Aldo Bricco

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Aldo Bricco
23 giugno 1913 - 2 luglio 2004
Nato a Pinerolo
Morto a Pinerolo
Dati militari
Paese servito bandiera Regno d'Italia
Italia Italia
Forza armata Regio Esercito
Esercito Italiano
Arma Fanteria
Corpo Alpini
Grado Generale di corpo d'armata
Guerre Seconda guerra mondiale
Battaglie battaglia delle Alpi Occidentali
seconda battaglia difensiva del Don

[1]

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Aldo Bricco, nome di battaglia "Cèntina" o "Pinolo" (Pinerolo, 23 giugno 1913Pinerolo, 2 luglio 2004[2]), è stato un generale e partigiano italiano. Ufficiale del Corpo degli Alpini combatte sul fronte orientale durante la seconda guerra mondiale. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 entro nel moviento di resistenza ai nazifascisti, e fu l'unico sopravvissuto all'eccidio di Porzûs, in cui diciassette partigiani della Brigata Osoppo furono uccisi da un centinaio di partigiani comunisti.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nato a Pinerolo il 23 giugno 1913, figlio di Agostino e Lucia Gardiol. Arruolatosi nel Regio Esercito, con l'entrata in guerra del Regno d'Italia, avvenuta il 10 giugno 1940, combatte durante la battaglia delle Alpi Occidentali come tenente del 2º Reggimento alpini, venendo decorato con una Croce di guerra al valor militare.

Promosso Capitano partì per il fronte orientale[1] al comando della 6ª Compagnia[1] del battaglione "Tolmezzo",[1] inquadrato nell' Reggimento della 3ª Divisione alpina "Julia".[1] Tra il dicembre 1942 e il gennaio 1943 fu insignito di una Medaglia d'argento “sul campo”[1] e una di Medaglia di bronzo al valor militare per essersi distinto durante la seconda battaglia difensiva del Don[3].

Rientrato in Italia, maturò sentimenti antifascisti e dopo l'8 settembre 1943[4] si unì alla Resistenza, entrando insieme ad altri ufficiali degli alpini a far parte delle Brigate Osoppo, formazioni di ispirazione cattolica e liberale operanti in Friuli.[4] Agli inizi del febbraio 1945 fu incaricato di sostituire il capitano Francesco De Gregori "Bolla"[5] al comando del Gruppo Brigate Osoppo dell'Est, dislocato in un gruppo di malghe sul monte Topli Uork, nei pressi del confine con la Slovenia. Accompagnato da un gruppo di partigiani – tra cui il giovane Guido Pasolini "Ermes" – raggiunse la località la sera del 6 febbraio, trovandosi quindi coinvolto il giorno successivo nell'eccidio di Porzûs, allorché circa cento partigiani comunisti, guidati dal comandante gappista Mario Toffanin "Giacca",[5] si introdussero con l'inganno nelle malghe e attaccarono gli osovani ivi stanziati.

In base alle sue dichiarazioni[6][7][8][3], al momento dell'arrivo della colonna di Toffanin, Bricco si trovava alla "malga comando" insieme a De Gregori, con il quale ebbe appena il tempo di effettuare lo scambio di consegne. Incontro a Toffanin e ai suoi uomini – che, divisi in gruppi, si fingevano partigiani garibaldini e osovani scampati a un rastrellamento e civili in difficoltà – De Gregori inviò il delegato politico azionista Gastone Valente "Enea" che, giunto dai gappisti, fece consegnare al comandante un biglietto con scritto che quegli uomini gli avevano fatto «una pessima impressione»[6]. A quel punto, Toffanin fece disarmare e arrestare Valente e gli altri osovani presenti e poi attese De Gregori, che arrivò in un secondo momento insieme a Bricco e altri partigiani. Avvicinatosi ai gappisti, anche il gruppo di De Gregori fu disarmato da tre o quattro uomini armati di mitra, uno dei quali si avventò contro Bricco insultandolo e colpendolo al volto. Spinto contro la parete di una malga, Bricco intravide un varco tra i gappisti e si lanciò nella fuga inseguito da raffiche di mitra, venendo colpito da sei proiettili alla schiena. Continuò a correre finché, giunto di fronte a un dirupo,[5] si gettò rimanendo illeso dalla caduta di circa sette-otto metri grazie alla neve depositata sul fondo. Molti anni dopo, rievocò quei momenti con queste parole:

« Ci avevano presi, me e Bolla, il comandante. Abbiamo sentito gridare: portateli dentro. Bolla era avanti, io dietro. Uno mi ha gridato: vigliacco, bastardo, traditore. E subito un pugno mi ha colpito forte, sulla faccia. Sono finito contro la parete della malga. Erano cento, sparpagliati nella neve, sapevo che non era ragionevole pensare di scappare. Ma per giorni, per mesi avevo ripetuto dentro di me che se mi avessero preso, fascisti o nazisti, ci avrei provato. Quell'idea era diventata un riflesso. Sono schizzato come una molla, mi sono messo a correre come un forsennato. Sapevo che non c'era scampo, eppure correvo giù per la montagna e sentivo le pallottole che mi entravano nel corpo, dalla schiena: ai fianchi una alla spalla, in mezzo ai reni, il sangue, caldo, scendeva giù per i pantaloni e mi riempiva lo scarpone, eppure le gambe mi portavano, andavano veloci come se non fossi io a comandarle. Sono arrivato a un dirupo: o gettarsi o arrendersi. Ho fatto il salto: sette o otto metri, la neve mi ha aiutato. E poi di nuovo di corsa, mentre le pallottole facevano spruzzi di neve intorno...[3] »

Dopo essere stato ulteriormente bersagliato da due uomini armati di mitra, fu ritenuto morto e riuscì ad allontanarsi raggiungendo con molta fatica il vicino paese di Robedischis,[4] dove era presente un comando del IX Korpus sloveno.[4] Ai partigiani sloveni raccontò di essere stato ferito in un agguato fascista: inizialmente creduto, fu medicato e adagiato su un pagliericcio. Nelle varie ricostruzioni dell'accaduto, Bricco dichiarò più volte di aver fornito agli sloveni l'erronea versione dei fatti dell'attacco fascista in buona fede, credendo realmente che gli aggressori della Osoppo a Porzûs fossero militi della RSI camuffati da partigiani e non immaginando che potessero essere partigiani comunisti[7][9]. Unicamente nella testimonianza resa al processo di Lucca del 1951 affermò di aver messo in atto «un espediente», aggiungendo comunque «mai potevo immaginare che si trattasse di un colpo sinistro dei garibaldini»[8].

L'indomani fu arrestato dagli sloveni insospettitisi, ma venne liberato da un inviato della Osoppo – un maestro della zona che parlava sloveno[9] – grazie a un salvacondotto. In seguito riuscì di nascosto a raggiungere le file osovane mentre i partigiani del IX Korpus intraprendevano una vana caccia all'uomo per riprenderlo. Fu sulla base delle sue dichiarazioni che il 25 febbraio 1945 gli osovani stilarono la prima relazione sul massacro[6].

Nel corso dei processi per l'eccidio degli anni cinquanta, Bricco fu insieme a Leo Patussi "Tin"[4] e Gaetano Valente "Cassino",[4] due osovani che erano stati risparmiati accettando di passare nei GAP, il principale accusatore di Toffanin e gli altri partigiani comunisti imputati, sui quali gravava tra gli altri capi d'accusa quello di concorso in tentato omicidio aggravato ai suoi danni[10].

Continuò negli anni successivi la carriera di ufficiale degli alpini: nel 1956, quando ricopriva il grado di tenente colonnello, fu nominato responsabile dei trasporti dei VII Giochi olimpici invernali svoltisi a Cortina d'Ampezzo,[11] e con quello di Colonnello ricoprì l'incarico di comandante della Caserma “Cantore” di Pordenone, sede dell'11° gruppo alpini da posizione. Andò poi in pensione con il grado di generale di brigata, vennedo promosso successivamente Generale di corpo d'armata a titolo onorario. Si spense a Pinerolo il 2 luglio 2004, lasciando la moglie Nella e i figli Piero e Paolo.[12]

Nel film del 1997 Porzûs, diretto da Renzo Martinelli, è ispirato a "Centina" il personaggio di Umberto Pautassi "Storno", interpretato da giovane da Lorenzo Flaherty e da anziano da Gabriele Ferzetti. Invitato da Martinelli a partecipare alla prima del film alla 54ª Mostra del Cinema di Venezia, Bricco rifiutò e dichiarò la propria contrarietà al film: «Dopo tanti anni, su questa vicenda bisognava mettere una pietra: è un triste passato da non rivangare»[9].

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valor militare
«Comandante di compagnia alpina, in quattro giorni di asprissimi combattimenti al limite delle possibilità di vita per il gelo che falciava il suo reparto quanto il fuoco nemico, traendo dal suo altissimo spirito guerriero inesauribili risorse, sempre primo ove maggiore incombeva il pericolo, infondeva agli alpini, galvanizzati dal suo esempio, sempre nuove energie e nuovi slanci eroici, riuscendo ad esigere con la propria compagnia un blocco granitico contro cui inesorabilmente s'infrangeva ogni attacco nemico.»
— Nowo Kalitwa (fronte orientale), 22-24-26 dicembre 1942.
— Decreto 8 luglio 1949[13]
Medaglia di bronzo al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di bronzo al valor militare
«Comandante di compagnia incaricata della difesa di un tratto di testa di ponte avente compito di resistenza ad oltranza, attaccato reiteratamente da soverchianti forze avversarie, contrapponeva valida resistenza. Accerchiato, riusciva, mediante cotrattacco alla baionetta, ad aprirsi un varco riportando in salvo il reparto e mezzi.»
— Zona Nowo Kalitwa-Fronte del Don (Russia), 17 gennaio 1943.[3]
— Decreto Presidenziale 27 maggio 1952[14]
Croce di guerra al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Croce di guerra al valor militare
«Comandante di un plotone mitraglieri, sempre primo ad accorrere ove l'azione delle sue armi si rilevava necessaria, trascinava con ardimento il suo reparto all'attacco di un osservatorio nemico, sotto vivace fuoco di artiglieria e di mitragliatrici.»
— Colle de la Portolette, Valle di Rav de la Peyrouse, Mandia du Vall, 22-24 giugno 1940-XVIII.
— Regio Decreto 20 settembre 1941[15]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f Tranta Sold n.1, marzo 2013, p. 8
  2. ^ Morto Aldo Bricco il Cèntina scampato all’eccidio di Porzûs in Messaggero Veneto, 1º agosto 2004.
  3. ^ a b c d Cesare Martinetti, «Sarei stato la diciottesima vittima», in La Stampa, 9 febbraio 1992.
  4. ^ a b c d e f Ceolin 2014, p. 29
  5. ^ a b c Roggero 2006, p. 433
  6. ^ a b c Relazione sull'eccidio avvenuto nel pomeriggio del 7/2/1945 alle Malghe site sul Topli Uorc, stilata il 25 febbraio 1945 dagli osovani del Secondo Gruppo Brigate dell'Est, integralmente riportata in Oliva 2002, pp. 194-197.
  7. ^ a b La pietosa fine del Bolla, in La Stampa, 19 gennaio 1950.
  8. ^ a b L'eccidio di Porzus nel racconto di un superstite, in La Stampa, 6 ottobre 1951.
  9. ^ a b c Dario Fertilio, "Quelli della Osoppo furono tutti eroi. Meno uno", in Corriere della Sera, 18 agosto 1997.
  10. ^ Rinviato a nuovo ruolo il processo della "Osoppo", in La Stampa, 21 gennaio 1950.
  11. ^ Comitato Olimpico Nazionale Italiano, VII Giochi olimpici invernali. Rapporto ufficiale/VII Olympic Winter Games. Official Report (in italiano/inglese), Roma, Società grafica romana, 1956, p. 46.
  12. ^ Mario Blasoni, Morto Aldo Bricco il Cèntina scampato all'eccidio di Porzûs, Il Messaggero Veneto del 1° agosto 2004.
  13. ^ Registrato alla Corte dei Conti lì 30 luglio 1949, Esercito registro 23, foglio 497.
  14. ^ Registrato alla Corte dei Conti lì 7 luglio 1952, Esercito registro 29, foglio 316.
  15. ^ Registrato alla Corte dei Conti lì 22 ottobre 1941-XIX, registro 32 guerra, foglio 213.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Marco Cesselli, Porzûs. Due volti della Resistenza, Milano, La Pietra, 1975.
  • Gianni Oliva, Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell'Istria, Milano, A. Mondadori Editore, 2002, ISBN 978-88-04-51584-5.
  • Roberto Roggero, Oneri e onori: le verità militari e politiche della guerra, Milano, Greco & Greco Editore s.r.l., 2006, ISBN 8-87980-417-0.

Periodici[modifica | modifica wikitesto]

  • Generale C.A. Michele Fornaris in Tranta sold, nº 1, Pinerolo, Associazione Nazionale Alpini sezione di Pinerolo, marzo 2013, p. 8.
  • Pietro Ceolin, 11° Gruppo alpini da posizione in La più bela fameja, nº 2, Pordenone, Associazione Nazionale Alpini sezione di Pordenone, giugno 2014, pp. 29-30.

DVD[modifica | modifica wikitesto]

  • Paolo Strazzolini, Udine nella memoria – 1945. Da Porzûs a Bosco Romagno. L'eccidio alle malghe di Topli Uork. I fatti, i luoghi, i personaggi, Comune di Udine – Comune di Attimis, Udine, 2008.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Gli articoli de La Stampa antecedenti al 1992 citati nella voce possono essere letti al seguente indirizzo: