Alaimo di Lentini
Alaimo di Lentini (1210 – 2 giugno 1287) è stato un nobile italiano, fu Signore di Lentini e Messina, Gran Giustiziere, Capitano del Popolo e uno dei principali protagonisti del Vespro siciliano. Pietro III d'Aragona lo nominò Cavaliere e Conte di Buccheri, Palazzolo Acreide, Odogrillo, Ficarra e coreggente di Sicilia (1283). Secondo la tradizione locale il suo nome era Antonio, figlio del capostipite principe Ropertus, in Sicilia dal 1197, durante la reggenza della Regina Costanza d'Altavilla, madre di Federico II.
Il motto della famiglia, desunto dalle ultime parole pronunciate dal conte prima di essere giustiziato, era il seguente: "per se ipsis unquam, aliis solum vivere, aliis vita decedere".
Secondo i rami, gli Alaimo ebbero il rango di conti, marchesi, cavalieri ereditari: solo il progenitore Ropertus si fregiò del titolo di principe.
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Biografia [modifica]
Il principe 'Ala'him (o al-haim), latinizzato poi in Alaymus (molto profondo), proveniva dal Califfato di Còrdova: percepita l'aria decadente del regime Omayyade, sentì il richiamo del brillante ambiente politico-culturale della corte normanno-sveva di Palermo, dove i musulmani erano in grande considerazione.
Gli avi di 'Ala'him giunsero nella penisola iberica nel 755, al seguito dell'ultimo omayyade, scampato al massacro di Damasco. Sbarcato in Sicilia, il principe siriano-cordovese, al fine di integrarsi con l'elemento dominante latino, si convertì al cristianesimo, assumendo il prenome Ropertus (Roberto).
Nobile e colto, Ropertus occupò una dignitosa posizione nei ranghi politico-amministrativi della corte di Federico II: ebbe anche un incarico presso il figlio naturale principe Saverio. La successiva parentela con Jacopo da Lentini, notaio dell'imperatore, e con l'aristocratica famiglia lentinese San Basilio, consolidò la sua nuova posizione.
I figli di Ropertus (lui mantenne il rango principesco di matrice musulmana, ma accettò il nuovo stemma con l'aquila imperiale concessogli da Federico II) fissarono la residenza principale in Lentini: rami collaterali, poi, fiorirono in Siracusa, Messina, Sommatino e Malta. Il blasone originale di 'Ala'him era illustrato "da un cervo di nero ornato da sei pioppi frondosi, tre sopra e tre sotto, in campo argenteo". Nel nuovo emblema araldico, invece, dominava l'aquila imperiale in campo azzurro, con due bande sottostanti d'oro e d'argento.
Antonio Alaimo di Lentini, di parte guelfa, fu, dunque, esiliato durante il regno di Manfredi di Sicilia. Con la morte dello svevo, sconfitto nella Battaglia di Benevento (1266), poté ritornare in Sicilia grazie a Carlo I d'Angiò. Gli angioini, appena insediatisi, nominarono Alaimo Gran Giustiziere del Regno e titolare della Segrezia di Sicilia (amministrazione dei beni ed esazione dei tributi), concedendo inoltre una serie di privilegi. Sempre per volere regio, gli fu data in sposa una donna molto più giovane di lui, ambiziosa e imperiosa, Macalda di Scaletta[1], dopo un primo matrimonio con un'altra donna, anch'ella di nome Macalda.
Tuttavia nel 1275 cambiarono gli equilibri e il Re Carlo tolse ad Alaimo tutti gli incarichi e i privilegi. Caduto in disgrazia, nel 1282 fu uno dei maggiori signori che fomentarono la rivolta anti-angioina del Vespro insieme a Gualtiero di Caltagirone, Palmiero Abate, Enrico Ventimiglia e Giovanni da Procida. Nell'agosto del 1282 si insediò a Messina, dove venne eletto «capitano del popolo della Repubblica». La città dello Stretto era allora assediata da truppe miste di guelfi-fiorentini e angioini-francesi. A Messina, proprio il 6 agosto, bloccò e respinse l'assedio al porto con una guarnigione di soli 100 soldati[2]. Fu nominato da Pietro III d'Aragona Gran Giustiziere a vita, con diploma del 21 ottobre 1282.
Nel corso delle tensioni successive fra i signori siciliani e gli aragonesi cercò di trovare una posizione di mediazione. Fu Alaimo che con la propria diplomazia convinse Gualtiero di Caltagirone, asserragliatosi a Butera, a deporre pacificamente le armi a fine 1282. Fu sempre lui a convincere Gualtiero, barricatosi nuovamente a Butera nel corso dell'aprile 1283, ad arrendersi una seconda volta, stavolta però arrestandolo e condannandolo alla pena capitale.
Probabilmente Alaimo cadde in disgrazia quando concesse la grazia a Carlo lo Zoppo, figlio di Carlo I d'Angiò, che era stato catturato nella seconda battaglia di Castellammare (1284). Giacomo II d'Aragona, scontento per la mancata esecuzione dell'angioino, avrebbe punito il vecchio Alaimo per tradimento, destituendolo dalle cariche pubbliche.
Il 19 novembre 1284 il Conte fu convocato a Barcellona ed imprigionato, sino al 2 giugno del 1287, nel castello di Lerida. Giacomo II d'Aragona oppose un netto rifiuto alla richiesta di Alaimo di essere regolarmente processato. Il 4 agosto 1287, pertanto, il Re affidò il vecchio siciliano e i nipoti Adenolfo da Mineo e Giovanni da Mazzarino a Bertrando de Cannellis che partiva per Palermo. Quando il viaggio stava per finire, presso Marettimo, fu loro letta, sul ponte della nave, la sentenza regia di condanna a morte: furono avvolti in lenzuoli, zavorrati e gettati vivi in mare, secondo il rito della mazzeratura.
I continui voltafaccia di Alaimo e la nefasta influenza della moglie Macalda, una vera virago, gli furono fatali. La bella contessa fu rinchiusa nel castello di Matagrifone, presso Messina (dove diventarono famose le sue partite a scacchi col bey di Tunisi), e in seguito condannata a morte.
Note [modifica]
- ^ Michele Amari, La guerra del vespro siciliano o Un periodo delle istorie siciliane del secolo XIII, Volume I, Tipografia Helvetica, 1845 (p. 174)
- ^ Come riportato da Michele Amari in «Racconto popolare del Vespro siciliano»
Bibliografia [modifica]
- AA.VV., Alaimo di Lentini: episodio della guerra del Vespro siciliano, dramma, Palermo 1884.
- Abulafia D., Federico II, Torino 1990.
- Amari M., Biblioteca arabo-sicula, Torino 1880.
- Amari M., La guerra del vespro siciliano, Torino 1852.
- Amari M., Racconto popolare del vespro siciliano, Roma 1882.
- Amari M., Storia dei Musulmani di Sicilia, Catania 1933.
- Anonimo, Akhbar Majmu, Madrid 1867.
- Di Neocastro B., Historia sicula, Palermo 1922.
- Diligenti U. ed., Storia delle famiglie illustri italiane, Firenze 1895.
- Dozy R., Histoire des Musulmans d'Espagne, Leyda 1933.
- Galt William, Il Vespro siciliano, illustrato da L. Natoli, Palermo 1924.
- Giunta F., Dizionario Biografico degli Italiani, Roma 1966.
- Lévi Provençal E., Histoire de l'Espagne musulmane, Paris 1950.
- Mango Di Casalgeraldo A., Nobiliario di Sicilia, Palermo 1912.
- Mantran R., L'espansione musulmana dall'VIII all'XI secolo, Milano 1978.
- Munoz Molina A., La città dei Califfi. Cordova tra favola e realtà, Milano 1996.
- Pierotti Cei L., Madonna Costanza, Milano 1995.
- Pisano Baudo A., Storia di Lentini antica e moderna, Catania 1969.
- Runciman S., I vespri siciliani, Bari 1997.
- Shaban M.A., The abbasid revolution, Cambridge 1970.
- Tramontana S., Gli anni del Vespro, Bari 1989.
Voci correlate [modifica]
- Abd al-Rahman ibn Mu'awiya
- Federico II
- Giovanni da Procida
- Lentini (famiglia)
- Lerida
- Macalda Scaletta
- Omayyadi
- Pietro III d'Aragona
- Ruggiero di Lauria
- Vespri siciliani
Collegamenti esterni [modifica]
- P. Giunta, «ALAIMO (Alaimus, Alaimu, Alamo) da Lentini (di Latino, di Leontino)»,Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani