Analisi delle Operette morali

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Analisi[modifica | modifica sorgente]

Storia del genere umano[modifica | modifica sorgente]

Open book nae 02.svg Per approfondire, leggi il testo Storia del genere umano.
Adamo ed Eva, secondo la genesi tradizionale della Chiesa, profondamente rivista da Leopardi: causò dapprima un'avvertenza ai lettori sugli errori del poeta, poi la messa all'Indice dell'intero libro. Dürer, incisione su rame, 1504.
« [...]s'ingannano a ogni modo coloro i quali stimano essere nata primieramente l'infelicità umana dall'iniquità e dalle cose commesse contro agli Dei; ma per lo contrario non d'altronde ebbe principio la malvagità degli uomini che dalle loro calamità.[1] »
(Ibidem)

Composta a Recanati, tra il 19 gennaio e il 7 febbraio 1824.[2]

Leopardi inizia le sue Operette con una favola sulla storia dell'umanità e ci narra come tutti gli uomini in origine, «fossero creati per ogni dove e a un medesimo tempo e tutti bambini» e «nutricati da api, capre e colombe».

La Terra è più piccola, il cielo è senza stelle e ci sono meno meraviglie di oggi, ma nonostante tutto cresce negli uomini un'idea d'infinità e di bellezza, che li riempie di numerose aspettative e speranze, giudicando quel posto il migliore dei mondi possibili.

Quando dalla fanciullezza gli uomini passano alla prima adolescenza, hanno origine i primi dissapori. Le illusioni tardano ad avverarsi, l'abitudine alla vita quotidiana, spinge alcuni a conoscere meglio il mondo, esplorandolo in lungo e in largo. Con sorpresa, i confini non appaiono più così vasti, il mondo è privo di varietà,salvo poche differenze, tutti gli esseri umani sono simili d'aspetto e di età. Così «sul declinare degli anni, convertita la sazietà in odio» cominciano a privarsi della vita.

Gli Dei si dolgono di questo fatto; credono che l'infelicità umana sia il segno della loro imperfezione. Il rifiuto della vita, distingue gli esseri umani dagli altri esseri viventi, contravvenendo alle leggi naturali. Per migliorare le condizioni del mondo, i celesti allargano i confini, riempiono il cielo di stelle, creano più varietà di forme; diversificano le età e rendono più difficili i contatti con altri esseri umani: montagne, colline, fiumi e laghi divideranno le popolazioni. Per aumentare l'idea d'infinito che tanto piace agli uomini, favoriscono l'immaginazione, creando il popolo dei sogni, fabbricatori di quelle immagini perplesse, impossibili da realizzare nel mondo reale.

Questa seconda era dura di più della prima. La tristezza della vecchiaia consolata dalle speranze della gioventù, ma quando sopraggiunge di nuovo la stanchezza e il tedio della vita, tornano anche le vecchie situazioni. Nasce in questa era il culto dei morti, con feste che celebrano e ricordano l'estinto.

Quando gli uomini si abbandonano ad ogni sorta di crimine, Giove decide di annegarli tutti, salvando solo i due più meritevoli, Deucalione e Pirra, col compito di ripopolare la Terra.

La terza epoca è segnata dalla lotta alla passata oziosità. Giove crea nuovi desideri negli uomini e li mette nelle condizioni di lavorare per ottenerli. In ogni luogo stabilisce delle particolarità, comanda Mercurio di creare le città e li distingue in popoli e nazioni. Fatto questo da all'esistenza degli uomini dei problemi veri e dei mali veri. Chi prima non aveva patito alcuna malattia ora è tormentato da ogni sorta di morbo, dal clima avverso, dalle tempeste e dai terremoti ecc. sapendo che i timori e i presenti pericoli riconcilierebbero con la vita.

Per contro diffonde le arti e dei fantasmi (Gloria, Virtù, Amore, Coraggio ecc.) col compito di tirar fuori il meglio dall'uomo nelle situazioni difficili. I poeti cominceranno a narrare di vite sacrificate in nome di imprese belle e gloriose. L'umanità è portata a credere che l'esistenza, sebbene mediocre, sia almeno tollerabile.

Il mondo così concepito dura più lungo di tutti gli altri ma l'eterna abitudine alla vita riporta anche l'abbandono e la noia. Per la prima volta fa la sua comparsa un fantasma chiamato Sapienza, dalle qualità neutre. Ha facoltà di creare una certa aspettativa negli uomini e cioè il conseguimento della verità, condizione che li avrebbe resi simili agli Dei.

Tuttavia, mentre nei signori dell'Olimpo la sapienza celebra e sancisce la loro grandezza, negli uomini realizza la consapevolezza della loro miseria. È l'inizio della quarta era: gli uomini arrivano a bestemmiare gli Dei, custodi gelosi di un sommo bene e rei di considerare l'umanità non degna di tale dono. Pressato dalle insistenze del genere umano, Giove delibera di far scendere, non occasionalmente, la verità nel mondo, dandole perpetua dimora tra gli uomini, contro la preoccupazione manifesta della altre divinità. Sarà lo stesso Giove a tranquillizzare i fratelli, anticipando quali saranno le conseguenze.

La verità renderà ancora più amara la vita degli uomini, che vedranno vana qualsiasi speranza consolatoria. L'arido vero non risparmierà nulla, neanche quei positivi fantasmi, da alcuni tenuti in gran rispetto e considerazione. Venendo meno tutti i valori, l'uomo avrà rispetto solo per sé stesso, rinunciando in modo vile a privarsi della vita.

Verificata questa terribile condizione, Giove, mosso da pietà e in accordo con gli altri Dei, invia sulla Terra Cupido, un Amore diverso per natura e opere dal precedente, in grado di accendere la passione tra due individui, unico rimedio passeggero all'infelicità, capace di far tornare l'uomo al tempo della fanciullezza: rinverdisce l'infinita speranza, le belle e care immagini degli anni teneri.

Nell'edizione fiorentina Piatti del 1834, è apparsa la seguente nota, per esigenze di censura:

« Protesta l'autore che in questa favola, e nelle altre che seguono, non ha fatto alcuna allusione alla storia mosaica, né alla storia evangelica, né a veruna delle tradizioni e dottrine del Cristianesimo. »

Tra le citazioni classiche di rilievo troviamo la città di Atlantide[3] e la dottrina dell'amore sviluppata da Platone nel Convito.[4]

Dialogo d'Ercole e di Atlante[modifica | modifica sorgente]

Open book nae 02.svg Per approfondire, leggi il testo Dialogo d'Ercole e di Atlante.

Composto a Recanati, tra il 10 e il 13 febbraio, 1824,[2] ha subito dei cambiamenti nelle varie edizioni.[5]

Con sequenze di parlato di stampo toscano, l'operetta riporta un dialogo tra Atlante, che sorregge l'asse del mondo, ed Ercole, che è venuto a sostituirlo. Dopo aver ricordato il precedente incontro,[6] Ercole scopre che, a differenza dell'altra volta, la Terra si è fatta così leggera e silenziosa, di un sonno simile alla morte, che il Titano se la potrebbe attaccare come ciondolo e andare per le sue faccende, se Giove non l'obbligasse a rispettare i suoi voleri.

Atlante

Ercole non sente più alcun rumore o movimento tanto che dubita sia ancora viva. Propone ad Atlante di colpirla con la sua clava per vedere cosa succede, ma temono che la crosta terrestre, possa rompersi come un uovo o che il colpo possa schiacciare e uccidere tutti gli uomini all'istante. Per svegliarla, si decide di giocare a palla e tra una battuta e l'altra i contendenti confrontano le rispettive abilità. La caduta della sfera pone termine al gioco e al dialogo con Atlante che si raccomanda ad Ercole per non far scoprire a Giove il breve momento ludico a cui si sono abbandonati, trascurando le proprie responsabilità.[7]

Primo esempio di dialogo dallo stile medio, ricco di espressioni vernacolari, rapido e tagliente come i lavori lucianei. Molto curate le citazioni classiche[8] che alludono a miti strettamente connessi con la salute della Terra: dal mito di Fetonte (cielo e terra in fiamme) a quello di Apollo e Dafne (con la Terra trasformata in essere esclusivamente vegetale), mentre si muovono, tra favola e storia, i riferimenti antropomorfi alla calma mortale che la segna: il lunghissimo sonno di Epimenide[9] e la trasmigrazione dell'anima di Ermotino.[10]

Il dialogo è anche la prima operetta in cui Leopardi usa una terminologia volutamente caricaturale per descrivere la Terra nel tentativo di spostarla dal centro dell'universo non solo in senso fisico ma anche culturale. Questo proposito corre parallelo alla visione scientifica della natura e del mondo, come emerge da altre operette (vedi Natura e Islandese, Colombo e Gutierrez, Il Frammento, Il Copernico, gli Uccelli ecc.)

Le immagini sono tutte dissacranti: ciondolo attaccato ad un pelo della barba; forma di pagnotta; orologio dalle molle rotte; sferuzza; fragile uovo; palla sgonfia, neanche tanto buona per giocarci! Emblematica la battuta finale di Ercole quando la palla cade:

« Crederò che oggi tutti gli uomini sieno giusti perché il mondo è caduto e niuno s'è mosso »
(Ibidem)

Dialogo della Moda e della Morte[modifica | modifica sorgente]

Open book nae 02.svg Per approfondire, leggi il testo Dialogo della Moda e della Morte.
La Morte e la Moda in un superbo gioco degli specchi sui luoghi comuni della conservazione della bellezza femminile. All is Vanity di C. Allan Gilbert.

Composto a Recanati tra il 15 e il 18 febbraio, 1824.[2]

Dialogo che cita e celebra Francesco Petrarca e i suoi Trionfi.[11]

La Moda, dopo essersi presentata come sua sorella, in quanto figlie della Caducità, spiega ad una frettolosa ed impegnatissima Morte in cosa è del tutto simile a lei.

La Moda fornisce un elenco di usanze che in suo nome gli esseri umani di ogni epoca compiono, realizzando nello stesso tempo le aspettative della Morte. Si parte dalle indicibili sofferenze per rispettare consuetudini sociali, fino agli esercizi per mantenere in salute il corpo e l'anima perché ormai decaduti quei valori antichi di sobrietà ed equilibrio (tutte cose che in definitiva accorciano la vita ecc.); tanto che ormai l'immortalità cercata dagli uomini, in memoria dell'eroe defunto, è tenuta in bassissima considerazione e per amor suo è spento ogni desiderio di gloria. A trionfare quindi, poiché tutto è passeggero e incostante sulla terra, sarà sempre lei, sua sorella maggiore, la triste Mietitrice.

Riconosciuta la parentela, grazie a queste credenziali, Moda e Morte s'accordano per meglio operare e consultarsi sulle migliori soluzioni da adottare per trarre entrambe miglior partito da ogni situazione.

Dialogo cinico come il Dialogo della Natura e di un'Anima e il Dialogo della Natura e di un Islandese. Oltre a Petrarca si cita Ippocrate in un passo che parla delle usanze dei popoli barbari nel trasfigurare le teste dei neonati.

Sebbene la Morte sia rappresentata nei modi dell'iconografia classica, evinta dalla battuta sull'impossibilità di portare gli occhiali (è l'immagine del teschio classico), il personaggio più originale è la Moda, figura non molto diversa nell'agire dalla sorella, ma sicuramente più elegante nel sostenere l'ipocrisia umana.

Proposta di premi fatta dall'Accademia dei Sillografi[modifica | modifica sorgente]

Open book nae 02.svg Per approfondire, leggi il testo Proposta di premi fatta dall'Accademia dei Sillografi.
Il pappagallo di Nevers è un'allusione al poemetto Vert-Vert di Jean-Baptiste Gresset - ritratto - (1709-1777) tradotto in italiano dall'abate Francesco Martinetti.

Composto a Recanati, tra il 22 e il 25 febbraio, 1824,[2] ha subito qualche modifica tra le varie edizioni.[12]

Satira pungente contro il progresso della civiltà meccanica[13] a danno del progresso spirituale e morale. L'operetta gioca molto sui fitti collegamenti intertestuali.[14] I Sillografi erano chiamati dai Greci gli autori di silloi, composizioni poetiche burlesche e satiriche. Tutto il testo è pregno di questi toni.[15]

Una fantomatica Accademia propone che, in questa era delle macchine, siano proprio gli automi ad accollarsi le miserie e le fatiche degli uomini, magra consolazione, vista l'impossibilità di porvi altro rimedio. Propone pertanto tre premi per chi saprà costruire altrettante macchine automatiche utili all'umanità.

La prima deve essere un robot che rappresenti l'amico perfetto: seguono delle avvertenze circa il comportamento esemplare da tenere nei confronti dell'amico - domina su tutto il non infastidire la persona - e una serie di citazioni classiche a rafforzamento del progetto; la seconda è un uomo a vapore atto a fare cose grandiose e magnanime; la terza è la donna ideale, conosciuta da Baldassarre Castiglione ne Il libro del cortegiano.

Dissacrante la postilla finale sui contributi dell'Accademia per concorrere alle spese, derivanti da opere e personaggi di fantasia.[16]

Notevole il numero di citazioni, classiche e moderne,[14] e l'intento satirico sopra ogni riga, quasi a voler muovere forzatamente il riso.

Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo[modifica | modifica sorgente]

Open book nae 02.svg Per approfondire, leggi il testo Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo.

Composto a Recanati, tra il 2 e il 6 marzo, 1824.[2] Ha subito dei cambiamenti dopo la prima edizione.[17]

Uno Gnomo

In un mondo ormai deserto, uno Gnomo, abitante nelle profondità della Terra, è inviato alla ricerca di indizi sulla cause della scomparsa del genere umano. Arrivato in superficie incontra un Folletto, spirito dell'aria, col quale intrattiene un breve discorso su cosa è accaduto e come continuerà l'esistenza.

Lo Gnomo è preoccupato per la sorte degli uomini, da molto tempo non scavano più per cercare tesori nascosti nelle profondità della terra, la loro scomparsa fa temere radicali cambiamenti di vita, come per esempio l'impossibilità di misurare il tempo. Il Folletto, dopo aver ricordato che la vita segue dei ritmi indipendenti da ogni misurazione, racconta come si sono estinti:

« Parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l'un l'altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell'ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose; in fine studiando tutte le vie di far contro la propria natura e di capitar male. »

Entrambi concordano sul fatto che l'uomo non sia il centro dell'universo e che «la terra non sente che le manchi nulla», così la natura perpetua il suo ciclo inesorabilmente: «i fiumi non sono stanchi di correre», dice il Folletto e «i pianeti non mancano di nascere e di tramontare», prosegue lo Gnomo.

L'operetta sembra riprendere dove si era interrotto il Dialogo d'Ercole e di Atlante, fornendo una spiegazione razionale all'immagine di una terra tristemente silenziosa. Il favoloso dialogo, che nel finale vedrà le posizioni dei due interlocutori sullo stesso piano, tanto da potersi leggere come un unico discorso, è condito da riferimenti classici più o meno espliciti: si va dalle leggi di Licurgo,[18] alla tragedia burlesca del Valerasso,[19] alla morte di Cesare.[20]

Dialogo di Malambruno e di Farfarello[modifica | modifica sorgente]

Open book nae 02.svg Per approfondire, leggi il testo Dialogo di Malambruno e di Farfarello.
Diavoli medievali, Andrea di Bonaiuto, dettaglio degli affreschi nel Cappellone degli Spagnoli (1365 circa), Santa Maria Novella, Firenze

Composto a Recanati, tra il 1º e il 3 aprile, 1824.[2]

Il mago Malambruno[21] per esaudire un suo desiderio, invoca alcuni demoni[22] dell'Inferno. Al suo servizio si presenta Farfarello[23] pronto a manifestare tutta la forza del suo padrone Belzebù.

Ponendosi al servizio del mago, il diavolo può farlo ricco, potente e pieno di donne[24] se solo lo desidera, ma l'uomo chiede di poter essere felice per un momento. La risposta del servitore è categorica: non si può fare! Ma il mago insiste e pretende di essere almeno liberato dall'infelicità. Anche in questo caso la risposta del diavolo è negativa: i due desideri sono impossibili da realizzare perché strettamente connessi con la realtà della natura umana.

Il concetto svolto nel testo è racchiuso in quest'affermazione di Farfarello:

« Dunque, amandoti necessariamente del maggiore amore che tu sei capace, necessariamente desideri il più che puoi la felicità propria; e non potendo mai di gran lunga essere soddisfatto di questo tuo desiderio, che è sommo, resta che tu non possi fuggire per nessun verso di non essere infelice. »
(Ibidem)

La natura stessa dell'esistenza nega all'uomo la felicità. Il suo conseguimento resterà sempre frustrato, nessun diletto lo appagherà, perché non potrà mai colmare il suo infinito desiderio. Il sentire è soprattutto patire perché l'essere umano, attraverso i propri sentimenti, sperimenta il divario esistente tra ciò che si desidera e ciò che la realtà concede.

L'unico rimedio, oltre al sonno senza sogni - perché anche sognare è comunque un minimo sentire e quindi patire - è la morte: «Il non vivere è sempre meglio del vivere», afferma Malambruno, dal momento che, continua Farfarello, «la privazione dell'infelicità è sempre meglio dell'infelicità

Il dialogo appartiene alla schiera dei brevi ed è fortemente legato col successivo, che approfondirà questioni inerenti proprio i magnanimi, coloro in grado di sentire fortemente la vita. Come già accaduto in precedenza, nella sua parte conclusiva, il dialogo si configura come un monologo che svolge un concetto caro all'autore. Nelle battute finali, compare il primo accenno di giustificazione del suicidio secondo ragione.

Dialogo della Natura e di un'Anima[modifica | modifica sorgente]

Open book nae 02.svg Per approfondire, leggi il testo Dialogo della Natura e di un'Anima.
Luís Vaz de Camões,[25] è il più importante poeta portoghese, autore dei Lusiadi.
« Va, figliuola mia prediletta, [...] Vivi, e sii grande e infelice »
(Ibidem)

Composto a Recanati, tra il 9 e il 14 aprile, 1824.[2]

In un luogo impossibile da definire, assistiamo all'incontro tra un'anima, destinata a grandi cose, e una Madre Natura, orgogliosa di dare i natali ad un figliuola tanto illustre.[26]

Prima della nascita, la Natura predice all'anima l'infelicità, che sarà direttamente proporzionale alla sua grandezza: oggetto di lodi e di invidia presso gli uomini, vivrà una memoria imperitura.

Dopo una serie di esempi storici e considerazioni sulla vita degli uomini, l'Anima rinuncia alle sue qualità rare e chiede, in cambio dell'immortalità, di essere alluogata nell'essere più umile e semplice e di essere, quanto prima, raggiunta dalla morte.

Lo scopo di ogni anima è la felicità, la beatitudine.

« Madre mia, non ostante l'essere ancora priva delle altre cognizioni, io sento tuttavia che il maggiore, anzi il solo desiderio che tu mi hai dato, è quello della felicità. »
(Ibidem.)
John Milton, uno dei maggiori poeti inglesi, autore de Il Paradiso perduto

L'essere umano eccellente più cerca questa condizione più s'accorge di quanto sia impossibile raggiungerla e le avversità che costellano il suo cammino, portano ineluttabilmente al dolore e alla sofferenza.

L'infelicità, quindi è propria di tutti gli uomini, ma è maggiore in quelli grandi, nei magnanimi, coloro che sentono fortemente la vita in ogni sua manifestazione, nelle anime più sensibili.

« Figliuola mia; tutte le anime degli uomini, come io ti diceva, sono assegnate in preda all'infelicità, senza mia colpa. Ma nell'universale miseria della condizione umana, e nell'infinita vanità di ogni suo diletto e vantaggio, la gloria è giudicata dalla miglior parte degli uomini il maggior bene che sia concesso ai mortali, e il più degno oggetto che questi possano proporre alle cure e alle azioni loro. Onde, non per odio, ma per vera e speciale benevolenza che ti avea posta, io deliberai di prestarti al conseguimento di questo fine tutti i sussidi che erano in mio potere. »
(Ibidem.)

Altro dialogo cardine del pensiero Leopardiano, che tornerà prepotentemente nei dialoghi e novelle sulla vanità della gloria e sul meccanicismo naturale. Due i poeti illustri citati (Camões e Milton), presi ad esempio di gloria postuma e sofferenza in vita. Torna il taglio ironico, mentre il riferimento al suicidio si fa più esplicito.

Dialogo della Terra e della Luna[modifica | modifica sorgente]

Open book nae 02.svg Per approfondire, leggi il testo Dialogo della Terra e della Luna.

Composto a Recanati, tra il 24 e il 28 aprile, 1824.[2]

Terra
Luna

Nello spazio silenzioso una Terra «che scoppia di noia» perché i suoi «negozi sono ridotti a poca cosa» comincia un dialogo con la Luna, da sempre «sua compagna di viaggio» e «amica del silenzio».[27] L'inizio del dialogo, che rimanda al commovente e ininterrotto colloquio del poeta col nostro satellite, ricorda la felice apertura dell'idillio Alla luna del 1819.

La Terra, dopo aver ricordato la sua natura armonica, divina e genitrice, in ossequio alla tradizione classica dei più antichi poeti greci, domanda alla Luna che tipo di abitanti la popolano, e di che natura è la società radicatasi sulle sue lande. La sua umile «suddita» risponde di non essere in nulla conforme alla sua «Signora», e che è in errore se crede che tutto, nell'universo, Madre Natura, abbia creato simile a lei e all'umanità.[28]

« Perdona, monna Terra, [...]. Ma in vero che tu mi riesci peggio che vanerella a pensare che tutte le cose di qualunque parte del mondo sieno conformi alle tue; come se la natura non avesse avuto altra intenzione che di copiarti puntualmente da per tutto. »
(Ibidem)

La Terra di «pasta grossa e cervello tondo», da sempre impegnata ad «allungare le sue corna che gli uomini chiamano monti e picchi» per vedere cosa accade su quelle terre vicine, non si capacita di quello che si sente rispondere, non comprendendo una «verità naturale».

Nessuna delle cose perdute dagli uomini si trova nascosta su i suoi lidi, come l'amor patrio, la virtù, la gloria o la rettitudine. Altre cose, invece, sono presenti come sulla Terra, sono i mali: vizi, misfatti, infortuni, dolori, vecchiezza.

« Oh cotesti sì che gl'intendo; e non solo i nomi, ma le cose significate, le conosco a maraviglia: perché ne sono tutta piena, [...] »
(Ibidem)

«[...] il male è cosa comune a tutti i pianeti dell'universo», nessuna eccezione. La radicalità della tesi assunta è il primo segnale di quel dolore cosmico che sarà sviscerato nei dialoghi successivi riguardanti la Natura.

La Luna non cambierebbe il suo stato con l'abitante più fortunato delle sue lande e dubita che ci sia speranza per loro. Anche la Terra riconosce che l'unico conforto che sembrano avere gli uomini sia il sonno che ora avvolge una parte di essi, l'emisfero non illuminato. I pianeti si salutano con una battuta ironica a suggellare l'amarezza del tono complessivo del dialogo.

Curatissimo il lavoro di citazione di che va da illustri fisici e astronomi,[29] alla battute sulla mitologia classica[30] fino ad un accenno alla tradizione religiosa islamica.[31] Immancabile la fonte letteraria che celebra l'Ariosto, il poeta italiano autore dei passi più fantasiosi legati alla parte nascosta del nostro satellite.[32]

La scommessa di Prometeo[modifica | modifica sorgente]

Open book nae 02.svg Per approfondire, leggi il testo La scommessa di Prometeo.
Prometeo dona il fuoco all'umanità, di Heinrich Friedrich Füger (c. 1817)

Composta a Recanati, tra il 30 aprile e l'8 maggio, 1824.[2][33]

Secondo dialogo in cui si finge un improbabile concorso bandito allo scopo di premiare, con un rametto di alloro in questo caso, la più utile invenzione del mondo. Invitate a partecipare tutte le divinità più importanti che abitano nell'Ipernéfelo,[34] a contendersi in finale il ramuscello[35] saranno Bacco, per l'invenzione del vino, Minerva, per l'olio nel suo doppio utilizzo, culinario ed estetico (specialmente per massaggiare e profumare i corpi degli dei), e Vulcano, per l'invenzione della prima pentola da cucina. Per vari motivi i vincitori a turno rinunceranno al titolo, adducendo le più curiose scuse per non fregiarsi del premio.[36]

Il succo dell'operetta prende l'avvio dalla delusione di Prometeo, escluso dal concorso per aver presentato lo stampo con cui aveva forgiato il primo essere umano. Il titano è convinto che l'uomo sia la migliore invenzione del mondo e convince Momo,[37] divinità oscura, ad accettare una scommessa e seguirlo sulla terra, dove proverà la sua tesi. I celesti avranno tre incontri, tutti terribili: un selvaggio che divora il proprio figlio per sfamarsi «che per questo solo uso io l'ho messo al mondo, e preso cura di nutrirlo.»;[38] una vedova arsa viva in memoria del defunto marito; un uomo per bene e di condizione agiata che uccide sé stesso e la propria famiglia per noia della vita. Prima di aver toccato tutt'e cinque i continenti del globo, Prometeo rinuncerà alla scommessa, pagando il pegno.

Sul finale dell'operetta il dialogo si sposta sulle circostanze che hanno portato gli esseri umani alla civiltà. Frutto di fortuiti casi, l'evoluzione umana si è costruita in equilibrio tra perfezione e imperfezione. Momo accetterà la tesi che il mondo sia ottimo e perfetto se Prometeo ammetterà che contenga anche tutti i mali possibili.[39]

Dialogo di un fisico e di un metafisico[modifica | modifica sorgente]

Open book nae 02.svg Per approfondire, leggi il testo Dialogo di un fisico e di un metafisico.

Composto a Recanati, tra il 14 e il 19 maggio, 1824.[2]

Primo dialogo in cui compaiono gli stereotipi di due personaggi reali non appartenenti al mondo del mito, della natura o della fantasia popolare.[41] Ad interrogarsi sulle questioni fondamentali della vita sono stavolta un fisico, scopritore e sostenitore dell'arte di vivere lungamente e un metafisico, che reputa quella scoperta pericolosa per il genere umano se non affiancata dall'arte di vivere felicemente.

Il fisico si fa portavoce della prima teoria macrobiotica che poggia sulla tesi dell'umanità, per natura, desiderosa di vivere in eterno. In realtà, ciò che distingue gli uomini da tutte le altre creature, obietta il metafisico, è il loro desiderio di felicità: sempre più spesso, quando viene meno, li spinge al suicidio.

Per rendere giustizia alle sue tesi, il metafisico ricorre alla saggezza degli antichi, espressa sotto forma di mito, proponendo esempi di personaggi che ricevettero come sommo bene la morte invece della vita.[42] Dopo aver accostato la brevità dell'esistenza di alcune popolazioni a quella del ciclo vitale di alcuni insetti,[43] il dialogo svolge il concetto che la vita degli uomini è tanto meno infelice, quanto più fortemente agitata e occupata, quindi libera dal tedio.

Il divario tra i due si fa più grande nel finale quando il metafisico dichiara di preferire solo i giorni felici che la natura concede all'uomo (anche se pochi), mentre il fisico vorrebbe aggiungere (conformemente alla sua scoperta) altri giorni, anche infelici, perché ciò che conta è vivere di più.

Christoph Wilhelm Hufeland, usò per primo il termine macrobiotico per indicare le capacità di prolungare la vita umana.

Il dialogo si conclude sulle parole del metafisico:

« [...]Ma se tu vuoi, prolungando la vita, giovare agli uomini veramente; trova un'arte per la quale sieno moltiplicate di numero e di gagliardia le sensazioni e le azioni loro. Nel qual modo, accrescerai propriamente la vita umana, ed empiendo quegli smisurati intervalli di tempo, nei quali il nostro essere è piuttosto durare che vivere, ti potrai dar vanto di prolungarla. »
(Ibidem)

Anche in questa operetta sono molto curate le citazioni dotte. In particolare, troviamo un riferimento alla terra degli Iperborei:[44] essi incarnano la prospettiva di noia della vita eterna; se ne privano volontariamente una volta che questa non ha più nulla da offrire. Dopo aver citato il Cagliostro,[45] altri due miti ironizzano sul desiderio di immortalità, il massimo dono che gli dei possono concedere agli uomini.[42]

Ben più visibile è l'ironia che riveste le citazioni riguardanti alcuni scienziati moderni. Il Leeuwenhoek[46] attribuiva ad alcuni pesci una vita lunghissima. Il Maupertuis[47] sosteneva di ritardare o interrompere la vegetazione del nostro corpo per allungare la vita degli uomini.

È citato indirettamente anche il naturalista Buffon il quale racconta degli uomini che vivono in Guinea o in Decan una vita pari alla metà di quella europea, ma più intensa e concentrata.[43]

Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare[modifica | modifica sorgente]

Open book nae 02.svg Per approfondire, leggi il testo Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare.

Composto a Recanati, tra l'1 e il 10 giugno, 1824.[48] Ha subito delle modifiche nelle edizioni successive.[49]

Torquato Tasso

Accorato dialogo in cui l'autore rinnova la sua incondizionata reverenza[50] nei confronti del suo poeta preferito, sentito vicino, nel dramma della vita privata,[51] alla sua condizione personale di infelicità. Il tono pacato, i ragionamenti pazienti e dimessi riproducono l'immagine del sogno[52] condizione principe che mette l'essere umano nelle condizioni di rivivere sentimenti profondi e vicini all'assoluto.[53] L'immagine della donna amata[54] è sublimata nel ricordo, nelle visioni vaghe e incerte della memoria, a differenza del mondo reale in cui vive l'oggetto del desiderio e della passione. Solo la speranza di rivedere un giorno l'amata sono per Tasso, l'unico piacere concessogli dal suo stato di prigionia. Il fantasma, come un caro vecchio amico, lo consola:

« [...] Sappi che dal vero al sognato, non corre altra differenza, se non che questo può qualche volta essere molto più bello e più dolce, che quello non può mai. »
(Ibidem)

La struttura tripartita del Dialogo è simmetricamente scandita da tre domande specifiche che sul piano filosofico individuano tre concetti importanti del pensiero leopardiano: 1)«Che cosa è il vero?»[55] 2) «Che cos'è il piacere?» 3) «Che cos'è la noia?»

La riflessione sul ricordo/sogno risponde alla prima domanda in favore dell'immaginazione che supera comunque e sempre l'arido vero. «Il sogno è incomparabilmente più bello e più emozionante». Tasso stesso lo testimonia quando racconta che la sua donna sembra una dea e non una semplice bella donna quando dorme e la sogna.[56]

Il piacere non è una cosa reale ma solo oggetto di speculazione; è un desiderio e non un fatto, perché impossibile da conseguire in vita; è un pensiero che l'uomo concepisce ma non prova. Ritornano le pagine dello Zibaldone[57] con tante immagini sull'oggetto del piacere reale e del piacere immaginato.

La noia non è altro che il desiderio puro della felicità che occupa tutti gli intervalli di tempo tra il piacere (fievolissimo, provato soltanto rare volte in sogno) e il dispiacere (la totalità del tempo) e quindi il dolore, rimedio alla noia.

Le considerazioni finali riguardano l'assuefazione alla prigionia che rendono l'uomo più forte per affrontare la società.

« [...] l'uomo,[...] chiarito e disamorato delle cose umane per l'esperienza; a poco a poco assuefacendosi di nuovo a mirarle da lungi, donde elle paiono molto più belle e più degne che da vicino, si dimentica della loro vanità e miseria; torna a formarsi e quasi crearsi il mondo a suo modo; [...] e desiderare la vita; delle cui speranze, [...], si va nutrendo e dilettando, come egli soleva à suoi primi anni. [...] e rimette in opera l'immaginazione, [...] »
(Ibidem)

Dialogo della Natura e di un Islandese[modifica | modifica sorgente]

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Composto a Recanati, tra il 21 e il 30 maggio, 1824.[2]

È la più famosa delle operette morali,[58] nonché la più antologizzata. Il clima di riso amaro e di facile, ma improbabile, identificazione del personaggio Islandese con l'autore, segna la progressione narrativa del dialogo, fino al geniale culmine teatrale della sequenza finale, con l'immagine della materializzazione di un destino ineluttabile.

« [...] è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall'inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell'Islandese [...] »
(Ibidem)

Un Islandese, viaggiatore per il mondo alla ricerca di tranquillità, giunto nell'Africa equatoriale, si imbatte nella Natura, gigantesca figura di donna,[59] bellissima e austera.

Lo sventurato spiega in modo umile le ragioni delle sue disgrazie e racconta le peripezie che lo hanno portato ad una vita peregrina. Celebri i passaggi sui disagi causati alla specie umana dagli agenti atmosferici e il paragone, probabilmente la più riuscita sequenza di allegorie delle operette, dell'ospite e del padrone di casa.

Lucio Anneo Seneca è il «filosofo antico» di cui è riportato un pensiero preso dalle Quaestiones Naturales, 2,3: «Si vultis, nihil timere, cogitate omnia esse timenda».[60]
« Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che [...] ho l'intenzione a tutt'altro che alla felicità degli uomini o all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo [...] io non me n'avveggo, [...]; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E [...] se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei. »
(Ibidem)

Tornano i temi legati alla durata della vita e ai pericoli che la segnano come il continuo patire senza consolazione alcuna, e il costante peregrinare che ha portato l'islandese alla convinzione che l'uomo non potrà mai vivere senza dolore, e che il patimento sia inevitabile quanto la pace irraggiungibile.

La Natura opera seguendo un ciclo perpetuo di produzione e distruzione dell'universo; l'esistenza del mondo stesso poggia su una legge universale: non v'è «in lui cosa alcuna libera da patimento.»

La domanda finale, il possibile epitaffio posto sul mausoleo dell'islandese, è pregna di quell'inquietudine esistenziale tipicamente romantica, assente in altre conclusioni, scientifiche o pseudo tali, più legate al meccanicismo dell'universo, degli altri testi.

« [...] a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono? »
(Ibidem)

Il Parini, ovvero Della Gloria[modifica | modifica sorgente]

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Giuseppe Parini

Composta a Recanati tra il 6 luglio e il 13 agosto, 1824.[2]

L'Operetta, incentrata sulla figura di Giuseppe Parini è la composizione più lunga del corpus; divisa in dodici capitoli, riguardanti la vanità della gloria, mette in guardia un promettente allievo dagli ostacoli che incontrerà per ottenere la fama nelle lettere o nella filosofia.[61]

Capitolo primo
Dopo una breve introduzione sulle qualità umane e artistiche del Parini, si narra la passione che il letterato aveva nell'insegnare l'eloquenza e la poesia ai suoi discepoli. Inizia il tema della gloria, e delle difficoltà[62] per conseguirla. Nell'antichità era legata alla pratica, e non ottenuta con gli studi e le lettere. L'uomo era votato all'azione per fare il bene della repubblica e dei suoi cittadini.[63] Oggi avviene il contrario, poiché i nostri tempi sono tranquilli e non votati ad imprese magnanime. Vittorio Alfieri è l'esempio di letterato per indole portato alla gloria, ma vissuto in un'epoca lontana dalle grandi imprese e costretto a riviverle nei suoi scritti: i moderni sono comunemente esclusi dal cammino di celebrità.
Capitolo secondo
Le invidie, la calunnie i maneggi segreti, oscurano o screditano la fama di un autore, portando alla ribalta opere insulse, obliando le pregevoli. Baldassarre Castiglione, poeta «assueto a scrivere», è un esempio di stile da tramandare: un testo non è lodevole solo per le proprie sentenze e i propri contenuti. Apprendere lo stile significa anche capire meglio i grandi. Virgilio introduce il tema della fama casuale: la maggior parte dei lettori esprime un giudizio grossolano, che spesso poggia sulla tradizione che accompagna i sommi, una [...] consuetudine ciecamente abbracciata.
Capitolo terzo
La valutazione di un'opera è fortemente legata alla prima impressione, derivante, nella maggior parte dei casi, da considerazioni personali che possono alterare i valori intrinseci: stati d'animo diversi, momenti della vita (età, maturità), condizioni sociali e cultura.
Capitolo quarto
La capacità di gustare letteratura (eloquenza) scema con l'avanzare dell'età, come prescrive madre natura. Gli anziani sono meno predisposti dei giovani, che a loro volta, mossi da impeto, soffrono la poca esperienza, dando nel giudizio più spazio ad aspetti frivoli, e a cose vane. L'uomo maturo conosce il vero e la vanità di tutte le cose, il giovane crede nelle favole. Parte un'analisi dell'arte nelle città, sprecata nelle grandi perché non è più in grado di muovere grandi sentimenti: per abitudine, per troppe occupazioni dei cittadini per leggerezza, ecc. meglio nelle piccole e mediocri. Gli antichi scrivevano per distrarsi dal negotium, mentre oggi si scrive tra un otium e l'altro. La città ha una duplice natura: favorisce la completa realizzazione dell'arte ma nello stesso tempo perde il suo valore intimo e spirituale; impossibilità per l'uomo di fruirne a pieno spirito.
Capitolo quinto
Dopo la parentesi del capitolo precedente si torna al tema principale. Le opere vicine alla perfezione risultano più piacevoli e meritorie dopo una seconda lettura, mentre non sempre se ne colgono i frutti alla prima. Avviene il contrario con gli scritti mediocri (che pur possono contenere qualcosa di pregio) che rubano la scena e pregiudicano le riletture. Anticamente non era così perché circolavano pochi testi. Viene toccato il tema del primo giudizio che difficilmente si muta quindi in vantaggio sempre i libri maggiori: «[...] lo scrivere perfettamente è quasi inutile alla fama».[64] Due, fondamentalmente, i motivi che pregiudicano la prima lettura: i libri perfetti non sono letti con la stessa accuratezza dei classici e anche quelli importanti si studiano bene molti anni dopo, quando matura una certa fama; la fama stessa che si deposita sui crea una sorta di velo di pregio che amplifica valori spesso gratuiti, «[...] la maggior parte del diletto nasce dalla stessa fama». Il valore di un poema non potrebbe essere giudicato nemmeno dal miglior studioso di versi del suo tempo perché nel caso dell'Iliade mancherebbero ben 27 secoli di tradizione letteraria all'appello.
Capitolo sesto
Qualsiasi azione, inclusa la lettura, se aiutata dalla speranza risulta più utile e fruttuosa, mentre mancando causa fastidio e noia. Chi abbraccia solo il presente è mosso da piaceri rapidi e insipidi e salta da libro a libro. Poiché la maggior parte dei lettori è di questa pasta non conviene scrivere perfettamente, gli stessi studiosi col tempo avranno a noia quei testi che prima gli recavano giovamento.
Capitolo settimo
Cambio argomento: dalle lettere amene alla filosofia, non c'è differenza, non c'è differenza con la poesia in termini di profondità di pensiero e sottigliezza nel ragionare. Anche in questo settore solo un filosofo sa leggere un libro filosofico e cogliere le verità di pensiero che le persone normali comprenderebbero solo letteralmente. La profondità d'animo favorisce la lettura poetica, la profondità di pensiero quella filosofica. L'uomo impoetico non riesce a seguire ragionamenti sottili per giungere alla verità contenuta negli scritti. Questo genera una diversità di opinioni tanto che molti testi sono spesso accusati di oscurità per colpevole incomprensione dovuta alla scarsa qualità dei lettori.
Capitolo ottavo
Se in vita il discepolo, per meriti personali, dovesse riuscire a formulare, dopo grandi fatiche, grandi verità, non otterrà facilmente la gloria perché dovrà essere passato al vaglio dal pensiero corrente. La comunità scientifica e tutti gli uomini dovranno abituarsi all'idea prima di poterla accettare. parte un parallelo con la geometria e si cita Cartesio: le verità geometriche sono accettate per assuefazione e non per certezze di verità concepite nell'animo. Il progresso del sapere umano non è compreso dai contemporani, il sommo pensatore è deriso e umiliato. Solo nella generazione successiva, attraverso sforzi di ricerca individuali, si potrà verificare ed accettare la verità di quel genio e riconoscergli «quanto precorrese il genere umano», con lodi che leveranno «poco romore». Pertanto né in vita né dopo la morte sarà riconosciuta la gloria al sommo.
Capitolo nono
Nell'ipotesi in cui si ottenesse in vita la gloria, essa sarà trattata diversamente da città piccola a città grande. Le città piccole mancando di tutto, anche di cultura, non sono tengono in considerazione la fama, la sapienza e la dottrina di quel sommo, tanto che se abitatore di quei luoghi,[65] si troverà in forte disagio perché non compreso, deriso e umiliato. Nelle città grandi, gli occhi e gli animi degli uomini sono «distratti e rapiti, parte dalla potenza, parte dalla ricchezza, in ultimo dalle arti che servono all'intrattenimento e alla giocondità della vita inutile»; al genio non resta che accontentarsi della gloria che si riesce ad ottenere in un ristretto numero di amicizie.
Capitolo decimo

« Non potendo godere [...] alcun beneficio della tua gloria, la maggiore utilità che ne ritrarrai, sarà di rivolgerla nell'animo e di compiacertene teco stesso nel silenzio della tua solitudine, [...] e fartene fondamento a nuove speranze. [...] La gloria degli scrittori, [...]riesce più grata da lungi che da vicino, ma non è mai, si può dire, presente a chi la possiede [...]. »
(ibidem)

Poiché è impossibile ottenere la gloria al presente, l'uomo impara a rivolgerla nel proprio animo, compiacendosene nella propria solitudine; unica consolazione l'immaginazione che proietterà nel futuro, alla posterità, l'onore della gloria.

« Quelli che sono desiderosi di gloria, ottenutala pure in vita, si pascono principalmente di quella che sperano possedere dopo la morte, nel modo stesso che niuno è così felice oggi, che disprezzando la vana felicità presente, non si conforti col pensiero di quella parimente vana, che egli si promette nell'avvenire. »
(ibidem)

Capitolo undecimo
Credere nella posterità: chi ci dice che il futuro sarà migliore del presente?[66] che ci saranno uomini in grado di valutare la letteratura amena, la filosofia ecc.? Riconoscere menti e dare gloria? (invecchiando il ricordo peggiora). Probabilmente il progresso culturale e scientifico permetterà di superare in termini di verita l'età presente e scrittori come Galilei, Bacone, Malebrance, Locke[67] oggi sono reputati meno brillanti che in passato perché superati, ormai titolari di un sapere inferiore.
Capitolo duodecimo
Le qualità che distinguono un letterato filosofo scienziato sono viste come un male una malattia un infortunio e danneggiano l'esistenza costringendo ad una vita misera chi ne è portatore. Il paragone è con l'infermo che privo di un arto cerca in qualche modo di sfruttare al massimo la sua deficienza per muovere la misericordia dell'uomo liberale. I gloriosi magnanimi, esclusi dal consorzio umano «hanno per destino di condurre una vita simile alla morte, e vivere se pur l'ottengono (la fama), dopo sepolti».

Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie[modifica | modifica sorgente]

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Federico Ruysch

Composto a Recanati, tra il 16 e il 23 agosto, 1824.[2]

Federico Ruysch all'apice del suo successo internazionale come archeologo e scienziato,[68] una sera dopo mezzanotte, è sorpreso e spaventato da uno strano fenomeno che si sta verificando all'interno del suo laboratorio dove si trovano una serie di mummie, oggetto dei suoi esperimenti.[69]

Le mummie stanno declamando dei versi in coro sul destino che accomuna la sorte dei vivi e quella dei morti. Accostatosi alla soglia e vinte le paure in nome della curiosità, il Ruysch irrompe nella stanza e le interroga su questo strano caso.

L'archeologo scopre che tutti i morti dell'universo, recitano i versi appena ascoltati, ogni volta che si compie un anno grande e matematico[70] e che hanno facoltà di continuare a parlare per un quarto d'ora se interrogati dai vivi. Sempre più stupito il Ruysch, rammaricandosi di non poter ascoltare un dialogo solamente tra persone morte, porge una serie di domande alle mummie circa la consapevolezza della loro condizione di defunti e in special modo la scoperta del suo inizio e le emozioni ad essa associate.[71] Con profonda sorpresa, contravvenendo all'opinione comune, il morire è simile alle fasi del sonno, mentre la morte di per sé non è dolorosa anzi lenisce tutti i mali.[72]

« [...] spessissime volte la stessa languidezza è piacere; massime quando vi libera da patimento; poiché ben sai che la cessazione di qualunque dolore o disagio, è piacere per sé medesima, sicché il languore della morte debbe esser più grato secondo che libera l'uomo da maggior patimento. »
(Ibidem)
Una mummia

L'ultima domanda sulla scoperta della condizione di defunti rimane senza risposta perché il tempo a disposizione è ormai scaduto.

Dal punto di vista stilistico è un dialogo in cui è presente un raffinato lavoro intertestuale: molto studiato è il coro dei morti[73] che segnerà la produzione degli anni successivi la crisi poetica. Insieme con la poesia Alla sua donna e ad alcuni Volgarizzamenti di Simonide, è la prima testimonianza della rottura da parte di Leopardi con la struttura metrica della canzone tradizionale.

L'atto unico riprende progetti di tragedia giovanile[74] e un mai sopito rapporto con il dramma pastorale (vedi Aminta del Tasso).

Nel dialogo, secondo tradizioni diffusissime nel XVIII secolo, si fa accenno ai vampiri come esempio di morti dannati che succhiano il sangue delle loro vittime. L'accostamento nasce dalla sostanza che il Ruysch iniettava nelle vene delle sue mummie, simile al sangue.

Detti memorabili di Filippo Ottonieri[modifica | modifica sorgente]

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Composta a Recanati, tra il 29 agosto e il 26 settembre, 1824.[2]

Socrate, statua di epoca romana, conservata nel Museo del Louvre.

Capitolo primo
Seconda operetta divisa in capitoli dopo il Parini, che narra in stile biografico la vita di Filippo Ottonieri, filosofo vissuto in un periodo coevo rispetto al tempo narrativo del testo. Questo personaggio, che in vita non ha mai criticato i suoi simili e le loro usanze, è stato sempre tenuto in scarsa considerazione dai suoi amici per il poco amore mostrato verso le consuetudini della vita incivilita. Dopo una serie di ritratti di filosofi antichi famosi, apprendiamo che l'Ottonieri si professava epicureo nella vita, mentre nella filosofia diceva di seguire l'esempio di Socrate, colui che ha fatto scendere la filosofia dal cielo, secondo Cicerone, esempio di massima coerenza nei costumi e nel pensiero; del maestro di Platone apprezza il parlare ironico e dissimulato e i particolari della sua vita: nato per amare, dal cuore delicato e fervido, fu dalla natura condannato per la forma del corpo e vissuto in un ambiente deditissimo a motteggiare. Il primo capitolo si conclude con una felice metafora sui libri e la lettura:

« [...] il leggere è un conversare, che si fa con chi scrisse. Ora, come nelle feste e nei sollazzi pubblici, quelli che [...] non credono di esser parte dello spettacolo, prestissimo si annoiano; così nella conversazione è più grato generalmente il parlare che l'ascoltare. Ma i libri per necessità sono come quelle persone che stando cogli altri, parlano sempre esse, e non ascoltano mai. Per tanto è di bisogno che il libro dica molto buone e belle cose, e dicale molto bene; acciocché dai lettori gli sia perdonato quel parlar sempre. Altrimenti è forza che così venga in odio qualunque libro, come ogni parlatore insaziabile. »
(ibidem)


Capitolo secondo
Nel secondo capitolo si continua l'analisi del pensiero ottonieriano/leopardiano, vi si trova in finale del capito un'interessante critica sintetica della pretesa che la volontà umana sia libera e l'uomo sia, secondo alcuni filosofi, padrone del suo destino.

« Ridevasi spesse volte di quei filosofi che stimarono che l'uomo si possa sottrarre dalla potestà della fortuna, disprezzando e riputando come altrui tutti i beni e i mali che non è in sua propria mano il conseguire o evitare, il mantenere o liberarsene; e non riponendo la beatitudine e l'infelicità propria in altro, che in quel che dipende totalmente da esso lui. [...] forse perciò la beatitudine e l'infelicità di questo tale, non sarebbero in potere della fortuna? Non soggiacerebbe alla fortuna quella stessa disposizione d'animo, che questi presumono che ce ne debba sottrarre? La ragione dell'uomo non e sottoposta tutto giorno a infiniti accidenti? innumerabili morbi che recano stupidità, delirio, frenesia, furore, scempiaggine, cento altri generi di pazzia breve o durevole, temporale o perpetua; non la possono turbare, debilitare, stravolgere, estinguere? La memoria, conservatrice della sapienza, non si va sempre logorando e scemando dalla giovanezza in giù? quanti nella vecchiaia tornano fanciulli di mente! e quasi tutti perdono il vigore dello spirito in quella età. Come eziandio per qualunque mala disposizione del corpo, anco salva ed intera ogni facoltà dell'intelletto e della memoria, il coraggio e la costanza sogliono, quando più, quando meno, languire; e non di rado si spengono. In fine, è grande stoltezza confessare che il nostro corpo è soggetto alle cose che non sono in facoltà nostra, e contuttociò negare che l'animo, il quale dipende dal corpo quasi in tutto, soggiaccia necessariamente a cosa alcuna fuori che a noi medesimi. E conchiudeva, che l'uomo tutto intero, e sempre, e irrepugnabilmente, è in potestà della fortuna. »
(ibidem)

Capitolo terzo
Capitolo quarto
Capitolo quinto
Capitolo sesto
Capitolo settimo

Giuliano l'Apostata raffigurato su di una moneta.

Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez[modifica | modifica sorgente]

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Composto a Recanati, tra il 19 e il 25 ottobre, 1824.[48]

Durante la traversata dell'Atlantico,[75] stanchi della lunga navigazione e preoccupati per la sorte avversa, Colombo e Gutierrez[76] si confidano speranze e convinzioni. Il capitano non è più certo del viaggio ma l'occupazione della navigazione lo distoglie dal pensiero dell'inutilità della vita. In un clima di esaltazione dell'attivismo come mezzo per scacciare la noia e il dolore, il dialogo pone al centro il concetto di quanto l'uomo abbia cara la vita, quando, incorrendo nei pericoli, teme per essa.

« Scrivono gli antichi, [...] che gli amanti infelici, gittandosi dal sasso di Santa Maura (che allora si diceva di Leucade[77]) giù nella marina, e scampandone; restavano, per grazia di Apollo, liberi dalla passione amorosa. Io [...] so bene che, usciti di quel pericolo, avranno per un poco di tempo, [...] avuta cara la vita che prima avevano in odio; o pure avuta più cara e più pregiata che innanzi. Ciascuna navigazione e, per giudizio mio, quasi un salto dalla rupe di Leucade [...] »

Il semplice fatto di non possedere qualcosa come la terra ferma, per i naviganti è motivo sufficiente per essere straordinariamente felici quando la avvistano da lungi.

Presente anche una dotta citazione classica che ricorda Annone (V secolo a.C.), navigatore cartaginese, che esplorò le coste occidentali dell'Africa fino alla Guinea, lasciandoci una descrizione dei suoi viaggi (Periplo).

Elogio degli uccelli[modifica | modifica sorgente]

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Un Passero domestico

Composto a Recanati, tra 29 ottobre e il 5 novembre, 1824.[2]
Leopardi immagina il filosofo Gentiliano, detto Amelio (“privo di preoccupazioni”) intento in una bella giornata a scrivere un elogio alle creature più sorridenti del creato. Gli uccelli appunto. Gli Uccelli cinguettano di continuo, segno di felicità e sorriso, cosa che agli uomini è circoscritta solo a determinate occasioni. Ma siccome solo uccelli e uomini possono ridere allora forse l'uomo non andrebbe categorizzato come animale intellettivo ma come animale “risibile”. Gli uccelli sono migliori in quanto durante la tempesta l'uomo la subisce e l'uccello se ne scappa, nell'alto dei cieli, sopra la bufera. Gli uccelli a differenza degli uomini si tengono in forma, non stanno mai fermi e hanno una corporatura tonica ed allenata, gli uccelli non sono sottoposti alla noia; l'uomo e tutti gli altri animali se non per procacciarsi il cibo non fanno che oziare, gli uccelli invece non stanno mai fermi e usano il volare come sollazzo, di conseguenza sono di animo forte e puro. Gli uccelli sono quindi le creature più perfette, tendono al moto piuttosto che alla quiete (e il moto è più vivo della quiete), hanno l'udito e la vista (i sensi più nobili) più sviluppati e se ciò non bastasse a dichiararli le creature perfette si consideri, come già detto prima a proposito della tempesta, che sono abituati a cambiare clima molto in fretta (dal caldo vicino alla terra al freddo vicino al cielo), abilità molto utile e nobile per conseguire felicità (come nel caso dell'islandese sopracitato). In conclusione, come Anacreonte voleva tramutarsi in specchio per essere ammirato, Amelio vorrebbe essere tramutato in uccello in modo da poter provare anche solo per un momento quelle contentezza e letizia che provano tali creature.

Cantico del gallo silvestre[modifica | modifica sorgente]

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« Mortali, destatevi. Non siete ancora liberi dalla vita. »
(ibidem)

Composto a Recanati, tra il 10 e il 16 novembre, 1824.[2]

Il Cantico[78] è l'ultima operetta morale scritta nel 1824 da Giacomo Leopardi, e ha il carattere di una conclusione della raccolta. Ne esprime infatti i temi centrali: l'«arcano mirabile e spaventoso dell'esistenza universale»; il senso angoscioso della vita come privazione e come nulla; la fatale infelicità dell'uomo. È giustamente considerata il cantico della morte, intesa come unica possibile conclusione dell'esistenza dolorosa e assurda dell'uomo e di tutte le cose.

L'incipit dotto,[79] pieno di preoccupazioni didascaliche,[80] esempio di divertita erudizione, celebra l'intenzione dell'autore di provocare nel lettore un senso di straniamento e sorpresa, predisponendo l'animo ad accogliere verità antiche.

Il gallo silvestre ridesta tutti gli uomini alla coscienza di un appassire ineluttabile, di un lento e desolato morire ora per ora. Le singole conclusioni si snodano come una vasta sinfonia di dolore, in cui palpita tutta l'angoscia del mondo, raccolta a tratti in immagini grandiose, come quelle che accennano alla futura fine dell'universo, al silenzio nudo e alla quiete altissima che empiranno lo spazio immenso. Di qui viene al Cantico il suo carattere di poesia in prosa, il suo tono fondamentalmente lirico.

È lontana dal tessuto di questa operetta ogni forma d'argomentazione filosofica, esplicitamente dichiarata dall'autore con una nota posta in calce al testo, che anticipa i contenuti dell'operetta successiva:[81] con il cantico andrà a formare un vero e proprio dittico escatologico, in cui Leopardi avrà modo, attraverso la tecnica della citazione, dell'apocrifo, del lavoro filologico, di sperimentare anche una conclusione filosofica.

Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco[modifica | modifica sorgente]

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Saturno e il suo sistema di anelli visti dalla sonda Cassini il 6 ottobre 2004.

Composto probabilmente nell'autunno 1825 a Bologna.[82][83]

Preambolo

Il testo[84] racconta del ritrovamento, da parte dei monaci del monte Athos, di un frammento greco, tradotto in volgare e attribuito probabilmente a Stratone da Lampsaco,[85] e invita gli eruditi lettori a giudicare la paternità del contenuto.

Della origine del mondo

« Le cose materiali, siccome elle periscono tutte ed hanno fine, così tutte ebbero incominciamento. »
(Ibidem)

Tutte le cose materiali hanno un principio e una fine, ma questa caducità non si riscontra nella materia universale che è infinita, senza una causa dentro o fuori di sé. Il mondo particolare, animato da piante e creature, è agitato continuamente da più forze esterne, tutte però riconducibili ad una sola che è l'amor proprio. Queste forze o questa sola forza agita e trasforma la materia in numerevoli forme e creature, tenute insieme da ordini e relazioni chiamate mondo o mondi, perché infinite sono le trasformazioni e le relazioni. In questo cambiamento la materia resta intatta e le mancano solo quei modi di essere.

Della fine del mondo

Anche se gli ordini che regolano il mondo sono creduti immutabili, in realtà cambiano. Parte qui un discorso tecnico su come finirà il mondo. La teoria, dimostrata ormai errata, era piuttosto in voga in quel tempo. La Terra, a causa del suo perpetuo moto sul proprio asse, vede fuggire dal centro la materia posta all'equatore, schiacciandosi col tempo verso i poli, fino a diventare un disco piatto. «Questa ruota [...], a lungo andare, fuggendo dal centro tutte le sue parti, riuscirà traforata nel mezzo». Questo foro si allargherà fino a diventare un anello per poi andare in pezzi e distruggersi. Ad esempio è portato Saturno[86] col suo anello: la materia molle finirà per ricadere sul pianeta in un eterno ciclo come tutti i pianeti ricadranno nei loro soli. Ma anche i soli ruotano e finiranno allo stesso modo, solo la loro materia, a causa delle sue immutabili leggi, tornerà a trasformarsi per dar vita a nuovi ordini e nuovi mondi.

Dialogo di Timandro e di Eleandro[modifica | modifica sorgente]

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« Nessuna cosa credo sia più manifesta e palpabile, che l'infelicità necessaria di tutti i viventi. »
(Ibidem)
Timone di Fliunte, in una incisione del XVII secolo

Composto a Recanati, tra il 14 e il 24 giugno, 1824.[48]

Lo scrittore Eleandro è incalzato in una discussione dal critico Timandro, che lo riprende per i suoi scritti poco edificanti: non si giova coi libri che mordono continuamente l'uomo in generale. Conformemente alla moda, lo invita a mutare animo e a procurar di giovare alla [sua] specie.

Eleandro che non ama e non odia gli uomini, non sente la necessità di procurar loro alcun elogio, ritenendo unico rimedio al comune destino di infelicità, il riso lenitivo. Anche se i suoi scritti affrontano verità dure e triste, non smettono di incitare gli uomini ad azioni nobili e virtuose, al culto delle immaginazioni e degli errori antichi, mentre deplorano il misero e freddo vero della filosofia e della civiltà moderna.[87]

« Dicono i poeti che la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso. Non dovete pensare che io non compatisca all'infelicità umana. Ma non potendovisi riparare con nessuna forza, nessuna arte, nessuna industria, nessun patto; stimo assai più degno dell'uomo, e di una disperazione magnanima, il ridere dei mali comuni; che il mettermene a sospirare, lagrimare e stridere insieme cogli altri, o incitandoli a fare altrettanto. [...] io desiderio quanto voi, e quanto qualunque altro, il bene della mia specie in universale; ma non lo spero in nessun modo; non mi so dilettare e pascere di certe buone aspettative, come veggo fare a molti filosofi in questo secolo; e la mia disperazione, [...], non mi lascia luogo a sogni e immaginazioni liete circa il futuro, né animo d'intraprendere cosa alcuna per vedere di ridurle ad effetto. »
(Ibidem)

Il dialogo sviluppa le sue argomentazioni su due percorsi, uno strettamente morale, l'altro metafisico.

Evocando in felici battute pensieri già ampiamente affrontati in molti passi dello Zibaldone, l'operetta affronta diversi argomenti cari al Nostro. Torna la questione dei libri e dei lettori, già nell'Ottonieri e soprattutto nel Parini: l'importanza della scrittura è vista oggi come un passatempo e i sentimenti che animano lo spirito, dopo una lettura, non portano l'uomo a compiere grandi azioni. Questa tendenza non deve far dimenticare il valore di un testo, che può restare significativo anche se non persuasivo.

Alcibiade

La mancanza di stima nei confronti dell'umanità poggia, per Eleandro, su un progresso irreversibile dello spirito e del pensiero umano.

« Tutti i savi si ridono di chi scrive latino al presente, che nessuno parla quella lingua, e pochi la intendono. Io non veggo come non sia parimente ridicolo questo continuo presupporre che si fa scrivendo e parlando, certe qualità umane che ciascun sa che oramai non si trovano in uomo nato, e certi enti razionali o fantastici, adorati già lungo tempo addietro, ma ora tenuti internamente per nulla e da chi gli nomina, e da chi gli ode a nominare. »
(ibidem)

Nei suoi scritti egli non morde la sua specie ma si duole del fato, a cui si può opporre come rimedio solo il riso.

In parallelo il testo pone all'attenzione del lettore anche risposte mordaci sul piano speculativo: la perfezione dell'uomo, immagine simbolo della filosofia del secolo moderno, consiste nella conoscenza del vero, mentre tutti i suoi mali provengono dalle opinioni false e dall'ignoranza.

Eleandro sostiene che nei fatti queste verità devono essere dimenticate ed estirpate da tutti gli uomini, perché, sapute, non possono altro che nuocere: la filosofia, infatti, non solo è inutile alla felicità dell'uomo ma è dannosissima.

Nei suoi scritti ha sempre esaltato gli errori degli antichi perché giovano alle nazioni moderne, tuttavia, dove un tempo simili opinioni nascevano dall'umile ignoranza, oggi provengono dalla ragione e dal sapere: il piacere generato è più efficace nello spirito che nel corpo, nelle opere letterarie più che nelle azioni, e risulta un sentimento più riposto ed intrinseco rispetto al passato.

« [...]non molto dopo sollevati da una barbarie, ci hanno precipitati in un'altra, non minore della prima; quantunque nata dalla ragione e dal sapere, e non dall'ignoranza; e però meno efficace e manifesta nel corpo che nello spirito, men gagliarda nelle opere, e per dir così, più riposta ed intrinseca. [...] »
(ibidem)

Posto a conclusione delle Operette nell'edizione Stella del 1827, il dialogo, nelle intenzioni dell'autore, doveva essere «nel tempo stesso una specie di prefazione, ed un'apologia dell'opera contro i filosofi moderni»,[88]

I nomi Timandro ed Eleandro (nel primo abbozzo Filénore e Misénore) indicano etimologicamente «colui che stima l'uomo» e «colui che ne ha compassione».

Ancora una volta curate le citazioni classiche con due personaggi di rilievo, Timone e Alcibiade:[89] Leopardi aveva in mente anche un altro testo simile nei contenuti, il Dialogo di Timone e di Socrate, ma non lo scrisse mai.

Il Copernico[modifica | modifica sorgente]

Open book nae 02.svg Per approfondire, leggi il testo Il Copernico.

In questa Operetta, composta nel 1827,[82] torna il concetto della nullità del genere umano: l'ironico testo attacca la filosofia che mette l'uomo al centro dell'universo.[90]

Leopardi la voleva nell'edizione Starita che fu interrotta e nella progettata e mai realizzata edizione parigina.

Scena prima
La scena è ambientata probabilmente nel mitico palazzo del dio Sole, da dove, con il suo carro, trainato da quattro cavalli, partiva percorrendo la volta celeste, per segnare le ore del giorno. Il nostro Astro, stufo, per pigrizia di questa vita, dedice di fermarsi e lasciare che sia la Terra, da sempre sovrana dell'Universo, ad occuparsene. Confortato dalle moderne teorie filosofiche, comunica la sua irrevocabile decisione al suo seguito, le Ore,[91] e incarica una di esse di avvisare uno scienziato che avrà il compito di divulgarla al mondo intero. La prima scena ironizza sulla centralità dell'uomo nell'Universo con alcuni passi che ricordano la terribile Natura dell'Islandese; il clima ironico è segnato da passi in cui le ancelle del Sole sollevano problematiche tecnico/pratiche su come gli uomini dovranno regolare il corso della loro vita dopo quei cambiamenti:

« Che importa cotesto a me? che, sono io la balia del genere umano? [...] e che mi debbo io curare [...] di creature invisibili, lontani da me i milioni delle miglia, [...] che non possono reggere al freddo, senza la luce mia? E poi, se debbo servir da stufa, [...] è ragionevole che, volendo la famiglia umana scaladrsi, [...] venga esse intorno al focolare, e non che il focolare vada dintorno alla casa »
(ibidem)

I poeti sono stati i primi a spingere le antiche divinità a quegli uffici, in tempi remoti in cui le buone canzoni, portavano a magnanime azioni, ma ora, al tempo dei filosofi e delle verità scientifiche, tutta questa fatica è vana:

« [...] sono deliberato di lasciare le fatiche e i disagi agli altri »
(ibidem)

Scena seconda
La più corta delle quattro, ci presenta Copernico intento all'osservazione del cielo dalla terrazza della sua abitazione. Lo scienziato non comprende il motivo della continua oscurità, quando il tempo segnala che è giunta da un bel pezzo l'alba. Un battito di ali lo distoglie da i suoi pensieri pieni di riferimenti dotti[92] e prepara la scena successiva.

La Terra e il Sole

Scena terza
L'Ora ultima giunge sulla terra per comunicare a Copernico la decisione del Sole e invita lo scienziato a lasciarsi condurre dal suo padrone per ascoltare nel dettaglio i cambiamenti che segneranno il nuovo corso dell'universo.

Scena quarta
Copernico non accetta di buon grado le decisione del Sole e osserva che le conseguenze saranno importanti:

« [...] la Terra si è creduta sempre di essere imperatrice del mondo [...] l'uomo [...] se ben fosse un vestito di cenci e che non avesse un cantuccio di pan duro da rodere, si è tenuto per certo di essere uno [...] imperatore dell'universo; un imperatore del sole, dei pianeti, di tutte le stelle visibili e non visibili; e causa finale delle stelle, dei pianeti, di vostra signoria illustrissima, e di tutte le cose. »
(ibidem)

In questo modo la maestà terrestre dovrà abbandonare il trono e l'impero, e gli uomini resteranno soli con i loro stracci e con le loro miserie.

Le conseguenze non saranno semplicemente materiali,

« come pare a prima vista che debba essere; e che gli effetti suoi non apparterranno alla fisica solamente: perché esso sconvolgerà i gradi delle dignità delle cose, e l'ordine degli enti; scambierà i fini delle creature; e per tanto farà un grandissimo rivolgimento anche nella metafisica [...] »
(ibidem)

Anche considerando il solo stravolgimento celeste, con tutti gli altri astri immobili rispetto ai loro pianeti, il nostro Sole non indietreggia di un passo, anzi si dichiara disposto a non essere più unico nel suo genere e che diversamente da Cicerone,[93] ha riguardo più all'ozio che alla dignità.

Ad un Copernico, infine, preoccupato delle conseguenze,[94] l'astro consiglia di dedicare la scoperta al papa.[95]

Dialogo di Plotino e di Porfirio[modifica | modifica sorgente]

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Composto, probabilmente a Firenze, nel 1827[82], il Dialogo propone il tema del suicidio, che già aveva ispirato le poesie Ultimo canto di Saffo e Bruto minore, affrontandolo però in una prospettiva diversa. Mentre nelle poesie il suicidio è la scelta legittima di un'anima nobile che rifiuta la bassezza della vita e della società, nel Dialogo Leopardi conclude che le ragioni per respingere il suicidio sono di carattere umanitario.
Il dialogo si svolge fra due filosofi neoplatonici. Porfirio, il più giovane, è intenzionato ad uccidersi e difende con argomenti razionali la validità di tale decisione; il suo maestro Plotino non tenta di confutare le argomentazioni di Porfirio, ma sostiene che il suicidio deve essere evitato per non rendere più gravi, con tale gesto, le sofferenze delle persone care. La conclusione è un invito a sopportare ciò che il destino impone all'umanità, aiutandosi l'un l'altro "per compiere nel miglior modo questa fatica della vita". Essa in ogni caso sarà breve, e al suo termine ci si potrà consolare pensando che gli amici conserveranno con affetto il ricordo.

Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere[modifica | modifica sorgente]

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Composto a Roma o a Firenze, nel 1832.[96]

Un almanacco per l'anno 1791

Un passeggere incontra casualmente un venditore d'almanacchi e lunari: la scena si svolge probabilmente lungo una strada o un crocevia nel centro di una comune città. È il pensatore a colloquio con l'uomo incolto.[97] Pur trattandosi in definitiva di un monologo del passeggere, presenta uno scambio di battute su argomenti cardine del pensiero leopardiano.

Il concetto del dialogo è contenuto in questo passo dello Zibaldone:

« [...] nella vita che abbiamo sperimentata e che conosciamo con certezza, tutti abbiamo provato più male che bene; e se noi ci contentiamo ed anche desideriamo di vivere ancora, ciò non è che per l'ignoranza del futuro, e per una illusione della speranza, senza la quale illusione o ignoranza non vorremmo più vivere, come noi non vorremmo rivivere nel modo che siamo vissuti. »
(Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri, pp. 42-83, 229-30)

Insieme con Dialogo della Natura e di un islandese, è uno dei testi preferiti dalle antologie della letteratura italiana per introdurre il pensiero leopardiano.

Dialogo di Tristano e di un amico[modifica | modifica sorgente]

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Scritto nel 1832, non prima di maggio, a Firenze,[96] è l'ultima delle Operette morali.[98]

Inserità nell'edizione del '34 a conclusione del libro, l'operetta rappresenta la difesa finale del pensiero leopardiano, consumatasi nella rottura definitiva col gruppo fiorentino de l'Antologia di Gian Pietro Vieusseux e Niccolò Tommaseo.

Tristano, autore di un libro sull'infelicità e la miseria umana, rivela ad un amico, in modo ironico, di essersi sbagliato e che le sue teorie erano solo pazzie: la vita è felice,

Gino Capponi, amico di Giacomo, destinatario della famosa palinodia.
« [...] anzi felicissima. Ora ho cambiata opinione. Ma quando scrissi cotesto libro, [...], tutt’altro mi sarei aspettato, fuorché sentirmi volgere in dubbio le osservazioni ch’io faceva [...], parendomi che la coscienza d’ogni lettore dovesse rendere prontissima testimonianza a ciascuna di esse. [...] anzi mi credetti che le mie voci lamentevoli, per essere i mali comuni, sarebbero ripetute in cuore da ognuno che le ascoltasse. E sentendo poi negarmi [...] il tutto, e dire che la vita non è infelice, e che se a me pareva tale, doveva essere effetto d’infermità, o d’altra miseria mia particolare, da prima rimasi attonito, sbalordito, [...] e per più giorni credetti di trovarmi in un altro mondo; poi, tornato in me stesso, mi sdegnai un poco; poi risi, e dissi: [...] Gli uomini universalmente, volendo vivere, conviene che credano la vita bella e pregevole; e tale la credono; e si adirano contro chi pensa altrimenti. Perché in sostanza il genere umano crede sempre, non il vero, ma quello che è, o pare che sia, più a proposito suo. [...]Io per me, [...] rido del genere umano innamorato della vita; e giudico assai poco virile il voler lasciarsi ingannare e deludere come sciocchi, ed oltre ai mali che si soffrono, essere quasi lo scherno della natura e del destino. [...] Se questi miei sentimenti nascano da malattia, non so: so che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn’inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell'infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera. »
(ibidem)

L'occasione del testo offre uno spunto per ribadire alcuni concetti cardine della riflessioni sulla natura dell'infelicità umana. In primo luogo l'età: queste riflessioni sulla miseria umana sono nuove quanto

« [...] Salomone e quanto Omero, e i poeti e i filosofi più antichi che si conoscano; i quali tutti sono pieni pienissimi di figure, di favole, di sentenze significanti l'estrema infelicità umana; e chi di loro dice che l'uomo è il più miserabile degli animali; chi dice che il meglio è non nascere, e per chi è nato, morire in cuna; altri, che uno che sia caro agli Dei, muore in giovanezza, ed altri altre cose infinite su questo andare. »
(ibidem)

In secondo luogo la condizione degli antichi: la felicità piena e in armonia con lo spirito fa nobile e viva la vita. Oggi che i tempi sono più adatti ai ragazzi che agli uomini, poco importa che l'apperenza di tutte le cose supera di gran lunga il vero. È la celebrazione del culto della virilità antica:

« [...] È ben vero che alcune volte penso che gli antichi valevano, delle forze del corpo, ciascuno per quattro di noi. E il corpo è l'uomo; perché [...] la magnanimità, il coraggio, le passioni, la potenza di fare, la potenza di godere [...] dipende dal vigore del corpo, e senza quello non ha luogo. Uno che sia debole di corpo, non è uomo, ma bambino; [...] la sua sorte è di stare a vedere gli altri che vivono. [...] tra noi già da lunghissimo tempo l'educazione non si degna di pensare al corpo, cosa troppo bassa e abbietta: pensa allo spirito: e appunto volendo coltivare lo spirito, rovina il corpo: senza avvedersi che rovinando questo, rovina a vicenda anche lo spirito. [...] L'effetto è che a paragone degli antichi noi siamo poco più che bambini [...]. »
(ibidem)

Le citazioni classiche[99] fanno sempre da dotto contrappunto all'ironia del testo: Tristano crede nel secolo XIX, e nel progresso dell'umanità in ogni campo del sapere, tuttavia, stanco di vedere esaurita da ogni parte la favola della vita, è spinto a disiderare solo la morte.

Tornano riflessioni già affrontate in altre testi e più compiutamente in Plotino e Porfirio. La morte come fine delle sofferenze rimanda ad una conclusione cercata fuori dalla finzione narrativa ed è un effetto di costante sospensione per un finale che non arriva mai, incontrato spesso lungo tutta la lettura delle operette.

« [...] io non mi sottometto alla mia infelicità, né piego il capo al destino, o vengo seco a patti, come fanno gli altri uomini; e ardisco desiderare la morte, e desiderarla sopra ogni cosa, con tanto ardore e con tanta sincerità, con quanta credo fermamente che non sia desiderata al mondo se non da pochissimi. [...] Troppo sono maturo alla morte, troppo mi pare assurdo e incredibile di dovere, così morto come sono spiritualmente, così conchiusa in me da ogni parte la favola della vita, durare ancora quaranta o cinquant’anni, quanti mi sono minacciati dalla natura. Al solo pensiero di questa cosa io rabbrividisco. [...] Oggi non invidio più né stolti né savi, né grandi né piccoli, né deboli né potenti. Invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei. [...] Se ottengo la morte morrò così tranquillo e così contento, come se mai null'altro avessi sperato né desiderato al mondo. Questo e il solo benefizio che può riconciliarmi al destino. Se mi fosse proposta da un lato la fortuna e la fama di Cesare o di Alessandro netta da ogni macchia, dall'altro di morir oggi, e che dovessi scegliere, io direi, morir oggi, e non vorrei tempo a risolvermi. »
(ibidem)

Un mio amico, chiamato a testimoniare la mediocrità diffusa del nostro secolo, è Gino Capponi.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Secondo il Timpanaro fu proprio questo pensiero a destare il maggior scandalo quando furono pubblicate le Operette. Le convinzioni leopardiane si sarebbero scontrate frontalmente con l'ottimismo provvidenziale della Chiesa cattolica.
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p 1ª edizione Stella, Milano, 1827.
  3. ^ Leopardi ne aveva già parlato nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, cap. XX e nei Paralipomeni, VIII, ottave 33-34; sempre al Saggio appartiene l'espressione strepito sordo e profondo che percorre le selve, ibidem, cit. cap. XIV, e i passi sulla presenza degli Dei sulla terra, ibidem, cap VII, cfr. anche l'abbozzo dell'Inno ai Patriarchi.
  4. ^ Zibaldone p. 3909 e ss.
  5. ^ Nella prima edizione Ercole pronuncia più battute:
    « Eccetto che il sole, pensando che fosse una focaccia, non l'abbia cotta, in modo che sfumata via l'umidità, sia calato il peso »

    e Atlante soggiunge:

    « Ch'io sappia, il sole non ha più forza oggi che prima; e certo che il mondo non è più caldo che per l'addietro. Ma della leggerezza [...] »

    Il passo relativo ad Orazio era più ampio.

    « Questo poeta, che è un bassotto e panciuto, beendo, come fa la più parte del tempo, non mica nettare, che gli sa di spezieria, ma vino, che Bacco gli vende a fiasco per fiasco, va canticchiando... »
  6. ^ Ercole ricorda la sua avventura con gli Argonauti, 50 eroi greci capitanati da Giasone alla conquista del Vello d'oro nella Colchide (Asia Minore), così appellati dal nome della nave che li trasportava, Argo.
  7. ^ Sul motivo dei poeti e della fondazione della civiltà cfr. Zibaldone p. 3432.
  8. ^ Altri miti citati: Orfeo, famoso per la bellezza del suo canto; Anfione, che col suono della lira costruì le mura di Tebe; Andromeda, figlia di Cefeo e Cassiopea, fu giudicata dalla madre più bella delle stesse nereidi, scatenando l'ira di Nettuno che mandò un mostro a divorarla, per salvare il suo paese dalla devastazione. Salvata da Perseo che poi la sposò, fu trasformata in costellazione dagli Dei; Callisto, cacciatrice arcade, amata da Giove, a causa della gelosia di Giunone, fu trasformata in orsa e poi uccisa. Diventerà una costellazione (l'Orsa Maggiore) per volere divino; viene fatto anche un riferimento alla Gigantomachia, con due giganti, Encelado e Tifeo, sepolti vivi sotto l'Etna.
  9. ^ Umile pastore mandato dal padre a recuperare una pecora, si addormentò nella grotta Dittea per 57 anni; al suo risveglio trovò tutto cambiato! cit. Plinio e Diog. Laer ecc.
  10. ^ Filosofo di Clazomene vissuto intorno al 500 a.C.
  11. ^ La Morte cita il verso 77 della canzone Spirto gentil, che quelle membra reggi di Francesco Petrarca, Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta) LIII; più avanti si fa riferimento al Triumphus mortis, terza parte dei Trionfi.
  12. ^ Il passo dell'uomo a vapore citava in origine, nella prima edizione, il poema di Alexander Pope The Rape of the Lock (il poeta inglese immagina che la residenza dell'Ipocondria sia circondata da esalazioni e fantasmi):
    « E notisi che l'Accademia dicendo un uomo a vapore, non vuole intendere che egli sia conforme alla dea de' vapori descritta nel penultimo canto del Riccio rapito, della qual condizione v'ha uomini e donne già da gran tempo, e non ha bisogno fabbricarne, oltre che non fanno al proposito dell'Accademia, come apparisce dalle cose sopradette. »
  13. ^ Si dice che Alberto Magno, filosofo, botanico e maestro di San Tommaso d'Aquino, abbia costruito invenzioni meravigliose come una testa parlante, spezzata da S. Tommaso che la riteneva diabolica; Johannes Müller detto il Regiomontano, da Königsberg, grande astronomo e matematico, fu ritenuto creatore di numerosi automi (cfr. Saggio sopra gli errori popolari degli antichi); Jacques de Vaucanson di Grenoble, famoso meccanico, costruì alcuni robot, tra cui un suonatore di flauto, un tamburino e delle oche: Voltaire lo chiamava rival de Prométhée.
  14. ^ a b Il "detto di Pindaro" si legge nello Zibaldone a p. 2672, è ricavato dal Voyage du jeune Anacharsis del Barthélemy; i "trattati di Cicerone e della Marchesa di Lambert sopra l'amicizia", si riferiscono al Laelius, de amicitia ed al Traité de l'amitié della marchesa de Marguenat de Courcelles, Anna Maria Lambert; nel testo troviamo citato un verso del poeta illustre G. B. Casti, tratto da Animali parlanti, XVIII, 106: "...dei fortunati secoli in cui siamo". Cfr. anche Casti-Leopardi, in W. Binni, Leopardi e la poesia del secondo Settecento; "Quo ferrea mundo" è di Virgilio, Ecl. IV vv. 8-9; "Nel libro del Cortegiano", fa riferimento al III libro dell'opera maggiore del Castiglione, che tratta della perfetta dama di compagnia; "L'araba fenice" del Metastasio fa riferimento ai versi di Mitrane nella III scena del II atto del Demetrio:

    È la fede degli amanti,
    Come l'araba Fenice:
    Che vi sia, ciascun lo dice;
    Dove sia nessun lo sa.
    Se tu sai dov'ha ricetto,
    Dove muore o torna in vita,
    Me l'addita e ti prometto
    Di serbar la fedeltà.

  15. ^ Zibaldone p. 4035.
  16. ^ I "tre asini d'oro" si trovano nella favola omonima che si legge nell'XI libro delle Metamorfosi di Apuleio tradotta e rielaborata dal Firenzuola e nel poemetto in terza rima incompiuto del Machiavelli, derivato dal dialogo Grillo di Plutarco.
  17. ^ La battuta sulle gazzette era più lunga:
    « [...]uomini, non si trova chi voglia stampar le gazzette, perché ci metterebbe la spesa, non avendo chi gli comperasse le menzogne a contanti? »
  18. ^ Licurgo aveva vietato agli Spartani di possedere oro e argento, consentendo l'uso di monete di ferro che valevano solo in città, cfr. anche Zibaldone p. 1170.
  19. ^ Il folletto, in risposta alle osservazioni dello Gnomo in cerca di qualche segno degli uomini, cita l'ultimo verso della Arcisopratragicissima Tragedia, pubblicata nel 1724 dal senatore Zaccaria Valaresso:
    « Voi gli aspettate invan: son tutti morti. »
  20. ^ Leopardi cita i vv. 466-467 delle Georgiche di Virgilio:

    [...] lite etiam extincto miseratus Caesare Romam,
    cum caput obscura nitidum ferrugine texit [...]

    insieme a Crisippo e Cicerone.

  21. ^ Un mago gigante con questo nome è presente nel Don Chisciotte di Cervantes. Il Leopardi, nelle rare volte in cui abbandonava Recanati, portava sempre con sé il capolavoro dello scrittore spagnolo.
  22. ^ Il mago chiama anche Baconero tratto dall'aopera di Lorenzo Lippi, Malmantile riacquistato, e Astarotte del Morgante di Pulci.
  23. ^ Diavolo creato da Dante Alighieri e protagonista insieme a Ciriatto e Alichino dell'episodio dei Canti XXI, XXII e XXIII dell'Inferno.
  24. ^ Il poeta, in modo ironico, cita gli Atridi, la favolosa città di Manoa, già in Voltaire (Candido capp. XVII - XVIII), Carlo V e il suo impero e la mitica Penelope.
  25. ^ Il nome del poeta portoghese Luiz Vaz de Camoens, è nella schiera degli « infelicissimi » che si legge nel Dialogo: Galantuomo e Mondo, probabilmente annotato nel giugno 1821; torna più volte nello Zibaldone.
  26. ^ Zibaldone p. 649 e pp. 4079-4081.
  27. ^ Sulle personificazioni mitologiche della luna cfr. Storia della astronomia, cap. 1.
  28. ^ Dell'armonia delle sfere celesti ne parla una dottrina pitagorica; Leopardi aveva già scritto a proposito degli astri abitati e sulle presunte scoperte riguardanti la popolazione lunare ad opera all'olandese Davide Fabricio (1564-1617), cfr. G. Leopardi, Storia della astronomia cap. 1 e 2.
  29. ^ Giuseppe Girolamo de Lalande è stato famoso astronomo francese; «un fisico di quaggiù» è l'astronomo inglese Herschel: nel 1824 dal Capo di Buona Speranza avrebbe scoperto sulla Luna, secondo un'operetta apocrifa, la città fortificata di Selenopoli ed avrebbe anche assistito ad una battaglia tra i popoli lunari avvenuta il giorno 7 febbraio alle ore 11; il «fisico moderno» è don Antonio de Ulloa (1716-1795) ufficiale di marina spagnolo, esperto di elettricità e magnetismo.
  30. ^ La Terra cita la celebre vista di Linceo che il Nostro aveva già accennato nel capitolo XVIII del Saggio sopra gli errori popolari degli antichi.
  31. ^ Il bairam («piccolo bairam») è una festa maomettana legata alla luna nuova nel mese Shewal al termine del Ramadan.
  32. ^ L'Ariosto ne parla nel XXXIV canto dell'Orlando furioso, in cui Astolfo ascende sulla luna per ritrovare il senno di Orlando. Il riferimento alla pazzia, «che non si parte dagli uomini», prende spunto dai versi finali dall'ottava 81 dello stesso canto:

    Sol la pazzia non v' è poca né assai;
    Che sta quaggiù, né se ne parte mai.

  33. ^ L'operetta s'ispira due dialoghi di Luciano: l'Ermotimo ed il Prometeo; cfr. Zibaldone 3795-3796; 1570-1,572; 1737-1740; 2898-2899; 484-485 e 177.
  34. ^ È il secondo titolo (tradotto dal Settembrini «Passanuvoli») dell'Icaromenippo di Luciano; Leopardi la usa per indicare una località immaginaria del mondo antico.
  35. ^ Leopardi inserisce una serie di battute mordaci sulla vanità della gloria tenuta in scarsissima considerazione dagli uomini da quando sono diventati filosofi, figurarsi gli dei, i soli veramente sapienti. Nel Fedro, Platone fa dire Socrate che «Pitagora per primo fu chiamato filosofo, perché il termine sapiente era appellativo riservato esclusivamente agli dei.»
  36. ^ Diverse la battute sulle brutture di tipo estetico causate dal rametto di alloro; lo stesso Prometeo è bersagliato per una motivazione nascosta legata all'utilizzo principale del premio nel suo caso: nascondere la calvizie. Su questo argomento nell'antichità Sinesio, vescovo di Cirene, scrisse un «elogio»; mentre Svetonio racconta che Giulio Cesare non sopportava «calvitiei deformítatem» e per questo apprezzava la «ius laureae coronae perpetuo gestandae».
  37. ^ Secondo la mitologia classica, era figlio della Notte e del dio della maldicenza e della malignità.
  38. ^ Prometeo e Momo abbandoneranno il banchetto sporcando quella mensa come fecero le Arpie con i troiani nel famoso episodio che si legge in Virgilio, Aen., III, v. 225 e ss.
  39. ^ Riferimento a Plotino che parlò dell'uomo «perfettissimo» nel III libro della II Enneade e a Leibniz con la sua teoria «che il mondo presente fosse il migliore di tutti i mondi possibili» esposta nei Saggi di teodicea.
  40. ^ Autore della famosa voce Eureca (gr. εὕρηχα): ho trovato.
  41. ^ Per i motivi svolti nell'operetta cfr. Zib., 4062-4064 e 4092; 3509-3514; 4270 e 4272; 625-629.
  42. ^ a b I miti di Cleobi e Bitone, di Agamede e Trofonio, presi da Plutarco e Stobeo, ci mostrano l'immortalità come bene più grande: i protagonisti dei due miti si vedono offrire dalla saggezza degli dei una prematura dipartita come compenso ai servigi prestati alle due divinità, Giunone e Apollo. L'esempio di Bitone e Cleobi, si legge nel Voyage du jeune Anacharsis en Grèce del Barthélemy, che Leopardi annotò a p. 2675 dello Zibaldone; nella stessa pagina vi compare un passo dell'orazione consolatoria scritta da Plutarco per la morte dei figlio di Apollodoro, dalla quale è tratto il successivo esempio di Agamede e Trofonio.
  43. ^ a b Il dato scientifico antropologico è messo a confronto con la voce enciclopedica di entomologia sull'effimera, insetto che completa il ciclo delle sue funzioni vitali in una sola giornata o anche in poche ore.
  44. ^ Le loro storie sono tratte da Strabone, Pindaro, Mela e Plinio.
  45. ^ Col nome Alessandro di Cagliostro si faceva chiamare l'avventuriero palermitano Giuseppe Balsamo, medico, oculista, alchimista, negromante, guaritore, che, implicato a Parigi in una truffa ai danni della regina, fu esiliato e condannato a Roma dall'Inquisizione come franco-muratore, finendo i suoi giorni nella fortezza di S. Leo. Tra le tante furbate e menzogne, raccontava di aver vissuto diversi secoli.
  46. ^ Antoni van Leeuwenhoek, naturalista olandese, nella sua opera Arcana naeurae detecta scrive che
    « [...]pisces in profundis ac magnis aquis, ac cursu exercitatis fluviis, in quibus aqua corruptionem non patitur, nullis morbís esse obnoxios, nec prae aetate mori. »
  47. ^ Pierre Louis Moreau de Maupertuis, matematico e moralista francese, afferma nelle Lettres philosophiques, a proposito dell'«art de prolonger la vie», che scopo ultimo della vita e della vegetazione è la morte: il solo modo di prolungare l'esistenza è quello «de suspendre ou de ralentir cette végétation».
  48. ^ a b c 1ª edizione «Antologia», gennaio 1826.
  49. ^ Nella prima edizione Leopardi aveva accentuato il carattere giocoso e familiare del Genio con una battuta poi cassata: «- Che io segga? Non sai tu che gli Spiriti non hanno il sedere? A ogni modo vedrò di acconciarmi alla meglio. Ecco: fa conto ch'io sto seduto».
  50. ^ Nota sulla visita a Roma alla tomba del Tasso ecc.
  51. ^ Il poeta ricorda alcuni momenti della vita privata del Tasso come la prigionia a S. Anna, periodo in cui maturarono le dicerie a proprosito di colloqui con uno spirito immaginario ecc.
  52. ^ Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, cap V.
  53. ^ Poesia il Sogno, critica Colaiacomo
  54. ^ La Leonora del dialogo è Eleonora d'Este, sorella di Alfonso II d'Este duca di Ferrara, secondo una tradizione leggendaria segretamente amata da Torquato.
  55. ^ Quid est veritas? domanda Pilato a Gesù nel Vangelo secondo Giovanni, XVIII, 37-38.
  56. ^ Gli antichi celebravano Mercurio, divinità portatrice di sogni, intagliando la sua figura sulle testate in legno dei letti.
  57. ^ Zibaldone, 532-535; 2685; 3745-3746; 4074-4075; 3713-3715; 3622; 654 e 678-683 e la lettera al Jacopssen, del 13 giugno 1823.
  58. ^ Zibaldone 4087; 4127-4137.
  59. ^ Il favoloso episodio ricordato da Leopardi che vide protagonista Vasco da Gama, navigatore portoghese, scopritore del passaggio per le Indie orientali, attraverso il superemento del Capo di Buona Speranza, è preso nel V canto del poema i Lusiadi di Camoens.
  60. ^ Il testo a disposizione del poeta riportava sicuramente timenda, ma la più accreditata versione delle Quaestiones Naturales disponibile oggi, segna mutuenda, termine ripristinato per lectio difficilior, appartenente al lessico specifico dello stoicismo di Seneca.
  61. ^ Zibaldone pp. 2453-2454 (e la dedicatoria al conte Leonardo Trissino della canzone Ad Angelo Mai); 2676; 2682-2683; 2796-2799; 4021; 3673-3675; 1788-1789; 3769; 227-228; 2233-2236; 192; 1883-1885; 2600; 345-347; 359; 1650; 1833-1840; 3245; 3382-3383; 4108-4109; 1720-1721; 1729-1732; 455; 263-264; 273-274; 3975-3976; 2544-2545; 3383-3385; 271; 826-829; 593; 306-307; 643-644; 3027-3029; 1531-1533; 1708-1709.
  62. ^ La via delle lettere non è un esercizio naturale e non può essere percorsa senza pregiudizio del corpo, moltiplicando in diversi modi la propria infelicità.
  63. ^ Cicerone nei suoi scritti si scusava per il suo inguaribile otium (l'amore per le lettere), rassicurando i lettori sul suo impegno politico.
  64. ^ Argomento ripreso con la stessa lucidità e spirito analitico/goliardico da Italo Calvino nel celebre incipit de Se una notte d'inverno un viaggiatore
  65. ^ Leopardi cita Bosisio in Brianza presso il lago Pusiano dove nacque Giuseppe Parini il 22 maggio, 1729.
  66. ^ Tema successivamente approfondito ne Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere.
  67. ^ Francesco Bacone, autore de Novum organum è il filosofo considerato l'iniziatore del metodo sperimentale; Nicolas de Malebranche è il filosofo francese fondatore dell'occasionalismo; John Locke, autore del Saggio sull'intelletto umano è l'iniziatore dell'empirismo.
  68. ^ Il Ruysch ricevette due volte la visita dello Zar Pietro I, il quale, tempo dopo, lo convinse a trasferirsi a Pietroburgo.
  69. ^ Il mezzo usato dal Ruysch a conservare i cadaveri, furono le iniezioni di una certa materia composta da esso, la quale faceva effetti maravigliosi. Nota di Leopardi sul testo.
  70. ^ Con questa espressione gli antichi indicavano una concezione dell'esistenza secondo cui, la vita del mondo descriverebbe un cerchio: le stelle, compiuta la loro rivoluzione, tornerebbero al punto di partenza. Il tempo di percorrenza poteva avere varia durata: 49.000 anni per alcuni, 23.760 o anche 12.954 per altri. Allo scadere di queste ricorrenze era noto che si verificassero dei fatti incredibili.
  71. ^ cit. «Ruysch: Non mi maraviglio più che andiate cantando e parlando, se non vi accorgeste di morire.

    Così colui, del colpo non accorto,
    andava combattendo, ed era morto,

    dice un poeta italiano. [...] Ma dunque, tornando sul sodo, non sentiste nessun dolore in punto di morte?» I versi del «poeta italiano» sono di Francesco Berni (1498-1535) che rifece l'Orlando innamorato del Boiardo (Pt. II, Canto XXIV, strofa 60).

  72. ^ Per i motivi sviluppati nell'operetta cfr. Zibaldone, pp. 281-283; 290-292; 599; 2182-2184.
  73. ^ Canzone libera di endecasillabi e settenari con rime al mezzo; schema: A
  74. ^ La virtù indiana e Pompeo in Egitto
  75. ^ Colombo partì il 6 settembre del 1492 da Gomera un'isola delle Canarie.
  76. ^ Pietro Gutierrez, un gentiluomo di camera del re Ferdinando il Cattolico, era a bordo dell'ammiraglia di Colombo, al momento della traversata.
  77. ^ Riferimento alla progettata operetta, Salto di Leucade, cfr. Zib., 82.
  78. ^ Zibaldone 151-152, 193-194, 1282.
  79. ^ L'espressione Un certo gallo selvatico è presa dai Psalmorum V, II: «Et gallus sylvestris, cuius pedes consistunt in terra et caput eius pertingit in caelum usque, cantat coram me.»
  80. ^ Leopardi nomina la lingua Rabbinica dei dottori della religione ebraica (rabbini);il Caldeo, lingua aramaica con cui si è tradotta la Torah, la legge mosaica; la lingua talmudica si riferisce al Talmud, codice morale ebraico; citazione anche per la Cabala, la religione occulta rivelata ad Abramo in una tradizione medievale.
  81. ^ Questa è conclusione poetica, non filosofica. Parlando filosoficamente, l'esistenza, che mai non è cominciata, non avrà mai fine. G. Leopardi. Operette morali, Cantico del Gallo Silvestre, nota 3.
  82. ^ a b c 1ª edizione Le Monnier, Firenze, 1845.
  83. ^ Leopardi intendeva inserire l'operetta nell'edizione Starita, poi interrotta e nell'edizione parigina.
  84. ^ Per i motivi svolti nell'operetta cfr. Zib., 4248; 4510; 629-633; 2490-2491.
  85. ^ Stratone di Lampsaco è stato un filosofo greco (328 c. - 268 a.C.), successore di Teofrasto, si pose alla guida della scuola peripatetica.
  86. ^ Sulla natura dell'anello di Saturno cfr. Storia dell'astronomia, cap. IV.
  87. ^ Per i motivi svolti nell'operetta cfr. Zibaldone, 304-305; 2711; 21-23.
  88. ^ cfr. la lettera allo Stella del 16 giugno 1826, nº 584
  89. ^ Timone ateniese, famoso per la sua misantropia, visse, secopndo Le vite di Plutarco (Antonio, LXX) nel tempo della guerra del peloponneso. Il personaggio fu ripreso da diversi autori nel corso della storia: Luciano compose un dialogo omonimo, il Boiardo una commedia e Shakespeare il Timon of Athens.
  90. ^ Storia dell'astronomia capp. II, IV, V; e Zibaldone, 84.
  91. ^ Figura mitica, divinità greche femminile che regolavano il corso delle stagioni, e le ore della luce, regolate all'antica.
  92. ^ Si cita l'Almagesto ovvero il Trattato della composizione di Claudio Tolomeo, compendiato da Giovanni di Sacrobosco (dalla città inglese di Holywood) nel suo De sphaera Mundi; tra i citati anche Archimede; per i miti si ricorda la favolosa notte trascorsa tra Zeus e Alcmena, dalla cui unione nacque Ercole, durata il triplo del normale
  93. ^ Il riferimento si legge nell'orazione Pro Sestio, XLV, 98:«Neque enim rerum gerendarum dignitate homines ecferri ita convenit ut otio non prospiciant, neque ullum amplexari otium quod abhorreat a dignitate»
  94. ^ Probabile allusione a Bruno
  95. ^ Copernico dedicò il libro De revolutionibus orbium coelestium al pontefice Paolo III.
  96. ^ a b 1ª edizione Piatti, Firenze, 1834.
  97. ^ Zibaldone di pensieri pp. 4283-4284.
  98. ^ Per i contenuti cfr. la lettera al De Sinner del 24 maggio 1832, Pensieri, LIV e Zibaldone, 4525; 2672; 96; 125; 473; 1332; 1601; 1631-1632; 358; 830-836; 646; 4269-4270; 4271-4272; 4354.
  99. ^ Francesco Petrarca, Salomone, Omero, Menandro

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Testo critico[modifica | modifica sorgente]

  • Giacomo Leopardi, F. Moroncini (edizione critica a cura di), Operette morali, Bologna, 1928.
  • Giacomo Leopardi, O. Besomi (edizione critica a cura di), Operette morali, Milano, 1979.

Testo commentato[modifica | modifica sorgente]

  • Giacomo Leopardi, a cura di G. Chiarini e P. Giordani (introduzione), Operette morali, Livorno, 1870.
  • Giacomo Leopardi, G. Gentile (a cura di), Operette morali, Bologna, 1918.
  • Giacomo Leopardi, M. Porena (a cura di), Operette morali, Milano, 1921.
  • Giacomo Leopardi, F. Flora (a cura di), Operette morali, Milano, 1949.
  • Giacomo Leopardi, M. Oliveri (a cura di), Operette morali, Milano, 1951.
  • Giacomo Leopardi, I. Della Giovanna (a cura di); G. De Robertis (introduzione), Operette morali, Firenze, 1957.
  • Giacomo Leopardi, M. Fubini (a cura di), Operette morali, Torino, 1966.
  • Giacomo Leopardi, C. Galimberti (a cura di), Operette morali, Napoli, 1977.
  • Giacomo Leopardi, G. Getto, E. Sanguineti (a cura di), Operette morali, Milano, 1982.
  • Giacomo Leopardi, M. A. Bazzocchi (a cura di), Operette morali, Milano, 1991.
  • Giacomo Leopardi, L. Melosi (a cura di), Operette morali, Milano, 2008.

Critica[modifica | modifica sorgente]

  • W. Binni, La nuova poetica leopardiana, Firenze, 1947.
  • G. Marzot, Storia del riso leopardiano, Messina-Firenze, 1966.
  • W. Binni, La protesta di Leopardi, Firenze, 1973.
  • C. Galimberti, Linguaggio del vero in Leopardi, Firenze, 1973.
  • A. Borlenghi, Leopardi. Dalle “Operette morali”, ai “Paralipomeni”, Milano, 1973.
  • S. Campailla, La vocazione di Tristano. Storia interiore delle “Operette morali”, Bologna, 1977.
  • V. Melani, Leopardi e la poesia del Cinquecento, Messina-Firenze, 1979.
  • A. Tartaro, Leopardi, Bari, Laterza, 1978.
  • W. Binni, Lettura delle “Operette morali”, Genova, 1987.
  • L. Blasucci, I tempi della satira leopardiana, Napoli, 1989.
  • A. Ferraris, La vita imperfetta. Le “Operette morali” di Giacomo Leopardi, Genova, 1991.
  • A. Frattini, Leopardi. Il problema delle fonti alla radice della sua opera, Roma, 1990.
  • A. Valentini, Leopardi. Idillio metafisico e poesia copernicana, Roma, 1991.
  • F. Secchieri, Con leggerezza apparente. Etica e ironia nelle “Operette morali”, Modena, 1992.
  • W. Binni, Lezioni leopardiane, Firenze, 1994.
  • L. Celerino, Giacomo Leopardi, Operette morali, Letteratura italiana – Le Opere vol. III, Torino, UTET, 1995.
  • G. Macciocca, Letteratura Italiana, Dizionario delle opere M-Z, Torino, Einaudi, 2000.

Strumenti di lavoro[modifica | modifica sorgente]

  • Giacomo Leopardi, Operette morali, collana Tutte le opere, Sansoni, 1993, pp. 135 (su due colonne).
  • Luigi Castiglioni, Scevola Mariotti (con la collaborazione di Arturo Brambilla e Gaspare Campagna). IL – Vocabolario della lingua latina. Loescher editore. Torino, 1990. Pp. 1971.
  • Lao Paletti. Corso di lingua latina. I. Fonetica, Morfologia, Sintassi. Paravia. Torino, 1974. 16ª rist. 1987 pp. 604. ISBN 88-395-0387-0
  • Luca Serianni (con la collaborazione di Alfredo Castelvecchi). Grammatica italiana. Italiano comune e lingua letteraria. UTET libreria, Linguistica. Torino, ed. 1989 seconda ed. 1991. Pp. 752 ISBN 88-7750-033-6.
  • P.G. Beltrami, La metrica italiana, Il Mulino, Bologna, 1991.
  • R. Luperini, P. Cataldi, L. Marchiani, La scrittura e l'interpretazione: storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civilta europea, ed. blu, vol. 2, Palumbo Editore, Palermo.
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