Aldo Leopold
Aldo Leopold (Burlington, 11 gennaio 1887 – Wisconsin, 21 aprile 1948) è stato un ecologo statunitense, ispiratore della moderna biologia di conservazione.
Forestale per formazione e ritenuto uno dei padri dell'ambientalismo scientifico. La sua opera ha influenzato anche l'ambientalismo associanistico del '900. Morì a causa di attacco cardiaco mentre aiutava dei vicini a spegnere l'incendio della loro fattoria. In una prima fase Leopold era fortemente influenzato dalla politica ambientale di Gifford Pinchot, il quale concepiva la scienza forestale in una prospettiva utilitaristica: si trattava di gestire le risorse forestali secondo criteri di eco-efficienza, razionalizzandone l’uso in modo da evitarne la distruzione e garantire “la massimizzazione dei beni naturali utili all’uomo” per il bene delle generazioni attuali e di quelle future. All’epoca, negli USA, il movimento di conservazione della natura operava in una simile prospettiva, seguita anche da Leopold il quale intendeva estendere “il programma conservazionistico pinchotiano anche alla gestione della selvaggina”. Non a caso Leopold diventerà (1933) il primo docente universitario di “gestione della selvaggina” (presso l’Università del Wisconsin). Dietro tale progetto di razionalizzazione scientifica delle risorse vegetali ed animali, opera la convinzione che la tecnoscienza possa gestire il mondo naturale, gli ecosistemi, molto meglio della natura stessa. Il primo Leopold agisce lui stesso all’interno di questa visione del mondo: nel quadro appena delineato, l’eliminazione degli animali predatori (lupi, orsi, coyote…) costituiva un aspetto importante di quella “gestione razionale delle risorse”, auspicata anche dai cacciatori, poiché si calcolava che così facendo venivano salvaguardati gli erbivori (cervi prima di tutto), ai quali avrebbero poi pensato i cacciatori. Le cose non andarono proprio così; le cronache dell’epoca (recepite dallo stesso Leopold)raccontano che la crescita demografica dei cervi risultò provvisoria: ad essa seguì poi il degrado della vegetazione (per eccesso di erbivori, in seguito all’eliminazione dei predatori carnivori), e ciò comportò l’autoriduzione spontanea del numero dei cervi. Non era meglio lasciar fare alla natura, invece di interferire con avventurosi programmi di “gestione delle risorse”? A questo punto fa la sua comparsa la svolta ecologista radicale di Leopold, testimoniata tra l’altro in una esperienza di enorme impatto psicologico e spirituale, che lasciò un segno indelebile in Leopold e in molti dei suoi lettori: “Stavamo mangiando su una sporgenza rocciosa, ai cui piedi un torrente turbolento piegava a gomito. Vedemmo quella che pensavamo fosse una cerva guadare il torrente, immersa fino al torace nell’acqua bianca di spuma. Quando si arrampicò sulla sponda dalla nostra parte e scosse la coda, ci accorgemmo del nostro errore: era un lupo. Un’altra mezza dozzina, evidentemente piccoli già cresciuti, balzò dal folto dei salici, radunandosi per dare il benvenuto, scodinzolando e litigando giocosamente….A quei tempi non avevamo mai sentito che qualcuno si lasciasse sfuggire l’occasione di uccidere un lupo. In un attimo stavamo scaricando piombo sul branco, con più eccitazione che precisione….Quando i fucili furono scarichi, il lupo adulto era a terra…. Raggiungemmo l’animale agonizzante, che era una lupa, in tempo per vedere un feroce fuoco verde spegnersi nei suoi occhi. Mi resi conto allora, e non l’ho mai dimenticato, che c’era qualcosa di nuovo per me in quegli occhi, qualcosa che solo lei e la montagna sapevano. A quel tempo ero giovane e mi prudeva il dito sul grilletto; pensavo che meno lupi significasse più cervi, e quindi niente lupi equivalesse al paradiso dei cacciatori. Ma quando vidi spegnersi quel fuoco verde, sentii che né la lupa, né la montagna condividevano quel punto di vista”: così Leopold in Pensare come una montagna(sta in Almanacco di un mondo semplice). A partire da questa esperienza, Leopold dà l’avvio ad un ripensamento radicale e inizia a “pensare come una montagna”, abbandonando il punto di vista pianificatore ed antropocentrico della “gestione razionale delle risorse”. Qui la montagna simbolizza un punto di vista più ampio che trascende quello, angusto e limitato, del singolo ente, si tratti pure dell’uomo; questo pensiero cosmicamente orientato richiede una nuova etica, l’etica della Terra, che viene sintetizzata in un altro eccellente capitolo di Almanacco di un mondo semplice. Secondo Leopold, l’etica della Terra supera le elaborazioni etiche moderne, poiché queste ultime sono parziali in quanto si riferiscono solo al mondo umano, mentre “ l’etica della Terra allarga semplicemente i confini della comunità per includervi suolo, acque, piante e animali o, in una parola sola, la terra”. Queste due nozioni tratteggiano in modo essenziale la spiritualità della wilderness, la cui importanza è condensabile nel detto profetico di Thoreau, che recita: “La salvezza del mondo si trova nella natura selvaggia”. Commentandolo, Leopold scrive che il significato di questa formulazione è racchiuso, o simbolizzato, “nell’ululato del lupo, che le montagne conoscono da molto tempo, ma che gli uomini raramente percepiscono”.[1]
Il suo scritto più importante è la raccolta di saggi A Sand County Almanac, tradotto in italiano con il titolo Almanacco di un Mondo semplice. Si tratta di una raccolta di saggi di grandissimo spessore scientifico e letterario dove suggestive descrizioni naturalistiche si alternano a riflessioni sulla conservazione della natura e delle sue risorse. Fu pubblicato postumo, ed ormai è divenuto un classico della letteratura americana e non solo.
La sua filosofia può essere condensata in una citazione: "Conservation is a state of harmony between men and land" (in italiano La conservazione è uno stato di armonia fra gli uomini e le terre).
Aldo Leopold ha praticato diverse professioni, dal forestale al biologo, a quella universitaria, a quella di libero ecologo nella sua proprietà del Wisconsin, dove poi morì per un attacco di cuore durante un incendio che stava bruciando i suoi amati rimboschimenti (eccola l’Etica della terra, nel senso che uno dei suoi più veri interessi fu il combattere l’erosione del suolo che in quegli anni in America aveva assunto proporzioni spaventose: la terra, the land, il suolo! Una land solamente intesa come metaforica espressione del grande ciclo della vita, con la predazione e la caccia come componenti inscindibili), ma soprattutto lui fu un cacciatore, un cacciatore convinto fino alla fine dei suoi giorni.E fu un altrettanto convinto studioso della selvaggina (è suo quello che ancora oggi è considerato il massimo manuale di gestione della selvaggina da caccia negli USA: Wildlife Management, il suo libro più noto dopo il più famoso A Sand County Almanac, “L’almanacco della Contea della Sabbia” - malamente tradotto in Italia con “Almanacco delle cose semplici” -; e per Leopold fu certamente l’opera più importante: un volume di ben 500 pagine!). Un conflitto interiore sulla caccia Aldo Leopold lo ebbe veramente, ma non sul fatto se dovesse o meno cacciare, ma semplicemente sul fatto se considerare gli animali predatori dei nocivi o non, invece, parti integranti e indissolubili dell’ecosistema. Un conflitto che anche tanti cacciatori italiani hanno avuto e alcuni hanno ancora, portati poi, come Leopold, ad apprezzare come i naturalisti la vita ed il diritto all’esistenza di animali quali il Lupo, l’Orso, l’Aquila reale ed altri predatori. Eccola l’esperienza di “Escudilla”, la montagna (oggi Area Wilderness, anche questa aperta alla caccia!) dove visse uno degli ultimi Grizzly dell’Arizona e che, come nel caso della lupa da lui uccisa, portò Leopold a riflettere sull’importanza degli animali predatori nel grande ciclo della vita (il suo “pensare come una montagna”); una montagna che Leopold, dopo l’uccisione di quell’ultimo Grizzly, la definì essere “solo più una montagna”, per dire che aveva perso quel fascino che la presenza del Grizzly gli conferiva agli occhi ed al sentire dell’uomo. Nel suo “pensare come una montagna” Leopold non vuole quindi criticare la caccia, ma solamente lo sterminio dei predatori che a quella sua epoca negli USA, come in gran parte del mondo, era portata avanti come metodo per aumentare la presenza delle specie di selvaggina cacciabile; per eliminare un competitore, in pratica. Non era lo sparare in sé a quei lupi che egli narra in questo capitolo del suo saggio, ma solamente lo sparare ai lupi. Il “pensare come una montagna“ non voleva essere una denuncia della caccia quale attività in sé, ma era solo la denuncia di un certo modo di intendere la gestione della fauna per finalità venatorie. Leopold non ha mai scritto nulla contro la caccia come attività sportiva (quindi ludica), ma solo contro la caccia di sterminio della sua epoca, e fu per questo che molti cacciatori lo criticarono. E questo è quello che succede anche oggi nel nostro Paese dove la frangia dei cacciatori onesti sono spesso criticati da quelli che pensano solo alla preda. Ed è il caso, proprio qui, di evidenziare come l’amore per la caccia di Leopold era tanto immedesimato con la sua idea della natura selvaggia e della caccia come momento di vita all’aria aperta da non condividere la caccia come viene praticata in Europa. Proprio nel suo Sand County Almanac egli ebbe modo di scrivere che ''«In Europa la caccia e la pesca sono in gran parte prive di ciò che le aree lasciate allo stato selvaggio possono contribuire a preservare in questo paese. I cacciatori europei non si accampano, non cucinano e non lavorano nei boschi se possono evitarlo. I lavori faticosi sono delegati ai battitori ed ai servitori, e la caccia si svolge più in un'atmosfera di scampagnata che non di avventura pionieristica. La prova dell’abilità è costituita, in larga misura, solo dall’effettiva cattura di selvaggina o di pesci.»Questo fu Leopold, fino alla fine dei suoi giorni. Un mito per i conservazionisti americani, un mito tanto forte che molti dei massimi ambientalisti americani di oggi che portano avanti la sua visione dell’Etica della terra e la battaglia per salvare la wilderness rimasta, si ispirano a lui; e molti di essi (anche i più oltranzisti di Earth First!) sono anche cacciatori... [2]
“PENSARE COME UNA MONTAGNA”
di Aldo Leopold
"Un urlo profondo echeggia da roccia a roccia, rotola giù per la montagna e si perde nella lontana oscurità della notte. È un’esplosione selvaggia di sfida, dolore e disprezzo per tutte le avversità del mondo. Tutte le cose vive, e forse molte di quelle morte, prestano ascolto a questo richiamo. Al cervo ricorda il rischio di divenire una preda, per il pino è un annuncio delle zuffe di mezzanotte e del sangue sulla neve, per il coyote la speranza di qualcosa da racimolare, per il vaccaro la minaccia di cifre in rosso sul conto in banca, per il cacciatore una sfida tra fauci e pallottole. Ma dietro queste ovvie immediate speranze e paure si nasconde un significato più profondo, che solo la montagna conosce. Solo essa, infatti, ha vissuto abbastanza per poter ascoltare obiettivamente l’ululato di un lupo. Anche chi non ne sa decifrare il significato nascosto, tuttavia, sa che il lupo esiste, perché la sua presenza si percepisce in tutti i territori popolati dai lupi, distinguendoli da tutti gli altri luoghi. È il brivido che percorre la schiena di chiunque senta i lupi di notte o ne segua le tracce di giorno. Anche senza vederli o udirli, la loro presenza è implicita in centinaia di piccoli eventi: il nitrito di un cavallo da soma a mezzanotte, il rotolare di sassi, il balzo di un cervo in fuga, la presenza di orme all’ombra degli abeti. Solo qualcuno irrimediabilmente inesperto può non accorgersi della presenza o dell’assenza dei lupi o del fatto che le montagne abbiano di loro un’opinione segreta. Le mie convinzioni a questo proposito risalgono al giorno in cui vidi un lupo morire. Stavamo mangiando su una sporgenza rocciosa, ai cui piedi si snodava un torrente turbolento. Vedemmo quella che pensavamo fosse una cerva che stava guadando il torrente, immersa fino al torace nell’acqua bianca di spuma. Quando si arrampicò sulla sponda della nostra parte e scosse la coda ci accorgemmo del nostro errore: era un lupo. Un’altra mezza dozzina di essi, evidentemente piccoli già cresciuti, balzò fuori dal folto dei salici, radunandosi per darle il benvenuto, scodinzolando e litigando giocosamente. Insomma, un vero e proprio mucchio di lupi si agitava e ruzzolava allo scoperto proprio sotto il masso dove stavamo noi. A quei tempi non avevamo mai sentito che qualcuno si lasciasse sfuggire l’occasione di uccidere un lupo. In un attimo stavamo scaricando piombo sul branco con più eccitazione che precisione: sparare mirando verso qualcosa molto più in basso crea sempre un po’ di confusione. Quando i nostri fucili furono scarichi, il lupo adulto era a terra e un piccolo strascicava una zampa in un impraticabile ghiaione. Raggiungemmo l’animale agonizzante, che era una lupa, in tempo per vedere un feroce fuoco verde spegnersi nei suoi occhi. Mi resi conto allora, e non l’ho mai più dimenticato, che in quegli occhi c’era qualcosa di nuovo per me, qualcosa che solo lei e la montagna sapevano. A quel tempo ero giovane e mi prudeva il dito sul grilletto: pensavo che la presenza di meno lupi significasse la presenza di più cervi, e quindi che l’assenza di lupi equivalesse ad un paradiso per i cacciatori. Ma quando vidi spegnersi quel fuoco verde, sentii che né la lupa, né la montagna condividevano quel punto di vista. Da allora ho vissuto assistendo all’eliminazione dei lupi da parte di uno Stato dopo l’altro. Ho osservato l’aspetto di molte montagne da poco rimaste senza lupi ed ho visto i loro pendii rivolti a sud segnati da un intrico di nuovi sentieri tracciati dai cervi. Ho visto ogni cespuglio e germoglio commestibile venir brucati fino alla loro consunzione e alla morte. Ho visto che ogni albero commestibile privato di foglie fino all’altezza del pomo di una sella. A guardare queste montagne sembra che qualcuno abbia regalato a Dio un nuovo paio di cesoie, obbligandolo a passare tutto il suo tempo potando. Così le ossa dei tanto desiderati branchi di cervi, morti di fame perché erano troppi, si sbiancano assieme ai rami secchi della salvia o si sgretolano sotto i ginepri. Ho l’impressione che come un branco di cervi vive nella paura mortale dei lupi, così la montagna viva nel terrore mortale dei suoi cervi. E forse per più valide ragioni: perché mentre un cervo ucciso dai lupi può essere rimpiazzato in due o tre anni, i danni a un rilievo eroso da troppi cervi forse non saranno riparati nemmeno in altrettanti decenni. Lo stesso accade per le mucche: il vaccaro che libera dai lupi il suo territorio non si rende conto di sopprimere il lavoro del lupo, che consiste nel riportare la mandria alle dimensioni adeguate rispetto all’estensione del territorio. Non ha imparato a pensare come una montagna. Per questo motivo ci sono zone divenute così sterili da essere ridotte a deserti e fiumi che erodono tutto, trascinando il futuro verso il mare. Tutti noi ci sforziamo di ottenere sicurezza, prosperità, comodità, longevità e imperturbabilità. I cervi si sforzano con le loro agili zampe, i vaccari con trappole e veleno, i politici con la penna, la maggior parte di noi con macchine, voti e dollari, ma tutti mirano alla stessa cosa: vivere in pace. Raggiungere in certa misura questo scopo è già sufficiente e forse è una condizione per poter pensare in maniera oggettiva, ma una sicurezza eccessiva sembra che, a lungo andare, produca solo pericolo. Forse è proprio questo che significa il detto di Thoreau: “la salvezza del mondo sta nella natura selvaggia” . Forse questo è il significato nascosto racchiuso nell’ululato del lupo, che le montagne conoscono da molto tempo, ma che gli uomini raramente percepiscono."[3]
[modifica] Note
- ^ Vedi Wilderness:Thoreau,Leopold e la caccia http://www.filosofiatv.org/downloads/216_WILDERNESS%20Thoreau%20Leopold%20%282%29con%20lupi.pdf
- ^ Vedi: Aldo Leopold e la caccia: una polemica infinita!http://www.wilderness.it/doc_2.asp?p=d&key=586
- ^ Vedi:Pensare come una montagna, di Aldo Leopoldhttp://www.wilderness.it/doc_2.asp?p=d&key=586
