Abbazia di Sant'Eustachio

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Coordinate: 45°49′26.49″N 12°11′38.08″E / 45.824024°N 12.19391°E45.824024; 12.19391

Ciò che resta dell'abbazia: le rovine della chiesa.

L'abbazia di Sant'Eustachio era un monastero benedettino soppresso nel Cinquecento e oggi in rovina. I resti sorgono sulle pendici del Montello, in comune di Nervesa della Battaglia.

Nelle immediate vicinanze dell'Abbazia si trova il Sacrario del Montello, monumento dedicato ai caduti della prima guerra mondiale.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Dalla fondazione alla soppressione del monastero[modifica | modifica sorgente]

L'abbazia di Sant'Eustachio sorge su un sito strategico: in posizione sopraelevata e protetta da selve, è in prossimità del Piave, che in questa zona offre numerose possibilità di guado. Il luogo sarebbe stato già utilizzato dai Romani per costruirvi una torre di vedetta, utile forse a sorvegliare la sottostante via Claudia Augusta Altinate.

Come testimonia una bolla di papa Alessandro II del 1062, l'abbazia di Sant'Eustachio fu fondata da Rambaldo III di Collalto e dalla madre Gisla. I Collalto, famiglia di stirpe longobarda, avevano da poco perso la propria influenza su Treviso a favore del vescovo locale, il cui potere si espandeva di anno in anno sia dal punto di vista religioso che temporale. Così facendo, quindi, essi contrapponevano a questa autorità un'istituzione indipendente e direttamente sottoposta al pontefice, il quale pure non vedeva di buon occhio l'espansione dei vescovi trevigiani, sostenitori dell'imperatore.

Il capitolo era costituito da pochi monaci, appena cinque o sei, ma il convento poteva contare su vasti possedimenti ampliati nel corso dei secoli con varie donazioni. Nel 1231, papa Gregorio IX riconosceva a Sant'Eustachio il controllo di trentacinque tra pievi e cappelle poste in tutto il territorio trevigiano sino a Mestre. A conferma della totale autonomia dell'istituzione, i rettori delle chiese si formavano presso il seminario della stessa abbazia.

Al periodo di massimo splendore seguì la gravissima crisi trecentesca (scisma d'Occidente, peste nera, invasioni degli Ungari) della quale i vescovi approfittarono per estendere la propria influenza sui possedimenti dell'abbazia.

Ormai decaduta e nota per il malcostume dei suoi frati, nel 1521, papa Leone X soppresse l'abbazia, trasformandola in prepositura commendatizia.

Dalla prepositura ad oggi[modifica | modifica sorgente]

Essendo prepositura, il complesso veniva retto da un sacerdote che manteneva il titolo di abate e, in quanto giuspatronato dei Collalto, egli veniva scelto direttamente da questi (in effetti, dei ventun prepositi, ben diciotto erano dei Collalto). Rimanevano anche i vari privilegi e possedimenti e, di conseguenza, i contrasti con il vescovo.

Tra il Cinquecento e il Seicento l'abbazia divenne un importante polo culturale. Qui vennero ospitati, tra gli altri, Pietro Aretino, Giovanni Della Casa (che vi compose il noto Galateo) e Gaspara Stampa.

Tra il 1744 e il 1819, il complesso fu guidato dal preposito Vinciguerra VII di Collalto, uomo colto e capace che lo trasformò in un'importante azienda agricola retta da esperti e studiosi. Fu grazie a lui che la prepositura sopravvisse alle soppressioni napoleoniche di inizio Ottocento, che invece colpirono la vicina certosa di San Girolamo.

In seguito, tuttavia, le autorità ecclesiastiche giudicarono inutile e obsoleta questa istituzione e, nel 1865, essa venne definitivamente soppressa, trasferendo il titolo di abate al vescovo di Treviso.

Dopo la Rotta di Caporetto, l'edificio si ritrovò in prossimità del fronte del Piave e subì pesanti danneggiamenti. Le rovine, lasciate all'incuria, sono state di recente rivalorizzate grazie ai finanziamenti dell'Unione europea.

Immagini[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Pier Angelo Passolunghi, Il monachesimo benedettino della Marca Trevigiana, Treviso, 1980.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]