Anchilostomiasi

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L'anchilostomiasi è una parassitosi molto diffusa nei Paesi tropicali a clima caldo-umido, ma presente anche nelle regioni temperate, dovuta ad infestazione da Ancylostoma duodenale o da Necator americanus.

Si caratterizza clinicamente da anemia ipocromica, disturbi gastroenterici, talvolta anche con manifestazioni cutanee e turbe nervose.

Epidemiologia[modifica | modifica sorgente]

Gli agenti che possono causare l'anchilostomiasi sono Ancylostoma duodenale e Necator americanus. Il primo è diffuso soprattutto nell'area settentrionale dell'Africa, nel bacino del Mediterraneo, in Estremo Oriente e in Cina. Il Necator americanus si sviluppa soprattutto in America, in Africa centrale e meridionale, in Asia meridionale e in Australia.

In Europa, Italia compresa, la malattia appare completamente scomparsa per le rigide misure di sorveglianza[senza fonte].

Eziologia[modifica | modifica sorgente]

L'Ancylostoma duodenale è un nematode, parassita obbligato dell'uomo. Il maschio misura 10-12 x 0,4-0 mm, la femmina è lunga 15–18 mm. L'estremità cefalica, fortemente ripiegata dorsalmente (il che fa assumere al parassita una forma ad uncino, e ne giustifica il nome del genere) è dotata di una capsula buccale ampia in cui sono riconoscibili due piccoli fori, sbocco delle ghiandole cefaliche secernenti sostanze tossiche, con 4 denti aguzzi piegati ad uncino. La porzione cefalica è inoltre dotata di altri apparati ghiandolari deputati alla secrezione di sostanze anticoaugulanti;

Il Necator americanus è anch'esso un nematode, parassita obbligato dell'uomo, ma di dimensioni un po' inferiori rispetto all'A. duodenale. È dotato di una capsula buccale ampia con due lamine chitinose a forma di uncino.

Ciclo biologico[modifica | modifica sorgente]

Il ciclo biologico si compie in un unico ospite, con stadi di vita libera nell'ambiente esterno. I parassiti adulti vivono nel duodeno adesi alla mucosa per mezzo delle strutture buccali. Il numero di vermi adulti presenti in unico ospite può variare da 500 a 3000. Il verme ha una vita di circa 5 anni.

Avvenuta la fecondazione, la femmina depone mediamente 9000 uova al giorno per il N. americanus e circa 25000 per l'A. duodenale aventi una tipica morfologia ellissoidale, delimitate da una membrana sottile di circa 60-40 micrometri, contenenti 4-8 blastomeri.

Se le uova, eliminate con le feci, giungono in terreni favorevoli (elevata umidità, temperatura tra 25 e 30 °C, protezione dai raggi solari diretti), continuano nell'ambiente la propria evoluzione formando l'embrione che fuoriesce dal guscio e si trasforma in larva.

Le larve rabditoidi, una volta schiuse dall'uovo, si accrescono nel terreno nutrendosi di detriti organici; esse maturano nel tempo in larve strongiloidi, che attuando un fenomeno detto di "elmintassi negativa" risalgono attraverso il suolo verso la superficie, stimolate dalla temperatura e dalle concentrazioni di anidride carbonica. Larve strongiloidi a contatto con la cute dell'ospite definitivo attuano una penetrazione percutanea: la larva attraversa la cute, in genere a livello delle mani e dei piedi, e per via ematica giunge al cuore destro e al circolo polmonare, dove attua un meccanismo di escape dalla risposta immunitaria dell'ospite comune a molti elminti, ossia l'"effrazione" dei capillari polmonari: la larva, aumentata di volume, rompe la parete endoteliale passando negli alveoli, e da qui nell'albero bronchiale risalendolo sospinto anche dall'attività delle ciglia vibratili dell'epitelio, nella faringe fino ad essere deglutita per passare nell'esofago, nello stomaco, e infine nel duodeno a livello del quale si fissa alla mucosa divenendo adulta dopo altri due stadi larvali. L'adulto si nutre del sangue che sgorga dalle recise arteriole dei villi intestinali.

Tra la penetrazione della larva e l'inizio della deposizione delle uova decorrono circa 5-6 settimane.

È stato osservato, in donne in allattamento, il fenomeno noto come "ipobiosi" ossia le larve di A. duodenale migrano alle ghiandole mammarie, passando nel latte e infettando il lattante.

Trattamento[modifica | modifica sorgente]

Il trattamento farmacologico più comunemente utilizzato prevede l'utilizzo di albendazolo o mebendazolo.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]