10ª Armata

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La 10ª Armata del Regio Esercito operò sul fronte nordafricano nel corso della seconda guerra mondiale. All'inizio della guerra era schierata sul confine orientale della Libia, successivamente in Egitto. Fu completamente annientata nel corso dell'Operazione Compass, conclusasi con la battaglia di Beda Fomm

L'inizio delle operazioni[modifica | modifica sorgente]

All'inizio della guerra (10 giugno 1940) l'organizzazione era la seguente:

L'armata era schierata in Cirenaica, mentre in Tripolitania era schierata la 5ª Armata.

Dopo la morte di Italo Balbo (28 giugno 1940) il maresciallo Rodolfo Graziani assunse il comando di tutte le forze nell'Africa Settentrionale ed il governatorato della Libia il giorno 30 giugno. Dopo una serie di rinvii, dovuti principalmente al fatto che Graziani, sul posto, si rendeva conto delle difficoltà di un'avanzata di truppe per la massima parte appiedate nel deserto, il 13 settembre 1940 le forze disponibili (principalmente della 10ª Armata, ma con unità anche della V Armata, che ormai non correva più rischi di attacchi dalla Tunisia) attraversarono il confine con l'Egitto, superando il 15 settembre il passo Halfaya ed occupando il 16 Sidi el Barrani, dove l'offensiva fu fermata. A questo punto era necessario assicurare i rifornimenti idrici alle truppe avanzanti, quindi fu iniziata la costruzione di un acquedotto per poter proseguire verso Marsa Matruh.

I comandanti di divisione e di corpo d'armata erano rappresentativi delle deficienze tipiche del Regio Esercito di quell'epoca, cominciando dal comando, Rodolfo Graziani.

Questi era un ufficiale specialista nella lotta anti-guerriglia e d'annientamento tipica delle guerre coloniali italiane del XX secolo, impreparato alla guerra moderna, violento (e responsabile di numerosi crimini di guerra in Libia alla fine degli anni '20 e in Etiopia a metà degli anni '30), molto retorico (amava la citazione latina), capace di sfruttare a suo uso e consumo la stampa e la propaganda, compromesso con il regime. Dal momento in cui sostituì Balbo tempestò Roma per ottenere di più di tutto (cannoni, carri, aerei, armi, munizioni, camion) sottolineando le deficienze dell'armata, ma senza avere chiare priorità per risollevarla. Come governatore della Libia si intromise in ogni decisione tattica e strategica dei suoi sottoposti, pur non visitando quasi mai il fronte (contraddicendo quel poco di buono, dal punto di vista militare, che pareva incarnasse, visto che in precedenza aveva sempre comandato dalla prima linea), esautorando quasi completamente il generale Berti, con cui era in pessimi rapporti. Durante l'Operazione Compass perse completamente il contatto con la realtà, dando ordini contraddittori ai suoi sottoposti e praticando lo scarica-barile verso tutti, soprattutto verso Berti.

Costui era impreparato per un comando così importante, cui era stato promosso per rimuoverlo dal ministero della guerra, soprattutto era completamente nuovo per l'Africa, che non conosceva. Era un teorico, non privo di capacità intellettuali, poco amato però dagli alti comandi (cui aveva dato fastidio durante la partecipazione italiana alla guerra di Spagna, avanzando diverse critiche sull'uso dei materiali e la strategia italiana), la sua conoscenza della guerra moderna, e di movimento, era superiore alla media dei comandanti italiani, per le sue esperienze in Spagna (dove aveva comandato per un certo periodo di tempo il contingente italiano), che però non era stato capace di ridurre a nuove norme tattiche e strategiche, a differenza dei tedeschi.. Sovente malato, le sue capacità (buone o cattive che fossero) non ebbero modo di svilupparsi perché non era tenuto in alcun conto dai suoi superiori, ed in particolare dall'opera demolitrice di Graziani.

Giuseppe Tellera, che lo sostituì brevemente, era probabilmente il miglior ufficiale superiore presente nel teatro di operazioni, buon conoscitore della logistica, poco carismatico ma, comunque, amato dai sottoposti per l'atteggiamento paterno e attento, tendeva a comandare (fatto raro per gli ufficiali superiori italiani dell'epoca) recandosi sovente in prima linea, fattore che più tardi gli sarà fatale. "Fu l'unico che conservò un briciolo di dignità e buon senso nella caotica ritirata lungo la Cireanica"[1].

Enrico Patassi Mannella, al comando del XXII corpo, aveva sostituito il popolare e abile generale Umberto Somma, si rivelò poco pratico di guerra di movimento e inesperto per il comando di un corpo d'armata (aveva, fino a quel momento, comandato solo brevemente una divisione), ma molto coraggioso e competente in alcuni combattimenti minori, diretti di persona, attorno a Tobruk, avendo avuto più tempo a disposizione per imparare la guerra moderna si sarebbe probabilmente rivelato un comandante efficace, ma fu travolto dagli eventi.

Sebastiano Gallina, al comando delle fanterie coloniali, era un ufficiale molto anziano, legato alle esperienze del primo conflitto mondiale e delle guerre coloniali (in cui compì anche crimini di guerra), legato a Graziani, ne condivideva i metodi brutali verso gli indigeni e un certo pressappochismo tattico. Impazzì dopo la cattura da parte inglese.

Annibale Bergonzoni era un ufficiale pluridecorato delle guerre coloniali e della prima guerra mondiale, molto popolare tra le truppe, molto coraggioso, completamente inesperto nei combattimenti meccanizzati. Medesimo problema riguardava anche Carlo Spatocco, molto più schivo e meno attento alla propaganda della sua immagine e allo charme verso i suoi sottoposti, quest'ultimo però era anche mal visto dal regime (sentimento che ricambiava).

Infine merita una menzione Pietro Maletti, ufficiale legatissimo a Graziani, capace di trasformare i suoi raggruppamenti libici ed Ascari in reparti scelti, anche se impreparati alla guerra moderna, godeva di enorme ascendente sulle sue truppe ed era, personalmente, estremamente coraggioso e capace di combattere in prima linea, incurante della propria sicurezza; era però anche brutale e responsabile di non poche atrocità durante la campagna d'Etiopia.

Gli ufficiali della 10ª Armata, nel complesso (ed escludendo i paracadutisti e alcuni reparti di Ascari) erano scadenti ed impreparati anche per gli standard italiani, scarsi e carenti anche i sottufficiali; inoltre gli uni e gli altri spesso non erano in SPE (ovvero di ruolo), ma di complemento (nei reparti nazionali le proporzioni, in genere, erano di 8 ufficiali di complemento per ogni ufficiale di ruolo, mentre solo una minoranza di quelli di ruolo era passato dalle accademie), e non avevano ricevuto alcun tipo di addestramento specifico, soprattutto sul piano tecnico (armi, logistica, mine, ecc.) e geografico (molti di loro erano in Africa per la prima volta, senza saper nulla della guerra nel deserto); gli ufficiali che invece avevano conoscenza del teatro africano erano, con poche eccezioni, specialisti delle guerre coloniali, rimasti fermi alla prima guerra mondiale, nel migliore dei casi, per la conoscenza delle guerre moderne. I sottufficiali, come in tutto il Regio Esercito, erano pochissimi e male addestrati, secondo Roatta,(che parla a posteriori), addestrati ad ubbidire più che a pensare ed ad impartire ordini, diversissimi per ruolo e capacità dai flessibili e intraprendenti sottufficiali britannici e tedeschi. Questa armata non era certo la punta di diamante del Regio Esercito (i reparti migliori erano in Italia, o, al massimo, in Albania), ma un esercito coloniale, predisposto per operazioni difensive e di polizia coloniale e potenziato in maniera disorganica (malgrado le rotte tra la Libia e l'Italia fossero, all'epoca, molto sicure). I reparti erano raramente a pieno organico, mancavano i mezzi (in particolare i camion), l'addestramento al fuoco, le direttive (in particolar modo i reparti non erano addestrati a difendersi assumendo una formazione a riccio, soprattutto qualora aggirati), gli equipaggiamenti individuali, mentre gli ufficiali mangiavano e dormivano molto meglio (coperte di lino, chianti, grana, frutta) di sottufficiali e truppa. Le, numerose, formazioni della milizia fascista presenti nel teatro erano peggio addestrate di quelle del Regio Esercito, e mal considerate da quest'ultimo. L'armamento era scadente e le artiglierie, sia pure discretamente comandate da ufficiali di qualità mediamente superiore a quelli di altre armi, erano vecchie, anche precedenti, in alcuni casi, alla prima guerra mondiale. Anche fucili e mitragliatrici, soprattutto nei reparti di Ascari (che, per addestramento e aggressività, invece, sovente superavano quelli dei contingenti nazionali) erano di qualità inferiore a quelle in dotazioni a molte unità destinate alla madre patria o ad altri fronti, in particolare si incontravano numerose mitragliatrici della prima guerra mondiale, anche preda bellica austriaca, e poche armi veramente moderne, rarissime poi quelle contro aeree. I cannoni 47/32 ed i mortai da 81mm (le armi più moderne in dotazione al Regio Esercito) erano pochi, inferiori al dato teorico reggimentale, visto che contemporaneamente il Regio Esercito li stava fornendo ai reparti dislocati in altro loco, un po' più diffusi gli obici da 65/17, anche in versione auto-cannone.

Il grosso dei carri era composto da L3, praticamente inutili, con qualche M 11/39 e pochissimi M 13/40 (tutti raccolti nella brigata Babini), furono utilizzati in genere a spizzichi, senza grandi concentramenti di mezzi, mai in cooperazione con l'artiglieria contro-carro, e tenendoli, per giunta, di riserva il più possibile.

Completamente inadeguato il SIM e i servizi I (informazioni) delle grandi unità, il Regio Esercito era convinto che i britannici disponessero in Egitto di 300.000 uomini, mentre ne avevano solo 50.000, di converso non comprendevano la potenzialità tecnologica differente dei diversi carri, non informando i comandi della presenza dei enormi Matilda (considerati carri armati come tutti gli altri).

Le grandi unità presenti nel teatro erano 3 divisioni del Regio Corpo delle truppe libiche, addestrate per operazioni di polizia, con ufficiali e sottufficiali prevalentemente italiani, e truppa prevalentemente libica (della Tripolitania), la 1ª e la 2ª divisione libiche avevano un organico di circa 7500 uomini (erano quindi piuttosto piccole), di cui 700 circa italiane, prive completamente di automezzi (ed erano le uniche nel settore, a dipendere ancora, in parte, da cammelli e salmerie), con artiglieria di preda bellica austriaca della prima guerra mondiale, poche e vecchie mitragliatrici e qualche reparto ancora armato con fucili Vetterli Vitali mod. 1870-1887. Diverso il caso della divisione-raggruppamento Maletti, meglio armata ed equipaggiata, quasi come una divisione meccanizzata improvvisata, ma molto piccola (un battaglione comando motorizzato, voluto da Balbo), 4 battaglioni di fanteria parzialmente motorizzati, un battaglione (con gli organici di una sola compagnia rinforzata) carri M 11/39, un battaglione sotto organico carri L3, 3 gruppi artiglieria di supporto (con, però, cannoni vecchi e di piccolo calibro). Si trattava, comunque, di una delle migliori unità coloniali italiane, in parte formata anche da soldati somali ed eritrei.

Seguivano tre divisioni della milizia, poco considerate dal Regio Esercito e formate, in prevalenza, da camice nere del sud Italia (Mussolini riteneva che i meridionali fossero più adatti geneticamente a combattere in Africa) e da reclute del regio esercito, queste ultime erano state inviate per rimpolpare i reparti, un po' scarsi, ed erano state scelte dal Regio Esercito (che osteggiava questa quarta forza armata) quasi solo tra soldati analfabeti o fisicamente di seconda e terza scelta. L'armamento era particolarmente leggero, mentre pochi erano gli automezzi, l'addestramento era però stato curato un po' di più rispetto a quello delle altre unità delle C.C. N.N. (utilizzate più nelle parate che nelle manovre), ma era comunque scadente. Erano divisioni binarie, su due legioni/reggimenti di 3 piccole coorti/battaglioni, in cui artiglieria, genio e servizi erano tutti formati da personale del Regio Esercito, in positivo avevano un certo spirito di corpo (anche perché formate su basi territoriali, minate però dall'aggiunta di circa 1/3 di coscritti di cattiva qualità in ogni reparto), in negativo influiva la mancanza di rifornimenti, la dimensione minimale dei reparti (ogni divisione aveva appena 6.000 effettivi, meno di alcune brigate britanniche), la scarsità di artiglierie, armi automatiche e anti carro e la carenza assoluta di automezzi (all'inizio dell'operazione Compass la divisione 23 marzo disponeva di solo 84 camion e automobili, in parte inefficienti). La mancanza di mobilitazione della milizia dell'Italia settentrionale creava malumori, ed abbassava il morale.

Vi erano poi quattro divisioni tipo A.S., da 11.000 effettivi circa (quindi le uniche divisioni ad avere un numero di uomini adeguato, anche se in parte immobilizzato in un pletorico sistema logistico, per altro burocratico ed inefficiente), con 46 carri L3 a divisione, vecchie artiglierie (75/27 e 100/17 soprattutto), insufficienti cannoni contro carro rispetto alle tabelle reggimentali (in parte sostituiti con obici 65/17, ma comunque in numero inferiore alle esigenze). Solo la 61ª divisione "Sirte" era un'unità rodata, in Libia dal 1937, mentre la 64° Catanzaro era in parte costituita da uomini della milizia, ed era giunta, incompleta in armi e mezzi, nel teatro solo a fine maggio 1940. I soldati si lamentavano per il vitto pessimo, la scarsità d'acqua potabile, l'impossibilità di lavarsi e la mancanza di carta da lettere, e questo ancor prima di raggiungere la linea del fronte.

Come unità scelta delle truppe nazionali erano presenti i carri della brigata Valentino Babini, dal nome del suo comandante, già veterano della guerra di Spagna, che però non fu utilizzata come un'unità organica, ma come un deposito da cui prendere i carri armati per rinforzare di volta in volta determinate posizioni. Disponeva di due battaglioni carri M 13/40, uno carri M 11/39, due di carri L3, un singolo battaglione di bersaglieri motociclisti, due gruppi d'artiglieria motorizzati. Era dunque scarsa di fanteria, latitante di cannoni anti carro (la cooperazione tra carri armati ed armi anti carro era la caratteristica, vincente, dell'esercito tedesco), ricca di inutili carri L3 e, soprattutto, mancante o almeno carente di reparti logistici per movimentare i carri e ripararli se rotti in azione o perché, dovendosi spostare prevalentemente sui cingoli, si insabbiavano, rompevano, danneggiavano. I carri medi erano poi privi dei filtri anti sabbia. Infine i carri medi, sia pur formanti tre battaglioni, erano solo 70, di cui una parte si era resa ormai inservibile per colpa dell'ambiente desertico già nella marcia di avvicinamento al confine egiziano.

L'operazione Compass[modifica | modifica sorgente]

Mentre la 10ª Armata si schierava intorno a Sidi el Barrani, le unità britanniche riorganizzavano le loro forze, in particolare la Western Desert Force (WDF) veniva rinforzata fino a raggiungere il livello di una divisione corazzata (7ª Armoured Division, nota poi come Desert rats, topi del deserto). Il giorno 9 dicembre iniziava l'Operazione Compass, destinata a respingere la 10ª Armata dall'Egitto.

Organici e schieramento della 10ª Armata al 9 dicembre 1940[modifica | modifica sorgente]

La 10ª Armata disponeva di 328 carri armati, di cui 256 leggeri di modello L 3/35 e 72 medi (in massima parte di modello M 11/39 e con pochi M 13/40); l'appoggio aereo era fornito dalla V Squadra aerea.

Lo sviluppo delle operazioni e l'annientamento della 10ª Armata[modifica | modifica sorgente]

Il comandante britannico (generale O'Connor) attaccò subito Sidi el Barrani, catturata nel pomeriggio del 10 prendendo prigioniero anche il generale Gallina, mentre il generale Maletti era morto già il primo pomeriggio del 9, ad alam-el-nibewa, mentre cercava di organizzare un contrattacco. Le truppe della 10ª Armata iniziarono il ripiegamento su Bardia (al confine fra Libia ed Egitto). Nel corso dei giorni successivi le forze del Commonwealth (la 7ª Divisione corazzata e la 6ª Divisione fanteria australiana che aveva sostituito la 4ª Divisione fanteria indiana inviata sul fronte eritreo) continuarono a premere su Bardia, che cadde il 5 gennaio, con la cattura di molti prigionieri italiani, fra cui tre generali. Il 22 gennaio cadde Tobruch, ed O'Connor annunziò di aver catturato fino a quel momento 30.000 italiani.

Quello che restava della 10ª Armata si schierò sulla linea Derna - Mechili, ma O'Connor organizzò una forza mobile su due battaglioni carri ed un gruppo della RHA (Royal Horse Artillery) per tagliare la Cirenaica e giungere direttamente sul golfo della Sirte. Appena venuto a conoscenza di questa mossa Graziani diede l'ordine di ritirata su Agedabia, ma la forza mobile giunse a Beda Fomm prima delle truppe italiane, il 5 febbraio. La 10ª Armata cercò di aprirsi un varco disordinatamente, ma la superiorità in carri ed artiglierie e soprattutto la migliore condotta tattica dei britannici s'impose su un'armata italiana composta essenzialmente di unità di fanteria appiedata. Fra i morti ci fu il generale Tellera, e tra i 25.000 prigionieri ci furono i generali Cona e Babini.

Al termine dell'operazione Compass la 10ª Armata non esisteva più, 130.000 soldati italiani erano stati catturati e le forze britanniche erano insediate in Cirenaica, pronte a marciare sulla Tripolitania.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Andrea Santangelo, Operazione Compass, la Caporetto del deserto, Salerno Editrice, 2013, p. 44

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]