Oltreuomo

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Il concetto di superuomo od oltreuomo (dal tedesco Übermensch), introdotto dal filosofo Friedrich Nietzsche, è un'immagine o figura metaforica che rappresenta l'uomo che diviene se stesso in una nuova epoca contrassegnata dal cosiddetto nichilismo attivo. Secondo Nietzsche, infatti, il nichilismo passivo che segue alla scoperta dell'inesistenza di uno scopo della vita può essere superato solo con un accrescimento dello spirito, il quale appunto apre le porte a una nuova epoca. Questa nuova epoca, annunciata in Così parlò Zarathustra (Also sprach Zarathustra), è quella in cui l'uomo è libero dalle catene e dai falsi valori etici e sociali dettati dallo spirito apollineo e dalla filosofia di Socrate, seguendo invece lo spirito dionisiaco.

Gabriele D'Annunzio, scrittore e poeta, che inventò il calco "superuomo"[1], ispirandosi alla teoria per i suoi personaggi

L'atteggiamento di attesa di tipi umani superiori è detto superomismo.

Alcune dottrine politico-ideologiche nazionaliste - come il fascismo e il nazismo - mutuarono il concetto nietzschiano di superuomo, distorcendolo e adattandolo in modo da giustificare le loro tesi e pratiche razziste.[2][3][4]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Il termine "superuomo" rappresenta la traduzione originale che fu data all'espressione Übermensch; tuttavia è rilevante l'interpretazione successiva di Gianni Vattimo, il quale afferma che la traduzione "oltreuomo", secondo lui più letterale, risulta più appropriata e rispecchia meglio l'ideale portato da Nietzsche[5]. Questa traduzione è però contestata dal filosofo Domenico Losurdo[6].

Il termine tedesco può comunque essere fatto risalire al greco ὑπεράνθρωπος (hyperànthropos), le cui prime attestazioni sono nel I secolo a.C., con Dionigi di Alicarnasso, e nel II secolo d.C., con Luciano. In tedesco il vocabolo Übermensch appare per la prima volta nel 1527, in una lettera con la quale il domenicano Hermann Rab si scagliava violentemente contro i luterani.

Altri autori che usarono il termine, benché con un diverso contenuto semantico, furono il teologo Heinrich Müller, nell'opera Geistliche Erquickungsstunden (1664), Johann Gottfried von Herder e il filosofo indiano Sri Aurobindo. Johann Wolfgang von Goethe ha usato il termine in senso ironico nel Faust („Welch erbärmlich Grauen fasst Übermenschen dich!“, parte I, scena I, v. 490) e nella sua poesia Zueignung (1787).

Il superuomo abbandona le ipocrisie dei moralisti e afferma se stesso, ponendo di fronte alla morale comune i propri valori. Egli identifica il ritorno al mondo del pensiero dionisiaco, guidato dalle passioni. Nietzsche è convinto dell'esistenza di un'unica vita terrena, legata alla corporeità fisica; l'uomo è dunque solo corpo e deve lasciarsi guidare dalle proprie pulsioni, lacerando così il "Velo di Maya" introdotto da Schopenhauer, ovvero la Volontà che opprime l'individuo.

Lo scopo del superuomo non è posto in un universo trascendente, ma trascendentale che punta alla felicità immanente tramite la capacità creativa. Egli è visto come il grado più alto dell'evoluzione, ed esercita il diritto dettatogli dalla forza e dalla superiorità sugli altri. Questo diritto gli si presenta tuttavia anche come dovere di contrapporsi all'ipocrisia della massa e va contro la stessa tradizionale etica del dovere. Il superuomo contrappone al "Tu devi!" cristiano il nietzschiano "Io voglio!".

Ritratto di Zarathustra, il filosofo persiano ripreso da Nietzsche nell'opera Così parlò Zarathustra

Nel concetto di superuomo è essenziale la volontà di potenza, che va vista come movente della storia dell'uomo. Essa si presenta nella creazione della natura così come nelle strutture sociali, e va continuamente oltrepassata. Nel superuomo non rientra tuttavia alcuna prospettiva di violenza o spirito di dominio. Nietzsche non va assolutamente inteso come precursore di Hitler, in quanto nella figura del superuomo non viene identificato un capo carismatico, ma un annunciatore di una nuova figura di uomo. Zarathustra è colui che rende l'uomo consapevole di essere solo un ponte verso una sua più completa e "umana" affermazione, nella quale si serve di un supplemento di coscienza e di spirito per adempiere al soddisfacimento della propria esistenza. Nonostante esso sia un modello del tutto a-morale, non può essere identificato come celebrazione del germanesimo, né con il superomismo legato al modello estetico di Gabriele d'Annunzio.

L'Über-Mensch per Nietzsche è inteso quasi come meta (nel suo significato etimologico di "oltre" e figurato di "fine")-uomo, a cui tendere e per cui venire selezionati ed educati; in quanto bisogna prima creare le condizioni psicofisiche interne ed esterne adatte perché il superuomo possa apparire. In questo da un lato prendendo a modello il grandioso splendore, culturale e politico, prodotto dalla secolare selezione psicofisica della nostra passata aristocrazia (fenomeno comune a tutte le civiltà in ascesa ma "inconscio" rispetto alla sua teoria meta-umana) iniziato nel Rinascimento italiano e culminato nel '700 francese; dall'altro rifacendosi all'antico ginnasio greco o la Repubblica di Platone, il cui scopo finale era la creazione del guerriero-filosofo. Uomo nuovo che però resta in bilico "sulla corda tesa sopra l'abisso", a metà rappresentante di quel superuomo al di là dell'ominide e per l'altra metà precursore e generatore dello stesso.

Di qui l'ammirazione di Nietzsche per la tragedia greca (in particolare Eschilo), quale mezzo educativo all'eroica tragicità della vita, e per il prometeico istinto dell'uomo rinascimentale (l'uomo universale) che nella sua completezza teorica e pratica sapeva tendere oltre l'"umano troppo umano"; con una magnificenza creatrice, culturale e politica, che quell'impulso vitale, "al di là del bene e del male", comporta. Per lui, ed ai suoi tempi, ancora incarnato in particolare da Napoleone e Goethe.

Manoscritto di Così parlò Zarathustra

Il superomismo, ossia l'atteggiamento di attesa di tipi umani superiori, non è stata comunque una novità assoluta introdotta da Nietzsche. Per esempio, già un autore amato da Nietzsche, Ralph Waldo Emerson, ispirandosi al culto degli eroi di Thomas Carlyle, parlava di una variegata serie di figure umane idealizzate come i "grandi uomini", gli "uomini rappresentativi", "il Poeta", il "Pensatore" il "semidio" ma anche l'uomo della potenza e della sovrabbondanza vitale, che Emerson chiamava plus man nel saggio Potenza. Probabilmente l'übermensch nietzschiano è stato mutuato da quest'espressione.[senza fonte]

Nella sua opera Così parlò Zarathustra (Also sprach Zarathustra) Nietzsche spiega i tre passi che l'essere umano deve seguire per divenire superuomo (uomo del superamento):

  • possedere una volontà costruttiva, in grado di mettere in discussione gli ideali prestabiliti;
  • superare il nichilismo, attraverso la gioia tragica e il recupero della volontà di potenza;
  • perpetrare e promuovere eternamente il processo di creazione e rigenerazione dei valori sposando la nuova e disumana dimensione morale dell' "amor fati", che delinea un amore gioioso e salubre per l'eternità in ogni suo aspetto terribile, caotico e problematico.

I suoi maestri[modifica | modifica wikitesto]

Per esperienza storica, quanto e forse più importante del superuomo, erano per Nietzsche i suoi educatori[7] all'universalità rinascimentale[8] ed al "grande stile" tragico eschileo[9] che - come nella Repubblica di Platone, l'Aio rinascimentale, Il Principe di Machiavelli o Napoleone - dovevano formare una nuova aristocrazia di "Signori della Terra" della politica mondiale[10][11]. In questo aiutati dall'arte[12][13], l'ascesi[14],... e la scienza per selezionare e rafforzare quel determinato tipo d'uomo superiore già apparso in passato in modo casuale e represso dal "gregge" in modo voluto[15]; dando così inizio ad una filosofia sperimentale la cui meta-fisica[16], avvalendosi del sapere scientifico e le creazioni artistiche, elaborasse i canoni estetici (le nuove tavole dei valori) psicofisici[17] per ottenere e plasmare tali portatori della specie umana oltre sé stessa: gli "Iperborei"[8][18][19][20].

Il "superuomo" dannunziano[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Gabriele D'Annunzio e Opere di Gabriele D'Annunzio.
Enrico Marchiani, Ritratto di Gabriele d'Annunzio in uniforme da Ardito. Museo D'Annunzio Eroe del Vittoriale.

In Italia, specialmente nella letteratura, la figura del superuomo nietzschiano è stata rimodellata da Gabriele D'Annunzio per le sue opere e per la sua poetica del Decadentismo. Il superuomo dannunziano prende forma nel 1894 circa con la scoperta da parte di D'Annunzio della poetica di Nietzsche, e del romanticismo medievale di Richard Wagner. Da quel momento D'Annunzio si avvalse della poetica del superuomo nietzschiano convertito in una forma del tutto "estetica" per ciascuna sua opera in prosa, poetica o teatrale. Il superuomo dannunziano tuttavia si discosta da quello originario del filosofo tedesco, in quanto egli è una figura del tutto legata indissolubilmente al mondo dell'Arte e dell'estetica, della venerazione del concetto dell'Arte per l'Arte.

Ciascun personaggio delle opere dannunziane del periodo 1894-1910 risulta essere un superuomo, ma anche un alter-ego dell'autore. Il superuomo di D'Annunzio è inteso come un personaggio di nobili origini dedito solo all'Arte, alla letteratura o alla pittura, ed in particolare allo studio dell'arte teatrale. Ha sempre una compagna dello stesso rango con cui condividere le sue scoperte, ma che deve essere dominata dal protagonista, in quanto essere minore. Le donne però scelte dai superuomini dannunziani si rivelano sempre delle chimere, ossia delle tipiche donne fatali, che trascinano il protagonista nel baratro.
Secondo punto focale delle caratteristiche del superuomo dannunziano è la condizione e lo stile che adottano i protagonisti. Il superuomo è sempre un essere della società aristocratica, saggio e studioso della letteratura classica greca e latina, che conosce alla perfezione, e che solo grazie ad essa può collegarsi con l'universo cosmico della divinità, affinché lui stesso, dopo tale comunione, possa completare il processo di mistificazione e divinizzazione di sé stesso, e risultare sul mondo come un punto di riferimento per le masse.

Nella Terra, peraltro, il superuomo è tutto intento nella comunione ossessiva con la Natura (un esempio è La pioggia nel pineto), descritta nelle maniere decadenti di qualcosa di misterioso, covo di segreti mistici e leggendari, che si ricollegano con la letteratura del passato. E soprattutto la Natura risulta essere un elemento con cui fronteggiarsi per averne il dominio assoluto, perché è anche portatrice di oscuri misteri, e di morte, come nell'esempio del Trionfo della morte.
Il superuomo dannunziano, come detto, dev'essere per forza un nobile, perché D'Annunzio non vede nella massa volgare e nella borghesia arricchita degli elementi archetipici e positivi, puri, che conservino la dignità del ceto sociale che rappresentano. Il superuomo dannunziano infatti detesta a morte la massa, intendendo criticare la società del tempo dell'autore, dove gli arrivisti e i bottegai cercano di porsi alla stessa linea degli aristocratici. La critica volge anche alla decadenza dell'arte e della letteratura a causa della massificazione della società, causata in parte dalla rivoluzione industriale, e dal potere che i borghesi hanno acquisito.

Lo stile usato nei romanzi e nelle poesie è rivolto al massimo dell'eleganza e della ricerca dei termini antichi, di latinismi e francesismi, nonché grecismi, per raggiungere la vetta massima della scrittura degli scrittori dell'età classica.

Il superuomo nei romanzi dannunziani[modifica | modifica wikitesto]

Il trionfo della morte: genesi del superuomo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Il trionfo della morte.
Cattedrale di Guardiagrele, descritta dal poeta nel Trionfo della morte

Il trionfo della morte è l'ultimo della trilogia dei Romanzi della Rosa, che esaltano l'estetismo decadente di Gabriele D'Annunzio; e primo romanzo in cui compare il "superuomo". Infatti il romanzo è considerato un vero e proprio manifesto della nuova poetica dannunziana. Il libro fu pubblicato nel 1894 e rispecchia le prime fasi della presa di coscienza del superuomo di sé, che tuttavia non riesce a dominare la Natura, perché viene messo in crisi dalla sua superiorità, e dal tradimento della sua compagna.

Il romanzo inoltre si basa sulle reali esperienze di D'Annunzio vissute circa nel 1889, quando era in conflitto con il padre Francesco che abbandonò la famiglia, accumulando debiti, per vivere con una meretrice. Tale fatto sconvolse assai D'Annunzio, che si rifugiò nell'amore per Barbara Leoni, con cui visse l'estate di quell'anno a San Vito Chietino, in Abruzzo, affittando una villetta sul mare, nella costa dei Trabocchi, che oggi è diventata parte del "Promontorio Dannunziano".

Anche l'episodio del pellegrinaggio al santuario di Casalbordino è stato vissuto in prima persona dal poeta.

Il protagonista è il nobile abruzzese Giorgio Aurispa, che da Roma, si reca in Abruzzo, nel borgo della Majella di Guardiagrele. Lì infatti la sua famiglia l'ha convocato, perché il patriarca ha abbandonato il resto dei consanguinei, per ritirarsi in una villa, sperperando il denaro con una prostituta. La madre di Giorgio è disperata, mentre lo zio Demetrio, a cui il protagonista è assai legato, non sopporta più la tragedia e decide di uccidersi. Giorgio vede negli occhi dei suoi familiari la morte e il segno della malattia, così come inizia a non sopportare più la Natura abruzzese, composta da gente volgare e superstiziosa, che teme fantasmi e streghe.

Santuario della Madonna dei Miracoli a Casalbordino

Fugge al mare, presso San Vito Chietino, affittando una villetta dove viene raggiunto dall'amata Ippolita Sanzio. Lei non ha mai visto la vita di campagna, e così rimane stupefatta dal fatto che la gente contadina creda nelle streghe e negli spiriti, soprattutto quando vede attribuire la colpa a queste chimere, da parte della madre di un bambino annegato in mare, o in un altro caso, di un infante che perisce dissanguato.
Giorgio è assai inquieto, ma si dedica alla letteratura e al canto, leggendo gli spartiti di Wagner, e soprattutto le opere di Nietzsche sul superuomo. Tuttavia Giorgio se ne fa un'idea ambigua che consiste nel dominare sulla massa in maniera intellettuale e pubblicitaria, e sul piegare la natura abruzzese. Tuttavia i sogni di Giorgio crollano quando lui e Ippolita si recano in pellegrinaggio nella vicina Casalbordino, al Santuario della Madonna dei Miracoli. Il santuario è ritenuto dal popolino miracoloso, per via di un evento riguardante la Madonna che apparve ad un contadino, rendendo rigogliose le terre. I due aristocratici rimangono esterrefatti dinanzi alla maniera macabra con cui si puniscono i poveri bifolchi per chiedere la grazia alla Madonna, e così ritornano a San Vito. Ma ormai Giorgio ha visto crollare le sue speranze, e non gli rimane che il suicidio.

Le vergini delle rocce: crescita del superuomo dannunziano[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Le vergini delle rocce.
Castello Cantelmo di Popoli

Il romanzo fu pubblicato nel 1895, ed è il proseguimento della ricerca dannunziana verso il superuomo, come tentativo di affermazione di sé, ma fallito nuovamente. Infatti l'intento di D'Annunzio è di creare un connubio tra stile-potenza del personaggio.affermazione sulla Natura.

Il protagonista è il nobile abruzzese Claudio Cantelmo, che da Roma torna in Abruzzo, nel paesello di Popoli, dove la sua famiglia affonda le origini aristocratiche. Presto ci entra in lotta perché il suo stile di vita è troppo megalomane, ma l'intenzione di Claudio è semplicemente l'abbandonarsi all'esaltazione del vitalismo sensuale. Egli cerca allora di trovare una degna compagna con cui procreare un figlio eletto, che darà l'avvio ad una nuova genia sovrana che ricalcherà le orme dei sette re di Roma per intelligenza e audacia. Claudio vede tale compagna in una delle tre sorelle, ma decide di intrattenere una relazione con tutte e tre, che si riveleranno fallimentari, perché esse sono corrotte nel fisico e nell'equilibrio psichico.
La fine del romanzo si concluse con una riflessione del superuomo sulla sua condizione, e sul timore del fatto della fine del secolo, dove forse l'aristocrazia non avrà più nulla da intraprendere nella moderna e rozza società.

=Il fuoco: il traguardo del superuomo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Il fuoco (D'Annunzio).
Richard Wagner, personaggio chiave del Fuoco

Con Il fuoco, pubblicato nel 1900, D'Annunzio raggiunge il perfetto connubio tra poetica, stile e raggiungimento dell'obiettivo. Il romanzo infatti esalta la potenza del superuomo finalmente raggiunta, sia sulla massa che sulla Natura, e all'epoca riscosse successo e critiche perché la vicenda è in parte tratta dalle vicende amorose di D'Annunzio ed Eleonora Duse.

Giunto il nuovo secolo, il nobile Stelio Effrena è a Venezia, città ideale e dionisiaca per la figura del superuomo, assieme alla sua compagna Foscarina, detta spregiativamente "Perdita" da Stelio, in senso di dominio su di lei. I due sono circondati da amici intellettuali, che applaudono Foscarina per la sua bravura in teatro. Stelio è assai affascinato dal teatro, perché è una forma d'arte che non ha ancora esperimentato, e che forse gli gioverà nel campo del potere sulla letteratura. A Venezia c'è anche tanto movimento tra gli artistici perché da qualche tempo il compositore tedesco Richard Wagner si è trasferito in una villetta per attendere alle sue nuove opere. Stelio è assai affascinato dalla musica dionisiaca del Wagner, e vorrebbe conoscerlo, ma nel frattempo si concentra nei rapporti amorosi con Perdita. Quando Wagner è sul punto di morire perché malato, Stelio apprende i segreti dell'arte teatrale, e desidera creare in Italia una nuova forma di teatro che si discosti dalle classiche forme classicheggianti, che dia libero sfogo alla figura del superuomo, ma che rimanga sulla scia della tradizione.

Stelio dunque abbandona Foscarina alla sua strada, e si appresta a recarsi al funerale di Wagner, accompagnandone il feretro.

Forse che sì forse che no: la trasformazione del superuomo dannunziano[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Forse che sì forse che no.

L'ultimo romanzo vero e proprio dannunziano è Forse che sì, forse che no, pubblicato da Treves nel 1910, incentrato sulla trasformazione della figura del superuomo. Infatti col nuovo secolo sono venute alla luce nuove mode e diversi interessi, incentrati soprattutto sul progresso tecnologico e sulla costruzione di nuove macchine per i mezzi di comunicazione.

Il superuomo dannunziano è Paolo Tarsis, che si trova a Mantova con una discendente della famiglia storica d'Este: Isabella Inghirami. I due giungono alla villa antica di famiglia, in piena rovina, simbolo della decadenza del passato di fronte al nuovo secolo moderno e meccanico. Paolo è un amante degli aeroplani, e fa l'aviatore, per provare le nuove sensazioni di bellezza e sensualità estetica con la velocità e lo slancio nei cieli.

Isabella però è coinvolta in una relazione incestuosa con il fratello, sebbene ami anche Paolo, e quando la storia viene conosciuta, Isabella finisce pazza e si suicida. Paolo è fuori di sé, e si lancia in un'impresa folle: sorvolare la Sardegna, impresa mai portata a termine da nessun ardito. Paolo intende suicidarsi, ma alla fine ne risulta vincitore, e viene accolto nel Paese come un eroe.

Il superuomo dannunziano nella poesia e nel teatro[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Laudi, Alcyone, La pioggia nel pineto, La figlia di Iorio e La fiaccola sotto il moggio.
Manifesto de La figlia di Iorio

La produzione lirica dannunziana riguardo il superuomo è incentrata tra gli anni 1899 e 1903, anni di composizione del ciclo poetico delle Laudi, sull'ispirazione della costellazione delle Pleiadi. D'Annunzio ha preso possesso definitivo delle nuove conoscenze riguardo la sua poetica, e desidera celebrare la figura del superuomo conquistatore nel campo poetica, incominciando dal libro Maia - Laus vitae, seguito da Elettra, e da Alcyone. I primi tre libri di poesia sono particolarmente legati alla figura del superuomo, perché rispecchiano quella figura caratterizzata da D'Annunzio nei primi romanzi del Trionfo della morte e delle Vergini delle rocce, incastonata nell'universo panico.idilliaco della Natura classicheggiante da esser dominata e dal celebrare in versi, nel più perfetto stile possibile.
Tali libri dunque rispecchiano la vera esperienza del poeta in Toscana, a Settignano, presso la villa "La Capponcina", dove visse con Eleonora Duse.

  • Maia - Laus vitae: è incentrato sulla figura del superuomo cercatore, simile ad Ulisse (infatti gran parte del libro è un piccolo poema che ha per protagonista un "ulisside"), che sperimenta i primi contatti con la Natura, e dichiara la sua poetica di panismo.
  • Elettra: il superuomo ha coscienza di sé, e si reca nei luoghi più sacri italiani, specialmente in Umbra, tra Assisi, Perugia e Spoleto, per avere l'immortalità assoluta. Inoltre il superuomo riflette sul destino dell'Italia, decidendo che deve avere un ruolo decisivo che riscatti la sua condizione infelice, basata sull'azione e sul combattimento di guerre di stampo colonialista.
  • Alcyone: il terzo libro del ciclo risulta essere il più famoso di D'Annunzio per perfezione di equilibrio tra vicenda e stile poetico, come nel Fuoco. Il libro descrive i momenti di serenità vissuti dal poeta a Fiesole e Settignano, durante il periodo estivo del 1899, che si riuniscono tutti nella celebro poesia La pioggia nel pineto.

La raccolta si sviluppa attraverso un ampio percorso culturale di citazioni e riferimenti al repertorio letterario classico italiano, greco e latino. La prima sezione sviluppa elementi duecenteschi, da San Francesco (Lungo l'Affrico, La sera fiesolana) a Dante (Beatitudine), passando attraverso il recupero di motivi virgiliani ed esiodei (La spica, Le opere e i giorni, L'aedo senza lira). Essa è ambientata tra Firenze e la campagna circostante, attraverso una struttura cronologica che attraversa, nell'ordine, tramonto, sera, mattina e pomeriggio.

La seconda sezione, che comprende i giorni tra l'estremo giugno" e l'otto luglio, è ambientata nel clima selvaggio del litorale tra le foci dell'Arno e del Serchio (Marina di Pisa, Il Gombo e San Rossore). È la sezione nella quale a un minimo di cultura letteraria corrisponde il massimo di naturalismo panico nietzscheano, attraverso i temi dell'ascolto (La tenzone, Innanzi l'alba) e della visione epifanica (I tributarii, Il Gombo) della natura.

La terza sezione - il passaggio tra luglio e agosto - concentra la descrizione spaziale attorno alle pinete alla foce del Serchio. Essa è dedicata al mito ovidiano di Glauco, il pescatore della Beozia divenuto dio del mare; nel suo sviluppo il poeta si fa personaggio mitico dialogante con la natura - marittima (L'oleandro), equestre (Bocca di Serchio) e venatoria (Il cervo).

La quarta sezione - la fine di agosto - prosegue la rappresentazione mitica della precedente e inaugura, nella sua seconda parte, un ciclo scultoreo e allegorico che ha il suo culmine ne L'arca romana. Notevole, in questa sezione, la serie naturalistica costituita dai Madrigali dell'estate.

Nell'ultima sezione, ambientata nella prima metà di settembre, si sviluppa il tema del trapasso e delle rievocazione, giocato sul registro stilistico del sogno e della memoria (i sette componimenti dei Sogni di terre lontane ne costituiscono quindi il culmine centrale).

In campo teatrale D'Annunzio operò dal 1896 al 1915 circa. Le prime tragedie come La città morta, Sogno di un mattino di primavera e Sogno di un tramonto d'autunno, risultano essere confuse e povere di azione scenica, incentrate sul confronto del protagonista con un universo mistico, mortifero e tirannico, impregnato di Morte e sconfitta. La presenza del superuomo si intravvede a partire con La figlia di Iorio (1904) e La fiaccola sotto il moggio (1905), nonché con la Fedra e la Francesco da Rimini.

La Grotta del Cavallone

Il superuomo della tragedia dannunziana si discosta da quello poetico e prosaico, in quanto innanzitutto il progetto di D'Annunzio fu quello di creare una figura di "superfemmina", e non superuomo, che nelle storie ne diventa una sorta di schiavo, vinto dalle passioni e dal potere chimerico delle protagoniste. Ne sono un esempio lampante le donne della Figlia di Iorio e della Fiaccola sotto il moggio. I temi di fondo sono sempre gli stessi: lo stile, pur mantenendo gli schematismi del testo teatrale, è elevato alla massima potenza, con spesso grecismi, e il desiderio del dominio e l'affermazione di sé sulla Natura è sempre inerente alla vicenda. La Natura nel suo punto ideale è riconosciuta da D'Annunzio nell'Abruzzo natio, inteso come una terra ricca di bellezze, ma ancorata ad una società ancora primitiva, ricca di tradizioni e superstizioni, che spesso fanno nascere il seme della tragedia e del dolore.

La figlia di Iorio: Il giovane Aligi di Lama dei Peligni sta per sposarsi, ma viene avvicinato da Mila di Codro, una giovane ragazza che è perseguitata dalla folla, perché ritenuta una strega. Aligi se ne innamora, tronca il matrimonio, e decide di essere protettore di Mila, ragion per cui i due sono costretti a scappare dal paese di montagna, e a rifugiarsi presso la Grotta del Cavallone. Lì Aligi entra in lotta con il padre, anche lui caduto nella trappola dell'innamoramento di Mila, e viene ucciso dal figlio. Mentre Aligi cerca di trovare un aiuto per fuggire dal posto, Mila accetta il suo destino, e si fa bruciare viva.
  • La fiaccola sotto il moggio: nel paese di montagna di Anversa degli Abruzzi, la nobile famiglia Di Sangro è in completo disfacimento: il simbolo del potere sul vecchio borgo, il castello normanno, è quasi crollato, e la duchessina Gigliola è vittima delle angherie del padre Tibaldo, che si è unito alla fattucchiera Angizia di Luco dei Marsi. Gigliola è osteggiata dal resto del parentado, che a causa della triste situazione di decadimento, è quasi impazzito od impotente. Gigliola una notte riceve la visita della madre, ammazzata da Angizia in una congiura, che le chiede vendetta, e così la protagonista riesce a compiere il suo dovere, mentre il castello crolla in un cataclisma naturale.

Il superuomo nel nazismo[modifica | modifica wikitesto]

Hitler

Il termine Übermensch fu utilizzato frequentemente da Hitler e dal regime nazista per descrivere la loro idea di una razza ariana o razza dominante germanica biologicamente superiore;[2] una forma di Übermensch nietzschiano divenne un fondamento ideologico per il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi. La loro concezione di Übermensch, tuttavia, fu di natura razziale.[3][4] La nozione nazista di razza dominante generò anche l'idea di "esseri umani inferiori" (Untermenschen) che potevano essere dominati e schiavizzati; questo termine non era originato con Nietzsche. Nietzsche stesso fu critico sia con l'antisemitismo sia con il nazionalismo tedesco. A dispetto di queste dottrine, affermò che egli e la Germania erano stati grandi solo a causa di "sangue polacco nelle loro vene",[21] e scrisse nel 1887 che «Gli ebrei sono più interessanti dei tedeschi, la loro storia presenta problemi ben più fondamentali».[22]

Superuomo e anarchismo[modifica | modifica wikitesto]

Il pensiero di Nietzsche ebbe un'importante influenza sugli autori anarchici. Spencer Sunshine scrive che "C'erano molte cose che hanno attirato gli anarchici a Nietzsche: il suo odio per lo Stato; il suo disgusto per il comportamento sociale irragionevole delle "greggi"; il suo anticristianesimo; la sua diffidenza verso l'effetto sia del mercato sia dello Stato sulla produzione culturale; il suo desiderio di un 'superuomo' - vale a dire, di uomo nuovo che non doveva essere né padrone né schiavo; il suo elogio del sé estatico e creativo, con l'artista come suo prototipo, che avrebbe potuto dire, 'Sì' per l'auto-creazione di un nuovo mondo sulla base del nulla; e la sua trasmissione della 'trasvalutazione dei valori' come fonte di cambiamento, in contrasto a una concezione marxista della lotta di classe e alla dialettica di una storia lineare."[23] L'influente anarchica statunitense Emma Goldman nella sua celebre raccolta di saggi Anarchia, femminismo e altri saggi (Anarchism and Other Essays), nella prefazione difende appassionatamente sia Nietzsche sia Max Stirner dagli attacchi all'interno dell'anarchismo quando dice che "La più avvilente tendenza comune tra i lettori è quello di strappare una frase da un'opera, come criterio delle idee o della personalità dello scrittore. Friedrich Nietzsche, per esempio, viene denigrato come un odiatore dei deboli, perché credeva nell'Übermensch. Non sovviene agli interpreti poco profondi di quella mente gigante che questa visione di Übermensch invoca anche uno stato della società che non darà vita a una gara di deboli e schiavi.[24]

Sunshine afferma che "gli narchici spagnoli mescolarono anche la loro politica di classe con l'ispirazione nietzschiana." Murray Bookchin, in The Spanish Anarchists, descrive il membro di spicco del CNT–FAI Salvador Seguí come "un ammiratore dell'individualismo nietzscheano, del superhombre a cui 'tutto è permesso'." Bookchin, nella sua introduzione del 1973 a The Anarchist Collectives di Sam Dolgoff, descrive a sua volta la ricostruzione della società da parte dei lavoratori come un progetto nietzscheano. Bookchin afferma che "i lavoratori devono vedersi come esseri umani, non come esseri di classe; come personalità creative, non come 'proletari', come individui autonomi, non come 'masse'. . . (la) componente economica deve essere umanizzata proprio dalla proposizione di un' 'affinità di amicizia' per il processo di lavoro, diminuendo il ruolo del lavoro oneroso nella vita dei produttori, infatti da un 'trasvalutazione dei valori' totale (per usare l'espressione di Nietzsche , in quanto si applica alla produzione e al consumo così come alla vita sociale e personale."[25][23]

Influenza nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Massimo Fanfani, Parole d'autore, Enciclopedia dell'Italiano (2011), Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani.
  2. ^ a b Jeffrey Alexander, A Contemporary Introduction to Sociology, 2nd, Paradigm, 2011, ISBN 978-1-61205-029-4.
  3. ^ a b "Nietzsche inspired Hitler and other killers - Page 7", Court TV Crime Library
  4. ^ a b William L. Shirer, William L. Shirer's take on the Relationship Between Friedrich Nietzsche and the Nazis, 1951.
  5. ^ Marcello De Bartolomeo, Vincenzo Magni, I sentieri della ragione. Filosofie Contemporanee, Bergamo, Atlas, 2006.
  6. ^ Domenico Losurdo “Nietzsche, il ribelle aristocratico”, Bollati Boringhieri Editore, Torino 2002 Nietzsche filosofo "totus politicus" - Filosofia.it
  7. ^ 26[223] Frammenti postumi 1884 - Adelphi
  8. ^ a b 12[1] (138) Frammenti postumi 1887/1888 - Adelphi
  9. ^ 12[1] (54) (271) Frammenti postumi 1887/1888 - Adelphi
  10. ^ 2[57] Frammenti postumi 1885/1887 - Adelphi
  11. ^ 12[1] (150) Frammenti postumi 1887/1888 - Adelphi
  12. ^ 25[136] Frammenti postumi 1884 - Adelphi
  13. ^ 12[1] (270) (271) (288) Frammenti postumi 1887/1888 - Adelphi
  14. ^ 12[1] (25) (66) (268) Frammenti postumi 1887/1888 - Adelphi
  15. ^ 12[1] (105) (129) - 11[413] 11[414] Frammenti postumi 1887/1888 - Adelphi
  16. ^ 26[232] 27[74] Frammenti postumi 1884 - Adelphi
  17. ^ Genealogia della morale
  18. ^ L'Anticristo
  19. ^ «L'assoluto cambiamento che interviene con la negazione di Dio...ora siamo noi stessi Dio...Dobbiamo conferire a noi stessi gli attributi che assegnavamo a Dio...» 11[333] Frammenti postumi 1887/1888 - Adelphi
  20. ^ 25[137] Frammenti postumi 1884 - Adelphi
  21. ^ Henry Louis Mencken, The Philosophy of Friedrich Nietzsche, T. Fisher Unwin, 1908, ristampato da University of Michigan 2006, pg. 6, [1]
  22. ^ http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-02-12/nietzsche-ebrei-infausti-081624.shtml?uuid=AaYFjcqE&refresh_ce=1
  23. ^ a b "There were many things that drew anarchists to Nietzsche: his hatred of the state; his disgust for the mindless social behavior of 'herds'; his anti-Christianity; his distrust of the effect of both the market and the State on cultural production; his desire for an 'overman' — that is, for a new human who was to be neither master nor slave; his praise of the ecstatic and creative self, with the artist as his prototype, who could say, 'Yes' to the self-creation of a new world on the basis of nothing; and his forwarding of the 'transvaluation of values' as source of change, as opposed to a Marxist conception of class struggle and the dialectic of a linear history. "Spencer Sunshine, Nietzsche and the Anarchists
  24. ^ "The most disheartening tendency common among readers is to tear out one sentence from a work, as a criterion of the writer's ideas or personality. Friedrich Nietzsche, for instance, is decried as a hater of the weak because he believed in the Übermensch. It does not occur to the shallow interpreters of that giant mind that this vision of the Übermensch also called for a state of society which will not give birth to a race of weaklings and slaves. Emma Goldman, Anarchism and Other Essays
  25. ^ "workers must see themselves as human beings, not as class beings; as creative personalities, not as 'proletarians,' as self-affirming individuals, not as 'masses'. . .(the) economic component must be humanized precisely by bringing an 'affinity of friendship' to the work process, by diminishing the role of onerous work in the lives of producers, indeed by a total 'transvaluation of values' (to use Nietzsche's phrase) as it applies to production and consumption as well as social and personal life."
  26. ^ Patrick Bridgwater, Nietzsche in Anglosaxony: A Study of Nietzsche's Impact on English and American Literature, Leicester, Leicester University Press, 1972, p. 169, ISBN 0-7185-1104-2.
  27. ^ Joyce fa dire a Buck Mulligan:"—My twelfth rib is gone, he cried. I'm the Uebermensch. Toothless Kinch and I, the supermen." James Joyce, Ulysses, Shakespeare & Co., 1922, ISBN 0-679-72276-9.

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