Abbazia di San Giovanni in Venere

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Abbazia di San Giovanni in Venere
La facciata dell'abbazia
La facciata dell'abbazia
Stato Italia Italia
Regione Abruzzo Abruzzo
Località Fossacesia
Religione Cristiana cattolica
Stile architettonico Romanico, gotico
Inizio costruzione 1165
Sito web www.sangiovanninvenere.it

Coordinate: 42°15′17.82″N 14°29′55.37″E / 42.254951°N 14.498713°E42.254951; 14.498713 L'abbazia di San Giovanni in Venere si trova nel comune di Fossacesia, su una collina prospiciente il mare Adriatico a 107 m s.l.m.

Descrizione[1][modifica | modifica wikitesto]

Il complesso monastico di San Giovanni in Venere è composto da una basilica e dal vicino monastero, entrambi costruiti all'inizio del XIII secolo in luogo del piccolo monastero preesistente (vedi il capitolo sulla Storia). La posizione è molto panoramica: è su di una collina che domina la costa vicina per diversi chilometri verso nord e verso sud.

La chiesa[modifica | modifica wikitesto]

Portale detto "della Luna"

La chiesa presenta la struttura classica delle basiliche di stile cistercense, con tre navate separate da archi ogivali e soffitto di legno. La facciata principale presenta il portale della Luna, tutto in marmo, decorato con altorilievi e con materiali antichi di recupero. Sul lato sud si trovano il portale delle Donne (ingresso laterale, è quello comunemente usato), anch'esso adorno di decorazioni marmoree, ed il campanile mozzato, le cui feritoie tradiscono l'uso di torre difensiva che ne fu fatto. Opposte alla facciata principale, si trovano tre absidi, la cui decorazione ad archi e bifore rivela un certo gusto arabeggiante[1].

Sotto l'altare maggiore si trova la cripta, in cui fanno bella mostra di sé delle colonne di epoca romana. Le absidi sono decorate da affreschi del Duecento. Sotto l'ingresso principale è un altro locale, ricavato nel Duecento dai resti dell'abside dell'antica chiesa paleocristiana.

Il monastero[modifica | modifica wikitesto]

Del monastero originario rimangono tracce nell'area dell'attuale convento (sul versante orientale, vicino al campanile interno): era una struttura a rettangolo allungato, su quattro livelli, con accesso sopraelevato, rifatta e restaurata in età rinascimentale. All'abate Oderisio II si deve il chiostro duecentesco che si svolgeva su tre lati (in gran parte ricostruito nella prima metà del Novecento) con trifore con colonnelle in marmo ed abaco a stampella. Sui tre lati si sviluppava il complesso abitativo e produttivo benedettino del XIII secolo, di cui rimane visibile l'attuale area conventuale e parte del settore settentrionale basso (più vicino all'ingresso alla chiesa), caratterizzata da strette feritoie (arciere).

Il chiostro

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il riferimento a Venere deriva da una tradizione che individua un tempio pagano sul luogo dell'attuale chiesa (un tempio, secondo alcuni, costruito nell'80 a.C. e dedicato a Venere Conciliatrice). L'unica traccia di questo tempio sarebbe rimasta nel toponimo Portus Veneris, che designava un approdo posto alla foce del fiume Sangro in epoca bizantina (ricordiamo che i Bizantini controllarono le zone costiere del meridione fino all'XI secolo, quando furono definitivamente cacciati dai Normanni)[1].

Un secondo riferimento a Venere è dato dal fatto che sotto l'Abbazia è ubicata la cosiddetta fonte di Venere, fontana romana dove secondo una tradizione paganeggiante sussistente fino alla metà del Novecento, le donne che desideravano concepire un figlio si recavano ad attingere l'acqua sgorgante dalla stessa. Oggi la fonte è in uno stato di estremo degrado.

Sempre secondo la tradizione, il primo nucleo del monastero andrebbe ricercato in un cellario (piccolo ricovero) per frati benedettini, dotato di una cappella, fatto edificare da un certo frate Martino nel 540. Questi avrebbe fatto demolire il tempio pagano, ormai abbandonato, per costruirvi il cellario. Il primo documento storico che parla di Sancti Johannes in foce de fluvio Sangro è, però, solo dell'829; tuttavia, recenti scavi(1998) hanno riportato alla luce i resti di un edificio di culto paleocristiano ed alcune sepolture databili al VI-VII secolo. Inoltre nei mesi tra dicembre 2006 e febbraio 2007 ulteriori ritrovamenti archeologici dovuti alla pavimentazione della piazza antistante l'abbazia hanno riportato alla luce una necropoli italica risalente al V secolo a.C.

Navata destra

Intorno all'anno Mille è documentata la prima espansione del monastero: i Conti di Chieti Trasmondo I e Trasmondo II fecero ampliare il cellario, trasformandolo in un'abbazia cassinese, e donarono agli abati vasti terreni e diritti di pedaggio sul vicino Portus Veneris. Nel 1043 all'Abbazia fu concessa la protezione imperiale. Intorno al 1060, l'abate Oderisio I, temendo l'avanzata dei Normanni verso la Contea di Chieti, fece fortificare il monastero e fondò il castrum di Rocca San Giovanni.

Nel XII secolo l'abbazia raggiunse il culmine del suo splendore. Nel 1165, l'abate Oderisio II diede il via ai lavori per la costruzione della nuova chiesa e di un monastero molto più grande. Se la chiesa è quella che vediamo ancora oggi (benché spogliata di tele e sculture), il monastero attuale è solo una piccola parte di quello che doveva essere intorno al 1200. Pare che ospitasse stabilmente dagli 80 ai 120 monaci benedettini, in una struttura dotata di aule studio, laboratori, una grande biblioteca ed un ricco archivio (i cui testi sono oggi custoditi a Roma), locali per gli amanuensi, due chiostri, un forno, un ambulatorio, delle stalle, un ricovero per i pellegrini ed altro ancora.

L'abbazia vista dal piazzale antistante.

Nel XII secolo, nell'Abbazia si ritirò Berardo da Pagliara, uomo di origini teramane e molto noto per la sua umiltà e la dedizione assoluta alla preghiera. Dopo la morte del vescovo Uberto, nel 1116 Berardo venne letteralmente preso dai suoi concittadini e ricondotto, con mille preghiere, a Teramo. Ne divenne vescovo. Dopo la sua morte (1122), Berardo fu proclamato santo e da allora egli è il patrono di Teramo.

Dal punto di vista politico, in quegli anni l'abate di San Giovanni era il più grande feudatario ecclesiastico del Regno di Sicilia: secondo il normanno Catalogus Baronum (redatto tra il 1156 ed il 1169), possedeva gran parte dei territori delle attuali province di Chieti e Pescara, da Vasto ad Atri passando per Lanciano, Ortona, Francavilla, Pescara e Penne. Inoltre, aveva vasti possedimenti nelle regioni circostanti, in un'area che andava da Ravenna fino a Benevento.Il cenobio era divenuto un'istituzione sociale oltre che religiosa. In caso di guerra, era in grado di fornire al re 95 cavalieri e 126 fanti armati. Era un po' come uno Stato nello Stato. I suoi abati, per di più, non dipendevano dalle diocesi locali, ma avevano dignità vescovile: l'abbazia, infatti, godeva dello status di nullius dioecesis.

Nel Trecento cominciò il declino dell'abbazia, che si impoverì e dovette vendere gran parte dei suoi beni. Non riuscì più a pagare le imposte alla Curia romana e per questo, dal 1394, fu soggetta ad abati commendatari, cioè nominati dal Papa anziché eletti dal Capitolo dell'abbazia.

Nel 1585, Papa Sisto V concesse in perpetuo l'abbazia e quanto rimaneva del suo feudo alla Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri. Nel 1626, i Filippini concessero la giurisdizione religiosa dell'abbazia e dei paesi che da essa dipendevano all'Arcivescovo di Chieti. Nel 1871, infine, il neonato Regno d'Italia confiscò il monastero ed i suoi beni alla Congregazione.

Nel 1881 l'Abbazia fu dichiarata "monumento nazionale" ed assegnata in custodia agli stessi Filippini. I decenni che seguono ne segnarono il progressivo degrado, causato dalla scarsa manutenzione, da alcuni terremoti e, infine, dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Nel 1954 vi si è stabilita una comunità di Padri Passionisti, che da allora provvedono agli interventi di manutenzione. Dagli anni cinquanta in poi, una lunga serie di restauri ci ha restituito in buone condizioni la chiesa e ciò che rimane del monastero. La sempre maggiore diffusione nei circuiti culturali ha diffuso sempre più la conoscenza dell'Abbazia, citata anche nelle riviste dell'UNESCO.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Sangroaventino, Abbazia di San Giovanni in Venere, 2004. URL consultato il 21 ottobre 2009. Autori vari, Sito ufficiale.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mario Bellisario, Rivista "Siti Unesco", n. 3, luglio - settembre 2007 in L'abbazia di San Giovanni in Venere. (Anche sul sito sitiunesco)
  • G. M. Bellini, Notizie storiche del celebre Monastero benedettino di San Giovanni in Venere, Lanciano, 1887. con note e documenti e tre dissertazioni inedite dell'abate Pietro Pollidoro
  • V. Bindi, S. Giovanni in Venere e tre dissertazioni inedite di P. Pollidoro. Studi e note, Napoli, 1882.
  • A. Consalvo, Abruzzo letterario, II, n. 22 in S. Giovanni in Venere, 1097.
  • B. Costantini, Lo Svegliarono, XXVII, n. 5 in La basilica di S. Giovanni in Venere, 1911.
  • Benedetto Croce, Napoli mobilissima, fasc. 4º in Sommario critico della storia dell'arte nel napoletano – IV (H). Architettura sacra: S. Clemente a Casauria ed altre chiese degli Abruzzi, 1894, pp.56-60.
  • S. Episcopo, 1975 Atti del XIX Congresso internazionale di storia dell'Architettura L'Aquila 15-22 settembre in I rilievi altomedioevali di S. Giovanni in Venere, L'Aquila, 1980.
  • I. C. Gavini, Enciclopedia italiana vol. XXX in S. Giovanni in Venere, 1936, p. 660.
  • E. Giancristoforo, Rivista abruzzese, XVI, n. 4, in Salviamo S. Giovanni in Venere, 1964, pp.1-3.
  • E. Mayer, Badia di San Giovanni in Venere. Fossacesia, Lanciano, 1952.
  • R. Patini, Vita d'arte", III, n. 1 in La basilica di S. Giovanni in Venere, 1909.
  • C. Pergalli, Chiesa e quartiere", an. 18 in S. Giovanni in Venere presso Fossacesia, giugno 1961, pp. 79-84.
  • D. Salzaro, Archivio storico napoletano", II, fasc. II in La chiesa di San Giovanni in Venere, 1887, pp. 391-397.
  • F. Verlengia, La Tribuna in I lavori di restauro nella Badia di S. Giovanni in Venere, 14 ottobre 1934.
  • F. Verlengia, S. Pier Celestino e la Badia di S. Giovanni in Venere, Rivista Abruzzese, XVI, n. 1, 1963, pp. 25-26.
  • V. Zecca, La Basilica di S. Giovanni in Venere nella storia e nell'arte, Pescara, 1910.libro

. F. Lenoir, L'oracle della Luna

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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