Alle soglie della vita

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Alle soglie della vita
Alle soglie della vita (film).JPG
Il difficile parto di Stina (Eva Dahlbeck)
Titolo originale Nära livet
Lingua originale svedese
Paese di produzione Svezia
Anno 1958
Durata 84 min
Colore B/N
Audio sonoro (mono)
Rapporto 1,37 : 1
Genere drammatico
Regia Ingmar Bergman
Soggetto Ingmar Bergman, Ulla Isaksson (anche i romanzi Det vänliga, värdiga; Det orubbliga)
Sceneggiatura Ulla Isaksson
Casa di produzione Inter-American Productions,
Jerome Balsam Films,
Nordisk Tonefilm
Fotografia Max Wilén
Montaggio Carl-Olov Skeppstedt
Scenografia Bibi Lindström
Trucco Nils Nittel
Interpreti e personaggi
Premi
« Vorrei non essere mai nata. »
(Hjördis)

Alle soglie della vita (Nära livet) è un film del 1958 diretto da Ingmar Bergman.

Vista a distanza nel tempo l'opera è da considerarsi importante anche se all'epoca fu accolta tiepidamente dalla critica che la relegò tra le opere minori.

Presentato in concorso all'11º Festival di Cannes, vinse il premio per la miglior regia e un premio collettivo per l'interpretazione femminile (Bibi Andersson, Eva Dahlbeck, Barbro Hiort af Ornäs e Ingrid Thulin).[1]

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Con lo scorrere dei titoli di testa si ode il suono della sirena di una autoambulanza sulla quale si trova Cecilia Ellius che, incinta di tre mesi, sta per abortire a causa delle complicazioni della gestazione. Cecilia arriva all'ospedale dove si intravedono ombre dietro i vetri e si odono voci concitate, accanto a lei c'è il marito Anders al quale Cecilia chiede se desiderava veramente il figlio che sarebbe dovuto nascere. Ma subito Cecilia viene portata in sala parto dove abortisce. Ai medici che la rincuorano dicendole che ci sarà una prossima volta, Cecilia risponde che non ci sarà una prossima volta. Poi viene portata in una stanza dove ci sono altre due donne: la prima, prossima a partorire, è Stina Andersson che attende con gioia la nascita del primogenito, la seconda è Hjördis una giovane non sposata che invece non vuole il bambino che dovrà nascere tra qualche mese.

Il marito di Cecilia le porta un mazzo di fiori ma nasce una discussione e lei lo manda via. Le due donne accanto a lei cercano di consolarla. Hjördis intanto guarda con rabbia la stanza dove ci sono i neonati e poi va al telefono e chiama il ragazzo che l'ha messa incinta chiedendogli di andarla a trovare, ma il ragazzo si rifiuta. L'assistente sociale invita la ragazza nel suo studio per un colloquio durante il quale le illustra i numerosi vantaggi previsti dell'assistenza alle ragazze madri e la invita a rivolgersi ai propri genitori, ma Hjördis risponde che non può farlo perché non ha detto loro nulla. Finito il colloquio, la ragazza riesce a trovare conforto nella comprensione dell'infermiera Brita.

Stina intanto balla dalla felicità e non vede l'ora che nasca il bambino. Arriva intanto il marito con i fiori e i due si baciano. A trovare Hjördis viene una collega d'ufficio che le suggerisce di abortire, ma la ragazza rifiuta. L'orario delle visite è terminato e le tre donne rimangono sole, finché Stina inizia ad avere le contrazioni e viene portata in sala parto. Le due donne rimaste parlano tra di loro e anche Cecilia consiglia a Hjördis di confidarsi con sua madre.

Il parto per Stina si presenta molto difficile e le infermiere chiamano il dottore. Si vedono intanto le puerpere con i loro bambini e subito dopo Stina che viene riportata nella stanza. Il bambino non è riuscito a superare l'ultima fase del travaglio ed è morto.

Hjördis intanto, accompagnata da Brita, va a telefonare alla madre e le racconta che aspetta un bambino e che voleva abortire, ma che ora ha deciso di volerlo anche se dovrà allevarlo da sola. La madre le dice di tornare a casa al più presto possibile. Prima di uscire dall'ospedale (Brita le ha dato i soldi per il treno), Hjördis ascolta Cecilia che le dice di volersi riconciliare con il marito perché «la vera solitudine è un'acrobazia continua: la parola è sempre in agguato dentro di te».

Analisi critica del film[modifica | modifica wikitesto]

Bergman girò il film interamente all'interno di un'autentica clinica - la Karolinska di Stoccolma - impiegando 28 giorni per le riprese, giusto in tempo per effettuare il montaggio e inviare il film al Festival di Cannes in concorso per la Svezia insieme a L'arco e il flauto di Arne Sucksdorff.[2]

Secondo Eric Rohmer, quest'opera di Bergman non va considerata «sotto l'ottica del naturalismo e nemmeno dell'obiettività». In essa, infatti, viene privilegiato il punto di vista del personaggio interpretato da Bibi Andersson e, in generale, come in Sogni di donna, vi è «un transfert incessante di pensieri dall'una all'altra delle protagoniste per finire in quella che, inizialmente, sollecitava meno i nostri interessi». Questo film di Bergman, autore che meno di ogni altro teme «le immagini crude», ha «una franchezza serena, esente da ogni intento di provocazione». Bergman è più che «un incomparabile pittore della donna: egli abbatte il muro di separazione dei sessi» e l'identificazione dello spettatore con il personaggio non viene costruito sulla complicità, ma sul rispetto».[3]

Molto critico, invece, l'italiano Gian Luigi Rondi, secondo il quale Alle soglie della vita è una «disamina verista di alcuni casi di partorienti» nella quale Bergman ha trascurato colpevolmente «qualsiasi vero approfondimento psicologico, non ha minimamente ricercato conclusioni di alto significato», limitandosi all'«esercitazione realista, pago di farci ammirare la sua bravura» solo tecnica.[4] Un «alto significato» del film trova invece Antonio Napolitano, secondo il quale «in Alle soglie della vita viene chiaramente dimostrato come attraverso la maternità si riesca a vincere la morte, con questa possibilità di raddoppiare la presenza umana, di moltiplicarla, di mettere cioè in dubbio almeno la "corsa alla morte" della specie».[5]

Ado Kyrou vede nel film «un racconto altamente, puramente, cinematograficamente pieno di dolore, d'angoscia e di vita», il cui tema è «la paura della morte, del niente che genera la volontà di vivere. Questo pessimismo dialettico, quest'ottimismo cosciente, trovano qui sottilissimi arabeschi».[6] L'estrema efficacia della macchina da presa che si muove nella freddezza di «porte chiuse, muri bianchi, pareti di vetro» aderendo agli sguardi e cogliendo i dettagli più segreti, garantisce l'unità della narrazione, in cui la verità degli effetti sonori e l'autenticità delle grida, delle conversazioni, delle parole banali, contribuiscono alla costruzione dell'immagine».[7]

Marcel Martin, reso omaggio alla bravura delle tre attrici protagoniste, «favorite dalla loro esperienza teatrale», nota come in questo film gli uomini appaiano solo episodicamente, mostrandosi «ridicoli od odiosi», mentre la donna vi è «magnificata». In quanto figlio di un pastore, Bergman ricevette un'educazione religiosa nella quale è presente l'idea che «da Eva, la donna è l'origine o almeno il veicolo del Male». Rifiutata tale idea, egli è stato condotto «a esaltare, a deificare» le donne, rappresentate «meravigliosamente avide di felicità senza mai alcuna bassezza o abiezione». Senza essere un autore rivoluzionario sul piano della morale sociale, in quella individuale Bergman è «uno stupefacente maître à penser».[8]

Titoli con cui il film è stato distribuito[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Awards 1958, festival-cannes.fr. URL consultato il 4-6-2011.
  2. ^ J. Béranger, Cinéma, 29, 1958.
  3. ^ E. Rohmer, Cahiers du Cinéma, 94, 1959.
  4. ^ G. L. Rondi, Rivista del Cinematografo, 6, 1958.
  5. ^ A. Napolitano, Cinema nuovo, 151, 1961.
  6. ^ A. Kyrou, Cinéma, 28, 1958.
  7. ^ R. Lefèvre, La Revue du Cinéma, 226, 1969.
  8. ^ M. Martin, Cinéma, 36, 1959.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

cinema Portale Cinema: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di cinema

Alle soglie della vita - Un capolavoro di Ingmar Bergman (di Salvatore M. Ruggiero, saggio-monografico, ed. Lulu.com, 2013)