Abd al-Rahman ibn Mu'awiya

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ʿAbd al-Raḥmān ibn Muʿāwiya

ʿAbd al-Raḥmān ibn Muʿāwiya, ossia ʿAbd al-Raḥmān I al-Dākhil, ovvero "l'Immigrante" (in arabo: عبد الرحمن الداخل; Damasco, marzo 731Cordova, 788), fu il primo emiro indipendente di al-Andalus e restauratore nella Spagna musulmana dell'autorità omayyade dopo l'affermazione nel 750 della cosiddetta "rivoluzione abbaside" in Siria e nel resto del califfato.

Origine[modifica | modifica wikitesto]

Principe della dinastia regnante degli Omayyadi del califfato di Damasco, figlio di Muʿāwiya ibn Hishām e quindi nipote del califfo Hishām ibn ʿAbd al-Malik.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La strage omayyade dei vincitori[modifica | modifica wikitesto]

Al momento della presa di potere di Abū l-ʿAbbās al-Saffāḥ, ʿAbd al-Raḥmān era un giovane diciannovenne la cui unica gloria era quella di avere avuto come nonno il grande califfo di Damasco Hishām ibn ʿAbd al-Malik, riuscì a scampare alla strage della sua famiglia, ordinata da Abū l-ʿAbbās, attraversando a nuoto il fiume Eufrate ed aveva visto trucidare il fratello tredicenne, rimasto sull’altra riva del fiume.
Scampato alla strage di Naḥr Abī Fuṭrus, ʿAbd al-Raḥmān riuscì a riparare in Palestina dove venne raggiunto dai suoi fedeli mawlā Badr e Sālim, che erano stati al servizio di sua sorella. I due corsero non pochi rischi nel portargli tutto il denaro e i gioielli che gli fu possibile recuperare, quindi, grazie al loro valido e leale ausilio ripararono in Egitto.

L'arrivo in Nordafrica[modifica | modifica wikitesto]

Da qui si diresse in Nordafrica, forte del fatto che sua madre (una Berbera da cui aveva forse ereditato il color biondo dei capelli) avrebbe potuto garantirgli una benevola accoglienza da parte della sua tribù di provenienza.
In Ifriqiya il governo era saldamente nelle mani di ʿAbd al-Raḥmān ibn Ḥabīb (conosciuto anche come Ibn Ḥabīb, la cui autorità era stata legalizzata, nel 745, dall’ultimo califfo omayyade, Marwān II ibn Muḥammad ibn Marwān) che, aspirando a costruirsi un regno indipendente, aveva rifiutato di riconoscere gli Abbasidi e ricevette benevolmente gli Omayyadi fuggitivi. ʿAbd al-Raḥmān, qui avrebbe potuto vivere un’esistenza tranquilla e defilata. Ma (secondo Dozy) «alto, vigoroso e audace, aveva ricevuto un’accurata istruzione e possedeva capacità fuori dal comune. Il suo istinto gli diceva che era chiamato ad un destino glorioso», e secondo le profezie di suo zio Maslama, sarebbe stato il salvatore degli Omayyadi; quindi era fermamente convinto di essere destinato a sedere su un trono: persa Damasco e tutto l’oriente non rimanevano che l’Africa e la Spagna.

Partito da Ceuta, ʿAbd al-Raḥmān sbarcò ad Almuñécar in al-Andalus, a est di Malaga, nel settembre del 755.


Ben presto sorsero dissidi tra Ibn Ḥabīb ed i suoi ospiti, che portarono dissidi anche nella casa di Ibn Ḥabīb, tanto che due principi, figli del califfo omayyade al-Walīd II ibn Yazīd II, furono fatti giustiziare da Ibn Ḥabīb stesso, che a sua volta, nel 755, fu assassinato. Dopo aver girovagato tutto il Nordafrica, solo nel 755, sempre secondo il Dozy, rivolse le sue mire su al-Andalus, di cui il suo liberto Sālim gli aveva fatto una sommaria descrizione.

Il sostegno berbero[modifica | modifica wikitesto]

Forte dell'appoggio delle tribù berbere dei Miknāsa e dei Nafza, ʿAbd al-Raḥmān, per guadagnarsi alleati all'interno di al-Andalus, inviò l’altro suo liberto, Badr, presso tutti i clienti degli Omayyadi, nel sud della Spagna, per chiarire la sua situazione e rivendicare, in quanto nipote di Hishām ibn ʿAbd al-Malik, il proprio diritto all’emirato visto che il wālī omayyade Yūsuf ibn ʿAbd al-Raḥmān al-Fihrī aveva approfittato della guerra civile in atto per svolgere una politica del tutto indipendente dal califfato abbaside di Damasco.

Il sostegno dei Siriani[modifica | modifica wikitesto]

Un alleato sicuro fu trovato nel gruppo dei "Siriani" giunto nella Penisola iberica al seguito di Balj ibn Bishr al-Qushayrī, scampato a morte sicura in seguito alla disfatta omayyade in Maghreb nel corso del conflitto scatenato dalla cosiddetta Grande rivolta berbera i cui capi riconosciuti erano: Yūsuf ibn Bukht, ʿUbayd Allāh e Ibn Khālid.

La fontana dell'Alcazar di Cordova

Costoro erano stati inseriti a pieno titolo (e con grandi privilegi) nel tessuto sociale e produttivo andaluso in quanto utili ad alleggerire le pressioni berbere che, anche in al-Andalus, avevano condotto a rivolte contro il governo arabo costituito. Ulteriori alleati furono poi trovati negli Arabi immigrati nel paese. Un primo accordo con i Qaysiti, il cui massimo rappresentante era Sumayl, un eroe della guerra civile, non sortì alcun effetto. Anzi Sumayl si recò a Cordova per unirsi all’emiro Yūsuf che organizzava una spedizione contro i berberi e gli yemeniti di Saragozza che si erano ribellati; per l’occasione Yūsuf comprò anche l’alleanza degli Omayyadi, i cui capi, gli emissari di ʿAbd al-Raḥmān ibn Muʿāwiya, ʿUbayd Allāh e Ibn Khālid, incontrarono Yūsuf all’attraversamento del Guadalquivir, promettendogli di raggiungerlo al più presto.
Gli emissari di ʿAbd al-Raḥmān fecero un ultimo inutile tentativo con Sumayl, quindi si rivolsero agli Arabi yemeniti (o Kalbiti), con cui fu trovata un'ottima intesa riproponendo così un'intesa che si era di già sviluppata positivamente in Siria nel corso del "secolo omayyade".
Allora, approfittando che Yūsuf e Sumayl erano impegnati al nord, inviarono a Tammām, in Nordafrica, il denaro ai Berberi che tenevano in ostaggio ʿAbd al-Raḥmān che così poté partire per al-Andalus, sbarcando infine ad Almuñécar il 14 agosto del 755, dove l’attendevano ʿUbayd Allāh e Ibn Khālid che gli diedero il castello di Torrox, situato tra Iznájar e Loja.

Queste notizie impressionarono Yūsuf, che avrebbe voluto attaccare subito il pretendente, ma la diserzione di buona parte del suo esercito, riluttante a combattere nella zona montagnosa di Rayya (Malaga) al sopraggiungere dell’inverno, lo convinsero ad aprire dei negoziati con ʿAbd al-Raḥmān: dove gli prometteva la mano di sua figlia, una ricchissima dote, molte terre e molti altri doni; gli Omayyadi erano sul punto di accettare e la lettera di risposta doveva essere redatta da ʿUbayd Allāh, che ebbe un diverbio con uno dei messi di Yūsuf, un rinnegato spagnolo di nome Khālid, che portò alla rottura dei negoziati.

La "conquista" di al-Andalus[modifica | modifica wikitesto]

Verso la fine dell’inverno del 756, ʿAbd al-Raḥmān con i suoi alleati yemeniti avanzò verso nord ed entrò in Siviglia, nel mese di marzo; quindi avanzò verso Cordova sulla riva sinistra del Guadalquivir, mentre Yūsuf e Sumayl lo seguivano sulla riva destra. Giunto a Musara, ʿAbd al-Raḥmān, il 14 maggio (anniversario della battaglia di Marj Rāhit, dove, nel 684, Marwān I ibn al-Ḥakam divenne il quarto califfo degli omayyadi) decise di dare battaglia, attraversò il fiume, cogliendo di sorpresa Yūsuf, sconfiggendolo coi suoi alleati (tra cui i Banū Qasī), nella battaglia di al-Musara, presso Cordova, il 15 maggio del 756, e facendosi proclamare Emiro di al-Andalus anziché, come pure avrebbe forse potuto, califfo, prendendo possesso del Palazzo (Alcazar, dall'arabo al-Qaṣr ) governatoriale che trasformò nella sua residenza.
ʿAbd al-Raḥmān non permise il saccheggio del campo nemico e trattò con magnanimità la famiglia di Yūsuf.

Sempre nel 756, dopo difficili negoziati, Yūsuf riconobbe emiro di al-Andalus ʿAbd al-Raḥmān, che in luglio sottoscrisse un'alleanza coi Banū Qasī; nello stesso anno, fu quindi riconosciuto emiro di al-Andalus, dalla maggior parte dei maggiorenti.

Il governo emirale[modifica | modifica wikitesto]

Il suo governo fu caratterizzato da un continuo impegno bellico per stroncare qualsiasi forma di opposizione, senza peraltro adottare una linea d'intransigente fermezza (tipica, invece, di suo nipote al-Ḥakam I). La prima e più terribile rivolta fu quella degli yemeniti che iniziò nel 756 per il mancato saccheggio del campo nemico a Mostra e che terminò nel 764 con la resa di Toledo. L'opposizione si espresse anche nel tentativo di rivalsa dello sconfitto governatore (battuto però ancora una volta nel 758 presso Toledo; morì in battaglia l’anno successivo, mentre Sumayl fu fatto strangolare da ʿAbd al-Raḥmān) nonché nelle ribellioni ordite dai discriminati Berberi andalusi e nelle incursioni organizzate dal regno cristiano delle Asturie che sperava di prendersi una pronta e decisiva rivincita dopo che la conquista islamica aveva costretto Pelagio e i suoi successori, Favila e Alfonso I delle Asturie, ad asserragliarsi nelle inospitali contrade del settentrione cantabrico e asturiano della Penisola Iberica.
Per ciò che concerne i Berberi iniziarono la rivolta nel 764, capeggiati da un maestro di scuola di nome Chaqya, che si spacciava per un discendente di ʿAlī e di Fāṭima; nel 770, subirono una tremenda sconfitta sulle rive del fiume Bembezar, dove morirono in 30.000. La rivolta fu completamente domata, solo nel 774, alla morte di Chaqya, assassinato da un suo seguace.

I primi confronti con i Franchi[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso del suo governo si ebbe anche l'ingresso in Spagna di Carlo Magno, esortato a intervenire da un gruppo di musulmani, guidati dal wālī di Barcellona, ribelli all'autorità dell'Emiro, che indussero il sovrano franco a porre l'assedio nel 778 a Saragozza, senza peraltro riscontrare alcun senso di sollievo e di amicizia da parte delle popolazioni cristiane sottomesse che, probabilmente, apprezzavano assai più la relativa libertà concessa dai musulmani anziché la grossolana amicizia carolingia.

ʿAbd al-Raḥmān I non ebbe necessità d'intervenire perché Carlo fu richiamato nella Marca Orientale del regno Franco dalle notizie d'una pericolosa rivolta dei Sassoni da poco sottomessi (il loro condottiero, Vitichindo, era rientrato in Sassonia e stava marciando su Colonia). Quindi Carlo Magno, nel 778, ripassò i valichi pirenaici da cui era inizialmente penetrato sul territorio spagnolo, esponendo nella battaglia di Roncisvalle la sua retroguardia ai devastanti colpi dei Baschi (ancora per lo più pagani) che portarono alla morte di alcuni importanti uomini della cerchia intima del sovrano franco, primo fra tutti il conte palatino Rolando, duca di Bretagna, della cui figura la narrazione epica si impadronirà, trasformandolo nel prode e infelice Orlando.
ʿAbd al-Raḥmān si limitò a prendere possesso di Saragozza, sconfiggere i Baschi e costringere il conte di Cerdagna a divenire suo tributario.

I rapporti con i rivali abbasidi furono di ostilità, ma più teorica che pratica. Se infatti al-Manṣūr[1] aveva armato il capo arabo al-ʿAlāʾ ibn Mughīth nel 763, il tentativo abbaside di recuperare al-Andalus fallì in un combattimento svoltosi presso Carmona, poco distante da Siviglia. ʿAbd al-Raḥmān progettò anch'egli di tornare in Oriente per abbattere la dinastia rivale e nel 780 i preparativi opportuni furono avviati. La situazione però a Saragozza era talmente complessa da richiedere ogni sua attenzione e ogni suo sforzo, costringendo infine l'Emiro ad accantonare per sempre il suo piano.

Morì, neppure sessantenne, il 30 settembre del 788 a Cordova, dove aveva fatto avviare la costruzione della grande moschea, terminata però solo nel X secolo. Gli succedette al trono il figlio Hisham ibn Abd al-Rahman.

«Fondò un potente impero, riunì sotto il suo scettro vasti domini che fino ad allora erano stati divisi tra una quantità di capi diversi» Questo giudizio fu dato da un suo contemporaneo, il califfo abbaside al-Manṣūr, è un’esatta descrizione del compito cui ʿAbd al-Raḥmān consacrò la propria vita.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il califfo abbaside ammirava nondimeno il suo avversario, da lui soprannominato "il falcone dei Quraysh" (Ṣaqr Qurayš ).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

(Il vol. II della Cambridge Medieval History - sotto indicato Storia del mondo medievale - da cui sono state desunte varie notizie, è stato edito nuovamente in Italia nel 1999 ma risale in realtà agli anni venti del XX secolo).

  • Anonimo, Akhbār Majmūʿa, trad. spagnola di Lafuente y Alcantara, Madrid, 1867.
  • Reinhart Dozy, Histoire des Musulmans d'Espagne, Leyda, E.J. Brill, 1932, 3 voll.
  • Évariste Lévi-Provençal, Histoire de l'Espagne musulmane, Parigi-Leyda, G.P. Maisonneuve-E.J. Brill, 1950, 3 voll.
  • C.H. Becker, "L’espansione dei saraceni in Africa e in Europa", in Storia del mondo medievale, vol. II, 1999, pp. 70-96
  • Rafael Altamira, "Il califfato occidentale", in Storia del mondo medievale, vol. II, 1999, pp. 477-515
  • Marius Canard, "Bisanzio e il mondo musulmano alla metà dell’XI secolo", in Storia del mondo medievale, vol. II, 1999, pp. 273-312
  • Gerhard Seeliger, "Conquiste e incoronazione a imperatore di Carlomagno", in Storia del mondo medievale, vol. II, 1999, pp. 358-396.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Emiro di al-Andalus Successore
fu il primo emiro succedendo all'ultimo Wali, Yūsuf b. ʿAbd al-Raḥmān al-Fihrī 756–788 Hishām I

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