Incidente di Vermicino

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Alfredino Rampi

L'incidente di Vermicino fu un caso di cronaca italiana del 1981, in cui perse la vita Alfredo Rampi detto Alfredino (nato a Roma l'11 aprile 1975), caduto in un pozzo artesiano in via Sant'Ireneo, in località Selvotta, una piccola frazione di campagna vicino a Frascati, situata lungo la via di Vermicino, che collega Roma sud a Frascati nord. Dopo quasi tre giorni di tentativi falliti di salvataggio, Alfredino morì dentro il pozzo, ad una profondità di 60 metri.

La vicenda ebbe grande risalto sulla stampa e nell'opinione pubblica italiana, in special modo grazie alla copertura televisiva che la RAI garantì per le ultime 18 ore di evoluzione del caso.

L'incidente[modifica | modifica sorgente]

Nel mese di giugno 1981 la famiglia Rampi (composta da Ferdinando Rampi, 41 anni, dipendente dell'ACEA, dalla moglie Francesca Bizzarri, 39 anni, dalla nonna paterna Veja e dai figli Alfredo, 6 anni, e Riccardo, 2 anni) stava trascorrendo un periodo di riposo nella loro seconda casa, sita in via di Vermicino, Borgata Finocchio (Roma).

La sera di mercoledì 10 giugno il signor Ferdinando, in compagnia di due suoi amici e di Alfredo, uscì a fare una passeggiata nella campagna circostante. Venuta l'ora di tornare indietro, alle ore 19:20, Alfredo chiese al padre di poter continuare il cammino verso casa da solo, attraverso i prati. Ferdinando acconsentì, ma quando giunse a casa (attorno alle ore 20:00) scoprì che il bambino non era arrivato. Dopo circa mezz'ora, i genitori cominciarono a cercarlo nei dintorni: non trovando la minima traccia, alle 21:30 circa allertarono le forze dell'ordine.[1]

Nel giro di 10 minuti giunsero sul posto Polizia, Vigili urbani e Vigili del fuoco, oltre ad alcuni abitanti del posto, attratti dal viavai. Tutti insieme si unirono ai genitori nelle ricerche, che vennero portate avanti anche con l'ausilio di unità cinofile. La nonna Veja ipotizzò per prima che Alfredo fosse caduto in un pozzo profondo circa 80 metri, recentemente scavato in un terreno adiacente, ove si stava edificando una nuova abitazione; tale pozzo venne tuttavia trovato coperto da una lamiera tenuta ferma da sassi, senza che nulla lasciasse sospettare che qualcuno vi potesse essere caduto dentro.

Un agente di polizia, il brigadiere Giorgio Serranti, allorché venne a conoscenza dell'esistenza del suddetto pozzo, sebbene gli fosse stato detto che esso era coperto, pretese di ispezionarlo ugualmente: fatta rimuovere la lamiera, infilò la sua testa nell'imboccatura, riuscendo a udire dei flebili lamenti. Alfredo è proprio caduto nella voragine: il proprietario del terreno soprastante aveva chiuso con la lamiera la fessura alle ore 21:00, non immaginando minimamente che potesse esservi qualcuno dentro[1].

I soccorsi[modifica | modifica sorgente]

Nel giro di pochi minuti i soccorritori si radunarono all'imboccatura del pozzo. Come prima cosa venne calata nella voragine una lampada, tentando invano di localizzare il bambino. La prima stima rilevò che Alfredo era bloccato a 36 metri di profondità: la sua caduta era stata arrestata da una curva o una rientranza della voragine.

Le operazioni di soccorso si rivelarono subito estremamente difficili: la voragine presentava infatti un'imboccatura larga 28 cm, una profondità complessiva di 80 metri e pareti irregolari, piene di sporgenze e rientranze. Giudicando impossibile calarvi dentro una persona, il primo tentativo di salvataggio consistette nel calare nell'imboccatura una tavoletta legata a corde, allo scopo di consentire al bimbo di aggrapparvisi per sollevarlo; tale scelta si rivelò un grave errore, in quanto la tavoletta si incastrò nel pozzo a 24 metri, ben al di sopra di Alfredino, e non fu più possibile rimuoverla, cosicché il condotto ne risultò quasi completamente ostruito[1]. Attorno all'1 di notte alcuni tecnici della Rai, allertati allo scopo, piazzarono una telecamera nelle vicinanze e calarono nel budello roccioso un'elettrosonda a filo, per consentire ai soccorritori in superficie di comunicare con Alfredino. Il bambino, almeno per il momento, rispondeva lucidamente.

Non essendo possibile calare una persona direttamente nello stretto pertugio, si pensò di scavare di un tunnel parallelo al pozzo, da cui aprire un cunicolo orizzontale lungo 2 metri, che consentisse di penetrare nella cavità poco sopra il punto in cui si supponeva si trovasse il bambino. Per far ciò occorreva una trivella, che reperita alle ore 6:00 grazie alla pronta disponibilità del giornalista del TG2 Pierluigi Pini, che aveva visto per caso un appello in tal senso su una emittente televisiva privata laziale e ne possedeva una.

Alle ore 4:00 dell'11 giugno giunse sul posto un gruppo di giovani speleologi del Soccorso Alpino, che si offrirono come volontari per calarsi nel sottosuolo. Il caposquadra, il 22enne Tullio Bernabei, di corporatura sufficientemente magra, fu il primo a scendere nel pozzo: calato a testa in giù, tentò di rimuovere la tavoletta che era rimastra incastrata. Tuttavia i restringimenti del pozzo gli consentirono di arrivare solo ad un paio di metri da questa. Dopo di lui si calò un secondo speleologo, ma anch'egli arrivò a pochissima distanza dalla tavoletta, non riuscendo a prenderla. Nel frattempo i Vigili del fuoco avevano iniziato a pompare ossigeno nel pozzo, allo scopo di evitare l'asfissia del bambino.

Il comandante dei Vigili del fuoco di Roma, Elveno Pastorelli, giunto nel frattempo sul posto, ordinò allora di sospendere i tentativi degli speleologi e concentrare gli sforzi nella trivellazione del "pozzo parallelo". Una geologa lì presente, Laura Bortolani, ipotizzando i substrati di terreno molto duri che si sarebbero incontrati in profondità, fece notare a Pastorelli che sarebbe occorso un lungo tempo per la perforazione, e pertanto propose di proseguire anche con gli altri tentativi nel pozzo in cui si trovava Alfredino. Secondo Tullio Bernabei tale suggerimento sarebbe stato respinto da Pastorelli, il quale avrebbe ribadito il divieto di ulteriori discese, ordinando pertanto agli speleologi di sgomberare[1].

Alle ore 8:30 la trivella cominciò a scavare: a tutta prima il terreno si rivelò friabile e la macchina riuscì a calare di 2 metri in 2 ore. Verso le 10:30 tuttavia, come previsto dalla dottoressa Bortolani, l'apparato incontrò uno strato di roccia granitica (noto come “cappellaccio”) dura e difficile da scalfire. Nel frattempo Alfredino si lamentava per il forte rumore ed alternava momenti di veglia a colpi di sonno; al contempo iniziò a chiedere da bere.

Alle 10:30, per non interferire con le comunicazioni via etere dei soccorritori, la Rai e le stazioni radiofoniche laziali disattivarono i loro ponti radio in onde medie[1].

Verso le 13:00, su specifica richiesta dei soccorritori, arrivò sul posto un'altra trivella, più grande e potente della prima. All'incirca alla stessa ora andavano in onda le edizioni di mezza giornata del TG1 e del TG2: fu a questo punto che la RAI iniziò ad occuparsi con vivo interesse del fatto (già affrontato con alcuni servizi trasmessi nei notiziari della notte precedente). Il giornalista Piero Badaloni affermò che il comandante Pastorelli aveva diramato la previsione che nel giro di pochissime ore la trivellazione si sarebbe conclusa e l'operazione di salvataggio sarebbe andata a buon fine; per questa ragione il TG1 si collegò in diretta con Vermicino, nella prospettiva di riprendere il salvataggio in tempo reale[2].[1] Poco dopo anche il TG2 e il TG3 decisero di unirsi alla cronaca diretta dei fatti.

Nel frattempo attorno al pozzo si era raccolta una folla di circa 10 000 persone: fu a questo punto che iniziarono ad arrivare anche i venditori ambulanti di cibo e bevande. Probabilmente anche questo colossale assembramento (la zona non era transennata e chiunque poteva arrivare fino all'imboccatura della cavità) ebbe un ruolo rilevante nel rallentare la macchina dei soccorsi.

Intorno alle 16:00 entrò in azione la seconda trivella: la prima era riuscita a scavare un pozzo di 20 metri di profondità (contro i 25 pronosticati all'inizio) e 50 cm di diametro. I tecnici operatori di questa nuova macchina, che l'avevano montata a tempo di record (3 ore contro le 12 previste dal manuale), sottolinearono la cospicuità del problema rappresentato dal sottosuolo duro e compatto, prevedendo non meno di 8-12 ore di lavoro per arrivare alla profondità richiesta.

Alle 18:22 il pozzo parallelo aveva raggiunto una profondità di 21 metri e 4 centimetri: la trivella continua a scavare con difficoltà. Interpellato allo scopo, Elvezio Fava, primario di rianimazione all’ospedale San Giovanni, si dedicò a controllare le condizioni di salute del bambino, che era affetto da una cardiopatia congenita in attesa di essere operata a settembre: per il momento non si ravvisavano disfunzioni.

Alle ore 20:00 entrò in funzione una terza trivella, più piccola e agile; al contempo fu calata nel pozzo una flebo di acqua e zucchero, per tentare di dissetare Alfredino. Ritenendo non più necessario lasciare libere le frequenze, le stazioni radio locali ripresero le trasmissioni in onde medie.

[2].[1]

Sandro Pertini con Elveno Pastorelli all'imboccatura del pozzo

Alle 21:30 si rese necessaria una pausa nella trivellazione; alle 23:00 fu autorizzato a scendere nel pozzo un volontario: Isidoro Mirabella, un manovale 52enne residente in zona, dal fisico minuto. Egli però, a causa di ostacoli tecnici, non riuscì ad avvicinarsi a sufficienza al bambino, anche se poté parlargli[3].

Alle 7:30 del 12 giugno la trivella era scesa soltanto a 25 metri di profondità[4]. Un'ora e mezza dopo incontrò un terreno più morbido, che le consentì di accelerare la discesa; nel frattempo i soccorritori continuavano a parlare col bambino - che aveva iniziato a piangere dicendo di essere stanco - tramite l'elettrosonda (primo fra tutti il pompiere Nando Broglio, che non lasciò un attimo il bordo del pozzo).

Alle 10:10 lo scavo parallelo era arrivato ad una profondità di 30 metri e 5 centimetri e un ingegnere dei vigili del fuoco rivide al ribasso la stima della profondità cui si trovava il bambino: 32,5 m invece di 36. Si decise pertanto di accelerare i lavori e di iniziare immediatamete a scavare il raccordo orizzontale fra i due pozzi, prevedendo di sbucare un paio di metri sopra Alfredino. Alle 11:00 giunse sul posto una scavatrice a pressione per scavare il tunnel di connessione, che tuttavia si bloccò poco dopo l'accensione. Tre vigili del fuoco iniziarono quindi a scavare a mano. Nel frattempo Alfredo aveva smesso di rispondere ai soccorritori, e i medici presenti sul posto, che ascoltavano il suo respiro, riferirono che stava peggiorando: 48 espirazioni al minuto.


Alle 16:30 giunse sul posto il Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Alle 19:00 il cunicolo orizzontale fu completato e finalmente il pozzo di Alfredino fu posto in comunicazione con il pozzo parallelo, a 34 metri di profondità. Tuttavia, si dovette prendere atto del fatto che Alfredino non era nelle vicinanze del foro appena aperto: probabilmente anche a causa delle vibrazioni causate dalla trivellazione, era scivolato molto più in basso. E nemmeno si sapeva di quanto. Pastorelli richiamò gli speleologi, e Bernabei fu calato nel secondo pozzo, si affacciò dal cunicolo orizzontale e calò una torcia legata ad una cimetta per calcolare almeno in termini di massima la posizione del bimbo, che risultò lontano circa una trentina di metri. In seguito si accertò che Alfredino si trovava a circa 60 metri dalla superficie.

L'unica possibilità rimasta era la discesa di qualche volontario lungo il pozzo artesiano, fino a quota -60 metri. Il primo fu uno speleologo, Claudio Aprile, che si pensò di introdurre nel pozzo artesiano dal cunicolo orizzontale; tuttavia, l'apertura di comunicazione si rivelò troppo stretta per permettere di accedere da lì al pozzo artesiano, ed il giovane speleologo dovette desistere.

Angelo Licheri portato a braccia dopo essere riemerso dal tunnel

Un coraggioso volontario, piccolo di statura e molto magro, il tipografo sardo Angelo Licheri, si fece allora calare nel pozzo artesiano per tutti e 60 i metri di distanza dal bambino[5]. Licheri, iniziata la discesa poco dopo la mezzanotte fra il 12 ed il 13 giugno, riuscì ad avvicinarsi al bambino, tentò di allacciargli l'imbracatura per tirarlo fuori dal pozzo, ma per ben tre volte l'imbracatura si aprì; tentò allora di prenderlo per le braccia, ma il bambino scivolò ancora più in profondità. Per di più, nell'effettuare il suo coraggioso tentativo, involontariamente gli spezzò anche il polso sinistro. In tutto, Licheri rimase a testa in giù ben 45 minuti, contro i 25 considerati soglia massima di sicurezza in quella posizione[6][7], ma dovette anch'egli tornare in superficie senza Alfredino.

Verso le 5:00 del mattino iniziò il tentativo di un altro speleologo, Donato Caruso. Anch'egli raggiunse il bambino e provò ad imbracarlo, ma le fettucce da contenzione psichiatrica che aveva usato, e che avrebbero dovuto assicurare una sorta di effetto cappio, scivolarono via al primo strattone. Caruso si fece ritirare su fino al cunicolo di collegamento, dove si fermò per riposare e poi ritentare. Dopo un poco, infatti, ridiscese. Effettuò altri tentativi con delle manette, metodo molto più rischioso anche per il soccorritore perché queste erano legate alla stessa sua corda di sicurezza. Alla fine, anche Caruso tornò in superficie senza esser riuscito nell'intento, riportando inoltre la notizia della probabile morte di Alfredino.

La morte[modifica | modifica sorgente]

« Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all'ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi. »
(Giancarlo Santalmassi durante l'edizione straordinaria del Tg2 del 13 giugno 1981.)

Dopo la dichiarazione di morte presunta, per assicurare la conservazione del corpo, il magistrato competente ordinò che fosse immesso nel pozzo del gas refrigerante (azoto liquido a −30 °C). La salma fu poi recuperata da tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano l'11 luglio seguente, ben 28 giorni dopo la morte del bambino.

I ventuno minatori furono allertati quando ormai ogni speranza era sfumata e si trattava soltanto di recuperare la salma per darle sepoltura. Composero la squadra Italico Neri, Floriano Matteini, Leonello Lupi, Renato Bianchi, Ledo Mancini, Sirio Mengozzi, Giovanni Anedda, Mario Balatresi, Franco Montanari, Lauro Tognoni, Alberto Torresi, Spartaco Stacchini, Rino Paradisi, Silvano Monaci, Alberto Brachini, Renzo Galdi, Mario Zanaboni, Mario Deidda, Aldo Tommasselli, Pellegrino Falconi e lo stesso Torello Martinozzi. I minatori raggiunsero Vermicino il quattro luglio e, dopo aver piazzato le loro attrezzature, si calarono nel tunnel parallelo profondo 70 metri con un diametro di 90 centimetri scavato dai vigili del fuoco a sedici metri dal pozzo artesiano nel quale era caduto Alfredino. Il loro compito era quello di realizzare una galleria per raggiungere il punto esatto dove giaceva il corpo del bambino. Fu un intervento complesso e pericoloso. I minatori lavorarono in tre turni continui e dopo sei giorni, intorno alla mezzanotte del 10 luglio, ebbero la percezione di essere vicini alla meta. "Era come se stessero lavorando nella loro miniera scavando per tentare di salvare un loro compagno sommerso da una frana" raccontarono le cronache. Verso le sette del mattino del giorno successivo il cadavere di Alfredino fu raggiunto. Dopo ulteriori otto ore di lavoro, quando erano circa le tre del pomeriggio fu portato in superficie. "I minatori di Gavorrano smontano le attrezzature in silenzio e con gli occhi lucidi, lasciando quel luogo di tragedia divenuto, nei giorni precedenti, palcoscenico di spettacolo". Fecero ritorno in provincia di Grosseto "disdegnando ogni forma di protagonismo mentre, da settimane, andava in onda il tormentone delle interviste televisive".

Alfredino fu sepolto presso il Cimitero del Verano di Roma.

Qualche mese dopo la morte del figlio, la madre di Alfredino, Franca Rampi, fondò il "Centro Alfredo Rampi" (poi divenuto una ONLUS), che da allora si occupa di formazione alla prevenzione e di educazione al rischio ambientale.

È ormai accertato che nei soccorsi mancarono organizzazione e coordinamento. Ad esempio non fu mai transennata la zona intorno al pozzo, tanto che chiunque poteva avvicinarsi a esso e persino guardarvi dentro.

Di tutti gli errori e le manchevolezze la madre di Alfredino, Franca Rampi, parlò al Presidente Pertini, intervenuto sul luogo della tragedia, promuovendo di fatto la nascita della Protezione Civile, all'epoca ancora solo sulla carta[8][9][10][11].

Risonanza mediatica[modifica | modifica sorgente]

« Era diventato un reality show terrificante »
(Piero Badaloni[12][1])

Come già accennato, la vicenda di Vermicino ebbe una notevole risonanza mediatica: si trattò infatti del primo evento[1] che, grazie alla diretta televisiva non stop organizzata dalla RAI de facto a reti unificate e durata ben 18 ore (certo favorita dalla facilità di accesso al sito - nell'hinterland romano - per i giornalisti e gli operatori della Rai), catturò l'attenzione di circa 21 milioni di persone, che rimasero per ore davanti al televisore per seguirne lo svolgimento.

Nel 1981 la RAI non disponeva ancora di tecnologie adatte per le dirette "in esterna", specie se di lunga durata: generalmente le trasmissioni su eventi di cronaca erano mandate in onda in sintesi e in differita, complice la recalcitranza dei giornalisti televisivi dell'epoca, per pudore o motivi etici, a "coprire" in tempo reale eventi così tragici e dolorosi, per rispetto sia delle vittime che degli spettatori. In questo caso, infatti, la diretta fu avviata a seguito dell'incauta dichiarazione resa dal capo dei Vigili del Fuoco Elveno Pastorelli, il quale affermò che l'incidente si sarebbe risolto positivamente in poco tempo, e con mezzi di ripresa e trasmissione estremamente ridotti, di cui dovettero fruire contemporaneamente tutti e tre i telegiornali nazionali allorché decisero di collegarsi in diretta.

Col passare delle ore, al contrario, la situazione si andò via via aggravandosi, ma ormai l'attenzione suscitata presso i telespettatori era tale da sconsigliare l'interruzione della trasmissione in diretta. In più, secondo Emilio Fede, allora direttore del TG1, Antonio Maccanico (allora Segretario generale alla Presidenza della Repubblica) avrebbe esercitato pressioni per non interrompere la diretta, a maggior ragione dopo aver appreso che anche il presidente Sandro Pertini si stava per recare sul luogo[13].

All'epoca la questione della copertura mediatica delle tragedie private non sembrava affatto scontata come in seguito sarebbe diventata. Un film americano del 1951, L'asso nella manica ("Ace in the Hole") di Billy Wilder, aveva trattato criticamente questo delicato argomento. Per la diretta-fiume sulla tragedia di Vermicino fu coniata l'espressione "tv del dolore"[14].

A riprova del grande interesse manifestato dal pubblico per la sorte di Alfredino, Giancarlo Santalmassi riferì che la sera di venerdì 12 giugno la diretta era stata interrotta sul primo canale per trasmetter una tribuna politica con ospite Pietro Longo: in quel momento, i centralini della Rai furono tempestati di telefonate del pubblico, che chiedevano si tornasse a parlare del caso di Vermicino.

Il Tribunale civile di Roma decretò in seguito il divieto di pubblicazione delle sequenze filmate in cui Alfredo Rampi «piange o singhiozza», «chiama la mamma o i soccorritori» e quelle in cui «i genitori e altri soccorritori cercano di tranquillizzarlo», facenti parte della registrazione della diretta, integralmente custodita negli archivi della Rai. In occasione del ventennale della tragedia, nel 2001, l'allora direttrice delle teche Rai Barbara Scaramucci emise una nota di servizio all'attenzione dei giornalisti, concernente il divieto tassativo di riproporre in tv tali spezzoni[15], alcuni dei quali furono però trasmessi negli anni seguenti, ad esempio nel 2011 dal programma La storia siamo noi.

Il dibattito sulle eventuali responsabilità[modifica | modifica sorgente]

Esaminando le fotografie del corpo congelato di Alfredino, si notò una fettuccia che lo avvolgeva; durante l'interrogatorio di Angelo Licheri, il volontario disse che era stato lui a metterla ad Alfredino quando si era calato per il tentativo di salvataggio. Questa tesi fu però contestata dai Vigili del Fuoco, i quali sostennero che una simile imbracatura non poteva assolutamente esser stata assicurata al corpo del bambino nel ristrettissimo spazio disponibile dentro il pozzo artesiano. Fu allora ascoltato il caposquadra del soccorso speleologico del Club Alpino Italiano (CAI) Tullio Bernabei, il quale riconobbe la fettuccia come appartenente al gruppo di speleologi e dichiarò, come tutti gli altri soccorritori, che era la stessa utilizzata nel tentativo di salvataggio di Alfredino.

Durante le indagini vennero interpellati i costruttori del pozzo, i quali affermarono che, data la complessità della sua apertura, era praticamente impossibile che un bambino vi fosse caduto accidentalmente. Vi furono però versioni discordanti riguardo al diametro del pozzo all'imboccatura, considerato che i primi volontari vi si erano calati senza troppa difficoltà. I costruttori in seguito cambiarono versione riguardo alla copertura del pozzo, cosicché non si poté risalire a eventuali responsabilità per il fatto di averlo lasciato aperto.

Ad aumentare il mistero furono le stesse parole pronunciate dal piccolo Alfredo in quelle ore di agonia: il bambino non aveva la benché minima idea di dove si trovasse e nemmeno di come vi fosse capitato, e riteneva di agevole esecuzione il suo salvataggio ("sfondate la porta ed entrate nella stanza buia"). La poca lucidità data dalla mancanza di ossigeno e dalla permanenza prolungata nel pozzo potrebbero però spiegare questa incongruenza.

Il sostituto procuratore della Repubblica Giancarlo Armati formulò l'ipotesi che Alfredino non fosse caduto accidentalmente nel pozzo, ma vi fosse stato calato - dopo essere stato addormentato - utilizzando l'imbracatura trovata sul suo corpo[16]; le indagini da lui condotte, tuttavia, non consentirono di raccogliere prove univoche sufficienti per suffragare tale ipotesi di reato, cosicché lo stesso pubblico ministero chiese l'archiviazione.

Quanto al "cui prodest" di un eventuale omicidio doloso con premeditazione, taluni ipotizzarono addirittura che la lunga agonia di Alfredino, oggetto di una copertura mediatica senza precedenti in Italia, potesse essere servita a sviare l'attenzione dell'opinione pubblica da notizie di particolare rilievo politico (quali la scoperta, in quegli stessi giorni, dei primi elenchi degli iscritti alla loggia massonica segreta P2) in un difficile momento di transizione per il Paese[1]. Si è tuttavia obiettato che, per quanto deprecabile, il fatto di sfruttare cinicamente e opportunisticamente una tragedia non equivale ad averla cagionata.

Altri ipotizzarono invece che la falsa prospettazione di un possibile omicidio doloso potesse servire ai Vigili del Fuoco per distogliere l'attenzione da eventuali colpe gravi da loro commesse nelle operazioni di salvataggio (con riferimento in particolare alla scelta, rivelatasi infelice, di scavare un pozzo parallelo). Si è tuttavia obiettato che la scelta di scavare un tunnel parallelo era inevitabile, non essendovi soluzioni alternative praticabili, e che la durezza degli strati litologici sottostanti, e quindi la durata dello scavo e l'entità delle vibrazioni da esso prodotte, non era ragionevolmente prevedibile[17].

Anziché il frutto di responsabilità colpose dei proprietari del pozzo (imprudenza) o dei soccorritori (imperizia), o addirittura di responsabilità dolose di ignoti, la morte di Alfredino è stata probabilmente (e tale è comunque ad oggi la "verità giudiziaria") una tragica fatalità. Il volontario del soccorso alpino Tullio Bernabei continuò del resto a sostenere la sua verità, che è anche quella degli speleologi del CAI, di Angelo Licheri e della stessa famiglia Rampi: "L'imbracatura trovata sul corpo del bambino era il frutto dei nostri tentativi di salvataggio, in particolare quello di Licheri. Purtroppo quella di Vermicino è una storia abbastanza semplice".

Citazioni[modifica | modifica sorgente]

I Baustelle dedicano ad Alfredo Rampi la canzone Alfredo inclusa nell'album Amen del 2008 che ne critica soprattutto l'aspetto mediatico.

I Motherstone dedicano ad Angelo Licheri la canzone Someone Sitting by You inclusa nell'album Biolence del 2008. La canzone, con videoclip in rotazione su alcuni canali TV musicali, è incentrata sulle difficoltà psicologiche cui il Licheri è andato incontro in seguito al mancato salvataggio di Alfredo Rampi, ed inizia con la vera voce della signora Franca Rampi che implora il suo nome.

Nel suo romanzo "Dies irae", Giuseppe Genna ripropone la tesi della dolosità.

Il cantautore Renato Zero fece un rapido accenno alla vicenda, nel brano "Per carità", inserito in uno dei suoi doppi album dei primi anni ottanta, Artide Antartide, cantando:

«se muore un bambino,/c'è un teleobiettivo!».

Questo riferimento, che oggi appare velato o addirittura qualunquista, all'epoca (il disco uscì proprio nel 1981) fu colto immediatamente, data l'enorme risonanza mediatica avuta dalla tragedia di Vermicino. Tra l'altro, il verso in questione segue «l'inchiesta s'apre e si chiude!» e precede «per carità, non staccare gli occhi mai dalla tivù»: due frasi altrettanto significative, che inquadrano la vicenda in un contesto di ironica critica dell'aspetto prettamente mediatico della situazione.

Fabri Fibra, nella canzone "Su le Mani" (Tradimento), cita la tragedia con la frase «non credo nel destino da quando ho visto Alfredino ti assicuro quella storia mi ha scioccato da bambino»

Il rapper italiano Kaos One, nella traccia "Fino alla fine" del suo album "Fastidio", cita la tragedia con la frase «Messo peggio di Alfredino dentro al pozzo...».

Il cantante romano Andrea Moraldi (Pap3ro), dedica a lui una canzone: "Trentasei anni", raccontando la sua storia, e le ipotesi di un uomo che sarebbe potuto essere, e molto dura per la scena mediatica che si è svolta in quei giorni a Vermicino.

L'artista contemporaneo milanese Akab, scrive e disegna una breve storia "Alfredino Vermicino", raccontata dal punto di vista del bambino.

Vicende simili[modifica | modifica sorgente]

  • Per una sfortunata coincidenza, alcune settimane precedenti la tragedia di Vermicino, le syndication televisive del Centro Italia, tra le quali la romana Quinta rete trasmettevano ripetutamente appunto La bambina nel pozzo, dove fanno da contorno dei tumulti esplosi in una cittadina della provincia americana, in quanto la piccola afroamericana viene ritenuta vittima della violenza razziale, fino a quando si scopre che è ancora viva nel fondo di un pozzo e la comunità intera solidarizza per trarla in salvo.
  • Il 14 ottobre 1987, a Midland (Texas), la piccola Jessica McClure (di diciotto mesi) cadde in un pozzo. Fu estratta viva il 16 ottobre. Tale evento consentì alla CNN, che lo trasmise in diretta, di affermarsi come all news di livello internazionale. Dalla vicenda fu tratto un film TV, prodotto dalla ABC, dal titolo Una bambina da salvare (1989).
  • Il 20 aprile 1996 il piccolo Nicola Silvestri di Scerni, un bambino di soli tre anni, cade in un pozzo artesiano in località Colle Marrollo e viene trovato morto annegato la sera stessa.[18]
  • Il 20 giugno 2012, in un villaggio vicino Masnesar, a 40 chilometri da Delhi, una bambina di nome Mahi cade in un pozzo profondo 25 metri nel giorno del suo quinto compleanno. Estratta oltre 80 ore dopo, muore durante il trasporto in ospedale.[19]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g h i j La storia siamo noi: L'Italia di Alfredino, Rai 2, 16 giugno 2011.
  2. ^ a b Piero Badaloni era, all'epoca dei fatti, giornalista televisivo, e condusse da studio la diretta del TG1.
  3. ^ Gianluca Nicoletti, Addio piccolo eroe di Vermicino. Morto a Roma il primo volontario che nell’81 si calò nel pozzo per salvare Alfredo Rampi (PDF) in La Stampa, 13 gennaio 2011, p. 26.
  4. ^ Dato appreso dalla diretta del TG2.
  5. ^ Giovanni Maria Sedda, Gavoi vuole aiutare l'eroe di Vermicino in La Nuova Sardegna, 10 aprile 2011.
  6. ^ Elio Pirari, Angelo Licheri: "Non sono mai uscito dal pozzo di Alfredino Rampi" in La Stampa (Gavoi), 10 giugno 2011.
  7. ^ Circa i tempi ammissibili di permanenza in posizione capovolta (a testa in giù), si veda la testimonianza dello speleologo Tullio Bernabei, il primo calatosi nel pozzo, nella citata trasmissione La Storia siamo noi.
  8. ^ Antonio Marchetta, Alfredino Rampi, a 30 anni dall'orrore del pozzo artesiano di Vermicino in Corriere Informazione, 9 giugno 2011.
  9. ^ Trent'anni fa la tragedia di Alfredino Rampi in Il Sole 24 ORE, 10 giugno 2011.
  10. ^ Napolitano ricorda Alfredino Rampi: la tragedia creò le condizioni per l'istituzione della Protezione civile in Il Sole 24 ORE, 11 giugno 2011.
  11. ^ Raffaella Troili, Vermicino, il pozzo di Alfredino Rampi è rimasto come trent'anni fa in Il Messaggero (Roma), 10 giugno 2011.
  12. ^ Dichiarazione di Badaloni, fatta sua anche da Giovanni Minoli
  13. ^ Angelo Licheri, l’eroe di Vermicino, intervistato dai microfoni di Mattino Cinque, universy.it, 8 aprile 2011.
  14. ^ Andrea Bacci. Alfredino nel pozzo. Tutta la storia della tragedia di Vermicino e la nascita della Tv del dolore, Bradipolibri, 2007
  15. ^ Dino Martirano, Vermicino, i tre giorni che sconvolsero l'Italia in Corriere della Sera, 1º giugno 2001, p. 19. URL consultato il 7 luglio 2010.
  16. ^ Si veda al riguardo il dettagliato articolo del quotidiano La Repubblica, dell'8 febbraio 1987.
  17. ^ (EN) «C’è un bambino in un pozzo!» Vermicino, la prima tragedia tv in Il Giornale (Roma), 13 giugno 2006.
  18. ^ Scompare bimbo di 3 anni, lo trovano morto nel pozzo in la Repubblica (Scerni), 21 aprile 1996.
  19. ^ Dopo 86 ore muore bimba nel pozzo. Il tragico epilogo che ricorda Vermicino in la Repubblica (Nuova Delhi), 24 giugno 2012.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Maurizio Costanzo, Alfredino. Il pozzo dei troppi misteri, Milano, A. Mondadori, 1987.
  • Pino Corrias, A Vermicino, quando la TV uscì dal pozzo in cambio di una vita, in Luoghi comuni. Dal Vajont a Arcore, la geografia che ha cambiato l'Italia, Milano, Rizzoli, 2006, pp. 87–101. ISBN 978-88-17-01080-1
  • Massimo Gamba, Vermicino. l'Italia nel pozzo, Sperling & Kupfer, 2007.
  • Andrea Bacci, Alfredino nel pozzo. Tutta la storia della tragedia di Vermicino e la nascita della Tv del dolore, Bradipolibri, 2007.
  • Maurizio Monteleone, Vermicino. L'incubo del pozzo, Graphic novel., 001 Edizioni, 2011.
  • Walter Veltroni, L’inizio del buio, 2011.
  • Annie Mignard, La fête sauvage, 2012, Chemin de fer

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