scheda

Angkor è il sito archeologico più importante della Cambogia ed uno dei più importanti del Sud-est asiatico.[1] Nel periodo compreso fra il IX ed il XV secolo fu il centro politico-religioso dell'Impero Khmer e ne ospitò le capitali.

Occupa parte della vasta pianura alluvionale compresa tra il grande lago Tonle Sap a sud e rilievi quali il gruppo montuoso del Phnom Kulen a nord. La città di Siem Reap, sviluppatasi a partire dagli anni venti parallelamente all'aumento del flusso turistico, è il punto principale di accesso.

La maggioranza dei templi più noti e visitati è concentrata in un'area di circa 15 km per 6, 5 km a nord di Siem Reap, ma l'area totale definibile come Angkor è molto più vasta: il "parco archeologico di Angkor" si estende su 400 km² e comprende siti come Kbal Spean, distante 40 km dalla zona centrale.[2]

Angkor
Veduta panoramica di Angkor Wat
Veduta panoramica di Angkor Wat
Localizzazione
Stato Cambogia Cambogia
Provincia Provincia di Siem Reap
Amministrazione
Ente Gruppo Sokimex

Coordinate: 13°26′N 103°50′E / 13.433333°N 103.833333°E13.433333; 103.833333

Studi recenti del "Greater Angkor Project"[N 1] hanno confermato l'esistenza passata di una vasta conurbazione a bassa densità,[3] intervallata da campi di riso ed ampia più di 1.000 km², con una popolazione di diverse centinaia di migliaia di abitanti,[4] in un'epoca in cui le più grandi città europee arrivavano a qualche decina di migliaia. Si trattava quindi del più vasto sito abitato in epoca pre-industriale.[5]

Le costruzioni principali sono circa un'ottantina ma in totale nell'area vi sono centinaia di templi, per quanto di molti esistano solo tracce o rovine costituite da modeste pile di mattoni. Quelli più visitati sono stati ripuliti dalla vegetazione e in larga misura ricostruiti secondo il metodo dell'anastilosi a partire dal novecento, nel periodo della dominazione coloniale francese. Il tempio più conosciuto è il famoso Angkor Wat, considerato il più vasto edificio religioso del mondo,[6] la cui effigie stilizzata compare nella bandiera cambogiana. I monumenti visibili hanno tutti carattere religioso perché gli edifici comuni, compresa la residenza reale, erano costruiti in materiali deperibili quali il legno e ne sono sopravvissuti solo pochi resti.[7]

Il termine Angkor[modifica | modifica wikitesto]

Angkor vista dallo spazio
Angkor vista dallo spazio

Il termine con cui viene designato il sito, in special modo il nucleo di costruzioni prossimo al Phnom Bakheng, è di origine relativamente moderna. Entrò infatti in uso dopo il suo abbandono da parte della corte reale e di gran parte degli abitanti, in seguito all'invasione thai nel 1431. Deriva dalla pronuncia khmer del sanscrito nagara (नगर in devanagari), "città".[N 2]

In realtà il nome con cui i suoi costruttori denominavano la città, secondo le iscrizioni, era Yasodharapura.[N 3] Il nome venne mantenuto nel corso dei secoli,[8] malgrado riedificazioni o spostamenti del suo nucleo principale, costituito da un "tempio di stato". Venne chiamata così anche la sua ultima sua incarnazione, la capitale edificata da Jayavarman VII e cinta da possenti mura di 3 km di lato, oggi Angkor Thom.[9]

Allo stesso modo il nome attuale dei singoli templi nella grande maggioranza dei casi non ha alcuna correlazione con il nome con cui erano indicati ai tempi della loro costruzione e dedica alla divinità.[10]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Dalla preistoria all'Impero Khmer[modifica | modifica wikitesto]

Dal IX all'XI secolo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Impero Khmer.

Data di fondazione dell'Impero Khmer è considerato l'802, allorché Jayavarman II, impegnato in un'opera di riunificazione dei regni Chenla tramite conquiste militari, matrimoni e vassallaggi, si proclamò chakravartin (sovrano universale, letteralmente "re le cui ruote del carro sono inarrestabili") a Mahendraparvata. Ipotesi generalmente accettata è che tale località sia Phnom Kulen e Philippe Stern nel 1936 vi identificò nel Rong Chen il primo "tempio montagna" khmer.[11][12][13]

Terrazza superiore del Phnom Bakheng
Terrazza superiore del Phnom Bakheng

Tali assunzioni si basano in buona parte sulle 340 righe di iscrizioni in sanscrito e khmer antico della stele di fondazione di Sdok Kok Thom (classificata come K.235), datata al 1052 circa: si tratta di una delle fonti primarie principali sulla dinastia fondata da Jayavarman, che regnò su Angkor per due secoli circa.[14] Proveniente da Vyadhapura, Jayavarman II a cavallo del IX secolo si mosse tra varie località della pianura attorno al grande lago, che garantiva un surplus alimentare in forma di riso e pesce, nonché fertilità del suolo e disponibilità costante di acqua dolce. Per qualche tempo la sua capitale fu Amarendrapura. La locazione precisa non è conosciuta ma si ipotizza potesse trovarsi proprio nella zona di Angkor, in prossimità del lato ovest del baray occidentale. Qui un gruppo di templi in rovina sembrano essere appartenuti a tale epoca, quantomeno nelle loro fondazioni originali, o anche al secolo precedente, come Ak Yum (che finì semisepolto nella costruzione della diga sud del baray occidentale e fu scavato da George Trouvé nel 1935).[15] Jayavarman finì poi con lo stabilirsi ad Hariharalaya, l'odierna Roluos, a meno di 15 km da Angkor, dove morì nell'835. Ivi rimase la capitale con i re successivi,[11] per quanto la cronologia tradizionale sia discussa[16] e dei primi due re (Jayavarman II e suo figlio Jayavarman III) non si abbiano iscrizioni contemporanee a testimonianza.[17]

Poco dopo la sua ascesa al trono nell'889, a seguito di una lotta violenta per la successione, Yasovarman I spostò la capitale da Hariharalaya ad Angkor, attorno alla collina di Phnom Bakheng, che fece terrazzare e adornò di santuari, creandovi il suo tempio di stato. Edificò inoltre il primo grande bacino idrico di Angkor, il baray orientale.[16]

La mancanza di una regola chiara di successione diretta da padre a figlio, caratteristica dei regni khmer[N 4], e la complessa rete di relazioni e parentele tra le famiglie nobili erano spesso all'origine di dispute violente tra gli eredi diretti e pretendenti che potevano vantare diritti alla successione.

Fu questo il caso di Jayavarman IV, correlato per parte materna a Yasovarman, che alla sua morte si oppose alla successione filiale. Spostatosi circa 70 km a nord-est, vi creò la propria capitale Lingapura, l'odierna Koh Ker, ed estese più tardi il suo dominio all'intero regno.[18] Alla sua morte, dopo qualche anno di conflitto si ebbe il ritorno di Yasodharapura al rango di capitale incontrastata, ad opera di Rajendravarman, nipote sia Jayavarman IV che di Yasovarman. Il nuovo regnante edificò Mebon orientale e Pre Rup, che si ritiene potrebbe aver costituito il fulcro di una nuova città reale situata a sud del baray orientale.[19]. Il suo figlio e successore Jayavarman V fece invece edificare Hemasringagiri ("montagna dalla cima dorata"), l'odierno Ta Keo, considerato il primo tempio khmer completamente in arenaria.[20][21]

Dall'XI secolo alla costruzione di Angkor Wat[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Angkor Wat.

Da un periodo di guerra civile durato un decennio, attorno all'anno 1010 emerge la figura di Suryavarman I. Secondo la distribuzione geografica delle iscrizioni che lo menzionano sembra provenire da nord o nordest, dove ha esercitato il suo potere prima di regnare ad Angkor, malgrado siano ancora assenti le caratteristiche eulogie reali.[22] La nuova dinastia vanta nelle iscrizioni un lignaggio antico e correlazioni a stirpi regali precedenti Jayavarman II. Viene chiamata "dei re del sole" per la presenza della divinita solare Surya o Uditya/Āditya nel nome dei regnanti.[22] Grande costruttore (suoi sono il Preah Vihear e Wat Phu, nell'odierno Laos, nonché le opere iniziali del grande complesso di Preah Khan Kompong Svay), Suryavarman celebrò l'acquisizione del potere con una vasta serie di opere nella capitale.[23]

Il Baphuon ricostruito

Fece costruire il bacino idrico del Baray occidentale e un grandioso palazzo reale, di cui restano solo residui delle fondazioni (essendo stato costruito in materiali deperibili) e delle mura perimetrali in laterite, che racchiudevano un'area di 600 per 250 metri.[23]

Fu un'epoca contraddistinta da prosperità e pace interna ma anche da guerre di espansione, che allargarono i confini dell'impero nei territori degli odierni Laos e Thailandia. La tolleranza religiosa esercitata ha fatto supporre Suryavarman I potesse essere buddista, ma in diversi angoli del regno stabilì i propri linga secondo il culto shivaita caratteristico dei suoi predecessori.[22] Il suo successore Udayadityavarman II edificò il Mebon occidentale e il grande Baphuon. Costruito su terreno instabile, modificato più volte e già parzialmente crollato in epoca angkoriana, è stato oggetto di un lungo sforzo di ricostruzione e inaugurato nel 2011.[24]

Dopo un periodo di dispute, giunge al potere attorno al 1113 Suryavarman II. Inizia così il periodo Mahīdhara, in cui si assistono a diversi cambiamenti. La centralizzazione del potere nella figura reale appare aumentata, viene ripresa una politica militare espansionistica, sia verso nord che verso est, e viene promosso il buddhismo Mahāyāna, inizialmente nella corrente Vajrayana caratteristica di Phimai.[25]

Viene anche raggiunta la massima espressione dell'arte classica khmer nella costruzione di Angkor Wat, il tempio più conosciuto di Angkor.[26] Eretto fra il 1113 e il 1150, probabilmente fu terminato dopo la morte del sovrano e utilizzato anche come suo mausoleo.[26] A differenza degli altri templi della capitale, dedicati solitamente a Shiva e orientati ad est, è infatti consacrato a Vishnu ed orientato verso ovest. Oltre a essere associato al dio, l'ovest è una direzione legata alla morte e ai riti funebri.[27] Racchiuso da un fossato ampio 200 metri e cinto da mura quadrate di circa 800 metri di lato, occupa circa 210 ettari.[26] Angkor Wat ritrae perfettamente la cosmologia Indù: le torri centrali rappresentano il Monte Meru (la casa degli dei), i muri esterni le montagne che racchiudono il mondo e il fossato l'oceano oltre le montagne. Inoltre nelle misure e nei rapporti architettonici sembra presentare numerosi riferimenti astronomici e ai cicli del Sole e della Luna.[28]

Jayavarman VII, Angkor Thom e le cronache di Zhou Daguan[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Angkor Thom.
L'entrata meridionale di Angkor Thom, a sinistra naga a nove teste.

Angkor Thom è l'ultima capitale edificata ad Angkor.[29][9] Le sue mura quadrate in laterite alte 8 metri, di circa 3 km di lato, racchiudono un'area di 145,8 ettari e sono circondate da un fossato ampio 100 metri.[30] Venne costruita da Jayavarman VII a cavallo della fine del XII secolo, dopo un periodo di oscure dispute di potere culminato nel saccheggio della capitale da parte dei vicini Chăm nel 1177 e la loro sconfitta ad opera di Jayavarman, acclamato re. Ospitava il sovrano, l'elite religiosa e militare e i funzionari del governo, mentre la popolazione comune viveva al di fuori. Mercanti e visitatori stranieri, come Zhou Daguan, la definivano una città opulenta.[30]

L'imponenza e rilevanza della struttura chiusa di Angkor Thom persuase molti studiosi (come Goloubew, che investigò sulla capitale di Yasovarman)[9] a cercare traccia di strutture simili ad essa precedenti. Finora però tutti le tracce che sono state via via proposte come possibili indizi dell'esistenza di vere e proprie cinte murarie precedenti hanno trovato interpretazioni conclusive diverse. Si ritiene generalmente che Angkor sia rimasta fino al regno di Jayavarman VII una struttura fondamentalmente aperta, senza delimitazioni formali, e che nel caso di Angkor Thom abbia giocato un ruolo importante il trauma causato dall'invasione Cham del 1177.[9][19][N 5]

L'accesso avviene tramite cinque grandi strade rialzate che portano a grandi gopura, alti 23 metri e sormontati dalle caratteristiche facce in stile Bayon e da Indra che monta un elefante a tre teste. Quattro corrispondono alle vie principali che tagliano a metà la città lungo le direzioni cardinali. Il quinto, chiamato "porta della vittoria", si apre a est ed è allineato con il palazzo reale e le due terrazze ad esso prospicienti. Ai quattro angoli vi sono quattro piccoli santuari, chiamati tutti Prasat Chrung, le cui steli di fondazione hanno fornito informazioni preziose sul periodo.[30]

La struttura ha evidenti significati simbolici e la capitale si pone come un microcosmo che rappresenta l'intero universo.[30] Per le strade di ingresso sono state date diverse interpretazioni. Fiancheggiate da statue di dei e demoni (diversificati dall'atteggiamento: sereno da un lato, guerresco dall'altro) che hanno sotto di sé il corpo squamoso di un grosso naga la cui sommità a nove teste si apre alla fine del ponte, sono state correlate al mito induista dell'oceano di latte o al simbolo dell'arcobaleno, che unisce il cielo alla terra. Boisselier ha suggerito un'interpretazione basata sulla vittoria di Indra sui demoni, con le sculture in pietra a simboleggiare yakṣas a guardia di futuri attacchi a sorpresa.[30]

Il Bayon, con le caratteristiche facce scolpite, circa 200.

L'enorme attività del suo costruttore, Jayavarman VII, si svolse secondo Stern in uno schema a tre fasi, caratteristico di diversi regnanti khmer a partire da Indravarman I.[31][32] Nella prima edificò opere pubbliche, come le dharmasala, ponti e strade ed il proprio baray, lo Jayatataka, associato al grande tempio di Preah Khan, costruito secondo la tradizione sul luogo della vittoria sui Cham. Nella seconda fase costruì una serie di templi, dedicati ai propri progenitori divinizzati. Il primo fu il noto Ta Prohm, dedicato alla madre in forma divinizzata di Prajnaparamita, dea della saggezza e madre in senso metaforico dei Buddha. Jayavarman professava infatti il buddhismo mahayana e lo impose come religione di Stato, promuovendo l'identificazione del sovrano nella figura di Lokeśvara. Seguì il Preah Khan, dedicato al padre. La terza fase culminò nella costruzione del "tempio-montagna" noto come Bayon (nome attribuitogli dai francesi nel XIX secolo, il suo nome originario era Madhyadri),[33] centro ideale della nuova capitale, con le sue curiose torri quadrate che riportano sui lati raffigurazioni enormi del volto di Lokeśvara.[34] Leggermente scostato dal centro geometrico di Angkor Thom, caratteristica comune nell'architettura khmer,[9] dimostra in alcuni dettagli che l'attività edilizia di quegli anni fu talmente frenetica da impedire di raggiungere il grado di raffinatezza e precisione di costruzioni precedenti, sia dal punto di vista ingegneristico che artistico. Il tempio venne modificato più volte dai successori.

Dopo la frenesia caratteristica del regno di Jayavarman VII l'edificazione di templi in pietra sembra praticamente cessare, ci si limitò perlopiù a modifiche e interventi sugli edifici esistenti. L'ultimo tempio in pietra costruito ad Angkor risulta infatti essere il Mangalartha[35], inaugurato nel 1295 da Jayavarman VIII. Succeduto a Indravarman II, figlio di Jayavarman VII, riportò lo shivaismo al rango di religione di Stato, tanto che durante il suo regno si ebbero atti di iconoclastia su statue ed edifici di ispirazione buddhista. A partire dal XIV secolo il buddhismo theravada diventò però la religione ufficiale, ancor oggi dominante in Cambogia.

Alla fine del XIII secolo la capitale venne visitata dal diplomatico cinese Zhou Daguan, che vi soggiornò tra il 1296 e il 1297.[36] Mosso da interessi commerciali a conoscere usi e costumi del popolo e della corte reale, ne lasciò un colorito resoconto, oltre a una descrizione della città al culmine del suo splendore, in cui spicca la grande "torre di bronzo", identificata con il Baphuon.

Il declino[modifica | modifica wikitesto]

Il Neak Pean nel 1936, prima del restauro.

Nel corso del XV secolo Angkor conobbe un rapido declino del suo peso politico e demografico, malgrado ancora alla metà del XVI secolo sembra venisse sottoposta a restauri e usata come sede reale.[N 6]

L'ipotesi tradizionale attribuiva l'abbandono a ragioni prevalentemente politiche, correlandolo a un saccheggio operato dai thai nel 1431 e ad un susseguente sprofondamento in un periodo buio.[37][3] Oltre a ciò tra le cause della decadenza è stata pure menzionata la diffusione del buddismo theravada,[38] sebbene tale religione fosse la stessa di Ayutthaya, potenza militare che insidiava il regno da nord e ovest. Tuttavia ancora alla metà del XVI secolo i khmer apparivano abbastanza forti militarmente da sconfiggere i thai,[39] con i quali peraltro erano stabiliti da tempo forti legami economici e culturali.

Studi successivi hanno portato a considerazioni aggiuntive circa le ragioni dello spostamento del centro politico ed economico del regno nella zona dell'attuale capitale Phnom Penh, ad esempio l'aumento del commercio marittimo cinese dell'epoca Ming e la necessità di migliori collegamenti con le zone costiere a seguito del rilievo assunto dai commerci rispetto alla produzione agricola.[40][41]

L'ipotesi avanzata compiutamente[N 7] da Groslier in un articolo pubblicato nel 1979[42] circa una decadenza determinata più da motivi ecologici che da eventi storici precisi ha però trovato riscontro in diverse ricerche a partire dalla seconda metà degli anni novanta.[43][44] Secondo tale tesi, lo sfruttamento eccessivo del territorio e la diminuita efficenza dell'apparato irrigativo (con una serie di conseguenze, tra le quali è stata ipotizzata anche la diffusione della malaria) portarono a una diminuzione della centralizzazione, del potere reale e del surplus di manodopera necessario alla costruzione e manutenzione dei templi, nonché al rapido declino demografico-politico del sito.

Studi stratigrafici sui sedimenti dei baray e del fossato di Angkor Thom e su terreni adibiti a coltivazione hanno ulteriormente perfezionato l'ipotesi del dissesto ecologico, confermando che abbiano giocato un ruolo rilevante nel declino della "città idraulica"[45] le variazioni climatiche avvenute tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo, legate alla fine del periodo caldo medievale.[29][46][40]

Storia recente[modifica | modifica wikitesto]

La "riscoperta"[modifica | modifica wikitesto]

Le prime notizie su un'incredibile città di pietra racchiusa dalla giungla giunsero in Occidente verso la fine del XVI secolo, ad opera di portoghesi transfughi da Sumatra, occupata dagli Olandesi.[47] Il primo resoconto dettagliato in ordine di tempo[N 8] fu opera di Diogo do Couto, che si ritiene abbia raccolto la testimonianza del frate cappuccino Antonio de Magdalena, che visitò Angkor attorno al 1585.[47][48]

La facciata di Angkor Wat, disegno di Mouhot del 1860 circa
La facciata di Angkor Wat, disegno di Mouhot del 1860 circa

Nel 1601 Marcelo de Ribadeneira ipotizzò addirittura che le grandi costruzioni semiricoperte dalla giungla fossero opera di Alessandro Magno o dei romani.[47] 46 anni più tardi le rovine di Angkor Thom, paragonate all'Atlantide di Platone, vennero fantasiosamente attribuite all'imperatore romano Traiano.[49][50]

La grande città e i suoi templi restarono in buona parte nascosti dalla vegetazione fino alla seconda metà del XIX secolo, quando i resoconti di esplorazioni in maggioranza francesi, ma anche inglesi e statunitensi, portarono al grande pubblico il mito della "città perduta nella giungla" che affascinò generazioni di europei. Preminente in tal senso fu l'influenza dei racconti di viaggio di Henri Mouhot, che aveva ottenuto il supporto della Royal Geographic Society. Furono probabilmente i pregevoli disegni che illustravano Voyage dans les royaumes de Siam, de Cambodge, de Laos, pubblicato postumo causa la morte per malaria a Luang Prabang alla fine del 1861,[47] a garantirgli il successo che non avevano avuto resoconti precedenti. Era stato infatti già pubblicato ad esempio Voyage dans l'Indo-Chine, 1848-1856 di padre Bouillevaux, un missionario francese che aveva visitato Angkor dieci anni prima (cosa accreditatagli da Mouhot stesso).[51] Mouhot infatti non si presentò mai come lo "scopritore di Angkor", appellativo che gli venne in seguito attribuito dalla stampa popolare.[48] In realtà il sito era rimasto comunque in parte abitato e manutenuto. Angkor Wat era un monastero buddista oggetto di pellegrinaggio, visitato più volte nel XVII secolo da portoghesi e spagnoli.

Restano tracce persino di visitatori giapponesi nel XVII secolo, ad esempio su un pilastro del secondo livello di Angkor Wat c'è un'iscrizione calligrafica che riporta la data del 1632 e la prima planimetria nota di Angkor Wat è opera di Kenryio Shimano, che visitò Angkor tra il 1632 e il 1636.[47]

Caratteristica di Mouhot e di altri esploratori e visitatori fu l'attribuzione dei monumenti a una civiltà molto più antica che non avrebbe avuto nulla a che fare coi moderni khmer, visti come miseri barbari, in un'ottica tipicamente colonialista.[51] Del resto i locali stessi sembravano ignorare la storia delle costruzioni e attribuirle ad entità mitologiche. Furono solo i rilievi archeologici veri e propri e lo studio delle iscrizioni iniziati sul finire del XIX secolo (dove spicca l'attività di Étienne Aymonier)[52] a chiarire che i monumenti risalivano in realtà a pochi secoli prima ed erano sicuramente khmer.

Inoltre, sebbene le ultime iscrizioni in sanscrito risalgano alla prima metà del XIV secolo, sono stati documentati lavori di edificazione abbastanza estesi (ad esempio sulla Terrazza del Re lebbroso, sul Phnom Bakheng e attorno al Bayon) e di cura dei canali continuati fino al XVII secolo. Anche i bassorilievi di Angkor Wat dei corridoi a nordest furono terminati appena verso la fine del XVI secolo.[3]

Ricerca e restauro[modifica | modifica wikitesto]

Durante la dominazione francese vennero intrapresi innanzitutto lo studio e quindi anche il restauro dei monumenti. Nel 1907 la regione di Siem Reap venne infatti restituita dal regno del Siam alla Cambogia e la soprintendenza alla conservazione archeologica di Angkor venne assegnata all'EFEO. Il primo soprintendente di Angkor fu Jean Commaille, ucciso da rapinatori nel 1916,[53] che aveva intrapreso la ripulitura di Angkor Wat e di parti di Angkor Thom, Bayon compreso.[54]

Negli anni venti fu inaugurato il Museo nazionale di Cambogia, creato a Phnom Penh da George Groslier, e venne istituito il parco archeologico di Angkor,[55][56] sebbene il numero di visitatori stranieri fosse ancora assai limitato.[N 9] Sotto l'attiva guida di Henri Marchal vennero intrapresi lavori di scavo e restauro su scala più vasta, in buona parte con il metodo dell'anastilosi, continuati con Georges Trouvè e Maurice Glaize.[57] Marchal operò per vent'anni, ritornando poi anche in tarda età a ricoprire nuovamente il ruolo di soprintendente. Non esitò ad attuare interventi radicali anche discutibili, utilizzando ad esempio il cemento. Nondimeno si evitarono crolli e deterioramenti ulteriori delle strutture.[58] In diversi casi si badò tuttavia a mantenere quel certo alone di abbandono che contribuisce al fascino di Angkor. Ad esempio nel Ta Prohm le radici dei grandi alberi[N 10] che abbracciano le opere in pietra vennero in buona parte risparmiate. Ciò però rende tuttora il mantenimento della struttura in qualche misura problematico.[59]

Diagrammi per il restauro della libreria ovest del Bayon
Diagrammi per il restauro della libreria ovest del Bayon

Già dagli anni venti vennero organizzati rilievi aerei, particolarmente adatti a rinvenire vestigia di grandi opere difficilmente apprezzabili dal basso nella vegetazione subtropicale. Negli anni trenta Victor Goloubew li usò estensivamente nel tentativo di provare le sue ipotesi sulla capitale di Yasovarman, con al suo centro Phnom Bakheng, identificato come il Vnam Kantal menzionato nelle iscrizioni.[53][9]

Dopo la parentesi della seconda guerra mondiale e l'occupazione giapponese, l'opera dell'EFEO venne ripresa. Un notevole impulso alla ricerca archeologica venne dalla nomina a curatore di Bernard Philippe Groslier[57], figlio di George, già attivo nella ricerca archeologica nel sudest asiatico, che continuò e ampliò l'opera del predecessore Jean Laur dalla fine del 1959. In quel periodo aumentò notevolmente il coinvolgimento di personale cambogiano a tutti i livelli, non solo come manodopera.[60] Malgrado dal 1970 la linea del fuoco corresse tra Siem Reap e Angkor, Groslier si sforzò di continuare i lavori, destreggiandosi tra le parti in conflitto e contando in larga misura su personale cambogiano. Nel gennaio 1974, dopo un ferimento ad opera di un giovane khmer, si risolse a partire definitivamente per la Thailandia. Col suo avvallo, il Ministero della Cultura nominò come suo successore il primo Conservatore di Angkor cambogiano: Pich Keo.[61] Il sito venne in parte minato dai khmer rossi, che comunque non danneggiarono i monumenti, dalla cui grandezza erano in qualche misura ossessionati,[61] considerandoli in chiave nazionalista come un simbolo delle capacità del popolo khmer.[62] Vi furono anche visite selezionate, come quelle di Ceaușescu nel maggio 1978.[61]

I primi studiosi a tornare ad Angkor, malgrado l'incerta situazione politica, furono indiani. Un team di nove membri nel marzo 1982 eseguì infatti studi preliminari sullo stato di Angkor Wat e Bayon.[56]

I lavori di studio e restauro ripresero però in misura apprezzabile solo dopo il ritiro delle truppe vietnamite del 1989. Nel 1991 Federico Mayor, direttore dell'UNESCO, visitò il sito, che l'anno successivo venne inserito tra i patrimoni dell'umanità.[63] All'EFEO si unirono team giapponesi, dell'UNESCO e di altre organizzazioni, come il World Monuments Fund e il German Apsara Conservation Project. Per coordinare i vari team e offrire supporto tecnico, nel 1993 venne creato l'International Coordinating Committee for the Safeguarding and Development of the Historic Site of Angkor (ICC), guidato da francesi e giapponesi.[64][65] Dal lato cambogiano, il governo ad interim creò con l'aiuto internazionale già nel 1992 la National Heritage Protection Authority for Cambodia (NHPAC).[56] Nel 1995 per decreto reale venne costituito l'APSARA (Authority for the Protection and Management of Angkor and the Region of Siem Reap), con giurisdizione sul parco archeologico.[66][67] A testimonianza del lavoro svolto, nel 2004 Angkor è stato rimosso dalla lista dei patrimoni dell'umanità che si trovano in stato di pericolo.[68]

Angkor è oggetto di ricerche eseguite con tecnologie moderne dalla metà degli anni novanta. Nel 1994 sono stati raccolti dati a mezzo radar per una mappatura ad alta risoluzione della regione tramite lo Spaceborne Imaging Radar-C/X-band trasportato dallo Space Shuttle Endeavour. Tali dati sono stati integrati da un rilevamento AIRSAR del Jet Propulsion Laboratory nel 1996.[69] Ciò ha permesso l'identificazione di strutture non visibili da terra e la formulazione delle ipotesi più aggiornate circa le dimensioni e la complessità della conurbazione di Angkor.[70] Nel 2012 si è cominciato ad usare estensivamente il rilevamento laser tramite Lidar. Questo ha permesso di evidenziare con precisione mai raggiunta sia l'estensione dei sistemi di gestione idrica ad altre zone (come Koh Ker e il Phnom Kulen)[71] che altri elementi di Angkor, come i resti delle costruzioni non religiose, le cui tracce sono minime. I dati raccolti sembrano suggerire che la natura di Angkor non fosse quella di un unico centro altamente urbanizzato circondato da una vasta periferia rurale con densità demografica minore, ma che vi fossero diversi nuclei disseminati altamente urbanizzati in corrispondenza di diversi templi esterni al nucleo e al reticolato di canalizzazioni principale.[72]

Problematiche[modifica | modifica wikitesto]

Vita notturna nella turistica Siem Reap
Vita notturna nella turistica Siem Reap

Grazie alla sua fama, Angkor è stata oggetto di numerosi progetti internazionali di conservazione e restauro a partire dall'epoca coloniale, sebbene con varie parentesi causa la travagliata storia cambogiana del novecento. Del resto i materiali di cui sono costruiti i templi tendono a deteriorarsi nel clima tropicale, sia per le loro caratteristiche (l'arenaria tende ad esempio a sfogliarsi) che per cause chimiche e biologiche (ad esempio i sali e i batteri contenuti nel guano dei pipistrelli che li abitano).[73]

Con la fine della guerra civile negli anni novanta e il ripristino dei flussi turistici, uno dei pericoli principali per la salute dei monumenti di Angkor secondo gli esperti è costituito proprio dal massiccio afflusso turistico nella zona, che può causare danni diretti (danneggiamenti involontari e vandalismi) e indiretti. Ad esempio l'utilizzo eccessivo delle risorse idriche da parte delle strutture turistiche e dell'aumentata popolazione di Siem Reap potrebbe minare la stabilità del terreno.[74]

Folla all'Angkor Wat
Folla di turisti in attesa dell'alba ad Angkor Wat

Furti d'arte e vandalismi[modifica | modifica wikitesto]

Causa anche le travagliate condizioni politiche e l'estrema povertà della popolazione, il saccheggio dei monumenti e il traffico di beni artistici è storicamente un grave problema in Cambogia. Statue ed altri manufatti vennero sottratti del resto già ai tempi del saccheggio di Angkor da parte dei thai nel quindicesimo secolo. A Mandalay sono esposte delle statue di bronzo khmer sottratte a loro volta ai thai dai birmani nel saccheggio di Ayutthaya.[75]

Famoso il caso che coinvolse nel dicembre 1923 un André Malraux ventitreenne. Egli asportò dei bassorilievi da Banteay Srei, sostenendo il suo diritto di farlo in quanto il tempio non era ancora stato classificato come bene archeologico e contestando il diritto esclusivo dell'EFEO a disporre dei manufatti khmer.[62] Condannato a tre anni di prigione, grazie ad una campagna guidata dalla moglie con il sostegno di intellettuali francesi come Breton, Gide e Mauriac, venne liberato e ritornò a Parigi nel novembre 1924.[76]

I templi più remoti e vicini al confine thailandese sono stati quelli in genere più saccheggiati nell'era moderna. Ciò non toglie che anche Angkor abbia subito danni rilevanti dal commercio illegale di opere artistiche o da semplici vandalismi. Ad esempio nel 1969 Groslier fece trasportare la nota statua del "re lebbroso" (che si ritiene essere una raffigurazione di Yama)[77] al Museo Nazionale di Cambogia, sostituendola con una copia in cemento proprio per preservarla da vandalismi.[78][N 11]

Copia del "re lebbroso" ad Angkor Thom
Copia in cemento della statua del "re lebbroso" che ha sostituito l'originale sulla Terrazza del Re Lebbroso.

Durante la guerra civile e l'occupazione vietnamita alcuni monumenti vennero danneggiati o mutilati per ottenerne parti da rivendere.[79] I danni riportati durante il conflitto furono comunque tutto sommato minimi, grazie al valore simbolico di Angkor, riconosciuto da entrambe le parti khmer.[80] Nella confusione politica dei primi anni novanta però il traffico di opere d'arte riprese vigore: statue, frontoni e architravi scolpiti presero la via della Thailandia.[80] A seguito della conferenza di Tokyo dell'ottobre 1993, dalla quale sorse l'ICC-Angkor,[64] il governo cambogiano promulgò una legge apposita contro il traffico di opere d'arte e con l'aiuto della Francia e dell'UNESCO creò un'unita di polizia specializzata, con il risultato di ridurre ai minimi termini furti e vandalismi a danno dei beni artistici.[79] Sono seguite inoltre iniziative per il recupero dei beni sottratti, come la pubblicazione di Looting in Angkor nel 1993 e nel 1997 da parte dell'ICOM ("International Council of Museum"), che riporta un inventario di opere rubate selezionate, catalogate dall'Interpol.[81] Il buon successo di tali iniziative permise al Museo Nazionale di Cambogia di tenere nel 1999 una mostra di oggetti recuperati.[79]

Turismo di massa[modifica | modifica wikitesto]

Sul finire degli anni venti malgrado le difficoltà di accesso il sito cominciò a diventare un'attrazione turistica, inizialmente per un pubblico d'elite. Lo testimoniano l'apertura del Grand Hotel d'Angkor e lo sviluppo dell'originario villaggio di Siem Reap. Celebre la visita di Charlie Chaplin nel 1936.[82] La fine dei conflitti all'inizio degli anni novanta ha riportato ad Angkor il turismo di massa, con i relativi problemi di conservazione dovuti alla massiccia presenza di turisti, che nel 2007 ha superato i due milioni di presenze annue,[83] in larga percentuale asiatici. Punto principale d'accesso resta Siem Reap, dotata di un aeroporto internazionale con oltre un milione di arrivi l'anno[84] e di collegamenti con la Thailandia.

Sfruttamento delle falde acquifere[modifica | modifica wikitesto]

Correlato all'incremento del turismo e del relativo sviluppo di strutture di accoglienza è lo sfruttamento delle falde acquifere che esso comporta. Diversi esperti hanno espresso preoccupazione per le conseguenze che ciò potrebbe comportare sulla stabilità del suolo sabbioso sul quale sorgono i monumenti di Angkor,[85] anche perché la stagione di maggior afflusso turistico è quella secca.[83]

Cultura e religione[modifica | modifica wikitesto]

L'indianizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Battaglia tra Deva e Asura nei bassorilievi di Angkor Wat

L'aspetto religioso di Angkor è centrale e trova origine e modalità di espressione in un processo socioculturale definito dagli studiosi indianizzazione. Cominciato verso l'inizio dell'era cristiana, quindi in epoca pre-angkoriana, continuò per 4-5 secoli. Vi sono indizi, come il ritrovamento di manufatti in vetro,[86] che rapporti quantomeno indiretti con la penisola indiana siano iniziati ben prima.[87] Tuttavia è solo dal V secolo d.C. che l'utilizzo del sanscrito e l'adozione del panthon induista, di titoli onorifici e di sistemi di datazione indiani appaiono largamente diffusi.[86] Esso portò tra le altre cose all'assorbimento di culti locali in una sovrastruttura induista e buddista e all'adozione del sanscrito. Gli si devono anche costumi caratteristici (come l'utilizzo di posate e dita per mangiare) che differenziano ancor oggi la Cambogia dal vicino Vietnam, ad esempio.[87]

L'assorbimento di tali elementi fu pacifico, non imposto, anche se le ipotesi su come sia avvenuto sono diverse.[87][86] L'indianizzazione fu ritenuta un vero e proprio processo di civilizzazione, in cui i popoli locali erano grossomodo recipienti passivi, oltre che dai teorici della "Grande India", come Majumdar,[88] dalla generazione di studiosi che si occuparono della decifrazione delle culture del sudest asiatico in epoca coloniale, nel caso dei khmer Coedès ad esempio.[89] Il concetto venne sottoposto a una revisione critica nei decenni successivi, ad esempio da Mabbett.[90] Ipotesi successive, da Wolters in avanti,[91] furono maggiormente centrate sulla rielaborazione endogena,[N 12] interpretando l'indianizzazione come un cambiamento che ebbe le sue basi in culti e costumi preesistenti e la sua ragion d'essere in motivazioni locali, quali la creazione o il consolidamento di elite politiche.[92] Il dibattito trovò cornice politico-filosofica più grande in considerazioni centrate sulla fondamentale autonomia o eteronomia della storia del sudest asiatico, in riferimento al tormentato secondo dopoguerra.[93]

Circa le modalità con cui avvenne, si ritiene che un ruolo prevalente sia da attribuirsi agli scambi commerciali, probabilmente con le culture dvaravati e malesi più che direttamente con l'India, come testimoniato ad esempio dai reperti correlati al Funan.[94]

Il processo è riassunto come in altri stati del sudest asiatico da un mito fondatore: il matrimonio tra una principessa nāga e un principe straniero, il bramino Kaundinya, da cui sarebbe originato il popolo cambogiano. È un mito di origine indiana cui è facile attribuire diversi significati altamente simbolici (unione tra natura e cultura, luna e sole e via dicendo). Il termine kambuja del resto appare già in un'iscrizione del IX secolo e i sovrani khmer basarono regolarmente la loro legittimità a governare su una vantata discendenza diretta dalla coppia mitica.[87]

Il culto shivaita[modifica | modifica wikitesto]

Arte e architettura[modifica | modifica wikitesto]

Galleria a falso arco di Preah Khan
Galleria di Preah Khan a "falso arco".

Le costruzioni angkoriane hanno natura religiosa. I khmer infatti costruivano abitazioni e edifici a uso civile (compreso lo stesso palazzo reale) in materiali deperibili, principalmente legno. Va inoltre tenuto presente che i templi khmer non erano deputati ad accogliere assemblee di culto. Essi erano infatti destinati a dimora degli dei cui erano dedicati, nella forma di una raffigurazione (un linga o una statua) permeata dalla divinità, installata in una stanza centrale di dimensioni ridotte. Ad esempio il santuario centrale dell'Angkor Wat misura solo 4,6 per 4,7 m. In molti casi un singolo tempio poteva ospitare una moltitudine di raffigurazioni divine, per dire il Preah Khan originariamente ne ospitava 400 e ne furono poi aggiunte altre.[95] Molti templi induisti furono successivamente adattati a templi buddisti mentre altri, come Ta Prohm, lo furono fin dall'origine.

Caratteristica peculiare di Angkor è la presenza di vasti bacini idrici (baray e srah), dighe che fungevano anche da strade soprelevate, fossati e canali, molti dei quali oramai disseccati. È oramai accettato che tale vastissimo apparato, studiato nella sua complessità solo negli ultimi decenni grazie a tecniche moderne di rilevamento aereo e spaziale,[96][70][72] svolgesse funzioni diverse: rituali, di controllo delle fasi di inondazione e di distribuzione dell'acqua in funzione irrigativa vera e propria. A volte al centro del bacino idrico, su un'isola artificiale, è collocato un tempio, come nel caso dei due mebon e del Neak Pean.

Materiali[modifica | modifica wikitesto]

Lakshmi scolpita sui mattoni, interno di Prasat Kravan
Lakshmi scolpita sui mattoni, interno di Prasat Kravan.

Vi è una continuità architettonica, oltre che storica, con i precedenti regni khmer di Chenla. I templi più antichi di Angkor sono infatti costruiti di mattoni, come quelli di Sambor Prei Kuk. Al posto della comune malta veniva utilizzato un composto vegetale che garantiva una maggior compattezza estetica. In alcuni casi, come nel Prasat Kravan, le superfici in mattoni venivano lavorate.[20] Più comunemente esse venivano ricoperte di stucco lavorato, di cui restano solo tracce, e dipinte a colori vivaci. Pigmenti sembra fossero del resto applicati in genere a tutte le superfici. Ancor oggi i bassorilievi di Angkor Wat riportano tracce dei vivaci colori (rosso, bianco, oro) di cui erano ricoperti,[97] sebbene non sia chiaro se siano stati presenti sin dall'origine o aggiunti successivamente.[20] Sono state trovate tracce di pittura anche a Preah Khan e Neak Pean.[20][73]

Lo stucco utilizzato era composto di una calce ottenuta da sabbia e conchiglie, vegetali quali il tamarindo, zucchero di palma e argilla proveniente da termitai. Per garantire una miglior adesione, nelle pareti di mattoni e nella pietra venivano praticati dei fori (visibili ad esempio nel Mebon occidentale) o un'abrasione superficiale. Vista la deperibilità, è certo che già all'epoca gli stucchi venissero restaurati con una certa frequenza e ne sono sopravvissuti pochi tratti, a testimoniare l'alto livello artistico ed esecutivo raggiunto, più che ad Ankgor stessa nel gruppo di Roluos.[98][99]

L'arenaria, materiale pesante e dall'estrazione onerosa, che doveva essere trasportato dalle lontane cave del Phnom Kulen probabilmente per via fluviale, venne inizialmente riservato alle sculture e a particolari di pregio degli edifici, di solito altamente lavorati, come gli ingressi, le false porte, gli stipiti e le architravi.[98] In particolare per queste ultime veniva di solito usata un quarzo-arenaria molto fine.[100]

Un'arenaria molto fine (grovacca), di origine vulcanica, veniva utilizzata per le sculture interne dei santuari già in epoca pre-angkoriana. Ha la caratteristica di presentare una superficie molto liscia, di colore grigio scuro o verde scuro. Nei secoli XI e XII (periodo del Baphuon e dell'Angkor Wat) per opere scultorie veniva solitamente usata un'arenaria molto fine ricca di feldspato. Durante il regno di Jayavarman VII, periodo Bayon, venne usata un'arenaria fine ma immatura, ricca di inclusioni vulcaniche.[101]

Solo dalla fine del X secolo i Khmer furono comunque in grado di costruire templi interamente in arenaria, il primo dei quali sembra fu Ta Keo.[20] Mano a mano che aumentava la richiesta, ne venne usata di qualità spesso inferiore.[98] L'utilizzo dell'arenaria poneva diversi problemi strutturali, visto che ad esempio tende a sfaldarsi, soprattutto se utilizzata in un verso che non è quello di sedimentazione. Tuttavia ben si confaceva all'uso del falso arco caratteristico dei templi khmer. Inoltre si tratta di una pietra facile da lavorare in superficie. Tale caratteristica permise ad esempio la stupefacente ricchezza di dettagli raggiunta nei quasi 2000 mq di pannelli a bassorilievo che ornano l'Angkor Wat[20]

Recinzione di Angkor Wat: a sinistra laterite, a destra arenaria
Recinzione di Angkor Wat: a sinistra laterite, a destra arenaria lavorata come finta finestra.

La laterite, materiale ricco di ossidi di ferro relativamente abbondante in zona e piuttosto resistente una volta solidificata, veniva utilizzata per elementi destinati a non essere lavorati sulla superficie, come basamenti, recinzioni ed elementi interni di sostegno. La superficie bucherellata che presenta una volta induritasi è infatti poco lavorabile e solo occasionalmente veniva intagliata a formare modanature.[73] Di solito veniva ricoperta di stucco quando a vista. Trovò comunque uso più largo altrove che ad Angkor, ad esempio nei templi khmer in territorio thailandese. Dal XIII secolo comparve con maggior frequenza in recinzioni e tetti, forse a causa di una richiesta troppo alta di arenaria o di una sua diminuità disponibilità.[98][20]

Il legno veniva utilizzato per gli edifici non religiosi, a volte anche nei templi per la costruzione di tetti, celle o padiglioni, ed era comunque considerato materiale di pregio.[98] Anche per la deperibilità aumentata dal clima subtropicale cambogiano, ne sono stati trovati solo dei resti e indicazioni del suo uso, ad esempio nelle architravi nel terzo livello di Angkor Wat.[98] Si può avere un'idea delle lavorazioni cui probabilmente veniva sottoposto dalle porte e balaustrate in pietra, modellate a somiglianza di quelle in legno.[20]

Altri materiali utilizzati erano la ceramica e la terracotta, utilizzata per tegole di cui sono stati trovati resti. Ci sono diverse indicazioni circa l'uso di metalli in lastre come strato di copertura più esterno dei tetti di alcuni templi o per rivestire le pareti dei santuari centrali (come suggeriscono la mancanza di lavorazioni e dei fori regolari sulle pareti nel Preah Khan).[98] Zhou Daguan riferisce di piastrelle gialle dall'aspetto vetroso che ricoprivano i templi[98] e che il tetto del palazzo reale era ricoperto in piombo, come pure chiama il Baphuon "torre di bronzo".[20]

Architettura[modifica | modifica wikitesto]

La struttura di base dei templi angkoriani del periodo classico è basata sulla cosmografia induista: la torre o tempio centrale (prasat) rappresenta il monte Meru, centro del mondo dove risiedono gli dei, ed è fiancheggiata da altri quattro torri minori, nella disposizione a quinconce. Le recinzioni rappresentano le montagne che lo circondano e il fossato simboleggia l'oceano.[95]

Scultura[modifica | modifica wikitesto]

Angkor nei media moderni[modifica | modifica wikitesto]

I monumenti di Angkor sono stati ovviamente oggetto di molti documentari, ma anche luoghi di riprese cinematografiche. Angkor Wat compare ad esempio in Lord Jim, film del 1965.

Nel 2001 il Ta Prohm appare in Tomb Raider con Angelina Jolie che, affascinata dalla Cambogia, vi svolge in seguito una vasta opera umanitaria.[102]

Anche il film In the Mood for Love di Wong Kar-wai ha alcune scene girate ad Angkor.

Compare infine in alcune rapide scene di Transformers 3 come uno dei siti scelti dai Decepticon per il lancio dei loro pilastri.

Frasi e termini khmer ricorrenti[103][modifica | modifica wikitesto]

Angkor 
"città", dal sanscrito nagara
Banteay 
"cittadella" o "fortezza", utilizzato anche per templi circondati da mura
Baray 
bacino idrico artificiale
Eśvara o Iśvara 
suffisso che indica il dio Shiva
Gopura 
termine sanscrito per "padiglione d'entrata" o "ingresso"
Jaya 
prefisso sanscrito (जय) per nomi propri, significa "vittoria"
Phnom 
"montagna"
Prasat 
"torre", usato genericamente come apposizione nei nomi moderni dei templi
Preah 
termine che riferito a una persona significa "eccellente", utilizzato per cose o costruzioni nel senso di "sacro" (es.Preah Khan significa "spada sacra")
Srei o Srey 
"donna" (Banteay Srei significa "cittadella delle donne")
Ta 
"nonno", a volte più genericamente "progenitore" (Neak ta sta per "progenitori" o "spiriti ancestrali")
Thom 
"grande" ('Angkor Thom, "grande città")
Varman 
suffisso che sta per "scudo" o "protettore" (Suryavarman significa "protetto da Surya", il dio-sole)
Wat 
tempio (buddista)

I siti archeologici[modifica | modifica wikitesto]

L'area di Angkor comprende alcuni importanti siti archeologici, fra cui:

Il ponte naga ad Angkor Wat, fotografato al tramonto
Una vista aerea di Angkor Wat

Note[modifica | modifica wikitesto]

Note esplicative
  1. ^ progetto multidisciplinare iniziato dall'Università di Sydney in cooperazione con APSARA ed EFEO, vedi Angkor Research Program - Overview, The University of Sidney. URL consultato il 23 dicembre 2014., cui si sono aggiunti altre università ed enti, vedi Current projects, the University of Sydney. URL consultato il 23 dicembre 2014.
  2. ^ termine usato soprattutto in pali, la lingua dei testi del Buddhismo Theravāda, spesso "città fortificata", vedi (EN) T.W.Rhys Davids, William Stede, Pali-English Dictionary, Asian Educational Services, India, 2007, ISBN 978-81-206-1273-0.
  3. ^ Il termine compare per la prima volta nelle iscrizioni note ai tempi di Rajendravarman, mentre in quelle del IX secolo si fa riferimento al Phnom Bakheng come Yasodharaparvata, vedi Claude Jacques, History of the Phnom Bakheng monument (PDF), Phnom Bakheng workshop on public interpretation, ed.Jane Clark Chermayeff & Associates, World Monuments Fund, dicembre 2005, pp. 23-40, ISBN 978-99950-51-03-7. URL consultato l'8 dicembre 2014.
  4. ^ l'importanza della linea materna nella trasmissione di titoli e diritti risale infatti all'epoca pre-angkoriana, vedi Michael Vickery, Society, economics, and politics in pre-angkor cambodia : The 7th-8th centuries, Centre for East Asian Cultural Studies for Unesco, Toyo Bunko, 1998, pp. 260-270, ISBN 978-4-89656-110-4.
  5. ^ Vi sono ipotesi su una prima cerchia muraria ad opera di Suryavarman I, che avrebbe racchiuso il palazzo reale e il suo tempio di stato, il Phimeanakas, in un'area ora compresa in Angkor Thom, vedi Jacques, 2005
  6. ^ Couto, nell'ottica del mito della "città perduta" che affliggeva i visitatori occidentali, riferisce che un re, identificato come Ang Chan I, "riscoprì" Angkor Thom durante una battuta di caccia nel 1550/51 e la utilizzò come residenza reale, vedi Groslier, 2006, pp.10 e succ. e Coedès, 1966, p.196
  7. ^ in quanto fu via via abbozzata dagli anni trenta e oggetto di formulazione da parte di Groslier fin dal 1952, vedi Rosa Lasaponara e Nicola Masini (a cura di), 9 - Uncovering Angkor in Satellite Remote Sensing: A New Tool for Archaeology, autori cap. D.Evans, A.Traviglia, Springer, 2012, pp. 201-, ISBN 978-90-481-8801-7.
  8. ^ fu però pubblicato solo in epoca moderna, vedi Groslier, 2006
  9. ^ per esempio nel 1925 il registro delle visite annota 832 visitatori stranieri, vedi Leakthina Chau-Pech Ollier, Tim Winter (a cura di), Expressions of Cambodia: The Politics of Tradition, Identity and Change, Routledge, 2006, p. 28, ISBN 978-1-134-17196-5.
  10. ^ Si tratta di esemplari del genere Ficus, di Tetrameles nudiflora e Ceiba pentandra, specie endemiche, vedi Dina D'Ayala, Enrico Fodde (a cura di), Structural Analysis of Historic Construction: Preserving Safety and Significance, CRC Press, 2008, p. 1492, ISBN 978-1-4398-2822-9. e Michael Freeman, Cambodia, Reaktion Books, 2004, p. 87, ISBN 978-1-86189-446-5.
  11. ^ anche le copie in cemento della statua furono comunque vandalizzate, vedi Freeman e Jacques, 1999, pp.42-43
  12. ^ Lo stesso Coedès affermò che l'enfasi posta da uno studioso su un aspetto piuttosto che l'altro dipendeva in buona misura dal suo background culturale, vedi Chandler, 2008, p.15
Fonti
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Testi di interesse storico[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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