Abbazia di Pomposa

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Coordinate: 44°49′56″N 12°10′31″E / 44.832222°N 12.175278°E44.832222; 12.175278

Abbazia di Pomposa
Abbazia di Pomposa
Abbazia di Pomposa
Stato Italia Italia
Regione Regione-Emilia-Romagna-Stemma.svgEmilia-Romagna
Località Codigoro-Stemma.pngCodigoro
Religione Chiesa cristiana cattolica di rito romano
Ordine Benedettino fino al 1671 (attualmente secolarizzato)
Consacrazione Sconosciuta la prima consacrazione (forse VI-VII sec.)
La seconda avviene nel 1026 dopo ristrutturazioni.
Sconsacrazione Soppressa nel 1653
Stile architettonico Romanico

L'abbazia di Pomposa situata nel comune di Codigoro in provincia di Ferrara è un'abbazia risalente al IX secolo e una delle più importanti di tutto il Nord Italia.

Storia[modifica | modifica sorgente]

L'insula Pomposiana, conosciuta già nell'antichità, era in origine circondata dalle acque (del Po di Goro, del Po di Volano e del mare). Si hanno notizie di un'abbazia benedettina, di dimensioni inferiori a quella attuale, a partire dal IX secolo, ma l'insediamento della prima comunità monastica nell'Insula Pomposiana risale al VI-VII secolo, fondato in epoca longobarda dai monaci di San Colombano che vi eressero una cappella. Il primo documento storico che attesti l'esistenza dell'abbazia è comunque del IX secolo: ne fa menzione il frammento di una lettera che papa Giovanni VIII inviò all'imperatore Ludovico II.[1]

Sappiamo inoltre che nel 981 passò alle dipendenze del monastero pavese di San Salvatore, e che diciotto anni più tardi subiva la giurisdizione dell'arcidiocesi ravennate, affrancandosene in seguito e godendo, grazie a donazioni private, un periodo di grande fioritura.[2]

L'abbazia che noi oggi ammiriamo venne consacrata nel 1026 (quindi edificata prima) dall'abate Guido. Alla basilica il magister Mazulo aggiunse un nartece con tre grandi arcate.

Fino al XIV secolo l'abbazia godette di proprietà, sia nei terreni circostanti (compresa una salina a Comacchio), sia nel resto d'Italia, grazie alle donazioni; poi ebbe un lento declino, dovuto a fattori geografici e ambientali, quali la malaria e l'impaludamento della zona, causato anche dalla deviazione dell'alveo del Po (rotta di Ficarolo, 1152).

Ebbe una grande importanza per la conservazione e la diffusione della cultura durante il Medioevo, grazie ai monaci amanuensi che vi risiedevano. In quest'abbazia il monaco Guido d'Arezzo ideò la moderna notazione musicale e fissò il nome delle note musicali. Fra il 1040 e il 1042 vi soggiornò anche il ravennate Pier Damiani, chiamato a istruire i monaci.

Nel 1653 papa Innocenzo X soppresse il monastero, che nel 1802 venne acquistato dalla famiglia ravennate Guiccioli. Alla fine dell'XIX secolo la proprietà passò allo Stato italiano.

Monumenti[modifica | modifica sorgente]

Pomposa interno.jpg
  • Santa Maria

Il nucleo più antico della basilica risale al VII-IX secolo; nell'XI secolo venne allungata con l'aggiunta di due campate e dell'atrio, e venne aggiunto l'atrio ornato di fregi in cotto, oculi, scodelle maiolicate, vari animali dal valore simbolico-religioso. Negli oculi degli archi è rappresentato l'albero della vita. L'apparato decorativo dell'atrio ha una chiara ascendenza orientale: persiana (ad esempio nelle due transenne circolari i due grifi alati che mangiano i frutti dell'albero della vita), siriaca (il bordo nastriforme racchiudente le transenne stesse), così come orientaleggiante è la disposizione delle fasce che occupano la superficie con andatura orizzontale con i disegni dei racemi, il loro andamento, le figure e i simboli in essi inseriti.[3] Il nartece riprende nelle forme e, embrionalmente, nell'impianto, i westwerk carolingi.[4]

L'interno della chiesa è a tre navate, divise da colonne romane e bizantine. Il prezioso pavimento di marmo in opus sectile risale a varie epoche (dal VI al XII secolo) e presenta animali mostruosi, motivi geometrici, elementi vegetali e figurativi. Tra le allegorie il leone simboleggia la resurrezione di Cristo, il drago il male che è sempre sconfitto, il cervo è Cristo, gli uccelli con ali a riposo raffigurano la condizione umana, ecc.[5]

Sulle pareti affreschi trecenteschi di scuola bolognese, con storie dell'Antico Testamento, del Nuovo Testamento e dell'Apocalisse eseguiti rispettivamente sulla fascia superiore, mediana ed inferiore (oltre a San Giovanni nell'estasi di Patmos, tra le immagini dell'Apocalisse: L'Agnello; il tetramorfo; i quattro cavalieri; Dio con il libro dai sette sigilli; i ventiquattro vegliardi; l' arcangelo Michele contro il demonio; la bestia dalle sette teste; l'idra che minaccia la Chiesa raffigurata come una figura femminile sicura poiché domina il tempo, cioè la luna posta ai suoi piedi, ecc.).

Sulla controfacciata, una rappresentazione del Giudizio Universale (in basso a destra, guardando l'uscita: i diavoli che attuano crudeli supplizi, i dannati, Lucifero con le fauci. Dalla parte opposta un angelo conduce verso Cristo i beati nei quali ci sono vescovi e abati, ed i patriarchi della Chiesa accolgono le anime del Limbo verso la beatitudine). Il Cristo Giudice sta entro una mandorla mentre sulla fascia superiore c'è il Cristo benedicente tra schiere di angeli e beati: tale immagine allude al trionfo della Chiesa (la Gerusalemme celeste dell'angolo a sinistra) sempre fondato sul sacrificio divino (gli strumenti della passione a destra).[6]

Nell'abside affreschi di Vitale da Bologna, raffiguranti Cristo in maestà con angeli e santi, e, sotto, Evangelisti con i rispettivi simboli, Dottori della Chiesa (sulla destra) e Storie di Sant'Eustachio con la sua conversione e martirio (in basso a destra il santo è martirizzato, dentro un bue di bronzo arroventato). Il Cristo in maestà entro la mandorla è in atto benedicente e tiene nella mano sinistra il libro con le parole "pacem meam do vobis". A destra del Redentore è raffigurata, con un preziosissimo abito ricamato in oro, la Vergine Maria che presenta l'abate committente Andrea mentre con la mano sinistra regge il cartiglio con la scritta "tuam fili clementiam", raccomandazione per la comunità di Pomposa e per l'umanità.[7] Accanto a Lei il santo benedettino è Guido, mentre in primo piano stanno le sante Caterina, Orsola, Elena e Maddalena. Nel registro sottostante negli spazi tra le finestre stanno San Martino di Tours e san Giovanni Battista. Nei dieci tondi del sottarco sono i profeti, divisi al centro da un angelo che reca un cartiglio con la scritta "Beati oculi qui vident quae vos videtis" ("Beati gli occhi che vedono la cose che vedete"), con riferimento alla visione celeste della gloria di Dio.

Nella navata sinistra nel 2000 fu collocata una reliquia (una tibia) dell'abate pomposiano San Guido i cui resti si trovano nella chiesa di san Giovanni a Spira in Germania e che fu donata all'abbazia dal vescovo della città tedesca. L'abate San Guido morì a Fidenza nel 1046, mentre era in viaggio verso Pavia per partecipare al sinodo indetto dall'imperatore di Germania Enrico III. Per volontà dell'imperatore il corpo fu sepolto a Spira.[8]

  • Campanile

Altissimo rispetto al resto dell'edificato (48 metri), il campanile è del 1063 in forme romanico-lombarde e ricorda quello, di circa 75 metri, dell'Abbazia di San Mercuriale nella non lontana Forlì. Grazie ad una lastra iscritta conosciamo il nome dell'architetto che progettò il campanile e ne diresse i lavori di costruzione: Deusdedit. Procedendo dalla base verso la sommità del campanile le finestre aumentano di numero e diventano più ampie seguendo una tendenza classica di quel periodo, che serviva ad alleggerire il peso della torre e a propagare meglio il suono delle campane. Dal basso verso l'alto sono presenti monofore, bifore, trifore e quadrifore.

  • Monastero

Restano la sala capitolare ornata di affreschi degli inizi del XIV secolo di un diretto scolaro di Giotto; il refettorio che ha sulla parete di fondo il più prezioso ciclo di affreschi dell'abbazia attribuito a un maestro riminese forse il Maestro di Tolentino. Nel refettorio sulla parete est affresco con al centro la Deesis (Cristo tra la Vergine, San Giovanni, San Benedetto, San Guido), a sinistra l'Ultima cena, a destra il miracolo di San Guido (l'abate Guido Strambiati). Nell'aula capitolare affreschi con san Benedetto e profeti (parete nord), San Guido e coppie di profeti (parete sud), Crocefissione (parete est).

Notevole anche il palazzo della Ragione.

Misure[modifica | modifica sorgente]

Abbazia di Pomposa.JPG

Campanile[modifica | modifica sorgente]

  • Altezza 48,5 m.
  • Spessore muri alla base 1,70 m
  • Base lato esterno 7,70 m

Esterno[modifica | modifica sorgente]

  • Lunghezza compresi atrio e abside 44,0 m
  • Larghezza della facciata dell'atrio 18,35 m
  • Altezza al culmine del tetto 14,10

Interno[modifica | modifica sorgente]

  • Lunghezza atrio 6,35 m
  • Lunghezza navata, abside inclusa 35,65 m
  • Profondità abside 5,0 m
  • Larghezza navata 7,75 m
  • Larghezza navatelle 4,15 m
  • Larghezza totale 17,5 m
  • Intercolunnio delle campate originali 3,17 m
  • Intercolunnio delle campate aggiunte 3,92 m
  • Altezza archi 5,40 m
  • Altezza conca absidale rispetto al pavimento 9,90 m

Altri edifici del complesso[modifica | modifica sorgente]

  • Palazzo della ragione 31,85 m x 12,50 m
  • Sala capitolare 10,50 m x 9,85 m
  • Refettorio 24,30 m x 10,85 m
  • Chiostro 18,40 m x 18,40 m

Per un confronto con le altre principali chiese romaniche della regione si riporta una tabella con le principali misure

Duomo di Piacenza Duomo di Fidenza Duomo di Parma Duomo di Modena Abbazia di Nonantola Duomo di Ferrara Abbazia di Pomposa Abbazia di San Mercuriale
Lunghezza totale esterna
85,0 m 50,5 m 81,7 m (escluso il protiro) 66,9 m 45,4 m 65,0 m (meno il coro 48,5 m) 44,0 m (con atrio e abside) originaria 32,5 m attuale 46,2 m
Lunghezza totale interna
- 47,0 m 78,5 m 63,1 m 52,0 m - 42,0 m -
Larghezza totale facciata
32,0 m 26,6 m (comprese le torri) 28,0 m 24,7 m 25,1 m 22,8 m 18,35 m 15,40 m (escluso il campanile)
Altezza esterna facciata
32,0 m - 29,0 m 22,3 m (coi pinnacoli 29,6 m) - 17,0 m 14,1 m 12,85 m
Altezza campanile
- - - 86,12 m (compreso rialzo del XIV secolo) - - 48,5 m 75,58 m

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ M. Salmi, L'abbazia di Pomposa, Roma 1938, p. 3
  2. ^ M. Salmi, cit., pp. 3-4
  3. ^ Carla Di Francesco, L'abbazia e il Museo di Pomposa, ed. De Luca, 2000, pag. 25-27.
  4. ^ Abbazie e monasteri d'Italia, Touring Club Italiano, 2004, pag. 41.
  5. ^ Carla Di Francesco, op.cit., pag. 39.
  6. ^ Carla Di Francesco, op. cit. pag. 46.
  7. ^ Carla Di Francesco, op. cit. pag. 44-45.
  8. ^ Carla Di Francesco, op. cit., pag. 11.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Mario Salmi, L'Abbazia di Pomposa, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1936
  • Mario Salmi, L'Abbazia di Pomposa, Roma, La Libreria dello Stato, 1938
  • Antonio Samaritani, Carla Di Francesco (a cura di), Pomposa. Storia Arte Architettura, Ferrara, Corbo, 1999

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