Alberico da Barbiano
| « Senza limite la ferocia di costoro: devastate le campagne, arse e saccheggiate le città, violate le fanciulle, i prigionieri torturati, abbacinati, bruciati vivi, dati in pasto ai cani e i corpi loro fatti a pezzi, e non essendovi altre armi che le loro, avveniva che persone, province, onore, tutto precipitasse in mano di questi barbari avventurieri.
L’Italia osservava con dispetto quelle orde di avventurieri… aspettava un genio che a quelle milizie mostrasse in che è locata la gloria e dove l’infamia, le trascinasse nelle campagne, le mettesse in militare ordinanza e le spingesse salde, compatte e meglio agguerrite a mutare il destino delle città o volgere in fuga scompigliata i fanti e cavalieri stranieri. E venne quindi il genio cui sospirava l’Italia: Alberico da Barbiano. » |
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(Ariodante Fabretti, Biografie dei capitani di ventura dell'Umbria, 1842 - 46)
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| Alberico da Barbiano | |
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ritratto di Alberico |
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| Conte di Cunio | |
| In carica | 1385 - 1409 |
| Predecessore | Alidosio da Barbiano |
| Successore | Lodovico da Barbiano |
| Altri titoli | Signore di Barbiano, Lugo, Zagonara, Castel Bolognese, Cotignola, Dozza, Tossignano, Granarolo, Trani, Giovinazzo, Conversano, Nogarole Rocca, Montecchio Emilia; Senatore dello Stato Pontificio (titolo ritirato per scomunica) e Gran Connestabile del Regno di Napoli |
| Nascita | Barbiano, 1349 |
| Morte | Castello della Pieve, 26 aprile 1409 |
| Casa reale | da Barbiano |
| Padre | Alidosio da Barbiano |
| Consorte | Beatrice da Polenta |
| Figli | Lodovico, Manfredo e Lippa |
Alberico da Barbiano (detto "Il Grande") (Barbiano di Cotignola, 1349 – Castello della Pieve, Perugia, 26 aprile 1409) è stato un condottiero italiano, celebre capitano di ventura e grande rinnovatore dell'arte militare medievale.
Indice |
[modifica] Nascita
Alberico, figlio di Alidosio e discendente di una antica famiglia imolese di origine carolingia, i Da Barbiano[1], conti di Cunio e signori di Barbiano, Lugo e Zagonara, nacque nel 1349 a Barbiano.
Sin da ragazzo mostrò un temperamento "infaticabile, senza paura e pieno di amor di gloria" [2] che lo portò ben presto a tralasciare gli studi per porsi al servizio di Giovanni Acuto; narra un aneddoto che, dopo esser stato sconfitto dal fratello Giovanni mentre si esercitavano con la spada, egli giurò di lasciarsi morire di fame e di non accettare più cibo piuttosto che sopravvivere ad un tale disonore, riscattato in seguito da un successivo scontro.
[modifica] Vita e battaglie
[modifica] La Compagnia di San Giorgio
Nel 1365 Alberico entrò in conflitto con i Visconti per il possesso di Zagonara.
Nel 1375 affiancò Giovanni Acuto nella guerra degli Otto Santi contro i fiorentini e un anno più tardi partecipò all'eccidio di Faenza. Nel 1377, dopo la distruzione di Cesena (avvenuta il 1º febbraio), Barnabò Visconti lo prese a proprio servizio.
L'anno seguente Alberico fondò la Compagnia di San Giorgio (1378), disgustato dalle razzie e dalle stragi compiute dai capitani di ventura stranieri: essa, infatti, divenne la prima compagnia di ventura interamente composta da miliziani italiani; la prima battaglia a cui partecipò la compagnia fu quella tra Visconti e gli Scaligeri, alleati con i Carraresi.
Dalla compagnia emersero in seguito molti condottieri famosi come Ugolotto Biancardo, Jacopo dal Verme, Facino Cane, Ottobono Terzi, Braccio da Montone, Ceccolino da Michelotti e Giacomo Attendolo.
Inoltre, sempre in questi anni, egli si preoccupò di innovare l’arte guerriera modificando le coperture dei cavalli (fino a renderle delle vere e proprie coperte d’acciaio lunghe fino alle ginocchia), ideando nuove tecniche di carica e munendo il muso del destriero di uno spuntone che all'occorrenza diveniva micidiale nell’assalto; aggiunse, inoltre, la ventaglia ed il collare all’elmo del cavaliere per proteggerne il collo.
Nel 1385 liberò, assieme al fratello Giovanni, la natìa Barbiano occupata dalle truppe bolognesi di Giacomo Boccadiferro.
[modifica] Al servizio del Papa: la battaglia di Marino
Lo spirito battagliero di Alberico e la potenza della sua compagnia ebbero subito una grande fama su tutta la penisola: quando le milizie mercenarie bretoni dell'Antipapa Clemente VII scesero in Italia intenzionate a deporre Papa Urbano VI, egli rispose prontamente alla chiamata di aiuto da parte del pontefice e di Caterina da Siena.
Scrisse nella sua lettera ad Alberico, Caterina:
| « Al nome di Gesù Crocefisso e Maria dolce. Confortatevi, confortatevi in Cristo, dolce Gesù, tenendo dinanzi a voi il sangue sparso con tanto fuoco di amore, stante nel campo col gonfalone della santissima Croce.
Pensate che il sangue di questi gloriosissimi martiri sempre guida al cospetto di Dio, chiedendo sopra di voi l'aiutorio suo. Pensate che questa terra [Roma] è il giardino di Cristo benedetto ed il principio della nostra fede e però ciascuno, per se medesimo, ci debbe essere inanimato » |
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(Niccolò Tommaseo, lettera di Santa Caterina n. 219)
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Nella battaglia di Marino tra il suo esercito e le milizie bretoni comandate da Bernardo della Sala, Alberico riportò una grande vittoria in poco meno di 5 ore: verso sera egli entrò trionfante a Roma acclamato da una moltitudine di persone; il Papa, recatosi incontro al vincitore a piedi nudi, lo nominò "Cavaliere di Cristo" e gli conferì solennemente nella Basilica di San Pietro un grande stendardo bianco attraversato da una croce rossa e riportante il motto dorato "LI-IT-AB-EXT" ("Italia ab exteris liberata"). Venne inoltre nominato senatore dello Stato della Chiesa[3] Sconfitti i bretoni, si schierò dalla parte di Carlo di Durazzo (1380), al quale era stato sottratto il legittimo trono dalla regina Giovanna, schieratasi dalla parte dei bretoni per paura di essere deposta; nello scontro egli sconfisse lo stesso Giovanni Acuto dal quale aveva appreso l'arte militare.
Per riconoscenza Carlo di Durazzo lo nominò "Maximus Conestabilis regni Siciliae".
[modifica] Al soldo dei Visconti
Nel 1392 Alberico fu sconfitto e venne fatto prigioniero presso Ascoli da Luigi I d'Angiò, intenzionato anch'egli, come i bretoni, a deporre il pontefice; fu riscattato, per la somma di 3.000 fiorini, da Gian Galeazzo Visconti, il quale lo accolse poi nella sua compagnia (24 aprile 1392).
Sotto le insegne milanesi entrò a Firenze nel 1397 assieme al fratello, saccheggiando e devastando la città; subito dopo sbaragliò presso Mantova le truppe del duca Francesco Gonzaga, alleato dei fiorentini.
Giovanni fu però fatto prigioniero dai fiorentini e impiccato in piazza a Bologna nel 1399, per crimini di razzia e strage.
Appresa la notizia della morte del fratello, Alberico dichiarò guerra al faentino Astorre Manfredi e a Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, i quali furono giudicati dal condottiero i responsabili del crimine; Bologna e Faenza caddero una dopo l'altra nelle sue mani, ma la seconda città fu ceduta per denaro al card. Baldassarre Cossa, legato pontificio di Bologna.
Sconfitti i faentini e i bolognesi, Alberico ricevette la chiamata d'aiuto dal re di Napoli Ladislao I, il quale vedeva il suo regno minacciato nuovamente dai francesi, guidati questa volta da Luigi II d'Angiò, sconfitto dopo ripetute battaglie.
[modifica] Ultimi anni
Non passò molto tempo che Alberico apprese la notizia di una nuova rivolta, questa volta in patria: il figlio Manfredo, signore di Lugo aveva dichiarato guerra al fratello ribelle Lodovico, signore di Zagonara, schieratosi assieme al card. Cossa, divenuto suo acerrimo nemico, ed intenzionato ad occupare la città.
Alberico non ritornò mai nella sua Romagna; morì di nefrite nel Castello della Pieve, presso Perugia [4], il 26 aprile 1409 a 60 anni.
[modifica] Discendenza
La morte di Alberico non segnò tuttavia la scomparsa della sua famiglia: dalla seconda moglie, Beatrice da Polenta (sposata nel 1380), figlia di Guido da Polenta, ebbe tre figli, Lodovico, Manfredo e Lippa, ed una figlia, Giovanna.
Nel 1431 la famiglia, comandata da Alberico II (figlio di Lodovico) fu cacciata dai milanesi da Lugo e costretta a lasciare la Romagna per trasferirsi in Lombardia, dove divenenne feudataria di Belgioioso.
Nel 1514 Carlo da Barbiano abbinò il nome del borgo al proprio cognome e sotto la dicitura “Barbiano di Belgioioso”, nel 1566, la famiglia fu iscritta nel patriziato milanese oltre che insignita del titolo di “Grandi di Spagna” e di "Principi" poi (1796).
[modifica] Curiosità
Ogni anno a Barbiano alla fine di maggio si svolge in suo onore il Palio di Alberico nel quale, dopo una sfilata per le vie del paese con abiti medievali, i quattro rioni del borgo si affrontano in un torneo di tiro alla fune per vincere l'ambito trofeo rappresentato dalla riproduzione del suo elmo e del vessillo papale.
Dedicata a lui è anche la piazza del paese.
A lui è stato inoltre intitolato l'incrociatore "Alberico da Barbiano", costruito presso le acciaierie Ansaldo di Genova e varato il 23 agosto 1930. Impiegato nelle operazioni della seconda guerra mondiale, fu affondato dalla Marina militare britannica il 13 dicembre 1943 al largo di Capo Bon.[5]
[modifica] Voci correlate
[modifica] Note
- ^ [1] Nel Medioevo non esistevano i cognomi, il cognome era spesso composto dalla preposizione più il luogo di provenienza o di nascita: "da Barbiano" è infatti il cognome assunto dalla famiglia dopo essersi trasferita nel borgo successivamente alla distruzione di Cunio, dei quali mantennero solo il titolo di "conti".
- ^ La descrizione fu fatta dal card. Anglico de Grimoard nel 1371. Vedi: Domenico Conti, Ricerca storica su Barbiano.
- ^ Il titolo venne ritirato per scomunica da Papa Innocenzo VII dopo che nel 1405 Alberico attaccò un carico di grano acquistato dal Cardinale Cossa e diretto a Bologna.
- ^ Vedi: Pietro Caporilli, Uomini di Ferro e l'Encicolpedia Treccani, vol. II, pag. 164.
- ^ [2] Il 13 dicembre 1941 due incrociatori stipati di munizioni e benzina furono colati a picco da quattro cacciatorpediniere britannici a poche miglia dalle coste tunisine.
[modifica] Fonti
- Domenico Conti, Ricerca storica su Barbiano, ed. Walter Berti, Lugo 1988.
- Daniele Filippi, "Il mio paese: appunti su Barbiano", Cassa rurale ed artigianale di Faenza, 1991.
- Enciclopedia Treccani
- Condottieridiventura.it: il portale sui condottieri di ventura italiani