Aleksandar Ranković

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Aleksandar Ranković

Aleksandar Ranković, detto Leka (grafia cirillica: Александар Ранковић; Draževac kraj Obrenovca, 28 novembre 1909Ragusa, 20 agosto 1983), è stato un politico e antifascista jugoslavo. Fu il capo dell'OZNA e stretto collaboratore di Josip Broz Tito.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Di famiglia serbo-ortodossa, fu assieme a Tito, Gilas, e Kardelj uno dei quattro uomini più potenti di tutta la Jugoslavia dell’immediato dopoguerra. Divenne un personaggio di spicco della politica jugoslava quando Tito, il 7 marzo 1945, inaugurò un governo di unità nazionale, al cui vertice sedevano i suoi stretti collaboratori.

A Ranković spettò il ruolo di capo dell’ Servizi segreti jugoslavi (Odeljenje za zaštitu naroda, OZNA). In particolare Ranković si curò di eliminare meticolosamente gli oppositori politici, nei quali rientravano anche parte del clero cattolico e ortodosso, oltre a chiunque fosse portatore (o presunto tale) di idee nazionali anti-jugoslave. Nell’estate del 1948 si ruppero i rapporti tra l’URSS e la Jugoslavia. Si trattò della prima crisi interna del Blocco sovietico; Ranković ricoprì in questa fase una parte di sostegno alla causa titina.

Nel dibattito politico interno della Jugoslavia, Ranković sostenne, accanto a un nazionalismo panserbo, la tesi di un socialismo centralizzato, contrario al modello dell’autogestione integrale. Nel 1956 scoppiò lo scandalo Gilas, che diede il via a un periodo di riforma ed epurazione dei quadri dirigenti del Partito. Nel 1966 Ranković, fino ad allora capo onnipotente dell'UDBA, fu allontanato dal suo incarico, accusato di abuso di potere e di aver ordito un complotto. Tuttavia non fu intentato nessun processo ai suoi danni. All'allontanamento di Rankovic seguì una riforma dell’UDBA (polizia segreta) e dell’KOS (servizi segreti militari).

Giudizi[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la sua morte nel 1983 la figura di Ranković fu letta da diverse prospettive. Il nazionalismo serbo degli anni novanta sostenne la tesi del complotto anti-serbo ordito da Sloveni e Croati, con cardini in Tito (croato) e Kardelj (sloveno). Ranković (serbo) fu riproposto in veste di vittima, benché nel 1966 si fosse rivelato colpevole di attività spionistiche ai danni di istituzioni statali, di esponenti politici e di semplici cittadini[senza fonte].

Da parte croata invece Ranković fu incriminato come colui che perseguì una campagna di serbizzazione dei Servizi segreti jugoslavi. Si sottolineò come egli fosse stato il principale responsabile per il terrore messo in atto dalla Polizia segreta (UDBA) e per le esecuzioni di massa dopo la Seconda guerra mondiale, ai danni di Croati, Sloveni, Musulmani e Albanesi del Kosovo[senza fonte].

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Sekulić Zoran, Pad i cutnja Aleksandra Rankovića (“La caduta e il silenzio di Aleksandar Ranković”), Belgrado, Dositej, 1979.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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