Abbazia dei Santi Salvatore e Lorenzo a Settimo

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Coordinate: 43°46′49.64″N 11°08′41.13″E / 43.780456°N 11.144758°E43.780456; 11.144758

Abbazia di San Salvatore e Lorenzo a Settimo
Facciata
Facciata
Stato Italia Italia
Regione Toscana
Località Badia a Settimo
Religione Cristiana cattolica di rito romano
Titolare Gesù Salvatore
Diocesi Arcidiocesi di Firenze
Stile architettonico romanico, barocco
Inizio costruzione X secolo
Completamento XVII secolo

L'abbazia di San Salvatore e Lorenzo, chiamata anche Badia a Settimo, è un luogo di culto cattolico che si trova nei dintorni di Firenze, nel comune di Scandicci.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Fin dal X secolo è attestato nel piviere di San Giuliano a Settimo un oratorio dedicato a San Salvatore, al quale nel 998 il conte Adimaro donò i diritti sulle chiese di San Martino alla Palma e di San Donato a Lucardo. Tale donazione venne confermata dieci anni dopo dall'imperatore Ottone III.

L'oratorio attirò l'attenzione dei conti Cadolingi che nel 1004 vi chiamarono i benedettini cluniacensi affinché vi fondassero un'abbazia. La scelta dei Cadolingi non era dettata solo da fervore religioso ma si inseriva in un ampio disegno per il controllo del territorio attraverso la fondazione di castelli e monasteri per poter mantener intatto il loro patrimonio fondiario e per poterlo anche difendere; tali monasteri venivano fondati sempre nei pressi di importanti vie stradali e fluviali.

Nel corso dell'XI secolo il patrimonio dell'abbazia aumentò considerevolmente grazie a donazioni che portarono il cenobio ad avere influenza su territori lontani; emblematica ad esempio è la donazione di beni nel Mugello fatta dal conte Guglielmo per poter creare un feudo cadolingio tra Toscana ed Emilia. Sempre nello stesso secolo il monastero adottò la riforma Vallombrosana sotto l'influenza dello stesso Giovanni Gualberto. Il 13 febbraio 1068 di fronte alla chiesa si tenne la famosa prova del fuoco fatta da Pietro Igneo per dimostrare la rettitudine dei Vallombrosani e la corruzione del vescovo Pietro Mezzabarba; tra il 1073 e il 1076 i priori vallombrosani si riunirono spesso qui.

Il chiostro grande

L'esperienza vallombrosana fu di breve durata visto che già il 6 aprile 1090 i cluniacensi avevano ripreso il controllo del monastero, che probabilmente non avevano mai abbandonato completamente. Con i cluniacensi il patrimonio dell'abbazia continuò ad arricchirsi e nel 1131 assorbirono per intero il piviere di Settimo, nel 1193 presero il possesso della chiesa fiorentina di San Frediano e ricevettero numerose garanzie dalla Santa Sede.

Il 18 marzo 1236 per ordine di papa Gregorio IX nel monastero si insediarono i Cistercensi dell'abbazia di San Galgano, i quali concessero la piena autonomia e continuò a ricevere donazioni e privilegi. Intorno intanto si era formato anche un borgo e il monastero aveva il compito di garantire la cura delle anime. L'enorme disponibilità finanziaria dei monaci li spinse a intraprendere dei lavori di ampliamento; nel 1290 furono sopraelevate le navate e rialzato il pavimento, nel 1315 venne costruita la cappella di San Jacopo affrescata da Buffalmacco e in seguito tutto il monastero venne riorganizzato secondo le esigenze dei cistercensi. I lavori furono portati a termine anche se dal 1331 l'autonomia del monastero era diminuita in quanto era stato dichiarato sottoposto a San Galgano. A seguito di diverse scorrerie nei dintorni nel 1378 venne fortificato.

Nella prima metà del Quattrocento papa Eugenio IV la dette in commenda a Domenico Capranica che nel 1441 e nel 1460 costruì e chiamò Domenico Ghirlandaio ad affrescare il coro. L'assedio di Firenze del 1529 fece dei danni anche qui tanto che parte dei monaci, per l'inagibilità dei locali, si trasferì a San Frediano in Cestello.

Nel 1629 venne rifatta l'abside sinistra e nel 1639 l'altare maggiore. A seguito di un'alluvione nel 1664 si procedette ad un nuovo restauro: venne rinnovata la facciata con l'aggiunta di un portico e tra le navate furono lanciate arcate più grandi. I cistercensi rimasero fino alla loro soppressione nel 1782 e l'anno seguente la chiesa assunse un secondo santo patrono, Lorenzo, che fu inserito anche nel nome mentre i locali del monastero vennero venduti a privati.

Dal 1891 a tutt'oggi sono in corso dei restauri che hanno portato al consolidamento della struttura e il risanamento della cripta. Tra il 1926 e il 1942 venne stonacata la facciata e demolito il portico. Nel 1944 il campanile fu abbattuto con una cannonata e ricostruito dov'era e com'era nel 1957 dall'architetto Nello Baroni. Negli anni sessanta venne restaurato soprattutto il convento, mentre negli anni settanta una campagna di scavi archeologici mise in luce le varie fasi costruttive.

Il locali dell'ex-convento sono tuttora in mano a privati e versano in gran parte in condizioni di abbandono. Presso la chiesa ha sede l'associazione Amici della Badia di Settimo che si prende cura della chiesa.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

La chiesa[modifica | modifica sorgente]

La chiesa è il centro del complesso abbaziale fortificato e consiste in una basilica a tre navate coperte a tetto e concluse originariamente da absidi semicircolari; è ancora esistente la vasta cripta e sul fianco sinistro si trova la torre campanaria.

Esterno[modifica | modifica sorgente]

Nella facciata a salienti sono individuabili varie fasi costruttive: gotica nel rosone e nel coronamento in cotto, rinascimentale nei portali e nel rialzamento dei fianchi, romanica nell'irregolare paramento fatto con bozze di calcare, pietraforte e serpentino inquadrati da lesene che fanno intuire la divisione spaziale dell'interno. La tribuna presenta oggi una scarsella rinascimentale e il volume dell'absidiola semicircolare di sinistra.

Il campanile sorge lungo il lato settentrionale ed ha una base a pianta circolare mentre il rialzamento prosegue esagonale con gli spigoli impostati sulle lesene sottostanti. In una lesena posta a occidente si trova una lapide marmorea datata 1210, data probabilmente della costruzione del campanile. La base della torre è frutto di una ricostruzione ma vi sono poste delle monofore coronate da una ghiera fatta con pietre romboidali, databili all'XI secolo.

Interno[modifica | modifica sorgente]

Interno

L'interno è a tre navate di cinque campate. Alla fine del XIII secolo fu rialzato il pavimento e conseguentemente anche il tetto a capriate lignee dipinte. La zona del coro, modificata nel Quattrocento, ha forma di scarsella con pianta quadrata e copertura a botte. Di particolare effetto è la trabeazione continua sui tre lati, con fregio in terracotta invetriata policroma di Benedetto Buglioni con testine di cherubini alternate a ghirlande. Dei grandi lavori seicenteschi rimangono la trasformazione (1629) dell'abside sinistro in cappella di San Quintino, i grandi altari laterali in pietra e l'altare maggiore (1639), mirabile esempio dell'arte del commesso in pietre dure. Fra gli interventi di epoca barocca è la trasformazione (1663) della divisione fra le navate con grandi pilastri rettangolari.

Le opere d'arte più importanti presenti nella chiesa sono il Martirio di san Lorenzo, tavola di Domenico Buti firmata e datata 1574, due medaglioni raffiguranti l'Angelo e l' Annunziata di Domenico Ghirlandaio (1487) e il tabernacolo di Giuliano da Maiano.

Tra il primo e il secondo altare nella navata sinistra è posto un sarcofago che contiene le spoglie delle contesse cadolinge Cilla e Gasdia morte entrambe nel 1096, tali sepolture rientrano nel ristretto novero di quello stile definito "romanico fiorentino" e sono confrontabili con la tomba del vescovo Ranieri del 1113 posta nel battistero di Firenze, con le specchiature della facciata della collegiata di Empoli realizzata nel 1093 e con la facciata della basilica di San Miniato al Monte.

Cappella di San Quintino[modifica | modifica sorgente]

La cappella di San Quintino è posta sulla sinistra rispetto alla cappella maggiore ed è completamente decorata dagli affreschi di Giovanni da San Giovanni eseguiti nel 1629.

Cappella di San Jacopo[modifica | modifica sorgente]

La cappella di San Jacopo reca al suo interno degli affreschi attribuiti al Maestro di Santa Cecilia con dipinte delle Storie della vita di san Jacopo (1315).

Cripta[modifica | modifica sorgente]
Sepolcro delle contesse Cilla e Gasdia

La cripta oggi si raggiunge dal trecentesco chiostro dei Melaranci o dalla chiesa.

L'ambiente sotterraneo ricalca solo parzialmente quello sovrastante: all'altezza delle absidi minori corrispondono i bracci voltati a crociera mentre al centro la cripta si sviluppa in tre navate con altrettante campate poggianti su quattro colonne monolitiche; le basi delle colonne sono di tipo attico e probabilmente appartengono ad un antichissimo edificio di culto pagano, il fusto è in granito mentre i capitelli presentano una decorazione di tipo arcaico. Tutto l'ambiente deve essere stato realizzato nella prima metà del XI secolo.

Busti reliquiario[modifica | modifica sorgente]

L'abbazia possiede due busti reliquiario databili tra il 1345 e il 1350. Il più antico è renano, il secondo è toscano, di maestranza senese, ma sono molto simili come tipologia.

Il primo è ligneo, impreziosito con foglie d'oro e gemme semi preziose e pseudo preziose. Il secondo, in cartapesta e cuoio, materiali malleabili sul modello del tedesco, creato forse come pendant. Entrambi sono cavi all'interno per alleggerire la scultura, hanno la calotta cranica sollevabile mediante cerniere dipinta a monocromo per la deposizione delle reliquie.

Fanno parte del culto di Sant'Orsola e le 11.000 vergini, culto che ebbe origine a Colonia nel IX secolo. Sono stati esposti in due mostre, nel 1933 e nel 1956, quando sono stati erroneamente attribuiti al XV secolo.

L'ex-monastero[modifica | modifica sorgente]

A fianco della chiesa sorge il monastero, oggi di proprietà privata. Gli ambienti di carattere monumentale, che si affacciano sul chiostro grande risalente al XV secolo, sono una sala che presenta un portale in cotto fiancheggiato da due bifore, all'interno decorata con un affresco del XIV secolo raffigurante la Madonna col Bambino, e un'ampia sala, detta Sala dei Conversi, suddivisa tramite delle colonnine in tre navate, che serviva come sala capitolare. Al piano superiore ci sono degli affreschi attribuiti a Giovanni da San Giovanni raffiguranti la Madonna e l'Estasi di San Bernardo e una terracotta in stile robbiano.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Il "dispensarium" (sala dei conversi o tinaia)
Mura di cinta
  • Giovanni Lami, Sanctae Ecclesiae Florentinae Monumenta, Firenze, Tipografia Salutati, 1758.
  • Ildefonso da San Luigi, Delizie degli eruditi toscani, Firenze, Tipografia Cambiagi, 1770-1786.
  • Emanuele Repetti, Dizionario geografico, fisico, storico del Granducato di Toscana, Firenze, 1833-1846.
  • Emanuele Repetti, Dizionario corografico-universale dell'Italia sistematicamente suddiviso secondo l'attuale partizione politica d'ogni singolo stato italiano, Milano, Editore Civelli, 1855.
  • Attilio Zuccagni-Orlandini, Indicatore topografico della Toscana Granducale, Firenze, Tipografia Polverini, 1857.
  • Cesare Paoli, Il Libro di Montaperti (MCCLX), Firenze, Viesseux, 1889.
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  • Luigi del Moro, Atti per la conservazione dei monumenti della Toscana compiuti dal 1 luglio 1894 al 30 giugno 1895. relazione a S.E. il Ministro della Pubblica Istruzione, Firenze, Tipografia Minori corrigendi, 1896.
  • Guido Carocci, I dintorni di Firenze, Firenze, Tipografia Galletti e Cocci, 1906.
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  • Enrico Fiumi, La demografia fiorentina nelle pagine di Giovanni Villani, Firenze, 1950.
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  • AA. VV., Toscana paese per paese, Firenze, Bonechi, 1980.
  • Alessandro Conti, I dintorni di Firenze: arte, storia, paesaggio, Firenze, La Casa Usher, 1983.
  • Vittorio Cirri, Giulio Villani, La Chiesa Fiorentina. Storia Arte Vita pastorale, Firenze, LEF, 1993.
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  • AA. VV., Firenze, Milano, Touring Club Italiano, 2001. ISBN 8836519326.

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